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La crisi è occasione di crescita

di Corinna Cristiani
(docente di Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, Facoltà di Psicologia di Milano-Bicocca)
            

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2000 - Home Page Il parto e la nascita sociale costituiscono i paradigmi della crescita umana. Conoscenza e accompagnamento facilitano il cambiamento. Sia negli aspetti luttuosi che nell’educazione degli affetti.

Crisi è parola di derivazione greca: viene da krísis, che significa separazione, scelta, giudizio. Il verbo relativo è krínein, giudicare, di origine indoeuropea. È un termine oggi molto usato e quasi sempre allude a una perdita, a difficoltà incipienti, e mobilita ansie e paure, sia che si tratti dell’inasprimento di una patologia, sia dell’acuirsi dello scontro politico, sia che riguardi infine gli universi di appartenenza, familiare, di lavoro, che, rappresentati come fonte di stabilità e sicurezza, si rivelano al contrario minacciosi e carichi di tensioni e ambiguità. D’altra parte, a posteriori, quasi sempre le crisi mostrano degli esiti salutari: come se, invece di dover essere evitate, dovessero essere talvolta prescritte. Tuttavia una crisi è sempre temuta, quasi mai auspicata.

Se la crisi è in relazione alle vicende umane, da un punto di vista psicodinamico, questo atteggiamento fortemente negativo ha probabilmente una spiegazione che affonda le sue radici in un’esperienza di perfezione e beatitudine, quella del feto nel corpo materno, che non conosce gli spasmi del desiderio, i morsi del bisogno e il gelo della solitudine. È vero che non conosce il mondo, e probabilmente non ne sospetta neppure l’esistenza, dato che il mondo-utero materno coincide con i confini del Sé intrauterino.

Per alcuni psicoanalisti, ognuno di noi, nella condizione fetale, ha potuto sperimentare la pienezza dell’essere, la perfezione e la beatitudine. La prima crisi che tutti dobbiamo affrontare è quindi riconducibile a una specie di paradiso vissuto e poi drammaticamente perduto da ciascuno degli umani. Entra in gioco in questa vicenda, tuttavia, oltre alla perdita, anche l’aspetto di giudizio contenuto nel concetto di crisi, perché se il feto e la madre rimandassero indefinitamente la separazione, sarebbe la fine per entrambi. Nei sogni delle gravide, tuttavia, la separazione, che nel parto è dolorosa e a rischio di morte, viene rappresentata come "decisa" dal padre. Quindi bizzarramente un evento naturale, conclusione inevitabile dell’esperienza onnipotente della vicenda generativa, che si svolge nel dolore e nell’incertezza (perché è una fantasia di questi ultimi anni che la natura sia sempre buona e la tecnologia-cultura umana sia, al contrario, cattiva), che coinvolge la madre e il bambino, viene rappresentato come voluto dal padre, intervenuto sì nella generazione, ma del tutto estraneo alle sofferenze del parto. Così, si può dire che il principio di realtà in questa crisi non è uno dei protagonisti, ma solo un comprimario di altre potenze decisionali che si affrontano per definire le strategie in vista della sopravvivenza.

La nascita è perciò crisi, separazione, lutto visti dalla parte del feto. Ma è anche crisi, separazione, lutto per la madre, che perde la pienezza del suo corpo svuotato dell’onnipotenza generativa.

È crisi anche per il padre, come testimoniano le patologie che accompagnano la gravidanza della partner, o il periodo immediatamente post-natale. In apparenza, disimpegnato dal peso della gravidanza e dai dolori del parto, ha anch’esso un travaglio da compiere: deve mettere a margine almeno per un po’ l’essere membro della coppia amorosa per diventare un cavaliere inesistente e asessuato o una specie di succedaneo materno e protettivo.

Lo psicoanalista Franco Fornari, acutamente, sottolineava come l’ansia genetica, che sempre accompagna il venire al mondo del piccolo dell’uomo, e l’instaurarsi del codice materno marcato dall’onnipotenza e dalla messa ai margini del principio di realtà canalizzano la persecuzione e la morte che abitano il parto-nascita sul padre, che assume un ruolo di redentore, liberando dal male la relazione madre-bambino.

Caricate sul padre le ambivalenze e la persecuzione, la coppia madre-bambino può instaurare la fusione che è la premessa di un buon accudimento. Questo meccanismo immaginario ma sopravvivenziale, definito da Fornari "paranoia primaria", permette al bambino il ritrovamento simbolico del paradiso perduto e delle sue sicurezze tra le braccia materne, e, alla madre, una via d’uscita dei costi pesanti della sacrificalità, proprio perché tutte le tensioni sono concentrate sul padre e sulla possibilità di prendersela con lui, che non c’è, che dorme la notte anziché badare al neonato perché deve lavorare il giorno dopo, che esce con gli amici. Così tra madre e bambino le tensioni spariscono proprio perché il padre se ne fa carico, senza averne alcuna responsabilità reale.

