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DOSSIER

EMOZIONI NELLA NARRATIVA POLIZIESCA E IN TV
EROI DAI NOBILI SENTIMENTI
     

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page

IL PANORAMA DELLA FICTION

PERSONAGGI DI UN’ITALIA RASSICURANTE

di Giorgio Vecchiato
(critico televisivo)

Prima di cominciare questo articolo sull’amicizia nella fiction tv ho cercato un po’ di documentarmi: ma non soltanto mettendo insieme alcune dozzine di mie e altrui recensioni, tanto per rinfrescare la memoria. Il fatto è che la parola "amicizia" è insieme compatta e sfuggente, singola e plurima, insomma – e le pagine precedenti ne sono conferma –, tutt’altro che semplice.

Gli stessi vocabolari la prendono un po’ alla larga, corredandola di sfumature e condizionali mentre, nell’accezione comune, un amico è un amico, punto e basta. Curioso, però, che un’analoga tendenza a semplificare si ritrovi in pregiati dizionari etimologici: «Amico: persona legata da sentimenti di amicizia»; e verrebbe da commentare: «bella scoperta!...», come negli spot tv, se l’aureo concetto non risalisse al 1243, autore il Guido Fava, maestro bolognese di retorica. La voce proviene naturalmente dal latino, amare con i derivati amicare e amicitia, ma sappiamo tutti che l’amore è un’altra cosa. Meglio affidarsi perciò al Brunetto Latini, maestro di Dante, il quale, a conforto delle anime non complicate, non la fa tanto lunga: «Amicizia: affetto vivo e reciproco fra due o più persone».

Si noti questo richiamo a "più persone", non due solamente, perché su di esso si fondano innumerevoli film e telefilm, fino agli attuali serial della fiction televisiva. Amicizia fra soldati, dalla "sporca dozzina" a interi battaglioni. Amicizie nella scuola, nelle corsie d’ospedale, nei commissariati di Pubblica sicurezza (Ps), nei reparti anti-terrorismo. Amicizia nelle sacrestie, quando il prete si chiama Massimo Dapporto, Terence Hill o Massimo Ranieri; amicizia tra i fraticelli dei conventi, quando il protagonista è padre Pio. Tante forme di amicizia: e ciascuna, a suo modo, meritevole di un trattatello psicanalitico.

Si direbbe, tutto sommato, che non si presti molto allo show l’amicizia a due: quella virile, quella fra donne, quella (più complessa) fra uomo e donna. È pure abbastanza singolare che, per movimentare questo sentimento, in sé un po’ statico, lo si debba inserire in storie ad alto effetto, o effettaccio.

Come caso più tipico vedremmo i due detective di X-Files, Fox Mulder e Dana Scully, i quali darebbero la vita l’un per l’altro ma, impegnati come sono fra ectoplasmi e mostri galattici, non riescono nemmeno a scambiarsi un minimo di tenerezza. Poiché sulla stampa rosa non si fa differenza tra fiction e vita reale, ogni tanto un articolo annunciava che i due si sarebbero scambiati un bacio. Ma se questo bacio c’è stato, io non l’ho visto (devo precisare, dettaglio privo di interesse, che per me X-Files come prodotto è sempre apparso formalmente evoluto ma, concettualmente, nulla più che una bufala. Con tante scuse a chi lo apprezza).

In questo campo i filoni originari, archeologia a parte, sono Le strade di San Francisco con Karl Malden e Michael Douglas giovane, Starsky & Hutch con il suo supplemento di violenza, Rick Estrada e l’altro motociclista biondo sulle autostrade della California. Le coppie di agenti sono unite da un patto di ferro, che va oltre il mutuo soccorso. Una volta abbiamo il rapporto fra mentore e allievo, altre volte una solidarietà che dal (non ambiguo) rapporto di coppia maschile si estende benevolmente ai cittadini in difficoltà. Un’immagine di polizia non solo efficiente ma umana, utile a far dimenticare episodi ben noti di bastonature, indifferenza e corruzione. E l’amicizia come collante.

