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DA TAIZÉ ALLA BANCA ETICA

I luoghi della riconciliazione

di Luigi Ghia
(sociologo)
            

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2000 - Home Page Padri, madri, figli. Singoli, coppie e famiglie ricercano posti dove sostare per rinfrancare lo spirito. E per scoprire le fonti della fiducia, fare sintesi della coniugalità psicologica, etica e teologica. In una sorta di pellegrinaggio dell’amore.

Nel romanzo The Optimist’s Daughter (La figlia dell’ottimista) di Eudora Welty (New York, 1969) viene magistralmente tratteggiata la dinamica di una riconciliazione familiare.

La protagonista del romanzo, una professionista americana il cui ruolo di figlia viene messo in evidenza dal titolo stesso del libro, in un certo periodo della sua vita si prende cura del padre che deve subire un rischioso intervento chirurgico. La madre era già precedentemente defunta. La morte dell’uomo, sopravvenuta durante la convalescenza post-operatoria in ospedale, fa emergere nella mente della figlia oscuri ricordi, risentimenti, disappunto, paura, collera, insomma tutta una serie di emozioni e di ferite psicologiche aggravate dalla presenza della seconda moglie del padre e dall’acuta consapevolezza del tradimento che in vita la madre aveva dovuto subire.

Il fragile mondo interiore della donna viene violentemente scosso da questa eccessiva irruzione nella memoria di avvenimenti e di fantasie: e la memoria diventa "sonnambula", capace cioè di tornare ossessivamente alle proprie ferite nonostante i vari processi di rimozione cui viene sottoposta.

La conclusione a lieto fine del romanzo, la riconciliazione della donna con se stessa dopo essersi così a lungo soffermata sul dolore del passato, e la conseguente riconciliazione, per quanto postuma, con le figure parentali che avevano generato quella perdita di serenità interiore indispensabile al vivere quotidiano, non deve oscurare la difficoltà del cammino della protagonista per il recupero di una dimensione riconciliata dell’esistenza, ben al di là della semplice volontà di dimenticare, o dell’impegno etico derivante dalla condizione di figlia.

Il processo di riconciliazione si era rivelato – come d’altronde è sempre nella realtà – assai complesso, coinvolgendo tutte le dimensioni, psicologiche, etiche, affettive, religiose dell’essere. Ora, però, finalmente «la memoria viveva non in un possesso iniziale, ma nelle mani libere, perdonate e liberate, e nel cuore che può svuotarsi e riempirsi di nuovo, nei modelli restaurati dei sogni» (1).

All’ingresso della chiesa della riconciliazione, a Taizé, si stenta oggi a trovare l’iscrizione, posta fin dall’inizio della costruzione: «Voi che siete qui, riconciliatevi e scoprite nel Vangelo lo spirito delle Beatitudini: la gioia, la semplicità, la misericordia. Se la fiducia del cuore fosse all’inizio di tutto... E ogni giorno un oggi di Dio». Ormai sono sei i settori dell’ampliamento e due i tendoni adiacenti dove, in particolare durante i mesi estivi, trovano incredibilmente posto seimila cinquecento-settemila persone, soprattutto giovani.

Qui sulla collina, tra i pascoli della Borgogna francese, nell’agosto del 1940, quando infuria in Europa la seconda guerra mondiale e dunque nel cuore della disperazione umana, frère Roger si stabilisce, all’inizio da solo, sognando di formare una comunità di uomini per realizzare una parabola di comunione. Dopo due anni, mentre raccoglie in casa sua profughi soprattutto ebrei provenienti dalla Francia occupata dai nazisti, i primi fratelli lo raggiungono. Monaci cattolici, cristiani delle varie confessioni riformate, e successivamente ortodossi si trovano così a formare una comunità ecumenica (oggi sono un centinaio di componenti) che si riconosce nel celibato volontario, nella povertà (tutti lavorano) e nella scelta di un "servo della comunione" che eserciti il ministero dell’unità: una comunità internazionale, con fratelli che provengono da oltre venti Paesi del mondo, alcuni dei quali vivono in piccole fraternità tra i più poveri in Asia, Africa, America del Sud e del Nord.

Dal 1966, in un villaggio vicino a Taizé, un gruppo di sorelle di una comunità cattolica affianca i frères nell’accoglienza. Ogni settimana, si alternano sulla collina gruppi di giovani provenienti da ogni parte del mondo, ma anche famiglie che, come i giovani, formano gruppi per tutta la settimana. In questo periodo si vive in modo molto semplice, sobrio, nei tendoni sparsi sulla collina o nelle ormai numerose baracche, e in luoghi di silenzio per chi vuole verificare la propria vita. Ogni mattina un frère introduce un testo biblico sul quale ci si confronta e si medita. La giornata è scandita dalla preghiera al mattino, a mezzogiorno, la sera, insieme ai fratelli. Questi, con frère Roger, dopo la preghiera serale si fermano anche fino a tardi per ascoltare chi vuole esprimere una difficoltà, un problema personale. Il sabato sera, si celebra la festa della luce. Nel buio vengono accese migliaia di candeline che inondano la chiesa.

