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INCONTRI - RISPONDONO GARELLI, CAMARCA, MAZZI, ORMEZZANO

Se l’aperitivo crea la giusta atmosfera

di Fulvio Scaglione
(giornalista)
     

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page Avere un amico dà forza, rende ricca l’esistenza, conferisce significato al legame, impedisce che ogni cosa, anche la relazione, sia ridotta all’"usa e getta", prassi divenuta comune in una società come l’attuale.

Diciamolo pure: anche l’amicizia ha i suoi nemici. Ha ispirato, certo, le pagine più toccanti dell’epica classica, dalla virile camaraderie di Achille e Patroclo nell’Iliade al giovanile e pericoloso entusiasmo di Eurialo e Niso nell’Eneide. Ma quante cattiverie, e che contrappasso di malignità, le sono toccati dall’età dei "Lumi" in poi. Ecco qualche esempio. Nicolas Chamfort, cronista della Rivoluzione francese, a chi gli diceva: «Avete un’opinione troppo cattiva dei vostri conoscenti, esiste anche il bene», rispondeva: «Il diavolo non può essere dappertutto!». È vero, Chamfort morì suicida nel 1794 per non salire la ghigliottina che i giacobini gli avevano già preparato, forse proprio a causa di frecciate come questa. Ma altri hanno preso il suo posto in epoche meno pericolose. Oscar Wilde, per esempio: «È molto pericoloso conoscere i propri amici». E Friedrich Nietzsche: «Un buono scrittore non ha solo il proprio spirito ma anche quello rubato ai propri amici». Dai dubbi di Ennio Flaiano («Se gli uomini si conoscessero meglio si odierebbero di più») fino al totale, definitivo scetticismo di Antonio Fogazzaro: «Non mi fido dell’umanità, mi somiglia troppo».

Eppure, senza amici si può campare, ma si campa male. Al punto che il grado di soddisfazione nei confronti dei rapporti amicali è uno degli indici che i ricercatori usano per misurare la qualità della vita, insieme con aspetti assai concreti come il matrimonio, il lavoro, i risparmi, la salute e l’abitazione. La più fresca di tali ricerche, la Sinottica-Eurisko, in due rilevazioni (primavera e autunno 1999) che hanno cumulato 10.000 casi di italiani di età superiore ai 14 anni, mostra che il 24,3% del campione è soddisfatto dei propri amici. Percentuale che sale se si considerano il solo Nord-ovest (28,5%) o il solo Nord-est (27,1) e scende nel resto d’Italia (22,6 nel Centro e 20,5 nel Sud e nelle Isole), ma comunque consente di dire che un italiano su quattro si ritiene dotato di buoni amici.

Non pare un brutto risultato. E allora come metterla con quella convinzione diffusa che l’amicizia sia ormai in ribasso soprattutto tra i maschi adulti, schiacciati come sono (o come dicono di essere) tra lavoro, famiglia, mancanza di tempo, stress?

«A me non pare che l’amicizia sia un sentimento in disuso. Vedo che gli uomini adulti vivono, rispetto all’amicizia, in uno stato di perenne tensione», dice Franco Garelli (ndr), docente di Sociologia della conoscenza presso l’Università di Torino. «Da un lato c’è il desiderio, il bisogno e il rimpiantoFranco Garelli. dell’amicizia, cioè di un rapporto disinteressato, di confidenza, in cui ci si senta davvero accettati per ciò che si è. E c’è la sensazione, a volte pesante, di dover fare una strada da soli, di essere in un certo senso costretti alla solitudine. Dall’altro lato ci sono le rigidità, le condizioni che frenano il desiderio di amicizia: da adulti si perde in spontaneità e guardiamo agli altri in termini più selettivi, quasi che nelle relazioni avessimo bisogno di una maggiore conferma. E quindi siamo meno disposti alle relazioni gratuite. Una cosa è sicura: l’uomo che coltiva amicizie anche nell’età adulta è più ricco e sereno».

  • Forse i rapporti affettivi "classici" dell’uomo adulto, la famiglia, la moglie, la compagna, riempiono lo spazio psicologico disponibile.

«Non direi, non sono alternativi o sostitutivi delle amicizie. Le donne sono fortunate perché sono più abili nella comunicazione dell’intimità. Ma anche gli uomini hanno bisogno, su questi temi, di un confronto liberante».

