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SOCIETÀ & FAMIGLIA - LA CONIUGALITÀ È UN LAVORO CONTINUO SUI DISACCORDI

Reinterpretare la vita dopo uno scacco

di Beppe Del Colle
            

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2000 - Home Page L’amore suggerisce le parole e i gesti del perdono più e meglio di qualsiasi altro sentimento. Ma la chiave della riconciliazione sta nel riconoscere che le persone cambiano più volte nel corso della loro vita.

Saranno forse luoghi comuni le parole di Olivier Abel, filosofo, docente nella facoltà di teologia protestante a Parigi, estratte dal saggio pubblicato nel numero di Esprit (agosto-settembre 2000), sotto il titolo: Il perdono, o come tornare al mondo ordinario. «La coniugalità – scrive – non è fatta soltanto di consenso, di attrazione, di tenerezza: essa dev’essere capace di sostenere il dissenso, la distanza e il rispetto. Sono insieme l’accordo e il disaccordo, l’attrazione e la distanza, il rispetto e la tenerezza, che fanno la conversazione del legame amoroso. Come ha dimostrato il grande poeta puritano Milton nel suo Trattato e disciplina del divorzio, una libera coniugalità deve tener conto della possibilità del disaccordo e il divorzio dev’essere istituito se non si vuole, sotto la parvenza del consenso, aprire una carriera immensa a tutte le forme della vendetta. La coniugalità è un lavoro continuo sui disaccordi stessi, che fa dell’amore una cortesia, un intrigo in cui le discordanze accettate fin dall’inizio fanno parte dell’accordo, della sua stessa durabilità, della sua capacità a reinterpretarsi nelle circostanze della vita».

Sono parole ben scritte. Sono anche vere? Citiamo ancora un pensiero di Olivier Abel, il più problematico e delicato, perché riguarda il perdono anche in presenza dell’infedeltà. Ciò è possibile, sostiene il filosofo protestante, «solo a condizione di concepire la fedeltà come inseparabile dalla cortesia, da quello stretto intreccio narrativo che conosce le rotture, le discontinuità introdotte dal tempo, dalla distanza, dagli errori, dall’assenza; una fedeltà che comprende la "tempesta". Che cosa diventa la fedeltà per colui che è gettato dalla tempesta in un’isola deserta? La fedeltà si caratterizza per la capacità a reinterpretare l’esistenza dopo uno scacco».

È evidente che per "cortesia" si intende non l’amabilità ma piuttosto il consapevole gioco dell’"amor cortese" dei trovadori, la schermaglia amorosa come quella delle corti medievali, che dell’infedeltà non fa un dramma, l’occasione per la rottura irrimediabile fra l’amante e l’amata, ma lo spunto per domandarsi se non sia il caso di riprendere il discorso che essa ha interrotto; non facendo finta di nulla, ma accettando l’idea di "reinventarsi" davanti a sé stessi e all’altro.

Discorso di un’estrema difficoltà che tuttavia si fa meno difficile se il "ritorno alla vita di ogni giorno in una coppia è pensato non dopo un’infedeltà, ma dopo un litigio, una crisi, un dissenso anche aspro e all’apparenza inconciliabile causato da altre ragioni.

Nel ragionamento di Olivier Abel la chiave del perdono, della riconciliazione, consiste nel riconoscere che nel corso di una vita noi cambiamo più volte: a causa del tempo che passa e a causa degli incontri, delle letture, delle esperienze che facciamo, della capacità che acquistiamo di capire gli altri e di farci accettare dagli altri. In questo senso perdonare significa anche farci perdonare, perché né noi siamo sempre gli stessi, con le stesse idee, né gli altri hanno il dovere d’essere come noi li desideriamo.

C’è poi una misura di carità che va osservata nel perdono, che non dovrebbe mai umiliare chi lo riceve. Abel ricorda che vale per il perdono quello che Seneca afferma del dono: «l’uno deve dimenticare all’istante di averlo dato, l’altro non deve mai dimenticare di averlo ricevuto». Accanto alla saggezza che deriva dal pensiero dell’antichità classica, quella che esige la comprensione della modernità rispetto all’eguaglianza dei sessi: non ci sarà offesa di minor conto se rivolta a una donna e di maggior gravità se rivolta a un uomo; il perdono – se mai sarà possibile, anche se non sarà mai facile – dovrà riguardare l’infedeltà della donna nella stessa misura di quella del marito. Utopia? Forse sì, come sa chiunque si sia trovato nella circostanza di perdonare o di essere perdonato nel chiuso di una coppia dei nostri giorni, quando la facilità giuridica della separazione e del divorzio sembra togliere senso e tempo alla stessa parola "perdono".

Il divorzio elimina molte delle potenzialità insite nel discorso di Abel, perché rende vana ed effimera l’idea del "reinventarsi", la proposta di cercare in sé stessi il coraggio di ricominciare; il perdono non viene né offerto né richiesto, il suo esercizio è una virtù irrisoria; la solitudine che ne seguirà (una doppia solitudine, spesso, perché "rifarsi una vita" diventa sempre meno facile nella società che sta rifiutando, insieme al matrimonio, anche la stabilità del legame di coppia "di fatto") potrà suscitare il desiderio di una riconciliazione, ma quasi nessuna possibilità di realizzarlo.

Il perdono fra uomo e donna, soprattutto nel matrimonio, può infine essere più facilmente possibile fra persone unite da una qualche "affinità elettiva", una cultura condivisa, una comune fede religiosa, un’educazione compatibile, un senso del sacrificio unito a un forte senso del dovere verso la parola data. Sempre prescindendo dai casi di infedeltà, l’amore suggerisce le parole e i gesti del perdono più e meglio di qualsiasi altro sentimento. Può farlo perché l’amore è l’unico sentimento umano che consenta di identificarsi nell’Altro, fino a capirlo nella sua opposizione ai nostri giudizi e alle nostre "verità", in una parola nella sua diversità.

Quando ci si riesce, diventa persino inutile interrogarsi sull’opportunità di perdonare, perché basterà ricominciare a parlarsi e il perdono andrà ad aggiungersi a quelle parole che le coppie ben affiatate e preparate a reinventarsi nel mutevole corso delle circostanze della vita sono capaci di dirsi in silenzio, pur mandandosi di tanto in tanto al diavolo, come tutti.

Beppe Del Colle

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