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POLITICHE FAMILIARI - DALLA COMMISSIONE "GIUSTIZIA E PACE"

Con la garanzia della continuità

di Pietro Boffi
    

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page La diocesi di Milano ha pubblicato, dopo lungo lavoro e approfondita riflessione, un documento che presenta una lettura critica del sistema fiscale italiano. Offre, così, le coordinate utili a realizzare più equità per i cittadini e le famiglie.

Potrà forse meravigliare, che una diocesi pubblichi un documento intitolato Sulla questione fiscale. Contributo alla riflessione. In realtà la diocesi di Milano, attraverso la sua Commissione "Giustizia e pace", era intervenuta anche in passato su temi di scottante attualità politica, ad esempio, con ilcopertina del libro: Sulla questione fiscale. documento Autonomie regionali e federalismo solidale (1996), offrendo riflessioni pacate, di taglio prevalentemente etico-pastorale. Anche in questo caso, il documento affronta la questione in modo articolato, offrendo una lettura valutativa e critica del sistema fiscale italiano e indicando le coordinate fondamentali e irrinunciabili per la realizzazione di un fisco equo ed efficiente, nel quadro di un corretto rapporto tra fisco, cittadinanza e Stato, così da concorrere a promuovere lo sviluppo di una società adulta e solidale.

Coerentemente con la natura di questa rubrica, intendiamo qui limitarci a riprendere i passi più importanti dei paragrafi dedicati al rapporto tra il fisco e la famiglia, che contengono un’analisi molto precisa dell’attuale situazione, e propongono delle piste di lavoro molto interessanti. In un paragrafo significativamente intitolato "Sottovalutazione della famiglia", la situazione italiana è così descritta: «Tutti i sistemi tributari contemporanei oscillano fra i due estremi costituiti o dall’individuo o dall’unità familiare. Il nostro sistema fiscale – anche se nei tempi più recenti sembra mostrare un’aumentata attenzione per il nucleo familiare – risente, più degli altri Paesi, della difficoltà a valorizzare la famiglia come unità economica di riferimento della capacità contributiva. L’imposta varata nel 1974 prendeva come punto di riferimento la famiglia, imponendo nell’applicazione dell’imposta il preventivo cumulo di tutti i redditi dei membri del nucleo familiare. Nel 1976, invece, una sentenza della Corte costituzionale dichiarò inaccettabile tale criterio, aprendo così la strada a una nuova normativa, tuttora in vigore, che pone alla base dell’imposizione il reddito individuale. La stessa riforma dell’Irpef del gennaio 1998 ha introdotto detrazioni più ampie solo in favore dei redditi da lavoro dipendente e autonomo più bassi, lasciando sostanzialmente intatto il peso delle imposte sui nuclei familiari di fascia e composizione diversa. Non tenendo in debito conto l’onere dei costi che la famiglia deve sostenere per il mantenimento, la formazione, l’educazione e l’istruzione dei figli, si trascura il fatto che redditi medio-alti, soggetti ad aliquote marginali non irrilevanti, in presenza di carichi familiari, equivalgono, in termini di benessere materiale, a redditi assai inferiori e, pertanto, a una capacità impositiva più bassa di quella nominale. Se, quindi, il principio di equità verticale – per cui l’imposta deve crescere col crescere del reddito – viene rispettato, quello di equità orizzontale – per cui, a parità di reddito nominale, deve pagare un’imposta inferiore chi è gravato da oneri che ne riducono la capacità contributiva – è palesemente contraddetto e, con esso, viene incrinata la presunta progressività di tutto il sistema. In sostanza, il sistema fiscale italiano ha continuato e, in parte, continua a operare senza ritenere ragionevole per la stessa economia che la famiglia costituisca l’unità più appropriata per definire la potenzialità di benessere e, quindi, anche la capacità contributiva dei cittadini. Ne consegue che il nostro sistema ritiene, di fatto, che la capacità contributiva sia influenzata in modo irrilevante dalla presenza di figli a carico. Sotto questo profilo, il divario – già grande – con gli altri Paesi europei rimane molto elevato» (pp. 12-13).