Più che la coppia di uomini, in Italia si preferisce quella mista, d’altronde praticata anche a Hollywood e sue emanazioni tv fin dai tempi dei giallo-rosa con William Powell e Myrna Loy, formidabili attori. Così sono amici, ancorché conflittuali, Claudio Amendola ed Elena Sofia Ricci in Squadra mobile scomparsi, Canale 5, dove una visione allegrotta della realtà fa sì che i sequestri vengano subito risolti, mentre la Ricci, sebbene stesa a terra, fa secchi due killer professionali, ma di sicuro miopi.

Ugualmente apprezzabile, e più credibile, era nel Mastino di Raidue la coppia formata da Eros Pagni, poliziotto privato come Marlowe, e Athina Cenci, stipendiata statale come Derrick. Ottima produzione, a suo tempo (inizio ’98), poco reclamizzata: e invece più battage per Montesano e Mietta, uno più improbabile dell’altra. Qui, a parte il nostro discorso sull’amicizia, la visione che continua a imporsi è quella ottimistica del maresciallo Rocca, di Linda col papà brigadiere, di Vittoria Belvedere che non sgualcisce il look nemmeno quando abbatte malviventi con mosse da karate. Fosse questa l’effettiva condizione dell’ordine pubblico, da noi non ci dovrebbe essere più un criminale a spasso.

Starsky & Hutch.
Starsky & Hutch.

Colleghi e commilitoni

Sappiamo tutti che in Tv, se non si è medici, poliziotti o carabinieri, si finisce all’albergo dei poveri: e non sembra contestabile, come già in parte stiamo testimoniando, che il successo di questi serial monotematici sia dovuto "anche" all’effetto amicizia. Riassumiamo alla svelta. In Ultimo, Canale 5, il capitano dei carabinieri Raul Bova mette insieme una dozzina di teppisti, peggio che la dozzina di Lee Marvin: e in tema di verosimiglianza, dubito assai che l’Arma scelga i suoi amiconi fra pregiudicati e svitati. Arrivano a chiamarsi Achille, Agamennone, Calipso, Elettra, Telemaco gli agenti di Operazione Odissea. Che è un goffo racconto sul trasferimento del mafioso Leo Gullotta, tutto sogghigni e occhiate sataniche, mentre i suoi sorveglianti trasudano bontà (ma sono così sciocchi da lasciar ammazzare Luca Zingaretti, opportunamente poi tornato al suo commissario Montalbano).

Molto bene era congegnata La squadra, serie poliziesca per Raitre che non sfigura rispetto ai modelli d’America. A fare squadra sono agenti napoletani, ma senza concessioni a mandolini, scippi e plebi vocianti sotto il municipio. In compenso il più esperto assiste il novizio, quello calmo imbriglia l’iracondo: appunto amicizia. Dove invece la solidarietà diventa associazione a delinquere, sia pure con motivazioni politiche, è in una serie rimasta per anni nei magazzini di Raidue. Curata da Marco Bellocchio, esaltava le missioni di terroristi mediorientali, uno dei quali tuttora carcerato in Italia. Titolo, Di cielo in cielo: ma sono piuttosto, per arbitrio e svilimento delle ragioni altrui, gironi dell’inferno.

La Claudia Koll medico legale, oppure funzionaria di Ps, ha teneri rapporti con il magistrato inquirente: e qui andiamo fuori tema. In compenso il commissariato, più che ai banditi cui dare la caccia, fa pensare a certi film d’anteguerra, tipo Ore 9, lezione di chimica. Infatti i poliziotti maschi e femmine, non appena liberi dal servizio (ma anche durante), si scambiano tenere confidenze, non senza gelosie e perfino triangoli da commedia borghese. E il questore, o vicequestore, funge da saggio consigliere quando non da sfogatoio. A ruoli invertiti su Raidue, in Provincia segreta, si istituisce un sottile rapporto fra Andrea

Giordana, giudice, e una bravissima Isabella Ferrari, giornalista: uno dei pochi casi nei quali la figura del reporter non fa imbestialire, per caricaturale inverosimiglianza, chi è del mestiere. Più scoperto invece il Maresciallo Rocca: a Gigi Proietti la Sandrelli piace senza infingimenti, ed esaurita la relazione finisce pure, se mai c’è stata, l’amicizia.

