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LA RICONCILIAZIONE NECESSARIA

Scoprire le vie della pace

di Fulvio Scaparro
(psicoterapeuta, fondatore del GeA, "Genitori Ancora")
            

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2000 - Home Page Perdonare non significa rinunciare ai propri diritti. Né ricominciare come se nulla fosse. Ma ricreare un ambiente di continuità e di benessere per garantire la crescita del bambino.

Frugando tra i ricordi d’infanzia ho rintracciato una mia antica diffidenza per il termine "perdono" mentre ancora oggi rievoco con piacere la dolcezza di un’espressione come: «su, facciamo la pace» con la quale si scioglievano talvolta le tensioni tra mio padre e mia madre e più spesso tra loro e i figli, tra noi fratelli, tra me e i miei amici. Avrei voluto abbracciare mia madre quando, dopo avermi tenuto il broncio per qualche guaio che avevo combinato, mi si avvicinava, sorrideva e mi diceva un rassicurante: «facciamo la pace».

Allora non conoscevo la parola "riconciliazione" che ho imparato ad apprezzare nel corso degli anni, soprattutto da quando, sono trascorsi ormai più di vent’anni, mi occupo di conflitti familiari, di mediazioni, di separazioni e divorzi. Riuscire a convivere tra diversi, ad accettare i conflitti, le differenze e perfino la separazione senza farsi la guerra è un obiettivo tanto difficile da raggiungere quanto degno d’essere perseguito.

A questo pensavo un anno fa ascoltando Gertrud Stickler, insegnante nella pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione "Auxilium", spiegare che il termine tedesco per "riconciliazione" è Versöhnung , cioè "ridiventare figlio". La Stickler trattava da par suo il tema dei bambini che hanno sofferto dell’assenza di cure materne e paterne e sosteneva che è una grande fortuna per un bambino avere incontrato un genitore adottivo, un terapeuta o altre persone «capaci di tanta devozione da realizzare atteggiamenti veramente materni e paterni che possano lenire e risanare le sue ferite; perché egli possa costruire in se stesso quelle forze psicologiche che operano gradatamente la riconciliazione con sé e con gli altri. E casi particolarmente fortunati, come ho potuto vedere qualche volta, hanno, col tempo, sviluppato tanta forza psichica e spirituale da riuscire non solo a perdonare ai propri genitori, ma a comprenderli e aiutarli» (1).

Diceva lo scrittore Daniel Pennac in un’intervista del 1998: «Che cos’è la maturità? La maturità è il perdono, è perdonare ai nostri genitori di non essere delle meraviglie..., ma è anche perdonare a noi stessi di esserci sbagliati in questo senso. E se non si arriva a questo stato di perdono, si resta adolescenti a vita».

Ecco, la parola "perdono" rinfocola la mia diffidenza. Si arriva a dire che chi non perdona i propri genitori è un immaturo, un "adolescente a vita". Sarà, ma provo una certa irritazione per questo abuso di "perdoni", elargiti o richiesti, che negli ultimi anni si è diffuso soprattutto nel nostro Paese. In un articolo apparso un paio d’anni fa su Repubblica, Giancarlo Lunati, appoggiandosi a Goethe, presentava un’interessante polarità: da una parte il "perdonismo", la tendenza molto diffusa a «perdonare tutto a tutti e mettere al bando qualsiasi forma di intransigenza..., quella palude melmosa in cui tutto affonda e nulla affiora...», dall’altra l’intransigenza giacobina e giustizialista e, aggiungo io, il fanatismo, l’integralismo, la "tolleranza zero". «I limiti della tolleranza – sostiene Lunati – stanno nella sua naturale tendenza a dilatarsi fino ad accettare tutto il male del mondo, senza più intervenire per frenarlo, perché, come si dice, il male ci sarà sempre ed è da sciocchi pensare a una società in cui ci siano solo il bene, la giustizia, l’onestà. Questo dice il buon senso. Ma sosteneva Goethe che la tolleranza è accettabile se è transitoria, perché altrimenti può essere offensiva, come lo è quel modo di vivere rassegnato che non distingue più tra le persone perbene e quelle permale».