Questa situazione è palesemente ingiusta, in quanto non tiene in alcun conto l’importantissimo ruolo sociale svolto dalla famiglia: «La famiglia, come istituzione sociale, non ha un ruolo definito nel sistema fiscale italiano: ciò contraddice la sua natura economica oltre che istituzionale. Le imprese, in quanto persone giuridiche, sono soggetti centrali del sistema fiscale, mentre non altrettanto avviene per le famiglie. Eppure la famiglia – e non solo l’impresa – ha un ruolo economico, sul piano sia della crescita economica sia della distribuzione del reddito. Se l’impresa investe in capitale materiale, la famiglia investe nel cosiddetto capitale umano, che oggi si riconosce avere un ruolo dominante nello sviluppo e nella crescita economica. La famiglia svolge un essenziale ruolo di produzione di servizi nella sfera non di mercato, ad esempio, per la cura della casa e dei componenti della famiglia: si tratta, infatti, di servizi prestati a un prezzo ombra, o virtuale, molto inferiore rispetto a quello di mercato. La famiglia è quindi, in un certo senso, una impresa domestica: ma accanto al ruolo della "famiglia come impresa" vi è quello dell’"impresa come famiglia", particolarmente rilevante nel tessuto economico italiano. Inoltre, la famiglia svolge un fondamentale ruolo redistributivo. Mentre nel mercato le risorse devono essere distribuite in base all’efficienza, la famiglia può redistribuirle al proprio interno sulla base del bisogno: in questo senso, la famiglia può svolgere un ruolo di riequilibrio delle risorse molto più efficace di quello svolto dallo Stato sociale» (p. 24).

È questo mancato riconoscimento che sta alla base del divario dell’Italia con gli altri Paesi europei: «Nonostante alcuni segnali positivi intervenuti ultimamente, la spesa pubblica in direzione della famiglia in Italia è significativamente al di sotto di quella europea: in Germania è il doppio e in Francia è il triplo di quella italiana. La presenza di una politica della spesa pubblica per la famiglia rappresenta una scelta politica consapevole per tutti i principali Paesi europei: non così è avvenuto per l’Italia. Come si è sostenuto sopra, la progressività del sistema fiscale tende a spostarsi sempre più dal lato della spesa e ciò avviene in particolare per le categorie di spesa mirate sui bisogni, come quelle per la famiglia: la bassa quota di spesa pubblica per la famiglia riduce, quindi, la progressività del sistema fiscale italiano rispetto a quello degli altri Paesi europei. La ridotta spesa pubblica per la famiglia in Italia rimane, altresì, molto incerta e fluttuante. Per una giovane famiglia che debba prendere le sue decisioni, l’incertezza e l’instabilità non favoriscono scelte su orizzonti lunghi» (p. 25).

I possibili interventi

Come correggere questa stortura? Il documento, come si diceva, non entra nel merito delle scelte tecniche, non fornisce "ricette". Nondimeno, fornisce alcune indicazioni significative di possibili interventi, sulla scia di quanto da tempo sta sostenendo l’associazionismo familiare: «Un sistema fiscale centrato sulla famiglia può contribuire a produrre un sistema più semplice, equo ed efficiente. Da qui l’opportunità che, anche in Italia, ci si muova nella direzione di un sistema fiscale su base familiare. Il sistema attuale, basato sugli individui, riduce ulteriormente gli elementi di progressività, mentre l’introduzione di un sistema fiscale su base familiare può rovesciare questo processo. Il contribuente, infatti, può modificare il proprio comportamento per pagare meno imposte, ma difficilmente modificherà la propria relazione di parentela. I principali strumenti di intervento sono l’allargamento del sistema di deduzione e detrazioni, la differenziazione del reddito minimo esente e l’aumento stabile degli assegni familiari.

È necessario disegnare un sistema fiscale in direzione della famiglia con una garanzia di continuità. Il sistema delle detrazioni può essere di grande utilità nella lotta contro l’evasione e risolve altresì alcuni squilibri delle famiglie in maggiore bisogno.

La famiglia, come centro del sistema fiscale, deve essere interpretata in senso generazionale. Ad esempio, la figlia o il figlio che pagano le cure mediche e l’assistenza dei genitori anziani – siano essi, come è preferibile non appena possibile, assistiti e curati in casa o siano ricoverati presso qualche apposito istituto – devono poter portare in detrazione le spese sostenute. Analogamente, i genitori anziani che intervengono a favore dei figli disabili o in difficoltà devono poter portare in detrazione le relative spese.

