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APPRENDIMENTO E INSEGNAMENTO

Schiacciati tra due culture

di Francesco Colosimo e Marco Mazzetti
(psichiatra - Caritas diocesana di Roma; psichiatra - Centro di psicologia e analisi transazionale di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 2000 - Home Page Essere straniero non è un handicap, ma una ricchezza piena di potenzialità, anche se a volte è difficile da gestire. Quando i bambini immigrati si trovano in difficoltà bisogna identificare il problema e fornire l’aiuto necessario.

L'immigrazione in Italia è un fenomeno in continua evoluzione e che solo da poco tempo sembra cominciare a stabilizzarsi. In modo analogo, e in buona parte proprio a seguito della stabilizzazione del fenomeno migratorio più generale, anche la situazione dei figli di immigrati è in evoluzione: il loro numero è in costante aumento, e con ogni probabilità continuerà a crescere ancora in futuro; la qualità della loro vita segue generalmente quella dei loro genitori e, dopo un momento iniziale di instabilità e difficoltà, sembra che il loro processo di integrazione avvenga in maniera sufficientemente buona.

Nonostante queste considerazioni, che ci derivano da osservazioni cliniche e da qualche piccolo studio a campione, emergono segnali che ci consentono di dire che, anche se la situazione dei minori stranieri appare complessivamente buona, non mancano aree di emarginazione e alcune problematiche specifiche che meritano di essere tenute sotto osservazione, per preparare interventi di tutela e di prevenzione.

È possibile innanzitutto tratteggiare a grandi linee alcune distinzioni, e considerare in maniera diversificata le problematiche dei piccoli che sono nati in Italia rispetto a quelli che vi sono giunti dopo aver trascorso qualche anno della loro vita in un altro Paese, e altresì considerare le differenze esistenti tra i figli di immigrati senza permesso di soggiorno, rispetto a quelli che hanno genitori regolarizzati e con un processo di integrazione più o meno avviato.

Come vedremo, alcune difficoltà sono simili in entrambi questi gruppi, come ad esempio quelle linguistiche, o il conflitto, talora non risolto, tra la cultura della loro famiglia e quella italiana; altri problemi sono invece più specifici e riguardano solo alcune fasce di questa popolazione, come quelli legati alla povertà, alla emarginazione, alla clandestinità.

La conoscenza della lingua italiana è il problema più immediato che si pone al bambino che arriva in Italia dopo aver trascorso qualche anno in un altro Paese e si trova quasi improvvisamente ad aver contatti con persone che parlano una lingua a lui sconosciuta.

Questo problema può esistere anche per i bambini nati in Italia da genitori immigrati dal momento che, specialmente negli anni prescolari, in casa si parla molto spesso la lingua di origine, sia perché quella italiana non è conosciuta, sia per il legittimo desiderio che il figlio conosca bene la lingua dei genitori, per consentire una comunicazione con i parenti rimasti in patria, e per tramandare la propria eredità culturale.

Generalmente però questo secondo gruppo di bambini ha sufficienti contatti con l’ambiente esterno da consentirgli di conoscere bene entrambe le lingue. Per i primi invece il problema linguistico si presenta con maggiore urgenza ed è accompagnato dalla sensazione di sradicamento che la migrazione comporta.

Il bilinguismo è indubbiamente un vantaggio, ma per alcuni può costituire, almeno parzialmente, una difficoltà; quasi sempre, infatti, i bambini imparano l’italiano meglio dei loro genitori e ciò può comportare qualche distorsione nelle relazioni familiari: parlare l’italiano meglio dei "grandi" e avere maggiori contatti sociali con gli italiani (ad esempio, a scuola) può far sì che questi bambini diventino gli interpreti, la "voce" dei loro genitori, assumendo così un ruolo disequilibrato all’interno della famiglia (Favaro, Colombo, 1993).

Inoltre, la conoscenza di vocaboli e sintassi non esaurisce i bisogni comunicativi: una lingua è fatta anche di simboli e di linguaggio non verbale, molto più difficile da apprendere. Il rischio è che questi bambini, apparentemente bilingui, abbiano in realtà carenze difficili da identificare a livello psicologico: può diventare così difficile poter comunicare sentimenti ed emozioni. La pensabilità e la dicibilità di sentimenti ed emozioni facilitano la loro elaborazione; se rimangono in parte non elaborati possono incidere sulla salute psichica o ridurre il potenziale espressivo della persona nel rapporto con gli altri.