A parte il fatto che spesso si chiede il perdono per il passato mantenendo la massima intolleranza e spietatezza nel presente, torna alla mente quella che Jung chiamava «la legge fondamentale della psicologia», l’enantiodromia, la corsa nell’opposto. Semplificando al massimo il suo pensiero, questa "legge" consiste nel fenomeno quasi universale di "ribaltamento", "conversione nell’opposto", che fa seguito alla tendenza a sostenere una posizione in forma esasperata, unilaterale, negando ogni validità alla posizione opposta, fino addirittura a reprimerla, nell’illusione che ciò che è represso non esista più. Invece esiste, ed è probabile che riemerga in forma altrettanto unilaterale con la "vittoria" della posizione opposta e la repressione di quella precedentemente adottata. In altri termini, ad esempio, l’eccesso di tolleranza può far nascere un eccesso di intransigenza e viceversa.

Noi dovremmo usare con maggiore pudore la parola "perdono" perché presuppone una rara, faticosa e dolorosa scelta individuale. Né dovremmo considerare "perdono" un sinonimo di "riconciliazione". Non ritengo che la strada impervia della riconciliazione debba necessariamente passare attraverso il perdono. Il perdono me lo può concedere solo Dio. Noi esseri umani possiamo sforzarci di perdonare – e taluni ci riescono –, ma meglio sarebbe se concentrassimo le nostre energie nell’applicare il "comandamento nuovo" che ci ha dato Gesù: «Amatevi l’un l’altro...» (Gv 13,34-35).

E questo amore reciproco si manifesta attraverso la ricerca ostinata della riconciliazione, che non è accettazione dell’inaccettabile, ma riconoscimento della comune fratellanza anche nelle nostre debolezze e lungimiranza, cioè capacità di prevedere futuri scenari diversi al di là dell’inimicizia attuale.

Ci sono tanti rischi nell’abuso della parola perdono, rischi che ho trovato ben riassunti in un testo del belga cardinale Godfried Danneels (2). "Perdonare" non è sinonimo di "dimenticare". Se si dimentica non resta più nulla da perdonare. Perdonare non significa nemmeno rifiutarsi di riconoscere l’errore, negarlo. Non si guarisce da una malattia cancellandone il nome dal dizionario. Perdonare non deve portare a collocarsi fuori dalla verità. C’è chi spinge a praticare l’amore fraterno fino alla rinuncia di ogni esigenza. Il trionfo della carità annullerebbe l’offesa. Ma non è in questo modo che si ristabilisce la verità. Occorre rispettare le emozioni che inquietano i nostri cuori. Semmai c’è da chiedersi come mettere ordine nelle nostre emozioni.

Si immagina talvolta che il perdono sia un puro atto di volontà, un fare appello a tutta l’energia per esclamare finalmente: «Io ti perdono». Non è così semplice. Il perdono è un atto complesso che non scaturisce soltanto dalla volontà ma anche dal pensiero, dai sentimenti, dalle emozioni, dalle passioni, dalla memoria e dall’immaginazione e, per chi la ha, anche dalla fede. Non è un prodotto ma un frutto che nasce, cresce e giunge a maturazione secondo un processo lungo che richiede tempo. Per questo il perdono non può essere imposto come un ordine. Possiamo essere invitati a perdonare ma resta, in ogni vero perdono, qualcosa di spontaneo e di gratuito.

Perdonare non significa nemmeno ricominciare come se nulla fosse avvenuto, cancellare ciò che è stato fatto. Non c’è detergente che tolga questo genere di macchie. Perché ogni reale o presunta malefatta lascia nella storia una traccia indelebile. Se il vaso è rotto, si ha un bel darsi da fare per incollare insieme tutti i pezzi, ma le fratture resteranno visibili. Perdonare non significa ristabilire la relazione del passato, ma trovare le ragioni di una riconciliazione su basi nuove. (Parlando di "malefatte" ci riferiamo a fatti gravi e dunque è inconcepibile l’abuso del termine "perdono" in famiglia, quando si ha a che fare con le marachelle dei bambini).

Perdonare non vuol dire rinunciare ai propri diritti. L’ingiustizia dev’essere corretta in ogni modo possibile. Talvolta può sembrare che chi rinuncia ai propri diritti pratichi la forma più alta di perdono. Non è invece debolezza e falsa tolleranza?

