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POLITICHE FAMILIARI - LE STRATEGIE FAMILIARI A LIVELLO LOCALE

Non è solo compito dei politici

di Francesco Belletti
    

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 2000 - Home Page Ottenere buoni risultati in favore della famiglia dipende anche dai singoli cittadini e dalle associazioni. Bisogna però inserirsi con competenza e progetti concreti nel dibattito pubblico.

Le politiche familiari si trovano oggi in Italia al crocevia di due convergenti processi di riorganizzazione del sistema pubblico: da un lato la crescente richiesta della promozione delle autonomie locali, per la realizzazione di un sistema in cui vengano progressivamente diminuite le competenze e le responsabilità degli organismi statali centrali, dall’altro l’esigenza di modificare il sistema di welfare, a fronte di una crescente domanda di prestazioni di sicurezza sociale (previdenza, assistenza, sanità) che non trova però corrispondenti risorse finanziarie e organizzative pubbliche.

In entrambi i casi il dibattito politico è stato molto acceso, accompagnando interventi normativi e modifiche organizzative non sempre coerenti ed efficaci. Il percorso di decentramento amministrativo all’interno della pubblica amministrazione, avviato dai provvedimenti "Bassanini" (legge n. 59/97 e decreto legislativo n. 112/98) e concretizzato da numerose normative regionali, ha implicato una riflessione e accesi dibattiti su federalismo, decentramento, autonomia, devolution (con qualche sconfinamento nella messa in discussione della stessa unità nazionale, con la richiesta di "secessione", oggi peraltro apparentemente abbandonata); a sua volta, la riforma dello stato sociale ha messo sul tappeto problemi come la definizione della soglia minima dei diritti civili di cittadinanza, l’equità intergenerazionale, l’efficienza delle strutture burocratiche preposte alla gestione degli strumenti previdenziali e assistenziali, la possibilità stessa di garantire un sistema omogeneo e democratico (di pari opportunità di accesso e di qualità di prestazioni) di servizi alla persona.

Per le due tematiche, decentramento e riforma dello stato sociale, è stata necessaria una nuova definizione della sussidiarietà, sia nel senso di una chiarificazione delle regole e delle responsabilità reciproche tra i diversi livelli della pubblica amministrazione (la cosiddetta sussidiarietà verticale, che definisce i rapporti tra governo centrale e amministrazioni locali), sia soprattutto nel chiarire i rapporti tra intervento pubblico e azione della comunità civile (la sussidiarietà orizzontale).

Un intreccio di interventi

Non sempre i provvedimenti e le strategie adottate dal sistema pubblico a livello nazionale e locale hanno applicato correttamente il principio di sussidiarietà nei confronti delle espressioni della società (associazionismo sociale, forme di auto e mutuo aiuto, volontariato, cooperazione e imprenditoria sociale), che richiede anzitutto la valorizzazione della capacità autonoma di risposta dei cittadini; spesso, al contrario, centro e motore privilegiato dell’azione è rimasto l’ente pubblico, lasciando nella marginalità le realtà private e di privato-sociale (1).

Anche nello specifico delle politiche familiari, a livello nazionale e locale, si possono riscontrare i rischi e le difficoltà che stanno segnando questi due convergenti percorsi di riforma, problemi che si sovrappongono, nel faticoso percorso di riorganizzazione dei servizi e degli interventi, a una situazione di partenza che non era certo soddisfacente, caratterizzata com’era da marginalità, residualità e approccio assistenzialistico (confronta a questo riguardo la tabella 1).

Tabella 1.

Solo recentemente è emersa un’esplicita attenzione e valorizzazione delle politiche familiari come strumento specifico di promozione sociale, come una parte originale ed essenziale del progetto complessivo di legislazione sociale, e non, come per molti decenni si è verificato, come luogo di interventi residuali, a volte "simbolici" (ad esempio, gli assegni familiari per tutti gli anni ’80 e inizio anni ’90), spesso confusi con interventi di settore o riparativi di situazioni di povertà, anziché come strumento per la promozione di una risorsa vitale della nostra società: la famiglia.

È quindi importante seguire con attenzione l’evoluzione delle politiche familiari nel nostro Paese, e soprattutto l’attuale intrecciarsi di interventi ai diversi livelli (nazionale, regionale, locale), per poterne valutare la qualità, l’originalità, la consistenza, nonché per segnalare eventuali good practices o best practices (2), anche in considerazione delle diversità che caratterizzano il nostro Paese, in termini di bisogni delle famiglie, di ricchezza economica e sociale delle diverse aree, di qualità amministrativa delle diverse organizzazioni pubbliche locali.

Occorre a questo proposito sottolineare due valori, in un certo senso contrastanti, ma che devono inevitabilmente essere resi "compatibili": da un lato la necessaria diversità delle azioni da intraprendere a livello locale, dall’altro la necessità di garantire un quadro omogeneo di opportunità a livello territoriale.