Spesso, per recuperare la serenità interiore, si deve seguire un processo complesso che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere umano, comprese quelle affettive e religiose. Ma solo attraverso un simile cammino si conquista la libertà del cuore.

A Taizé non si parla di ecumenismo: lo si vive come un’utopia realizzata, poiché l’ecumenismo non è un incontro tra Chiese, ma tra uomini e donne che si riconoscono nella loro diversità. Ogni anno, tra Natale e Capodanno si svolge un incontro internazionale in una grande capitale europea o mondiale. Anche per questo incontro i giovani provengono da ogni parte del mondo. Nel 1998-1999 si è svolto a Milano. Quest’anno, dal 28 dicembre 2000 al 1° gennaio 2001, sarà a Barcellona. Preparato da una lettera di frère Roger (Stupore di una gioia), questo incontro approfondirà proprio il tema della riconciliazione. «L’anno 2000 – vi si legge – è un periodo indicato per realizzare concretamente il perdono e la riconciliazione, non solo tra cristiani, ma nelle diverse situazioni intorno a noi, come pure con i non credenti».

Va detto che Taizé ha sempre evitato di creare movimenti, tanto meno un movimento giovanile. Tornando a casa, ciascuno è invitato a continuare, con programmi e metodi diversi e adattati alla situazione concreta, una ricerca più consapevole della vita interiore che lo abita. Scrive ancora frère Roger: «Talvolta è come se il Cristo ci dicesse: conosco le tue prove e la tua povertà, tuttavia sei ricolmo. Colmato di che cosa? Dalle sorgenti vive di Dio nascoste nel più profondo di te stesso».

Taizé rappresenta il paradigma di ogni riconciliazione. Dalla collina si scende riconciliati, con se stessi, con il proprio presente e il proprio passato, con il coniuge e la famiglia, con la comunità ecclesiale di appartenenza, con la storia. Incominciamo dunque da questo piccolo villaggio romanico il nostro breve "Pellegrinaggio di fiducia", alla ricerca di altri luoghi di riconciliazione familiare, luoghi fisici, simbolici o antropologici, dove la coppia (e di riflesso tutta la famiglia) possa trovare un momento di sosta per scoprire in se stessa le fonti della fiducia e operare una sintesi fra le tre dimensioni della coniugalità – psicologica, etica e teologica, che sono a ben vedere le dimensioni stesse del perdono e della riconciliazione –, spesso vissute in modo inconsapevole, disarticolato o schizofrenico.

Le parabole della comunione

Dice François Varillon: «Gli esseri umani non possono vivere insieme se non si perdonano a vicenda di essere solo ciò che sono». Certo, di perdonarsi e di riconciliarsi soprattutto la coppia e la famiglia hanno bisogno tutti i giorni. Forse mai come in questo nostro tempo le relazioni si sono fatte complesse, difficili, conflittuali, banalizzate. Per questo, molte coppie e famiglie (non solo "credenti": e d’altronde chi può dirsi unicamente "credente" o unicamente "non credente"?) sentono profondamente il bisogno di ristrutturare la loro vita e riconciliare la loro relazione in un orizzonte di senso. Di qui la ricerca di occasioni che rappresentino un punto di riferimento per sostare e da lì ripartire, al di là della moda – ancorché sempre più diffusa – del "turismo mistico", e oltre il gusto dell’esotico e della grazia a buon mercato.

Proprio perché l’odierna antropologia sociale del perdono e della riconciliazione non coincide più con l’attuale prassi rituale del perdono sacramentale (tutta la dinamica dei "segni" dovrebbe oggi essere ripensata dalla Chiesa), i vari componenti la coppia e la famiglia ricorrono sempre meno al sacramento della riconciliazione, e tuttavia avvertono il bisogno di gesti e di luoghi di riconciliazione capaci di ricostruire all’interno della famiglia stessa e nei confronti di Dio e del prossimo quella «disgregazione simbolica (...) causata dall’incongruenza antropologica» (2).

Si avverte questa esigenza frequentando alcuni luoghi di riconciliazione come i vari Consultori familiari alla cui attività di counseling fanno ormai ricorso non solo singoli, ma anche coppie e talvolta intere famiglie, oppure gli organismi di formazione e ricerca come PRH (Personalità e Relazioni Umane), che utilizza un originale metodo di autoformazione e dove importanti sono le sessioni per coppie, nonché le associazioni e i movimenti – alcuni descritti nei box di questo articolo – come i Cpm (Centri di preparazione al matrimonio), le END (Équipes Notre-Dame), le FdB (Famiglie don Bosco), il Centro Giovani Coppie San Fedele di Milano (Famiglia Oggi, n. 8/9, 2000, pagg. 79-81), o il Coordinamento dei gruppi famiglia (ndr, per altre informazioni vedi anche le pagine 68-71 di questo numero), che vengono sempre più sollecitati dalle coppie di fidanzati o di sposi ad affrontare nei loro incontri o nelle pubblicazioni da essi promosse i temi "caldi" della comunicazione, del matrimonio, del conflitto di coppia, della riconciliazione e del perdono. Temi che rappresentano anche il "filo rosso" dei Campi scuola dei gruppi famiglia incentrati su tre momenti fondamentali per chi vuole vivere in una dimensione di fede un tempo di vacanza riconciliato: l’Eucaristia, l’annuncio della liberazione, la festa.