Vignetta.

Le ricerche di Roma e Cremona

Le precarie e inadeguate condizioni alloggiative sono un altro problema che si pone alla nostra attenzione e che, come l’igiene mentale ha ben documentato, incide sulla salute psichica delle persone e soprattutto dei bambini. Esse, per fortuna, non riguardano tutti i bambini stranieri, e a questo proposito può essere utile delineare alcune differenze, prendendo come spunto due ricerche condotte su bambini immigrati, sia pure con campioni molto ridotti, che possono però venire utilizzate come esempio di quanto può avvenire ai piccoli stranieri nel nostro Paese.

Nella prima (Frighi e al., 1995, 1997), condotta a Roma nel Poliambulatorio Caritas per immigrati, il campione era costituito prevalentemente da donne immigrate senza permesso di soggiorno che venivano intervistate sulla condizione dei loro figli: si trattava di una fascia di immigrati molto povera, in un contesto metropolitano e non ancora integrata.

La seconda è stata invece condotta nella provincia di Cremona dalla Scuola Assistenti sanitari della Croce Rossa Italiana nel 2000 su un campione di persone selezionate in base alla buona conoscenza della lingua italiana, munite di regolare permesso di soggiorno, con un lavoro stabile e regolare, allo scopo di indagare la realtà degli immigrati che hanno già avviato un significativo processo di integrazione. Questa ricerca è stata fatta per mettere a fuoco la realtà dei bambini stranieri nel duplice ruolo di figli e di studenti (vi era una sezione costituita da interviste a insegnanti), per conoscere le loro condizioni di vita e se (e come) avviene la loro integrazione in Italia. Anche la realtà geografica (cittadina di provincia e piccoli centri per lo più a economia agricola) distingue nettamente questo gruppo di bambini dal precedente.

Basandoci sui dati forniti da queste due ricerche possiamo tracciare due profili che sono, verosimilmente, da considerare come i due poli estremi di una realtà multiforme, al cui interno possono trovare collocazione molte altre situazioni intermedie di bambini stranieri in Italia.

Un primo problema emerso nella ricerca di Roma erano le pesanti difficoltà alloggiative: le mamme intervistate cambiavano abitazione in media quasi una volta l’anno e l’indice di affollamento abitativo medio, quando riuscivano a convivere con tutti i loro figli, era di 2,57. L’indice di affollamento abitativo viene espresso dal rapporto tra il numero di persone che vivono in un’abitazione e quello dei vani disponibili; ad esempio, un indice di affollamento abitativo uguale a due significa che in una casa di due vani abitano quattro persone. L’igiene mentale ritiene che questo indice debba essere inferiore a 1,5 per garantire condizioni ottimali. Oltre a 2 si associa a un rischio significativo di sofferenza psichica. Nella ricerca di Cremona l’indice di affollamento abitativo in media era di 1,34: le famiglie vivevano in ambienti per la maggior parte decorosi, non affollati, consoni alla media dei nostri canoni.

Genitori clandestini

Altro dato ricavabile dalla ricerca di Roma era che buona parte delle madri (43%) parlava la sola lingua madre con i figli con cui conviveva. Ciò si rifletteva sulla lingua parlata dai bambini: infatti il 24% di essi parlava la sola lingua madre, con tutti i problemi di integrazione che ciò comporta, il 15% solo l’italiano e il 52% ambedue le lingue.

I dati delle due ricerche, a questo proposito, sono solo parzialmente confrontabili, dato il carattere quantitativo della prima e qualitativo della seconda; nello studio di Cremona, comunque, condotto nelle scuole, la poca conoscenza della lingua italiana era un problema presente esclusivamente tra gli alunni stranieri appena immigrati, e l’ostacolo veniva in genere superato abbastanza agevolmente, grazie all’aiuto degli insegnanti.

Nella prima ricerca è stato possibile evidenziare anche un dato ovviamente non desumibile da ricerche condotte in ambito scolastico: un tasso preoccupante (14%) di bambini che evadevano completamente l’obbligo scolastico. L’inchiesta di Cremona, per la parte condotta con le madri, non ha evidenziato nessun caso di evasione scolastica.