Ora la nascita, così gravida di ansie e di pericoli, va tuttavia attraversata pena la morte della madre e del bambino. Ma è necessario avere ben chiaro, e le culture "altre" lo sapevano fare meglio della nostra, quasi sempre impeccabile sul piano clinico, ma debole su quello psicologicoculturale, l’aspetto di crisi nei ruoli e nelle relazioni che la nascita porta con sé.

Vignetta.

Attenzione all’individuo

In un tessuto culturale come il nostro, gli ammortizzatori che un tempo erano predisposti dalla cultura per affrontare le crisi "fisiologiche", come la nascita, non funzionano più, anche perché per essere credibili debbono essere condivisi per così dire acriticamente. La nostra è ormai una realtà multiculturale tollerante a parole, ma impietosa verso credenze tradizionali non dimostrabili razionalmente.

Diventa necessario perciò rinunciare a un trattamento culturale "di massa" della crisi, per porre la maggior parte dell’attenzione sull’individuo, mettendogli a disposizione all’occorrenza, per governare al meglio quello che gli sta succedendo, al suo interno e nelle relazioni con gli altri, il possesso di conoscenze e strumenti adeguati; al caso, l’aiuto/consulenza di adulti competenti (e non penso soltanto agli psicologi) che lo possano affiancare nelle difficoltà e nei cambiamenti.

Va però ridefinito a questo punto il modello di personalità individuale, di cui il senso comune apprezzava, fino a qualche tempo fa, l’aspetto di coerenza da intendere come fedeltà a un assetto decisionale ben preciso. In una società stabile, fondata su valori certi e indiscutibili, la coerenza così intesa era una qualità speciale dell’individuo: prometteva e permetteva stabilità e rispetto delle gerarchie, una certa sicurezza relazionale e orizzonti progettuali comuni. Ma vediamo le coordinate etimologiche di questo termine. Coerenza è da intendere come stretta connessione di parti, accordo, unione e anche costante fedeltà a una linea di condotta; deriva dal latino cohaerere, che significa "essere unito", avere connessione, composto di co e haerere, essere attaccato.

Qualche anno fa, nel corso di un’esperienza formativa in una struttura ospedaliera, finalizzata a facilitare la collaborazione tra i ruoli in vista della buona realizzazione dei compiti istituzionali, un’infermiera, alla conclusione degli incontri, ringraziava chi li aveva condotti, per averle fatto capire «che aveva tante persone dentro di sé». Ora, la molteplicità dei Sé che costituiscono la personalità individuale può indubbiamente essere vista a rischio di conflittualità intrapsichica: ma anche come ricchezza di risorse e possibilità progettuali, condizioni di una coerenza dinamica, stimolante anche se faticosa, dato che è da conquistare costantemente.

La caduta dell’indice di natalità nel nostro Paese, per esempio, ha una delle sue cause nel sempre maggior peso delle donne in fatto di scolarità e impegno lavorativo. Solo che il Sé sociale delle donne ha preso meccanicamente il posto di quello materno (almeno fin dopo i 30 anni), senza che ci si impegnasse sul piano politico e sociale a trovare soluzioni senz’altro meno coerenti ma più operative e dinamiche, capaci di permettere alle donne di conciliare Sé lavorativo e Sé materno, così da poter generare al meglio delle loro potenzialità riproduttive: quindi prima, ma senza sacrificare lavoro e carriera.

Ma ritorniamo alla vicenda del parto-nascita, che anch’essa può essere letta come crisi dei ruoli: ruolo maschile e femminile lasciano spazio a quello di madre e di padre; perdita tuttavia più accettabile se la si può ricondurre a una marginalizzazione temporanea di questa parte di sé, da recuperare quando la fusione madre-bambino deve lasciare spazio ad altre più evolute modalità relazionali, capaci di accompagnare meglio il cucciolo, non più soltanto o soprattutto bisognoso, verso lo sviluppo delle capacità relazionali e pratiche.

Anche questo cambiamento comporta una crisi. La madre deve rinunciare all’onnipotenza materna (lei ha tutte le cose buone, il bambino solo la cacca e quindi non può fare a meno di lei e non la abbandonerà mai); il bambino, alla contrattualità altrettanto onnipotente fondata sulla sua bisognosità che gli assicura privilegi e precedenze impensabili per un bambino rappresentato come ormai capace. Pure in questo caso, si veda come la consapevolezza dell’avvicendarsi dei ruoli e dei Sé che li sostengono comporti meno ansie e più governo del cambiamento.

La differenza di genere

Vi è un aspetto tuttavia da sottolineare perché tende a presentarsi costantemente nelle vicende umane ed è la vischiosità che spesso accompagna le decisioni prese in un determinato contesto, che, a contesto del tutto modificato, permangono come le uniche giuste e praticabili. Forse è proprio questa vischiosità a rendere più dolorosi del dovuto i costi della crisi e dei cambiamenti. Franco Fornari sosteneva che la specie umana è masochista, perché, abituata a sacrificarsi per la sopravvivenza dei propri figli deboli, tende a scambiare per figli da difendere tutto ciò che è marcato dalla debolezza e dal bisogno, chiamando in scena la sacrificalità del codice materno, che comporta, non dimentichiamolo mai, la messa ai margini del principio di realtà. Questo accade per le ideologie, ma anche quando in famiglia non ci si accorge della crescita dei figli e si continua a rappresentarseli piccoli e incapaci.