Per celebrare questi momenti occorre avere un cuore umile e povero. Ed è questo, in fondo, l’etimo della parola "misericordia", il cuore stesso della vita cristiana. Isacco il Siro (VII secolo d.C.) soleva dire che «la vita cristiana consiste nel metterci alla scuola della misericordia». E nel testo base dell’Assemblea ecumenica europea di Graz si dice: «La "scuola della misericordia"... opera efficacemente senza ricorrere a grandi parole là dove si appianano gli antagonismi con la benevolenza e l’amore. Proprio perché sappiamo quanto profondi siano i conflitti fra le generazioni e quanto diffusa sia fra loro la violenza, sottolineiamo la grande importanza dell’opera di riconciliazione tra i sessi e le generazioni» (A24) (3).

Va detto subito che, nonostante una diffusa tendenza omologatrice, perdono e riconciliazione non sono sinonimi. "Perdonare" deriva dal verbo latino "donare", che significa "dare", fare un dono. Il perdono è dunque un atto gratuito unilaterale, una disposizione dell’animo verso un’altra persona che ci ha offeso e nei confronti della quale, pur non dimenticando il ricordo dell’offesa (se dimentichiamo, come facciamo a perdonare?), rinunciamo al risentimento, al castigo, alla ritorsione. Il perdono è la massima espressione del dono, ma un dono di cui da soli non siamo capaci se non ci viene elargito da Dio. Il nostro perdono è sempre un’immagine pallida e sbiadita del suo. Solamente dopo aver recuperato intimamente la dimensione soteriologica, cioè di salvezza, del perdono, possiamo disporci a una pur difficile opera di riconciliazione reciproca, che è una dimensione "orizzontale" dell’esistenza e implica il ripristino di una relazione deteriorata o interrotta.

Si tratta di una scelta etica di eccezionale valore, basata su quella virtù che san Paolo indica col termine parresìa, e cioè coraggio, gusto e passione per la verità, franchezza reciproca, capacità di penetrare nell’intimo di noi stessi per acquisire la libertà dello spirito, coerenza nei rapporti con noi stessi e con gli altri. Ma anche sulla dolente consapevolezza delle offese di cui ogni giorno, proprio come coppia e come famiglia, siamo insieme vittime e responsabili, e dunque con l’attenzione psicologica a non rimuoverle e nel contempo a coglierne gli effetti sulle persone con cui viviamo. La depressione del partner o di una persona della nostra famiglia, i sempre più diffusi disturbi alimentari, le tossicodipendenze rappresentano il più delle volte la risposta psicosomatica non solo a una difficoltà di rapporto, a una mancanza di dialogo, ma proprio a una relazione e a un’esistenza non riconciliate.

Dov’è di casa la mitezza

Ci sono molti ambienti in cui una coppia o anche una famiglia possono trascorrere alcuni giorni in atteggiamento riconciliato con se stessi e con gli altri, in ascolto di quel silenzio che parla al cuore più di molte parole, alla ricerca di senso che è sempre un momento religioso dell’esistere. L’elenco sarebbe lungo, ma lo limitiamo, iniziando dall’Abbazia benedettina di Camaldoli, in Toscana, che non è solo un luogo di vita contemplativa, ma anche di impegno e di lavoro in profondità con e per gli altri.

Il monachesimo, come ricorda padre Benedetto Calati, che di Camaldoli è stato Priore generale, ha sempre maturato una teologia sapienziale di ampio respiro profetico, definita dal grande monaco del secolo X, Bruno di Querfurth, del triplex bonum, del triplice bene. Chi cerca Dio, nei mille modi in cui può esprimersi questa ricerca, gode almeno di tre vantaggi: il desiderabile coenobium, cioè la comunione, la comunità, che contiene in sé l’idea archetipa del fidanzamento con Dio, e dunque profezia e utopia per tutti gli sposi, come richiamato da Osea 2; c’è poi, per gli assetati di Dio, l’aurea solitudo, l’aurea solitudine, aurea perché in contrapposizione con quella plumbea di tanti singoli e di tante coppie, che proprio perché vivono situazioni di isolamento, di schiavitù, di prigionia non riescono a gustare il tempo della contemplazione, l’otium sabbatico, quel "sabato" che consente alla coppia e alla famiglia di progettare un "quotidiano" festivo; infine c’è l’evangelium paganorum, l’annuncio del Vangelo, la testimonianza, la proclamazione di un lieto messaggio di liberazione che passa attraverso la contestazione delle strutture ingiuste.