Perdonare non vuol dire scusare, perché questo porterebbe a minimizzare la colpa, a non rispettare il colpevole. Certo, dietro ogni atto reprensibile possono celarsi motivi degni di essere presi in considerazione, la giovane età, l’ambiente di vita, l’accumularsi di infelicità... ma è anche vero che, spinta fino all’estremo, la tendenza a scusare tutto porta a un paradosso. Cercando di aiutare chi si è reso responsabile di una malefatta lo si considera incapace di fare del male. Per "bontà d’animo" lo si spoglia dei suoi beni più preziosi: la sua libertà e la sua responsabilità (3). Talvolta il perdono degenera in un’insopportabile esibizione di superiorità da parte di chi si sente magnanimo nel momento stesso in cui concede il suo perdono. Questa forma di perdono umilia il colpevole schiacciandolo sotto la dimostrazione di un farisaico modello di virtù. Il perdono deve restare un atto di umiltà.

Ora capisco meglio perché non sopportavo d’essere perdonato da bambino per qualche piccola marachella che avevo commesso e soprattutto perché mi riempiva il cuore di gioia la quiete dopo le tempeste familiari. Ammiravo chi aveva la capacità e la forza di tendere per primo la mano, mediare, tentare le vie della riconciliazione. Sarà anche per questo che più avanti negli anni mi sono impegnato per diffondere in Italia la pratica della mediazione nelle famiglie spezzate da gravi conflitti interni.

La mediazione non si riduce a gestione dei conflitti; essa è anche un modo di pensare all’azione sociale per rigenerare il tessuto che lega fra loro i cittadini. Parte da tale idea il volume "Prospettive di mediazione" (EGA, Gruppo Abele, lire 22.000), dove compare pure un saggio di Scaparro. Copertina de: Prospettive di mediazione.

Al riparo da pressioni

È proprio nelle condizioni di crisi del bambino e della sua famiglia che occorre prestare particolare attenzione all’ambiente familiare. Se si vuole che il bambino si adatti attivamente all’ambiente occorre che, fin dall’inizio della vita, l’ambiente familiare innanzi tutto e successivamente gli altri ambienti con i quali entra in contatto gli vadano incontro. È questo il compito che attende i genitori e più in generale gli ambienti nei quali il bambino si troverà a vivere: mettere il piccolo al riparo da variazioni e pressioni ambientali troppo violente che i bambini non sono in condizione di tollerare da soli.

Il pediatra Donald Winnicott amava le affermazioni paradossali. Tra queste ricordo: «il bambino non esiste», nel senso che non si dà un bambino, né alcun essere umano, se non in relazione con altri esseri umani e con un ambiente. L’ambiente, è noto, è l’insieme delle condizioni chimico-fisiche, biologiche e sociali a cui è soggetto un individuo. "Ambiente", per Winnicott, significa all’inizio "madre", ma quest’ultima può meglio adempiere alle sue funzioni se è amata, o almeno sostenuta dal padre che, in condizioni normali, da funzioni di sostegno della diade madre-bambino, assumerà gradualmente un ruolo di primo piano a fianco della madre.

L’ambiente "madre" e quello "madre-padre" introdurranno il bambino, nel corso dello sviluppo, a nuovi ambienti, dalla famiglia nucleare a quella allargata, dalla scuola al gruppo dei pari e via via fino al lavoro e alla costituzione di un nuovo nucleo familiare. Questa ideale moltiplicazione non traumatica di ambienti può essere ostacolata dall’emergenza, dall’imprevisto, dalla crisi delle relazioni domestiche, dal clima di conflittualità esasperata, da problemi vari.

Se si vuole evitare che i problemi si aggravino occorre, per quanto possibile, evitare che sia minacciato il senso di continuità dell’esistenza nei bambini, togliendo loro vitalità e difese. Tutti noi conosciamo bene quanto sia grave questa minaccia: lo abbiamo sperimentato in prima persona o lo abbiamo constatato nella nostra attività professionale, come medici e volontari negli ospedali, oppure, com’è il mio caso, come psicologi che si occupano della salvaguardia dei bambini nelle emergenze, siano essi disastri naturali o guerre, comprese quelle domestiche.

Se l’ambiente di vita del bambino non è in grado di tutelare né la sua sopravvivenza fisica né la sua vitalità e fertilità psicologica, ogni sforzo va fatto innanzi tutto per intervenire su quell’ambiente per attivarne le eventuali risorse, affinché il bambino possa continuare a vivere dove sono le sue relazioni più importanti.

Quando, però, si rende necessario il distacco da un ambiente, in particolare dalla casa e dalla famiglia di origine, occorre prestare grande attenzione ad accogliere bene il bambino: una buona accoglienza è già un efficace inizio di cura e un buon ambiente mette chi soffre nelle migliori condizioni per reagire positivamente. Ma per quello che ho appena detto, occorre evitare al bambino separazioni e distacchi gratuiti – cioè, non assolutamente necessari – dalle persone a lui care, separazioni che lo privano di relazioni irrinunciabili per il suo benessere.