Dalla ricerca di Roma è emerso che le condizioni di vita degli immigrati irregolari erano talmente disagiate da non consentire, nella maggioranza dei casi, e soprattutto per le famiglie più numerose, di mantenere intatto il nucleo familiare (solo il 26% delle famiglie era unito, ma si trattava per lo più di situazioni in cui era presente un solo figlio): il che significa che una grande parte dei bambini di quel campione era destinato a crescere, per almeno una parte della loro infanzia, in una famiglia di fatto smembrata, in toto o in parte. Su questa difficoltà influiva molto la situazione di irregolarità e di precarietà lavorativa.

Inoltre, il 42% dei bambini viveva lontano dal padre. Quanto questo possa incidere su di un armonico sviluppo psichico è facilmente intuibile, soprattutto se ricordiamo il peso che ha, in certe culture, il senso di appartenenza al nucleo familiare.

A confermare la serietà di una tale situazione vale la pena di citare una ricerca un po’ datata, ma tuttora valida nei suoi contenuti, effettuata dal Servizio di Neuropsichiatria infantile dell’Usl 10/B di Firenze (Frigessi Castelnuovo, Risso, 1982) sul disagio psicologico nei bambini immigrati. Gli autori hanno rilevato, nei piccoli separati dai loro genitori, indicatori di angoscia e disagio psichico assenti nei protocolli degli altri bambini; si manifestavano inoltre problemi di condotta, di rapporto con i compagni e con gli insegnanti, difficoltà nell’apprendimento e una condizione di intenso disagio psicologico.

Il campione della ricerca di Cremona prevedeva invece che il campione fosse costituito da coppie di genitori conviventi: probabilmente non a caso non sono emersi segnali allarmanti sulle condizioni psichiche dei piccoli.

In base a quanto si è detto fino a ora, la clandestinità sembra costituire una sorta di scenario al cui interno si collocano molti dei potenziali fattori di rischio per i bambini stranieri: difficoltà nell’apprendimento della lingua, problemi alloggiativi, disgregazione del nucleo familiare. Ciò non stupisce, perché il processo d’integrazione del bambino ricalca, in larga misura, quello operato dalle figure genitoriali, per cui, anche se al bambino è dato di accedere all’iter scolastico in assenza di permesso di soggiorno, egli non può non risentire dello stato di precarietà del suo nucleo familiare. E diventa quindi ovvio sostenere che l’uscita dalla clandestinità costituisce un elemento propulsivo verso un migliore inserimento sociale (Frighi, Colosimo, 1997).

Possiamo quindi cominciare a tracciare una linea di demarcazione: i fattori negativi per la salute psichica dei piccoli stranieri fin qui considerati hanno come matrice comune la condizione di povertà e di precarietà in cui vivono le loro famiglie. Siamo quindi solo marginalmente in presenza di fattori di rischio legati all’immigrazione: più proprio è, a questo proposito, parlare di elementi connessi a situazioni di marginalità socio-economica.

Vignetta.

Differenze sostanziali

Per molti bambini stranieri l’Italia è la patria perché sono nati qui e non ne hanno un’altra. Ce l’hanno i loro genitori che forse ne parlano spesso. Ma loro no, non hanno mai conosciuto altri Paesi (o, per lo meno, non ci hanno mai vissuto stabilmente). Per loro il mondo è fatto di persone che parlano italiano e di televisione che parla italiano: come fanno loro, del resto (Mazzetti, 1996).

Situazione che farebbe pensare a una strada in discesa per l’integrazione. E in effetti, in molti casi, quando la famiglia è integrata, vi è un esplicito apprezzamento per la nuova realtà come dimostrano le seguenti testimonianze: «Mia figlia in Italia cresce senz’altro meglio, è più libera, nel mio Paese avrebbe avuto più regole da seguire» e: «L’Italia è un Paese più pulito. I bambini stanno meglio, sono presi maggiormente in considerazione, sono curati e seguiti» (Scuola Assistenti sanitari di Cremona, 2000).

Tuttavia, non è sempre così: al tempo stesso, infatti, questi piccoli possono sentire che il mondo che sta loro intorno non li riconosce come italiani. Si sentono trattati in modo diverso, sia sul piano dei diritti civili sia sul piano culturale. Si sentono in una posizione molto scomoda: sono considerati stranieri nel posto dove sono nati.