Lo stesso vale per Fabrizio Frizzi e Deborah Caprioglio in Non lasciamoci più, Raiuno, dove è chiaro fin dalla prima puntata che l’avvocato matrimonialista sposerà la poliziotta privata (e lasciamo stare che questi segugi-donna, in fatto di credibilità, stiano al cipiglio di un autentico duro come Robert Mitchum starebbe ai vezzi di un playboy). Quanto a un altro legale, l’avvocato Porta di Canale 5, la vera amica di Gigi Proietti è la segretaria scettica e materna, Luisa De Santis, imbruttita dai truccatori e perciò esente da intrighi sentimentali.

Sempre nel ramo indagini, il Remo Girone di Morte di una strega, fotografo di giornale, su Raiuno, introduce una variazione avendo quale unico amico un gatto. Tutt’altro che marginale, peraltro, poiché proprio lui è il destinatario dei monologhi di Girone, e quindi il più edotto sulla ricerca dell’assassino.

In Morte di una ragazza per bene, ispirata a Raiuno dal caso romano di Marta Russo, Girone è un commissario con pochi affetti, mentre il vero legame è fra l’uccisa e l’amica del cuore, Romina Mondello. In Pepe Carvalho, tratto per Raidue dai gialli spagnoli di Montalbán, a stringere amicizia sono i soliti tipacci, malviventi e corrotti. Lui, Pepe, ha però il suo Sancho Panza, l’aiutante Biscuter: uno che non cambia mai espressione e, con questa ottusa solidità, compensa le mossette dell’interprete dal nome impronunciabile, Juanio Puigcorbé.

Raul Bova e i suoi colleghi carabinieri nel telefilm "Ultimo".
Raul Bova e i suoi colleghi carabinieri nel telefilm Ultimo.

Il buonismo delle "sit-com"

L’amicizia scorre a torrenti negli sceneggiati "buonisti", con preferenza per i derelitti africani da curare (tanto poi medici e medichesse italiani rincasano) e per le situazioni da sitcom: termine questo che di solito si riferisce a produzioni minori, o comunque pretese, ma talvolta si estende anche alla grande fiction. Qualche esempio. Nel Medico in famiglia abbondano le scenette amichevoli d’ospedale, mentre i datori di lavoro sono amiconi della colf, questa del nonno, il nonno del pensionante e via così. In Questa casa non è un albergo, Rete 4, anche Sabina Ciuffini ha il marito medico, e dopo le battute più o meno spiritose si sente la mancanza delle risate fatte con la macchinetta. Ma dove il senso di amicizia come solidarietà tocca il soffitto è in Mio figlio ha settant’anni, talmente benintenzionato da sfiorare la santità. Elena Sofia Ricci fa di tutto per togliere dall’atonìa Philippe Noiret, il quale di punto in bianco riprende vigore fisico e intellettuale, si ricorda di essere un ingegnere e, oltre a progettare in mezz’ora una gigantesca ristrutturazione urbanistica, ottiene da un giorno all’altro la sovvenzione regionale. Troppa grazia, come si dice: ed è un peccato che lo scarso senso della misura tolga forza ai buoni propositi, in sé degnissimi.

Era un’amicizia vera, trent’anni fa, quella tra Cochi e Renato: poi gli stacchi di carriera, i malumori, la supponenza e l’invidia emersero anche da interviste televisive. Il duo si è ricostituito per Nebbia in Val Padana, Raiuno, e il pubblico è accorso: solo che non ne valeva la pena. Incertezza fra verismo e parodia, recitazione sopra le righe, ricorso a equivoci da vaudeville già logori nel secolo scorso: ahimè, la gioventù non torna. Sui due amici ingrigiti si depositava la polvere del tempo, tristemente.