Per i bambini – ma non solo per loro – un ambiente "sufficientemente buono", una volta assicurato il soddisfacimento dei bisogni legati alla sopravvivenza fisica, deve tener conto del fatto che gli esseri umani sono relazionali per concezione. Per realizzare la propria "concezione relazionale", un ambiente sufficientemente buono prevede: disponibilità adulta, contenimento, stimolazione cognitiva e affettiva, continuità, gratuità degli affetti, presenza non intrusiva degli adulti, attendibilità e coerenza degli adulti, promozione realistica delle capacità, flessibilità degli interventi adulti, tempo e opportunità di interiorizzare comportamenti positivi, empatia, ascolto (impensabile senza empatia e senza memoria della propria infanzia e adolescenza), rispetto (non mi riferisco soltanto alle accezioni più comuni, ai sentimenti di stima o di considerazione né alla buona educazione o significati simili. L’accezione che ho in mente è soprattutto quella che troverete in qualunque dizionario nell’espressione "zona di rispetto": «area nella quale non è permesso costruire o nella quale la costruzione sia sottoposta a vincoli ben precisi». Dunque la giusta distanza di convivenza. Questa è l’accezione di "rispetto" che preferisco perché si riferisce a un obiettivo importante: mantenere una relazione tra diversi senza reciproche invasioni).

Mi rendo conto che queste caratteristiche di un "ambiente sufficientemente buono" sono difficilmente reperibili assieme in qualunque ambiente familiare. Quello che si raccomanda è la conoscenza di ciò che è utile e positivo per il bambino, prima di tutto il diritto alla continuità dell’esistenza e dunque a non essere esposto a separazioni traumatiche dai propri genitori e dal suo ambiente di origine se non per gravissimi motivi. Occorre dunque prestare la massima attenzione affinché, per ignoranza, indifferenza, pigrizia, esigenze burocratiche o semplicemente comodità degli adulti, non si faccia tutto il possibile per conservare o ricostruire un ambiente di vita idoneo ai bambini, in cui cioè vi sia per loro una realistica possibilità di adattamento, salvando legami essenziali per il loro benessere. Un ambiente pacifico, dove per "pacifico" non si intende "privo di tensioni e conflitti", ma invece un luogo dove si imparano le regole della convivenza tra diversi, la ricerca del dialogo e del rispetto delle differenze, la difficile arte di non trasformare i conflitti in guerra né il confronto in opposizione di muro contro muro.

Se accettare la precarietà dell’esistenza è compito ostico per noi adulti, risulta addirittura impossibile per un bambino che conta sulla solidità e permanenza dei legami fondamentali non solo con le figure di riferimento ma con tutto il suo ambiente, ivi compresi esseri viventi, animali e oggetti – per noi adulti – inanimati. Per questo, se mi si passa l’uso di un linguaggio adulto per esprimere il pensiero infantile, si può dire che i piccoli esseri umani, necessitando di molti anni per diventare autonomi e indipendenti, "si aspettino" di sopravvivere grazie all’intervento adulto, ma anche di vivere e sviluppare il loro potenziale grazie a un sostegno affettivo e psicologico da parte di figure di riferimento stabili e attendibili, di solito i genitori, in ogni caso esseri umani capaci di affezionarsi, di "aver cura" a lungo, di trovare piacere più nel dare che nel ricevere.

Implicito nell’"aver cura" è il desiderio più o meno consapevole di conservare, migliorare, accrescere, mantenere vivo e fertile, coltivare dunque, ciò che abbiamo ricevuto e costruito e che intendiamo trasmettere a chi ci seguirà. "Aver cura", "mantenere", "coltivare" significa anche promuovere autonomia e indipendenza, dunque sapersi ritirare nell’ombra quando l’oggetto di amore sembra non aver più bisogno di noi. È apertura sul futuro e dunque è impensabile per chi non è capace di immaginare un proprio futuro, rinnega o rimuove il passato, vive calato nel presente, non coglie l’immensa ricchezza che può derivargli dalla cura dell’oggetto d’amore.