Inoltre, anche se i loro primi anni di vita sono vissuti nel contenimento familiare, e quindi in una situazione protetta, l’interazione madre-bambino può però risentire di incertezze e dubbi rispetto alle scelte quotidiane, e rispetto ai sistemi e alle tecniche di cura dei bambini, che rischiano di perdere significato e valore se trasferiti in un altro contesto (Favaro, Colombo, 1993).

I bambini nati altrove hanno ricordi di una realtà diversa, hanno nostalgie che necessitano di integrare nella loro vita attuale. Hanno conosciuto lo stress da "transculturazione". La loro situazione è molto diversa da quella dei loro padri che hanno affrontato una vita dura, ma sono sostenuti da un progetto. Per i genitori si tratta di una scelta libera, attiva, una scommessa sul futuro; per i loro bambini non è così: non hanno scelto loro la migrazione, l’hanno in qualche modo subita. Non hanno potuto far crescere dentro di sé le motivazioni che sostengono e difendono i loro genitori: per loro ci sono difficoltà e basta: in una parola non hanno quel progetto che traina i loro genitori verso un futuro in terra straniera (Mazzetti, 1996).

A volte questi bambini non seguono immediatamente la migrazione dei genitori, ma vengono lasciati nel loro Paese con i nonni o gli zii per alcuni anni, durante i quali vedono raramente (o non vedono per niente) papà e mamma, che diventano quindi quasi degli estranei e verso i quali possono nutrire sentimenti di rabbia per essere stati abbandonati. Quando poi i genitori, una volta che le loro condizioni economiche lo permettono, tornano a prendere il figlio e lo portano in Italia, oltre al disagio per la migrazione, ci sono spesso legami familiari da costruire ex novo.

Prendiamo il seguente caso: José è un bambino filippino di sette anni, giunto da tre mesi in Italia; frequenta la seconda elementare. Appena nato, i genitori lo avevano affidato alle cure dei nonni nel Paese d’origine per venire in Italia e, nei sette anni successivi, lo avevano rivisto solamente per brevissimi periodi. Quando il bambino incontrava i genitori nelle Filippine, il sentimento di estraneità era smorzato dal fatto che gli incontri avvenivano in un contesto per lui familiare. All’età di sette anni, per decisione dei genitori, viene in Italia dove, sradicato dalla sua terra, da abitudini e affetti, trova una lingua che non conosce, una vita molto diversa e, soprattutto, si trova a vivere con due "estranei": i propri genitori.

Dopo quattro giorni dal suo arrivo in Italia viene portato a scuola dove, a sei mesi dal suo arrivo, non conosce che pochissime parole di italiano, sembra non impegnarsi ad apprenderlo e utilizza per farsi capire solamente il linguaggio corporeo, nonostante venga descritto dagli insegnanti come un bambino molto intelligente.

Manifesta una forte aggressività verso i compagni e gli insegnanti ed è quasi costantemente oppositivo; sembra che capisca quello che si può e quello che non si può fare, ma, avendo intuito che nessun insegnante lo avrebbe picchiato come avveniva invece nelle Filippine, dove aveva fatto la prima classe elementare, non si dà regole né freni.

Nel rapporto con i compagni si mostra molto violento, con aggressioni fisiche nei confronti dei bambini e atteggiamenti sessuali provocatori verso le bambine, per cui viene isolato dal gruppo e suscita viva preoccupazione negli insegnanti... Non sono rari casi del genere, in cui, oltre ad essere sradicati dalla loro terra, i bambini sono privati anche delle relazioni affettive significative. La situazione che ne deriva è per loro particolarmente difficile da gestire, perché alle difficoltà dell’impianto in una realtà nuova, complessa e non di rado percepita come ostile, affiancano la mancanza di figure affettive solide da cui farsi aiutare. Un bambino come José non cambia solo Paese: cambia anche famiglia. Su chi si può appoggiare?

Possiamo senz’altro pensare ai bambini migranti come a soggetti potenzialmente più fragili. Se non è tutto liscio per chi è nato in Italia, e se anche per questi piccoli, come vedremo tra poco, possono esistere specifici elementi di difficoltà, non si può però non vedere come chi è migrato debba affrontare una difficoltà maggiore. Quella dello sradicamento, e del conseguente stress da transculturazione, che appare tanto maggiore quanto più il piccolo si sente sfornito di strumenti per farvi fronte, in specie se, al tempo stesso, si trova ad avere a che fare con una coppia genitoriale "nuova" rispetto a quella che lo aveva cresciuto (nonni, zii, eccetera).