Claudio Camarca, giornalista e scrittore (il suo ultimo libro, Il sorriso del mondo, è il racconto di sei mesi passati con i medici di Operation smile, che girano il mondo per curare i bambini vittime di deformazioni facciali), è d’accordo: «Credo che l’amicizia sia un bisogno per gli uomini come per le donne: il bisogno fisico di avere intorno un gruppo, magari ristretto, di persone che sanno tutto dei tuoi lati deboli e che ti vogliono bene proprio per questo. Il fatto di avere un amico, Angelo, che conosce le mie paure e i miei difetti, che invecchiando pure aumentano, mi dà forza».

Quando dice: "bisogno" e "fisico" e "forza", Camarca intende proprio quello. Ha giocato a rugby per 17 anni e sa quanto sia importante avere accanto un volto noto e fidato, in quel gran pacchetto di mischia che a un certo punto diventa la vita. Anche se l’amicizia è un fiore esigente: «Il venerdì o il sabato, una settimana sì e una no, io e mia moglie facciamo il barbecue in giardino proprio per rivedere gli amici», racconta: «E l’ultima volta ho strigliato due dei miei migliori amici perché non troviamo più il tempo per incontrarci e stare un po’ insieme. Prendere un aperitivo prima di andare a casa dopo il lavoro, un caffè dopo cena. Magari non parli ma comunque si crea un’atmosfera che poi è importante sul lavoro, in famiglia... È decisivo poter dire: qualunque cosa accada, c’è un mio amico».

  • Ma gli uomini riescono a fare nuove amicizie anche quando sono adulti? O si tratta piuttosto di conservare le amicizie vecchie?

«Ho degli amici dell’infanzia da cui, però, nel corso degli anni mi sono separato. Abbiamo fatto strade diverse, che ci hanno allontanati. Ma ho anche tre amici storici, amici da vent’anni. Angelo è un reporter di guerra, ci siamo conosciuti sul lavoro. Gli altri due sono: uno giornalista e l’altro fotografo, e li ho incontrati andando in Africa, dunque di nuovo per ragioni legate al lavoro. Credo quindi che anche "nel mezzo del cammin di nostra vita" si possano conoscere altri uomini e diventarne amici. La grande domanda è: "sei disposto a essere sincero?". Perché l’amicizia virile non può non essere sincera e quindi scomoda, in un mondo in cui la sincerità non paga. Ma sempre a proposito di sincerità, uno dei miei più grandi amici è stata una donna ed era un’amicizia vera, profonda, virile. Lei è morta l’anno scorso. Ci vedevamo ogni venerdì sera a casa sua, dal 1984, per bere un whisky di malto torbato e parlare di tutto. Ecco, sapere che Esa c’era per me era come l’ossigeno».

Il rugby di Camarca. E il resto dello sport? Il cemento dello sforzo di gruppo, il risultato da raggiungere insieme, fanno ancora presa sugli spiriti maschili? «Se pensiamo allo sport professionistico», dice Gian Paolo Ormezzano, giornalista e scrittore, osservatore di storie e costumi oltre che di prestazioni e record, «si va verso la fine ufficiale delle amicizie che si dipanano per tutta la carriera. Ormai ognuno corre e anche gioca per conto suo, la vera amicizia è casomai con il manager, l’agente, il procuratore, che sta diventando il vero elemento umano fisso a fianco dell’atleta, del campione. La pressione mediatica, poi, sembra fatta apposta per collaudare duramente le amicizie non fortissimamente consolidate: si pensi a Inzaghi-Del Piero. Una parola in televisione spezza un legame».

  • E le donne?

«Tengono meglio perché per molte di loro lo sport è ancora pionierismo, avventura, lotta contro l’establishment, dunque occasione di amicizie utili, per via dell’unione che fa la forza».

  • Un quadro un po’ triste...

«Non è detto. Lo sport d’oggi, con i suoi meccanismi economici e anche con le sue esigenze di ribalta, di spostamenti, non solo non favorisce l’amicizia ma la rende obiettivamente più difficile. Le amicizie che riescono a fiorire e a resistere fra gli atleti, però, sono più importanti. Magari si scopre, presso campioni celebri, l’esistenza difesa, coltivata, protetta di un’amicizia antica. Spesso con un collega meno fortunato. Amicizia specialissima, che lega il goleador celeberrimo all’amico d’infanzia che ha fatto naufragio in qualche squadretta e che comunque ha sempre accesso presso il cuore e anche nell’alloggio del campione. Quasi che quest’ultimo eseguisse una specie di riparazione nei riguardi di chi non ha avuto la sorte benigna».

Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità "Exodus" e sacerdote abituato a leggere il disagio degli adulti anche attraverso il mondo dei giovani, non sembra stupito dalla vita grama dell’amicizia. E trasferisce il discorso su un piano più ampio: «C’è poco amore, in giro, e quindi poca amicizia. Ci sono tanti innamoramenti e simpatie, ma la trasformazione dell’innamoramento in amore e della simpatia in amicizia è un passaggio difficile, esige spiritualità, interiorità, uno spessore d’animo che non si trova poi così spesso. E non mi pare un problema solo degli adulti: anche tra i giovani, oggi, c’è poca amicizia, fanno piccoli gruppi che durano poco. L’amicizia l’abbiamo messa tra le cose "usa e getta", invece è qualcosa di molto più profondo. La simpatia è facile, è legata alle cose che tocchi, che vedi. Così come molte coppie vanno al matrimonio ma sono solo innamorate. L’innamorato è uno che sta tra il sogno e la realtà, tra ciò che vorrebbe e ciò che c’è. Amore invece vuol dire accettare quella persona lì, con i suoi limiti, e amarla lo stesso, anzi amarla proprio perché limitata. Molte amicizie non nascono per lo stesso principio: più facile accontentarsi delle simpatie».

  • È anche lei convinto che sia soprattutto un problema degli uomini, che per le donne sia diverso?

«Tutto aiuta la donna a essere molto più profonda di noi uomini. La donna si salva sempre perché c’è di mezzo la maternità, che le fa fare un salto al di là – oserei dire – della ragione. Ci sono uomini che dicono: "io sono un geni-tore" ma non sono anche padri, mentre è difficile che una donna sia solo genitrice, è sempre anche madre. E se mancassero le madri al mondo?...».

Fulvio Scaglione
   

CONDIZIONATI DALLE LETTURE

L’amicizia fra due scrittori potrebbe non avere nulla di straordinario. Quella che si è consolidata fra Andrea Camilleri, siciliano, autore apprezzato non soltanto in Italia, e Vázquez Montalbán, catalano, scrittore famoso in tutto il mondo, è nata casualmente ma si regge sulla stima vicendevole, riconoscendo ciascuno un debito di gratitudine verso l’altro. Candidamente ammettono che ciascuno stava bene nella propria pelle e nel proprio Paese. La conoscenza reciproca, però, li ha arricchiti entrambi.

Li ho incontrati a Brescia, ospiti dei "Martedi letterari" organizzati dal Comune. Ad ambedue ho rivolto le stesse domande cominciando da Camilleri: Come vi siete conosciuti e che cosa vi lega?

«Non avevo nessuna esigenza di conoscere Vázquez Montalbán. Aspettavo con ansia i suoi libri, mi precipitavo a comprarli, li leggevo deliziandomi, e questo mi bastava. Ci siamo conosciuti qualche anno fa a Mantova per il festival della letteratura e da allora partecipiamo frequentemente a dibattiti pubblici. Fra me e Vázquez si è consolidato un legame intellettuale forte, basato sulla stima reciproca. Gli sono debitore dello stile che ho impresso al mio libro, Il birraio di Preston (Sellerio). Mentre vi lavoravo non riuscivo a trovare la struttura convincente poiché seguivo il tempo cronologico: mi risultava di una noia mortale. Leggendo Il pianista di Montalbán ebbi l’imbeccata provvidenziale: lui faceva uso del tempo narrativo. Avevo trovato stile e struttura e riscrissi Il birraio. In segno di gratitudine a Montalbán scrissi il mio primo "giallo" dando il suo cognome al mio commissario. Montalbano è, oltretutto, un cognome molto diffuso dalle nostre parti, in Sicilia».Andrea Camilleri e Vázquez Montalbán.

«Ho saputo dell’esistenza di Camilleri dai giornali. Poi me ne ha parlato la mia traduttrice e così ho preso i suoi libri e li ho letti. Dell’incontro di Mantova ho un ricordo magnifico: abbiamo conversato di letteratura e teatro alla presenza di molte persone attente. Considero Camilleri un grande scrittore. Mi ritrovo nei romanzi che hanno come protagonista Montalbano e in quelli della memoria della Sicilia poiché, in un certo senso, coincidono con i due risvolti della mia vita di scrittore, quello che costruisce il personaggio Pepe Carvalho (Tatuaggio, Solitudine del manager, La Rosa di Alessandria, pubblicati da Feltrinelli), e l’altro che riflette sulla memoria storica ed etica della società attuale. Devo dire che Camilleri è molto generoso e maschera bene il narcisismo che caratterizza gli scrittori. In questo senso lui non sembra uno scrittore e ciò spiega la mia iniziale curiosità di conoscerlo e la successiva voglia di "coltivarlo". La nostra è un’amicizia vera ma condizionata dalle letture, dai ripetuti incontri pubblici che per me sono sempre piacevoli, visto che fra noi esiste un’affinità quasi chimica».

Cristina Beffa

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