Meglio la protesta dell’indifferenza

Platone, nel dialogo intitolato Ippia maggiore, svolgendo il tema della bellezza e tentando di raggiungere la definizione del «bello in sé, di quello che, a qualsiasi cosa si accompagni, la rende bella, sia essa una pietra, un legno, un uomo, un dio, un’azione o una scienza qualunque», fa dire a Socrate a mo’ di conclusione queste parole: «Credo d’aver imparato cosa voglia dire il proverbio: le cose belle sono difficili». Ma già in Esiodo c’era una riflessione simile: «Ciò che è ordinario puoi procurartelo a mucchi, senza fatica, piana è la via e vicino il confortevole asilo; ma davanti alla vetta gli dèi immortali posero il sudore, ché lungo ed erto sale ad essa il deserto sentiero». Millenni dopo, ritroviamo quelle parole in Jung: «Tutto ciò che ha valore è costoso, esige molto tempo e richiede molta pazienza», che echeggia l’evangelista Luca (21,19): «In patientia vestra possidebitis animas vestras». "Pazienza", "lungimiranza", "tempo", "fatica" sono termini sempre meno usati in famiglia ed è per questo, forse, che ci si riconcilia poco e si perdona troppo. Ma i bambini e i ragazzi hanno bisogno di pace e la pace è molto più difficile da raggiungere e da mantenere della guerra: a distruggere ci vuol niente, per costruire occorrono le migliori qualità e capacità.

Sappiamo che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio implica che qualcuno ci interessa, che è un nostro nemico e in quanto tale esiste. L’indifferenza implica la non visibilità dell’altro e questa è una cosa ben diversa. L’aggressività dei ragazzi è una protesta inaccettabile nella forma, ma comprensibile nella sostanza, contro la mancanza di interesse e soprattutto contro l’indifferenza nei loro confronti che si manifesta, sottolineo, anche nel passare sotto silenzio le loro trasgressioni. Non facciamo del bene ai ragazzi quando passiamo sopra ai loro comportamenti che non ci piacciono, perché questo vuol dire: «non ci sei».

Una risposta adulta a questi comportamenti dei ragazzi quindi non dovrebbe essere di tipo giustificativo o riparatorio o fondata sul senso di colpa per mancanze reali o presunte nostre o della cosiddetta società, né di tipo soltanto repressivo-punitivo o emarginante fondata sulla proiezione attraverso cui scaricare su di loro ogni contenuto negativo. Soprattutto, ripeto, non dev’essere indifferenza. Ognuna di queste risposte ha il difetto radicale di non riconoscere il ragazzo come individuo, come responsabile delle proprie azioni, ma anche come vittima di una cultura in cui noi adulti abbiamo pesanti responsabilità. Quando ci scandalizziamo per l’indifferenza o l’aggressività dei ragazzi, sarà bene ricordare accanto a quali adulti crescono e in quale ambiente. È disperante esigere dai giovani il senso di responsabilità, quando è così raro vedere in noi stessi e in chi ci rappresenta quello che un tempo era chiamato "senso dello stato", cioè la capacità di agire al di là dei nostri interessi personali, immaginando e lavorando per il benessere di una comunità che esisterà quando noi non ci saremo più. Con quale coraggio facciamo delle prediche quando poi in realtà molte volte ci accontentiamo che avvengano cose inaccettabili, e stiamo zitti per quieto vivere.

In linea di massima ritengo che la società adulta abbia l’adolescenza che si merita, ma non è consigliabile arrendersi sulla base di affermazioni generiche. In tutti i bambini, in gran parte degli adolescenti e in molti di noi la pace e il rispetto, l’onestà, la generosità, l’impegno, l’utopia costituiscono spinte e motivazioni tanto forti da indurci a non disperare per il futuro. Ma qualcosa deve cambiare, innanzi tutto negli adulti.

L’adulto dovrebbe essere disponibile senza attendersi che l’adolescente faccia altrettanto: disponibilità vuol dire presenza non intrusiva; vuol dire essere pronti a dare, consigliare, accogliere, raccontare le proprie esperienze, i propri sogni; dare buoni esempi, dire "no", ma anche sostenere, incoraggiare, quando occorre, evitando di sostituirsi al giovane e di rafforzarne la dipendenza, gettando così le basi di future dipendenze, interrompendo il piagnucolio di coloro che si lamentano per ciò che non hanno avuto: l’autocommiserazione non è una via di liberazione.