Prima di passare a considerare gli elementi connessi alle sottigliezze dei dinamismi psichici, possiamo quindi cominciare a mettere dei paletti: non tutti i bambini stranieri in Italia si trovano nelle stesse condizioni. Ve ne sono alcuni che si trovano in situazioni più difficili, e possiamo individuarli tra coloro la cui famiglia vive in condizioni di irregolarità, cui di norma si associa una marginalità socio-economica, e tra quelli che hanno subito il trauma del dislocamento, che appare tanto maggiore quanto più avviene avanti negli anni (in prossimità dell’adolescenza) e quando ad esso si accompagna l’inserimento in una famiglia nuova, con figure genitoriali diverse da quelle che fino ad allora l’hanno accudito.

Individuare questi soggetti potenzialmente più deboli è decisivo dal punto di vista dell’igiene mentale, perché significa riconoscere sotto-popolazioni a particolare rischio, e quindi poter predisporre interventi preventivi mirati e progetti di tutela ad hoc. La crescita psicologica del minore straniero ha bisogno di mediare una grande varietà di stimoli. Innanzi tutto egli cresce tra due culture: si tratta di una preziosa opportunità, ma allo stesso tempo di una situazione delicata e non semplice da gestire, che può portare con sé anche rischi di sofferenza psicologica.

Riportiamo come esempio il caso di una bambina citato nel libro Strappare le radici (Mazzetti, 1996): «Genet ha nove anni, è etiope, ed è immigrata due anni fa. Da quando ha cominciato ad andare a scuola, ha iniziato ad avere comportamenti "strani", dicono i genitori. Si rifiuta di parlare la lingua etiope, e questo crea problemi con la madre, che non ha ancora imparato l’italiano. La madre è rimasta molto legata allo stile di vita della sua terra: indossa sempre i vestiti tradizionali, e non vuole integrarsi, il suo è un modo di combattere la nostalgia. Ma Genet si rifiuta di uscire con lei, non vuole assolutamente che la vada a prendere a scuola perché si vergogna, e una volta ha cercato di buttarle via gli abiti africani. Se incontra la mamma fuori casa, finge di non conoscerla, e dice che da grande diventerà bianca. Da qualche tempo ha cominciato a rifiutarsi di mangiare anche i cibi etiopi».

Il bambino sufficientemente solido, che può contare su una famiglia che è riuscita a trovare un modo soddisfacente di venire a patti con la società ospitante, e gli fornisce quindi modelli validi, troverà le sue soluzioni. Ma chi, come Genet, non può contare su questi sostegni (la sua solidità, la solidità dei modelli), può sviluppare disturbi.

Può essere il caso di scendere nel dettaglio e osservare le possibili dinamiche che si agitano nella psiche dei piccoli stranieri nel nostro Paese.

In casa, è comprensibile, vivono seguendo gli stili comportamentali propri della loro cultura familiare. I genitori, in altre parole, insegnano loro a essere dei "piccoli marocchini", o dei "piccoli indiani". La gran parte dei genitori, però, si rende anche conto di vivere in una realtà diversa da quella del proprio Paese d’origine, e aiuta i piccoli a trovare mediazioni. Li incoraggia a studiare l’italiano, a prendere con impegno la scuola, a progettarsi un futuro in Italia. Insegna loro ad amare la patria da cui provengono, dove vivono i nonni e dove spesso tornano per le vacanze, e la patria nuova, che offre nuove e migliori opportunità non solo di benessere materiale, ma spesso di qualità della vita in senso più lato («qui i bambini sono trattati meglio», «le cure sono migliori», «qui i miei figli avranno un futuro»).