Questa sintesi sapienziale e culturale dell’umanesimo del Vangelo, che sta dietro il monachesimo, la ritroviamo non solo a Camaldoli (dove, non per caso, vennero fatte a suo tempo – come già presso il monastero benedettino di Chevetogne in Belgio – le prove generali del Concilio), ma anche all’Abbazia di Monte Oliveto, sulle colline senesi, a pochi chilometri da Siena, dove l’Abate generale padre Michelangelo Tiribilli esprime da sempre una forte sensibilità nei confronti della spiritualità e dei problemi veri della coppia e della famiglia; o alla Cittadella di Assisi, che sorge entro le mura di Assisi medievale e che grazie alla Pro Civitate Christiana è diventata un posto privilegiato, a livello nazionale e internazionale, per il dialogo, la riflessione e la ricerca anche sui temi "caldi" della vita matrimoniale e familiare.

Ad Assisi, l’ascetica di Francesco e di Chiara, così diverse fra loro, un’ascetica del dare, dell’iniziativa, spesso aspra, "maschile" insomma, quella di Francesco, e un’ascetica "femminile" del ricevere, della disponibilità, dell’umiltà, quella di Chiara, trovano una sintesi stupenda, una riconciliazione, proprio nell’incontro tra un uomo e una donna che diventano modello di ogni relazione di coppia fondata sulla "castità", che non significa certo rifiuto della sessualità, bensì rapporto in cui non vi sia possesso reciproco, ma incontro fondato sulla tenerezza tra due soggetti autonomi, tra due alterità, o anche, come spesso accade, tra due solitudini: testimonianza viva che dove un uomo e una donna si manifestano il loro amore vero, non di cattura, lì viene celebrato l’amore stesso di Dio.

Il silenzio delle abbazie o anche di quelle piccole comunità monastiche che, come la Comunità di Bose, a Magnano (Vercelli), si aprono all’ospitalità e al servizio degli uomini e delle donne alla ricerca di senso e di Assoluto e al confronto sui problemi del mondo e delle Chiese, deve diventare esso stesso "luogo" antropologico di riconciliazione. Come opportunamente ci ricordano i coniugi Manuel Tejera de Meer e Marina Nenna, psicologi e psicoterapeuti, «forse tutte le coppie che si amano veramente dovrebbero imparare ad amarsi in silenzio. In amore non servono le parole. Quando si fa l’amore o quando sorge una piccola lite o discussione in una coppia, è sempre meglio tacere e comunicare in silenzio» (4). Nel silenzio ogni coppia può diventare profezia di comunione. È nel silenzio che lo Spirito lavora in noi e trasforma la nostra vita in festa, in quel Sabato in cui l’essere umano si riposa in Dio, e Dio si riposa nell’essere umano.

C’è un luogo dove le coppie e le famiglie trovano una concreta traduzione di questo "sabato", il lavoro avvolto dallo sguardo di Dio, e avviarsi così a vivere la spiritualità del "faccia-a-faccia" di coppia.

Sul colle di Caresto, immerso nel verde delle colline marchigiane, a Sant’Angelo in Vado (Pesaro), sorge l’Eremo di Caresto animato da don Piero Pasquini, che ne è stato il fondatore, e da un gruppo di coppie che dopo averlo scoperto hanno deciso di fermarsi. Caresto è un centro di spiritualità specifico per famiglie. Ogni settimana, per tutto l’anno, giungono all’eremo nuclei familiari completi, marito, moglie e figli (anche questi hanno un proprio spazio), per trascorrere un periodo di riflessione aiutati – in modo molto delicato – da altre coppie che vivono questo specifico carisma di accompagnamento. Ma soprattutto sono le coppie che attraverso un confronto serrato tra loro imparano a conoscersi meglio: abolita la televisione e le distrazioni turistiche, sperimentano una vera e propria full immersion di vita di coppia, imparano a radiografare la loro esperienza e il loro modello di comunicazione, riuscendo a scoprire i nodi irrisolti della loro relazione.

Sono i "miracoli" di questa comunità, da cui si irradiano ormai tante altre esperienze simili. Caresto regala agli sposi un tempo prezioso di dialogo vero, senza reticenze o falsi pudori, basato sulle emozioni e sui sentimenti. Non può che partire da qui quella parabola di comunione che è la coppia.

Al di là della solitudine

Quando lo scorso 28 maggio, durante il Giubileo della diocesi di Roma, una prostituta nigeriana, accompagnata da don Oreste Benzi, si rivolge a Giovanni Paolo II con l’affettuoso "papà" chiedendogli di aiutare le persone che come lei stanno facendo un cammino di liberazione, un fremito di sana commozione deve aver accomunato gli spettatori del telegiornale che stava trasmettendo quelle immagini.

L’Associazione Papa Giovanni XXIII riesce spesso – lo abbiamo sperimentato più volte – a suscitare queste emozioni. L’intuizione fondamentale (anche se non del tutto nuova: si pensi a Nomadelfia) di don Benzi nel ‘68 è stata questa: la famiglia, in quanto struttura sociale, ha in sé la capacità di diventare il luogo ma soprattutto il modello di accoglienza per tutte quelle persone che vivono la complessa condizione di emarginazione nelle varie forme in cui questa può manifestarsi. Down, portatori di handicap fisici o psichici, ex carcerati, prostitute, adulti rifiutati e messi ai margini, bambini abbandonati che nessuno vuole, ragazzi tossicodipendenti (sono 450 quelli di cui si occupa l’associazione) trovano nelle 169 case-famiglia un papà e una mamma, dei fratelli: tutti, indipendentemente dalla loro condizione precedente o attuale, si sentono accolti fraternamente. La presenza continuativa delle figure parentali garantisce l’accettazione dei "figli" che, di volta in volta, vi entrano.