Le culture tradizionali avevano capito molto bene che per salvaguardare la crescita delle giovani generazioni era necessario proprio combattere la vischiosità in relazione alla situazione più a rischio, quella del giovane maschio adolescente, per cui prescriveva rigidi e spesso assai dolorosi rituali di iniziazione, finalizzati a sancire la fine dell’infanzia e l’approdo irreversibile al mondo adulto. Tra l’altro in queste popolazioni, poco numerose e insediate solitamente in un territorio limitato, era indispensabile scandire il cambiamento per promuovere la crescita e alimentare la socialità, un po’ ai margini nell’infanzia dei bambini, di solito vissuta con l’uso illimitato della disponibilità materna, a stretto contatto col suo corpo protettivo, morbido e caldo.

Nella nostra società sono assai deboli i dispositivi culturali finalizzati a presidiare la nascita sociale, che riguarda sia i maschi sia le femmine, perché anche per queste ultime, come si è detto, è previsto che debuttino nel sociale, non solo proponendosi nei termini del Sé femminile e seduttivo, ma anche di quello prestativo e in competizione, proprio come per i maschi. Va premesso che l’appartenenza di genere modella lo svolgimento dei compiti evolutivi, rendendo più drammatica e difficile la nascita sociale dei maschi rispetto a quella delle femmine, che, grazie ai talenti relazionali che le distinguono, gestiscono in modo meno conflittuale la separazione dalla famiglia e le relazioni con le istituzioni, per esempio la scuola, dove dispersione e ritardi sono problemi soprattutto maschili. Tuttavia in area metropolitana, spia del costante maggiore spazio assegnato anche nelle femmine alle parti maschili del Sé, è la comparsa tra le ragazze di comportamenti devianti che ricalcano gli agiti maschili.

Anche per questo, la famiglia di oggi spesso è in affanno nell’affrontare la nascita sociale dei figli, maschi e femmine. I protagonisti sono gli stessi della prima nascita, ma sono differenti le dinamiche. Nell’infanzia i genitori sono onnipotenti per i loro figli. Nella preadolescenza questa rappresentazione comincia a modificarsi, perché i ragazzi, più capaci e meno dipendenti, sono in grado di cogliere con sempre maggiore acutezza i limiti di chi ha autorità su di loro. Insomma, che i genitori perdono le loro qualità soprannaturali e diventano sempre più persone reali.

Ridare spazio all’eros

L’avere a che fare con persone in carne e ossa, con qualità e difetti, non piace però né ai figli, né ai genitori; gli uni perché non sono più principini e gli altri perché si trovano a essere sovrani spodestati: più democraticamente, genitori in cassa integrazione, col nido vuoto e nessuno da accudire. Si comprende perché allora, per taluni adolescenti, la difficoltà a rinunciare ai privilegi dell’infanzia prolungata, dorata e felice, che i genitori di oggi pensano loro dovere assicurare ai figli. Ma anche i loro genitori continuano sovente a rappresentarsi l’adolescente alto magari un metro e novanta, con baffi e barba incipienti, come un bravo bambino che però a scuola non riesce a impegnarsi, perché non lo capiscono, né gli insegnanti né i compagni. Spesso si tratta di genitori appiattiti sul ruolo parentale, che si sono scordati di essere una coppia.

A far confusione forse contribuisce una certa – credo benvenuta per altri versi – liberalizzazione della sessualità, che la fa però diventare marginale nel matrimonio, oggi spesso deciso proprio allo scopo di mettere su famiglia, e intraprendere la carriera di genitore affettuoso e a tempo pieno, più che per scoprire e affrontare il rapporto di coppia, per godersi sfide e sfaccettature della dipendenza matura.

L’eros dei genitori, sacrificato all’onnipotenza materna quando il bambino è molto piccolo, deve ritrovare spazio e valore nel rapporto di coppia. Soltanto così, tra l’altro, si rassicurerebbero i figli, impegnati a separarsi, a crescere, e a investire in loro nuove relazioni, proponendo un modello adulto non nostalgico dell’adolescenza perduta, "sfigato" e perdente, ma capace di affrontare le difficoltà, usare con giudizio le risorse interne ed esterne disponibili per governare la situazione rendendo la crisi un’occasione di crescita consapevole per tutta la famiglia: verso nuove rappresentazioni, più coerenti e nitide, dei Sé individuali e familiari, funzionali alla sopravvivenza.

Corinna Cristiani

  

BIBLIOGRAFIA

Cristiani C., La conquista del Sé. Attaccamento e separazione nel ciclo di vita, Unicopli, Milano 1992.

Id., Vita da padri, Mondadori, Milano 2000.

Fornari F., Il codice vivente, Boringhieri, Torino 1981.

Pietropolli Charmet G., Adolescente e psicologo, Franco Angeli, Milano 1999.

Rosci E. (a cura di), 16 anni più o meno, Franco Angeli, Milano 2000.

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