A volte, tuttavia, i genitori incontrano difficoltà a gestire la nuova realtà. Si sentono minacciati dalla società italiana, soprattutto se privi del permesso di soggiorno o in condizioni di marginalità socio-economica. Altre volte semplicemente si spaventano nel vedere che i propri figli parlano meglio l’italiano della lingua materna, che crescono come piccoli italiani: temono di perderli, di vederli fuggire in un mondo nuovo che non è il loro. Ed è quindi umano che in questi casi si irrigidiscano e mandino ai loro figli messaggi espliciti, o più spesso non verbali e impliciti (e quindi inconsapevoli, ai quali è più difficile opporsi) del tipo: «non diventare italiano, rimani come noi». E vale la pena di citare, almeno di sfuggita, l’esempio estremo e tragico di questo atteggiamento: la pratica delle mutilazioni genitali femminili, non certo sconosciute nel nostro Paese (Mazzetti, 2000).

Tabella.

Il Centro "Come" ha curato Parole per accogliere, un "pronto soccorso linguistico" contenente le parole e le formule più ricorrenti (tradotte in 15 lingue) da usare nella gestione di una classe. È un’utile proposta per aiutare gli insegnanti a stabilire un primo contatto e offrire ai bambini stranieri il suono rassicurante e familiare della loro lingua madre. Per informazioni: tel. 02.77.40.31.79.

"La pelle giusta"?

Per chi è nato o cresciuto in Italia è difficile gestire messaggi del tipo: «non essere italiano»: cosa può essere, allora? Certo, non può essere un polacco o un somalo come i suoi genitori, per il fatto che, semplicemente, non lo è. Oltretutto a scuola, nell’ambiente sociale, non di rado i messaggi che lo raggiungono sono di segno opposto al precedente: essere straniero, figlio di immigrati, non va bene, significa essere arretrati, poveri, emarginati, "selvaggi" (per avere un’idea dei pregiudizi che girano nella nostra società, e in particolare nelle nostre scuole, può essere illuminante il testo di Paola Tabet, La pelle giusta (1997).

Anche qui, non si tratta certo, e per fortuna, di messaggi che tutti i bambini colgono. L’intelligenza e l’apertura di molti insegnanti, le numerose realtà che operano per l’integrazione nello sport, negli oratori, ai più vari livelli educativi, aiutano i piccoli stranieri. Ma ad alcuni il messaggio arriva.

E se il piccolo si trova schiacciato tra il messaggio familiare: «non essere italiano» e quello sociale: «non essere uno straniero», si sente nei guai: la ricchezza della multiculturalità è perduta. Al suo posto c’è solo una terra di nessuno, una condizione di apolide culturale nella quale il piccolo (e tanto più l’adolescente) rischia di perdersi, senza trovare un suo posto nel mondo.

I piccoli reagiscono, e le loro risposte sono in genere di due tipi: o si arroccano nella loro identità di stranieri, e rifiutano qualsiasi compromesso con la nuova realtà, con continui conflitti a scuola e nell’ambiente sociale, o cercano di mimetizzarsi il più possibile con gli italiani, negando la loro origine familiare, e buttando al vento le ricchezze culturali che da questa derivano, con i comprensibili conflitti con la propria famiglia (è il caso di Genet, riportato poco sopra).

L’insegnante milanese Maria Frigo (1999) ha descritto con grande attenzione e con molta competenza queste reazioni, illustrando la storia di una bambina albanese, decisa a essere più italiana degli italiani, e di un ragazzino bulgaro del tutto in conflitto con la realtà italiana: al suo lavoro rimandiamo per le considerazioni non solo psicologiche, ma anche pedagogiche che ne derivano.

Altri, semplicemente, si perdono alla deriva, in questa terra di nessuno tra due culture, e sviluppano disturbi psicosomatici e soprattutto forme depressive, che molto spesso non vengono riconosciute per la loro atipicità. Infatti, il sentimento di perdita e di abbandono e la difficoltà di elaborarlo, possono trovare nel bambino una configurazione sintomatologica notevolmente diversa da quella che si può riscontrare nell’adulto depresso. La depressione infantile può esprimersi con aggressività, iperattività, irritabilità, disobbedienza, cambiamento della performance scolastica, fobie scolastiche, pianto facile, disturbi del sonno, disturbi somatici, disturbi della condotta alimentare, enuresi ed encopresi, quelli che J.M. Toolan (1962) ha chiamato: «equivalenti comportamentali della depressione». Non ci stupiamo, quindi, che alcuni di questi piccoli non vengano compresi, e non possano così trovare gli aiuti di cui hanno bisogno.