Le esperienze di case di accoglienza "specializzate" sono ormai molte, ma fare di una casa anche un’autentica famiglia in cui ogni soggetto venga accolto per quello che è e non per quello che si vorrebbe, e soprattutto così come giunge, senza sceglierlo, rappresenta una sfida ancora più difficile. Nella stessa casa-famiglia dell’Associazione Papa Giovanni XXIII possono infatti convivere un disabile, una prostituta sottratta al controllo degli sfruttatori, un ragazzo che cerca di liberarsi dalla droga e una persona anziana. È il modello per eccellenza di un’esistenza familiare che dev’essere quotidianamente riconciliata.

Ognuno – padre, madre, figli, nonni – diventa il soggetto attivo di ricostruzione psicologica e sociale dell’altro. È un’intuizione sulla quale vale la pena scommettere: ogni essere umano, anche quello che vive nell’orizzonte più oscuro della disperazione, è guidato dalla speranza di una riconciliazione con la vita e con gli altri, verso un’esistenza più piena e più ricca di senso.

Un’altra esperienza ci consente di cogliere ancora più a fondo il significato di questa intuizione. In una cascina ristrutturata a Milano, in piazza Villapizzone 3, si è insediata nel 1978 una comunità di famiglie che hanno fondato l’Associazione Comunità e famiglia. Queste comunità familiari, tra i fondatori delle quali troviamo Enrica e Bruno Volpi, figure carismatiche pur nella loro estrema semplicità, si sono rese disponibili per affidi familiari di ragazzi anche a rischio e per curare lo sviluppo dell’interazione tra le famiglie affidatarie e l’ambiente esterno. Le persone che vivono in questa vecchia cascina, la Villa Radice Fossati, sono circa sessanta, distribuite in cinque famiglie e in una comunità di Gesuiti. Le famiglie provengono da esperienze di volontariato nel Terzo Mondo. C’è in esse la "voglia di insieme": il desiderio cioè di stare assieme per aiutarsi a vicenda e aiutare altri (in particolare giovani portatori di handicap) a resistere in un mondo che sempre più si colloca in una realtà di frammentazione e di isolamento, generando disagio, insuccessi, scacco.

Nei nostri giorni, il dato dello scacco nella vita sentimentale, così come in quella professionale e scolastica, assume dimensioni sempre più consistenti. Certo, le persone – oggi come ieri – non vanno alla ricerca dell’insuccesso, dell’inutilità, dell’anonimato, ma semmai del successo, dell’efficacia produttiva, del trascendimento di se stessi. Tutti – oggi come ieri – sentono almeno in qualche misura il bisogno d’essere "qualcuno". Ma tra oggi e ieri – la diagnosi è del sociologo E. Ehrenberg – esiste una differenza fondamentale. Mentre un tempo la formazione dell’identità del soggetto e dunque la realizzazione di questo stesso bisogno avveniva anche attraverso il sostegno di alcune forti figure significative e "istituzionali", oggi avviene sempre più frequentemente attraverso un processo di "singolarizzazione": per riuscire nella vita, per "essere qualcuno" occorre diventare se stessi attraverso un’azione del tutto individuale, che non si appoggia più su alcuna istituzione in grado di sostenere il soggetto o di parlare a nome suo. È evidente che in questa condizione lo scacco può trasformarsi in una condizione permanente del soggetto e da lui interiorizzata.

La sfida di comunità "aperte" come quella di Villapizzone: una vita comune, un lavoro che vada bene per tutti, la cassa aperta ai bisogni di tutti, il rifiuto del potere degli uni sugli altri, un’accoglienza generosa nei confronti di coloro che si trovano nella necessità, è proprio quella d’essere un luogo di riferimento di forte valenza identificativa, salvando però sempre l’ultimo "rifugio" privato delle singole famiglie, anche per evitare tensioni e il burn out. Non è vero amore quello che induce un soggetto a rinunciare a tutti gli spazi di libertà per accedere solo alle aspettative e ai desideri dell’altro. Dice Bruno Volpi, parlando del rapporto non sempre facile con i ragazzini ospitati: «...E un’altra cosa mi hanno chiesto di fare: di occuparmi di mia moglie. Io, nella foga e nella paura di non fare abbastanza per loro, figli miei compresi, stavo in ansia. Loro dicevano: "Stai buono, fai il marito e sii presente". Non dovevo affannarmi a dire la mia, prima o poi me la chiedevano. Avevano bisogno di vedere una famiglia che funziona, cioè che andassimo d’accordo io e mia moglie. Allora abbiamo riscoperto il valore della coppia. Loro, figli di un amore che non aveva funzionato, avevano bisogno di vedere un uomo e una donna che si amavano davvero» (5).