Meglio che il ragazzo protesti e se la prenda con qualcuno, piuttosto che pianga e si lamenti, abbassandosi all’accattonaggio degli affetti per sopravvivere. Noi dobbiamo fare in modo che questa sorta di accattonaggio non si diffonda, anche se spesso l’esempio arriva dagli stessi adulti, lamentosi, rancorosi, perennemente in credito con il mondo.

Disponibilità da parte di un adulto, di un insegnante o di un genitore, significa dare un tranquillo esempio di maturazione, quale può dare soltanto chi ha vissuto tanti distacchi e tante unioni, ma non ha perduto la voglia di vivere. Non è questione di perdono, ma di riconciliazione con noi stessi e con gli altri per poterci anche riconciliare con la vita. Tutto questo servirebbe a creare le condizioni perché in un ambiente fertile crescano ragazzi fertili.

La mediazione familiare

È da uno scenario come quello descritto che emerge la necessità di mediazione e di mediatori in famiglia e fuori. L’esigenza di mediazione e mediatori l’avverto ogni giorno di più a livello locale, nazionale e internazionale. È disperante osservare quanto sia raro trovare, ad esempio, un amministratore pubblico che, una volta eletto, sia capace di prendere la distanza dalla parte politica di origine e senta le responsabilità di tutelare il benessere e l’interesse non già di una parte dei suoi amministrati ma di tutti. La mediazione, potente strumento per mantenere giovane la democrazia, non è nelle loro corde, come del resto non lo è, forse, la democrazia stessa. Quando sentono la parola "mediazione" la assimilano immediatamente allo squallido compromesso, alla smobilitazione, alla debolezza. Ma un vero mediatore, sostiene Jean-Paul Six, è colui che vigila affinché gli antagonisti non si rivolgano a lui troppo facilmente, e che anzi li spinge continuamente a impegnarsi in prima persona, ad "agire" la loro libertà: è agli antagonisti, in fin dei conti, che spetta l’obiettivo di creare tra loro un legame nuovo e il mediatore non è che un catalizzatore momentaneo, ma necessario.

C’è necessità di mediatori che aiutino le parti a negoziare, a comporre le dispute cercando in ogni modo di evitare disastrosi scontri frontali che, se "risolvono" i problemi nell’immediato, ne creano altri, e più gravi, nel medio e lungo termine. I mediatori fanno di tutto perché le parti non si perdano di vista e negozino alla ricerca di soluzioni eque, dunque non umilianti per alcuno. Un buon negoziato non prevede un vincente e un perdente, ma due vincenti.

Certo, non tutto è mediabile e certe situazioni di violenza e umiliazioni non sono negoziabili, ma non ci si deve stancare di cercare alternative pacifiche alle dispute. Diceva John F. Kennedy: «Non si deve negoziare per paura, ma non si deve mai aver paura di negoziare».

È bene che bambini e giovani crescano in un clima diverso da quello attuale, caratterizzato da intolleranza e dalla ricerca di soluzioni di forza. Occorre che gli adulti, prima che i ragazzi, tornino a provare orrore nei fatti, non a parole, per ogni forma di umiliazione e di violenza, e a considerare la guerra, ogni guerra, da quella familiare a quella tra interi popoli, come il fallimento della ragione e della fantasia. In guerra non ci sono sogni, ma scontri frontali, prove di forza, annientamento del nemico.

In un clima privo di sogni, ideali, progetti, utopie, il contatto sarà duro e diretto, non mediato, non giocato, come è ben esemplificato da crimini come lo stupro. Dove non c’è sogno resta solo l’esigenza dell’immediata soddisfazione di un impulso. La seduzione e il corteggiamento possono essere opera solo di sognatori.

Compito dei genitori, dei maestri, degli amministratori è dimostrare con l’esempio come ridurre i pericoli insiti nell’acuire i contrasti, nel gettare benzina sul fuoco delle dispute, nel creare spazi di mediazione, nel salvaguardare i diritti e i doveri di ciascuno, immaginando una città dove far convivere le diversità.

Mediare non significa scendere a compromessi né accettare l’inaccettabile. Mediare vuol dire aiutare le parti in conflitto a trovare una buona ragione per continuare a negoziare, a guardare più lontano di un eventuale vittoria immediata, a trovare le ragioni per riconciliarsi senza dimenticare e senza rinunciare ai propri diritti, a ricostruire là dove c’erano solo macerie. Nell’esperienza umana, coloro che avevano questa abilità di mediazione erano considerati utili alla famiglia e alla comunità, saggi e degni di rispetto. E oggi?

Fulvio Scaparro

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