Una scena tratta dalla fiction-tv "Commesse".
Una scena tratta dalla fiction-tv Commesse.

Donne in difficoltà

Ho lasciato per ultima l’amicizia fra donne, non perché sia meno valida o autentica di altre – nel ramo non esistono gerarchie –, ma perché il video tratta la materia in modo discontinuo e non facilmente catalogabile. Prendiamo, ad esempio, da un lato, Mamma per caso (fine ’97 con Raffaella Carrà) e le più recenti Commesse. A rendere amiche la Brilli, la Ferilli e la Pivetti sono le comuni difficoltà e, ancor più, la necessità di far fronte insieme a padroni insensibili e direttrici odiose (ma pronte a convertirsi se anch’esse inguaiate). Pure la Carrà dovrebbe figurare come giornalista-manager che premia i collaboratori, rendendoli partecipi del proprio successo. Solo che c’è modo e modo. Una sceneggiatura fra il compiacente e il servile consente alla Carrà un’autoglorificazione che va ben oltre i limiti del normale divismo. Cosicché i redattori saranno pure amici fra loro: ma il rapporto amichevole con la direttrice è quello dei poveri con la dama di carità.

Sabrina Ferilli, oltre alle Commesse, ha per amiche anche le ragazze di un educandato: una storia ambientata, per Canale 5, nel 1958, mentre l’atmosfera è piuttosto quella degli anni ’30, se non dell’Ottocento. Essendo il titolo Le ali della vita, la Ferilli ha quale modesto obiettivo il far sollevare le allieve in volo: e una ne resta talmente influenzata da tentare di buttarsi da una rupe. Racconto pretestuoso, il cui unico scopo sembra essere quello di svillaneggiare le monache, in primo luogo una Virna Lisi tanto severa da subire perfino le censure del vescovo. Qui la santità è laica. Amen.

Parlavamo dell’Ottocento: se le usanze di quel secolo fossero ancora valide, allo sceneggiato Costanza con Monica Guerritore (Raidue) si sarebbe dovuto apporre come sottotitolo: "le disgrazie non vengono mai sole". Alla Guerritore infatti capita di tutto, e non stiamo a elencare le disgrazie. Una luce nel buio, la fedele commessa dà fondo ai suoi risparmi per salvarla dal fallimento di una boutique. Lezione di vita? Mah! Il senso del telefilm è che la Guerritore si attira la malasorte perché sta troppo addosso, beninteso per amore, a marito e figli. Quando imparerà a farsi i fattacci propri, con sano egoismo, tutto andrà meglio. Bella morale...

Ripescando fra i ritagli di stampa di questi ultimi anni, o in angoli della memoria, altre storie di amicizia si potrebbero tirar fuori: ma in buona sostanza ci siamo capiti. Questo sentimento, nella fiction, ha una parte di rilievo. Come nella vita, di più, di meno? Difficile rispondere: ma forse gli sceneggiatori televisivi sono più ottimisti che non l’uomo della strada.

L’amicizia tradita, cavallo di battaglia in tanti drammi e drammoni del passato, sembra un po’ in sottordine. Perfino Le ragazze di piazza di Spagna, attive in un mondo tradizionalmente ambiguo e concorrenziale, se ne stanno a combattere al pari delle tre commesse. Congratulazioni. Il problema, passando dai casi singoli al complessivo panorama tv, è in quale misura il video rappresenti veramente la realtà italiana. Medici che più umani non si può; maestri e professori, da Marco Columbro a Emilio Solfrizzi, che si preoccupano solo degli alunni; più i rituali poliziotti e carabinieri: ecco un’Italia rassicurante, sia pure attraverso vicende un po’ eccezionali. E le storie normali, quelle di gente qualsiasi, che vive senza scossoni e avventure? Beh, non chiediamo troppo. La gente normale in Tv non la vogliono più, neanche nei talk-show.

Giorgio Vecchiato

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