Due sportelli molto speciali

Le comunità di famiglie rappresentano dunque, nella semplicità della loro struttura organizzativa, una sfida all’esistente. Dicono che il sistema sociale in cui siamo inseriti non solo non è il migliore possibile, ma può e dev’essere lucidamente criticato e contestato, e non certo su base ideologica, ma in modo costruttivo, proponendo un’alternativa alla qualità della vita cui oggi non solo i privilegiati della società, bensì tutte le persone "normali" possano accedere.

Già negli anni ‘70, dal suo osservatorio privilegiato di Cuernavaca, in Messico, il sociologo Ivan Illich avvertiva: «Il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono (...). Significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a un valore materializzato un valore realizzato» (6).

Perché tutto questo non suoni come espressione di un’utopia irrealizzabile occorre che i singoli e le famiglie facciano un ulteriore passo avanti nella tensione verso una riconciliazione piena: si riconcilino con il tempo. Molte persone vivono con angoscia l’endemica mancanza di tempo (vi sono donne di 45-50 anni obbligate a vivere contemporaneamente una molteplicità di ruoli e di biografie: madri, talvolta nonne, mogli, figlie di genitori che si avviano alla "quarta età", casalinghe, professioniste o lavoratrici dipendenti), altre (in particolare le persone in età di pensione) non sanno come trascorrere la giornata. Il problema "tempo" è oggi uno dei più gravi e irrisolti: lo affrontano, spesso senza trovare il bandolo della soluzione, economisti, sociologi e filosofi. Viviamo nella società in cui il tempo è denaro, ed è sotto gli occhi di tutti, senza scomodare Marx, che una parte consistente di questo tempo è dedicato, in particolare dalle classi centrali di età, al lavoro, e una parte sempre meno consistente alla "riproduzione della forza lavoro", al cosiddetto tempo libero, che non è certo il tempo liberato dal riposo, dell’otium, né quel "settimo giorno" in cui, per dirla con Agostino, cessato il lavoro e l’affanno, nos ipsi erimus, noi (tutti) ci ritroveremo. Ma perché questa utopia possa venire realizzata occorrono dei segni, dei gesti simbolici.

Uno di questi è rappresentato dalle Banche del tempo. Nell’èra dell’informatica e degli scambi commerciali attraverso Internet si torna al baratto. E a essere oggetto di baratto è un bene universale quanto il denaro, e cioè appunto il tempo. Chi fa da tramite è una vera e propria banca, dove si deposita e si ritira. L’oggetto dello scambio non è però il denaro, ma sono ore. Chi si iscrive mette a disposizione una parte del "suo" tempo e chiede in cambio una parte del tempo di "altri": si scambiano ore per ogni evenienza e necessità, a seconda delle disponibilità e delle specifiche capacità. Anche chi è privo di capacità può entrare in questo circuito: chiede tempo per imparare e questo stesso tempo verrà poi restituito sulla base delle conoscenze apprese. L’utopia non sta nell’idea – che in sé può apparire addirittura ovvia –, ma nel fatto che essa mette in circolo un nuovo modello di solidarietà, tanto spontanea quanto rara e difficile in un tempo di individualismo esasperato.

Sulla medesima linea solidale si muovono altre iniziative di solidarietà sociale, tra le quali la Banca popolare etica, costituita e con sede a Padova nel 1998, operativa dal 1999. La Banca etica è un istituto di credito, che sostiene e finanzia le imprese (anche familiari) no profit, imprese cioè che si dedicano alla solidarietà e al volontariato, le quali hanno sempre grande difficoltà a ottenere finanziamenti tramite i tradizionali circuiti bancari. Attraverso la Banca etica si sviluppa un’economia sociale caratteristica del terzo settore, che presta cioè attenzione ai valori della solidarietà, ai problemi del disagio, alla valorizzazione ambientale, al cambiamento sociale e culturale.

Di qui passa la strada per una riconciliazione comunitaria; e ancora una volta anche questa soluzione potrebbe addirittura apparire ovvia e avviata in ritardo, se non si trattasse in realtà di una sfida molto più impegnativa di quanto non appaia, in quanto oggi le banche non posseggono più, come un tempo, un vero e proprio controllo dei capitali che manovrano. L’attuale sistema bancario potrebbe essere efficacemente rappresentato come una struttura piramidale. Alla base, le banche che conosciamo, nelle quali entriamo per prelevare o per depositare i nostri risparmi: società per azioni, con strutture e funzioni che ci sono ormai familiari, ma collegate tra loro attraverso un complesso sistema di partecipazioni e il controllo di finanziarie le quali, a loro volta, sono controllate da "multinazionali del capitale" che, per mezzo dei moderni sistemi di comunicazione, per esempio Internet, realizzano profitti enormi in tempo reale (quando chiude la Borsa di Tokyo apre quella di Milano), spostando virtualmente masse enormi di capitali sulla base dei loro rendimenti, capitali che verranno utilizzati non si sa da chi, non si sa dove. Ora, se questo è il sistema bancario, il recupero di un rapporto diretto e selettivo tra produzione e finanza non può che rappresentare un segnale positivo, un cambiamento culturale, fonte di speranza, anche se il rischio resta pur sempre quello di una lotta impari. Ma sembrava esserlo anche quella biblica tra Davide e Golia.