Il soggetto centrale diventa perciò la catena generazionale, anziché la singola famiglia. Un sistema fiscale con queste caratteristiche non implica alcuna riduzione imprevista delle entrate fiscali, ma solo un’attenta procedura di implementazione con una appropriata ridefinizione delle aliquote e delle basi imponibili. Il sistema fiscale può così contribuire alla solidarietà economica, oltre che all’unione affettiva, delle famiglie.

Un sistema fiscale basato sulla catena generazionale appare comunque necessario per un riordino della spesa per la sicurezza sociale. La spesa pubblica per la protezione sociale è, per l’Italia, di poco al di sotto della media europea: esiste un accentuato squilibrio nella sua composizione in particolare a favore delle pensioni. In linea teorica, ciò rappresenta la base per un potenziale conflitto fra genitori anziani e figli: in realtà, tale conflitto è modesto e, comunque, non emerge sul piano sociale, per il fatto che le medesime risorse vengono redistribuite lungo l’intera catena generazionale. Vi sono, tuttavia, almeno due problemi: la redistribuzione è molto probabile, ma non certa e soprattutto sarebbe molto più efficiente se i figli guadagnassero direttamente salari più elevati con il proprio lavoro anziché ricevere un sostegno indiretto dai genitori» (p. 25).

Il documento accenna infine, sullo specifico tema della famiglia, al problema della rappresentanza politica di tutti i membri della famiglia, compresi i figli minorenni, che era stato già segnalato dal professor Luigi Campiglio nel suo contributo al Sesto Rapporto Cisf, dedicato a "Famiglia e società del benessere": «La preoccupazione per le generazioni future è dominante nel dibattito sul problema del debito pubblico: ma queste generazioni sono già presenti e non vi è altro che attribuire loro una rappresentanza.

«Le famiglie in cui i figli vivono pagano imposte che riducono il reddito disponibile per i genitori, ma anche per i figli; di conseguenza, il principio secondo cui in un sistema democratico la tassazione è ammessa solo se accompagnata da una rappresentanza politica non può riguardare solo i genitori, ma deve comprendere anche i figli minorenni» (p.26).

Pietro Boffi
   

ESSERE TEENAGER IN USA

Un’indagine sociologica della rete televisiva americana CBS ha preso in esame 2.300 teenager delle scuole superiori. Il 53% degli intervistati ha detto di essere cresciuto più in fretta dei propri genitori avendo avuto a che fare con la morte di persone care, o con droga, abuso di alcol, divorzi, incidenti e disastri naturali. Tuttavia, il 65% pensa che la sua vita sarà migliore di quella di papà e mamma, e il 96% crede nella scuola. Il 72% è amico di giovani diversi per razza e il 41% ha accettato appuntamenti con coetanei di razze diverse. Il consumo di droga e alcolici è in aumento: il 61% beve alcol, il 18% ha provato la marijuana, il 14% fuma. Numerosi coloro che usano regolarmente il computer (92%) e l’84% naviga volentieri su Internet.

 

LA STRANA MAPPA DEI PIÙ POVERI

In Italia le famiglie più povere, in oltre 5 casi su 10 (53,4%), sono quelle dei pensionati. La povertà, studiata per la prima volta dall’Istat per tipologie familiari, conferma che nel ’98 la povertà relativa (misurata sui consumi medi per due persone sulla soglia di un milione e 476 mila lire mensili) riguardava l’11,8% dei nuclei (nel ’97 era il 12%). Si tratta di circa 2.558.000 famiglie e, complessivamente, di 7.423.000 persone.

Le famiglie italiane dove è più frequente la povertà sono quelle in cui l’unica fonte di reddito è la pensione (39,7%) o nelle coppie con più di 64 anni e con basso titolo di studio; oppure nei casi di genitori in pensione con figli adulti a carico. Seguono le famiglie composte da pensionati anziani soli (13,7%) e i cosiddetti working poor (14,5%), ossia chi ha un unico reddito da lavoro e due figli: il capofamiglia ha la scuola dell’obbligo, è operaio o impiegato.

Vi sono, poi, i numerosi nuclei familiari meridionali (10,5%) con 3 o più figli e un genitore occupato; gli "appena poveri" (9,7%), dove c’è un solo figlio minorenne e lavora un genitore (sono di solito coppie giovani). Infine, tra gli adulti disoccupati del sud (3,3%), ¼ di loro non percepisce alcun reddito, ma oltre il 40% possiede un’automobile.

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