Adottare comuni linguaggi

La diversità delle politiche e degli interventi a sostegno delle famiglie dev’essere promossa e valorizzata a livello locale, dal momento che solo attraverso un attento adeguamento al contesto locale gli interventi sono capaci di rispondere a domande e bisogni reali, anziché proporre risposte standardizzate a bisogni predefiniti (in genere da esperti, ben lontani dal contesto locale). Per esempio, un progetto di asilo nido autogestito può essere fondamentale in un certo contesto socio-ambientale, ma assolutamente inidoneo in altre realtà locali. All’estremo opposto, occorre in qualche modo garantire meccanismi di riequilibrio territoriale, per non penalizzare quei contesti locali che, per fattori storici, socio-economici, politici, o, più semplicemente, per inefficienza, non riescono ad esprimere progettualità e azioni.

Risalta nuovamente con forza, a questo proposito, la necessità di avere linguaggi comuni e strumenti di lettura delle diverse progettualità e operatività locali in tema di politiche familiari, per confrontare, valutare, promuovere le diverse azioni; una possibilità in tal senso è l’esplicitazione di un «modello di gestione strategica delle politiche familiari» (3), che costituisce un impianto concettuale che può accompagnare l’attivazione di politiche familiari a livello locale, dalla progettazione fino alla realizzazione concreta delle attività.

Secondo tale modello la realizzazione di politiche familiari esige la formalizzazione e l’esplicitazione di alcuni nodi essenziali: lo scopo specifico (o missione) delle attività; i valori che guidano l’identificazione delle azioni da adottare; le strategie da perseguire (modalità d’uso delle risorse per il perseguimento degli scopi); le azioni specifiche che verranno realizzate sul territorio; la struttura organizzativa (esistente o da costruire) responsabile dell’attuazione delle iniziative.

Una guida per agire

L’interesse di tale modello risiede soprattutto nella sua "comunicabilità", e nella possibilità di utilizzarlo come "guida per l’agire" da parte delle amministrazioni locali; in particolare tre sembrano le caratteristiche interessanti: l’esplicitazione della missione e dei valori costringe a una trasparenza culturale che troppo spesso manca nella relazione tra cittadini e amministrazione locale; affermare i valori di riferimento che guidano la scelta di organizzare o meno un asilo nido, o di diminuire la tassa sui rifiuti, o di aprire uno sportello informativo per famiglie e adolescenti, dovrebbe facilitare il controllo e la partecipazione dei cittadini; la necessità di strategie puntuali (anche in questo caso esplicite) è fondamentale per una amministrazione locale, che deve utilizzare le proprie risorse (umane, organizzative, finanziarie, e in genere scarse) secondo criteri "finalizzati", e non per "procedure" o per meccanismi rigidi; in altre parole, scegliere una strategia significa orientare in modo dinamico la modalità di uso di una risorsa specifica in funzione degli obiettivi (missione), e non secondo logiche burocratiche statiche; l’esplicitazione delle proprie strategie costituisce ulteriore fattore di trasparenza, e quindi, potenzialmente, facilitatore di partecipazione e "controllo democratico"; infine, l’attenzione alla struttura organizzativa da mettere in campo sottolinea che ogni progetto deve darsi un’organizzazione concreta, che tenga conto delle risorse disponibili, del contesto ambientale, dell’evoluzione futura dei bisogni, delle risorse, della propria capacità operativa; in caso contrario, il progetto resterebbe nel libro dei sogni (delle promesse elettorali).

Si rimanda al volume della Franco Angeli: Strategie di politiche familiari per un’analitica descrizione del modello di "gestione strategica delle politiche familiari", per le sue modalità di applicazione; ciò che vale la pena di ricordare, in questa sede, è la sua utilità anche in considerazione delle problematiche generali prima ricordate, in tema di riorganizzazione complessiva dei servizi e delle responsabilità amministrative.

Le parole chiave

Di fatto, come emerge dalla tabella 2 (4), le azioni in tema di politica familiare a livello locale possono differenziarsi in misura significativa non solo per tipologia di iniziative, quantità di risorse, contesto di riferimento, ma anche in funzione di quelle "parole chiave" (sussidiarietà, decentramento, partecipazione, diritti) che stanno segnando il dibattito anche a livello nazionale: a conferma che la riorganizzazione dello stato sociale e della pubblica amministrazione non riguarda solo parlamento e governo, ma è già una possibilità (e una responsabilità) anche a livello locale, nella quotidianità delle comunità locali: spetterà quindi anche ai cittadini, alle associazioni, alle famiglie, far sì che la "riforma in azione" tenga conto della loro voce.

Francesco Belletti

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