Il commercio "equo e solidale"

Recuperare una relazione stretta tra etica e consumo è un altro di quei "luoghi" in cui può venire esercitata un’opera di riconciliazione familiare, in particolare con tutte quelle famiglie del Sud del mondo che, in un tempo di globalizzazione, sono destinate a subire lo sfruttamento e il superpotere delle multinazionali.

I periodici rapporti dell’Onu evidenziano – se ancora ce ne fosse bisogno – la sproporzione crescente che esiste tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri. Quello di povertà è sicuramente un concetto relativo, anche se i sociologi hanno predisposto vari indicatori, alcuni dei quali assai sofisticati, per definirla. È certo, però, che in Italia un’anziana vedova che usufruisca solo della pensione sociale si trova sotto la soglia della povertà: eppure la stessa somma, percepita in un mese con la pensione sociale, non viene guadagnata neppure in un anno dalla maggioranza delle famiglie che vive in un qualsiasi Paese del Sud del mondo. Sono quelle stesse famiglie, inserite nella spirale dello sfruttamento da parte delle varie multinazionali, sulle quali – essendo esse sovranazionali – neppure i Governi più sensibili al problema della povertà hanno la possibilità di intervenire.

Uno dei principi assoluti su cui si svolge l’attività di questi centri di potere è che si deve produrre (a tutti i livelli: agricolo, industriale, terziario) solo là dove conviene: in pratica questo significa là dove i lavoratori possono essere sfruttati, sottopagati, dove non esiste una tutela sindacale, e cioè, per esempio, dove non esistono vincoli al licenziamento, dove sono non solo tollerati, ma favoriti, il lavoro "nero" e lo sfruttamento minorile.

L’idea del Commercio equo e solidale – che si va diffondendo ormai un po’ ovunque – è stata quella di interrompere questa spirale di sfruttamento. Attraverso un controllo sulla distribuzione vengono immessi sul mercato beni di consumo assolutamente controllati dal punto di vista della qualità e ottenuti senza lo sfruttamento dei piccoli produttori. Questi, in genere, si riuniscono in cooperative perché insieme si resiste meglio agli sfruttatori. I prezzi di vendita al pubblico di questi prodotti sono forse, in alcuni casi, leggermente superiori a quelli praticati dalle multinazionali della grande distribuzione, ma una famiglia è sicuramente disposta a stanziare una parte ancorché non eccessiva, spesso residuale, del proprio bilancio per avere la sicurezza di acquistare un prodotto non manipolato, non trattato, e che oltretutto non grondi sangue dei piccoli produttori strozzati dallo sfruttamento. Anche il consumo può dunque essere "etico". Certo, in tutto questo non c’è nulla di rivoluzionario. Non viene eliminato il mercato, semplicemente le sue leggi non vengono considerate le supreme. Nel momento in cui una famiglia acquista un vasetto di marmellata o un paio di ciabatte o di jeans, quasi mai si pone l’interrogativo sull’essere umano che si trova dietro questi prodotti, su quali fatiche e drammi, talvolta, abbia comportato coltivare la frutta per poi cederla a prezzi irrisori, o fabbricare un manufatto a ritmi sempre più frenetici e avvilenti per un compenso iniquo. Rimettere in circolo la consapevolezza dell’"altro", farlo rientrare in un progetto di vita solidale, può dunque rappresentare per una famiglia un piccolo segnale di cambiamento. Di riconciliazione, appunto, con i poveri del mondo.

Il consumo può essere "etico", ma può soprattutto essere un "consumo critico". Succede a tutti di entrare in un ipermercato e di uscirne carichi di beni e prodotti che all’ingresso non avevamo assolutamente stabilito di acquistare. Beni, cioè, di cui a rigore non avevamo bisogno, ma il cui acquisto si è stati indotti da una serie di fattori: la pubblicità, l’aspetto esteriore del prodotto, l’involucro accattivante. Se consumare "eticamente" significa chiederci quanto sia giusto acquistare un prodotto di quelle multinazionali che operano sistematicamente un processo di sfruttamento dei Paesi poveri (nei negozi del Commercio equo e solidale esistono liste di queste società, alcune delle quali assai note), acquistare "criticamente" significa chiederci se il prodotto che stiamo acquistando sia davvero indispensabile, o almeno necessario, per la nostra famiglia. Nei Paesi occidentali, per quanto riguarda, ad esempio, l’alimentazione, i consumi sono superiori, e talvolta anche in modo eccessivo, rispetto ai bisogni reali, e inducono così tutta una serie di altri bisogni (palestre, articoli sportivi, cyclette, medicinali) per curarne gli effetti fisici ed estetici, in una spirale consumistica senza fine. Oltretutto, la produzione di questi beni superflui richiede consumo (dunque spreco) di energia, che non è infinita nel nostro pianeta, oltre a generare spesso deforestazioni e inquinamento.

Un compito di enorme responsabilità, allora, quello della famiglia: prendere coscienza – e farla prendere alle nuove generazioni – delle ambiguità e dei limiti di un sistema economico che crea ricchezza per pochi e allarga a dismisura la fascia delle povertà. Ma i tempi per questa presa di coscienza, per questa "riconciliazione" a livello sociale, per una educazione cioè alla "mondialità", non possono che essere di lungo periodo. Come tutti i progetti culturali.

Abbiamo proposto alcuni modelli di vita riconciliata, una sorta di itinerario per quanto incompleto alla ricerca di un’antropologia della riconciliazione, non dimenticando che si tratta comunque di un fatto complesso. Non si può essere riconciliati in famiglia se non si è riconciliati con se stessi; e non si può essere riconciliati nella società e nella Chiesa se non si è prima riconciliati e in pace all’interno della coppia e della famiglia. Per questo riteniamo che i pochi luoghi di riconciliazione portati come esempio siano tutti pertinenti, anche se non sempre immediatamente alla portata di tutti.

Utopia, allora? Era il giorno di Pasqua del 1970, quando a Taizé frère Roger annunciava il Concilio dei giovani dicendo: «Il Cristo risorto viene ad animare una festa nel più profondo dell’uomo. Egli ci prepara una primavera della Chiesa, una Chiesa sprovvista di mezzi di potere, luogo di comunione visibile per tutta l’umanità. Egli ci darà abbastanza immaginazione e coraggio per aprire una via di riconciliazione».

Certo, quella di frère Roger o di papa Giovanni è forse un’utopia non ancora realizzata. Ci vuole tempo per liberare il cuore dall’ombra e dalla pesantezza e per aprirlo alla grazia. Per raccogliere la sfida dell’odio e della morte. Il nostro destino di esseri umani, e anche – per chi vi si riconosce – di apprendisti cristiani, resta pur sempre quello d’essere inseriti in un cammino perennemente incompiuto. In questo itinerario di fatica e di vita, il richiamo alla dimensione riconciliata dell’esistenza si fa dunque importante e urgente. Per fare festa già fin d’ora. Senza riconciliazione, che festa sarebbe?

Luigi Ghia
   

I CENTRI CPM

I Centri di preparazione al matrimonio (Cpm) sono nati in Francia, agli inizi degli anni ‘50, quando alcune coppie di sposi, consapevoli di aver ricevuto da Dio la ricchezza del loro amore, hanno sentito il bisogno di comunicare ai fidanzati, famiglie in formazione, la propria esperienza gioiosa di fede. In Italia il primo gruppo Cpm è nato nel 1964 ad opera di alcune coppie e di un sacerdote di Torino: le équipes (oggi riunite in associazione) continuano ad essere una realtà viva e operante nella Chiesa e con la Chiesa per la preparazione umana e religiosa dei fidanzati alla vita matrimoniale. I Cpm sono a pieno titolo inseriti nella Chiesa locale in cui vivono e svolgono il proprio servizio su mandato del vescovo. L’Associazione dei Cpm si mette così a disposizione della comunità cristiana per offrire non solo la propria esperienza, ma altresì il proprio carisma e la propria pedagogia specifica per l’animazione di coppie di fidanzati e di sposi.

   

NOTRE-DAME

Le "Équipes Notre-Dame" sono un movimento di spiritualità coniugale sorto a Parigi nel 1938 in seguito all’incontro tra l’abbé H. Caffarel, e un gruppo di coppie che voleva riscoprire le esigenze e la grandezza della vocazione matrimoniale. I gruppi di coppie (équipes) si moltiplicarono e la spiritualità delle END si diffuse in tutto il mondo. Ogni équipe è costituita da 7-8 coppie e da un consigliere spirituale. Il piccolo gruppo garantisce non solo un rapporto fondato sull’amicizia, ma anche un’attenzione costante ai problemi concreti della coppia, il rispetto delle sue reali esigenze storiche, e l’ascolto dello Spirito per cogliere i "segni dei tempi". Le équipes, che unite fra loro si riconoscono come un movimento ecclesiale, si incontrano ogni mese e realizzano varie iniziative comuni, sia a livello nazionale che internazionale (vedi anche a pag. 70).

   

FAMIGLIE DON BOSCO

Il movimento "Famiglie don Bosco" (FdB), con i gruppi familiari cui dà vita, è un settore di apostolato dell’Associazione dei Cooperatori Salesiani (come la pastorale giovanile, missionaria). Il termine "Movimento" esprime il carattere dinamico della realtà che, partendo dal nucleo centrale (la coppia di cooperatori), si trasmette alla periferia. Destinatari della pastorale familiare dei Cooperatori nel movimento FdB sono le famiglie sensibili ai problemi educativi e disponibili a itinerario di formazione. Alle FdB vengono proposti cammini di confronto, di approfondimento, di preghiera e di formazione umana e cristiana e aiutate a maturare forme di impegno ecclesiale e sociale. Tra i progetti realizzati a Milano sono da registrare vari incontri sul tema della riconciliazione familiare e sull’educazione al perdono (per la web vedi a pag. 71).

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