Ogni individuo, e tanto più ogni bambino, ha bisogno di dare risposta a due domande fondamentali: «da dove vengo?» e: «chi sono?» (Di Cristofaro Longo, 1993), di dare cioè un senso alla propria storia, tra le proprie radici e il proprio progetto esistenziale.

Nella situazione che abbiamo descritto, radici (il passato personale, quello della propria famiglia e della propria cultura) e progetto (il futuro nel Paese nel quale si vive) sono separati, vi è come una lacerazione che non risponde al profondo bisogno di unità della persona. C’è una sorta di lotta tra le radici, da dimenticare o da esaltare, e il progetto su come dovrà essere e come e a quali condizioni. Un tale conflitto può risolversi solo con l’integrazione di bisogni apparentemente contrapposti, che riescano a costituire una sorta di rammendo, che, riunendo il prima con il dopo, offra di nuovo un senso all’esistenza.

Vi sono poi altre situazioni che meritano attenzione, e che possono influire sul benessere psichico dei piccoli pazienti. Esse fanno riferimento specificatamente alle condizioni di salute, psichiche e fisiche, dei loro genitori.

Se un genitore sente di aver fallito il proprio progetto migratorio (che è, in fondo, il progetto della sua vita), può avere la tentazione (inconsapevole, beninteso) di scaricarne il peso sui figli. Ci è capitato, nella consuetudine della pratica clinica, di incontrare persone che, depresse e disarmate, dichiaravano: «La mia vita ormai è finita, io non ho ottenuto niente..., campo solo per i miei figli, perché loro ce la facciano...», lasciando in qualche modo intendere come solo il successo dei piccoli potesse dare un senso alla loro esistenza. Un fardello che ci sembra davvero pesante, per chi già è in cerca di un significato da dare alla propria vita, offrirne uno anche ai propri genitori.

Poi ci sono i profughi, i rifugiati, le vittime di violenza o di torture. Sono persone a volte in condizioni psichiche molto deteriorate. Abbiamo conosciuto bambini sofferenti, perché con genitori non in grado di prendersi cura efficacemente di loro, piccoli costretti a volte, nei fatti, a vicariare papà e mamma, sia nelle normali pratiche di gestione domestica, sia nell’accudimento di fratelli più piccoli.

A volte, poi, accade che i piccoli stranieri rimangano orfani. È un evento tragico per ogni figlio, ma per questi bambini, probabilmente, un po’ di più. Essi sono spesso soli, la famiglia allargata è lontana, è più difficile trovare figure genitoriali vicarianti, che li sostengano e li aiutino nel superamento del trauma.

Prevenzione e terapie

Possiamo distinguere gli interventi di tutela in due aree: una preventiva e una terapeutica.

Indubbiamente c’è un intervento preventivo ampio, al quale tutti possiamo portare un nostro contributo: batterci per costruire una società accogliente. Indubbiamente è una considerazione all’apparenza scontata, quasi banale. Eppure forse non è del tutto così. È utile, a nostro parere, non sottovalutare le nostre forze, in tal senso.

Una società è fatta di tante donne e di tanti uomini, non è una struttura astratta. Ognuno di noi, ogni giorno, nel suo piccolo ambito di lavoro, nella cerchia delle sue relazioni, può diffondere informazioni e conoscenze che promuovano la cultura dell’accoglienza. Ognuno di noi, ogni giorno, può dedicare qualche momento a scoprire dentro di sé pregiudizi che lo ostacolano su questo cammino, e può trovare soluzioni creative per le difficoltà quotidiane. Nessuno di noi è in grado di cambiare il mondo, ma non lasciamocene scoraggiare: ognuno di noi può essere l’occasione di un piccolo cambiamento che assuma significato, per un momento, nella vita di un bambino straniero.

Una prevenzione più mirata ai nostri fini, che sono quelli di promuovere il benessere psicologico dei figli di immigrati nel nostro Paese, è quella di individuare innanzi tutto i soggetti più fragili. Impresa non facile, considerando la mancanza di ampi studi epidemiologici in proposito. Ma sulla base delle nostre esperienze, e in base a quanto siamo venuti dicendo, ci pare di poter individuare queste categorie: figli di immigrati irregolari o comunque in condizioni di marginalità socio-economica; bambini che hanno affrontato essi stessi il percorso migratorio (soprattutto se già grandicelli, e se si sono riuniti ai genitori dopo una prolungata separazione); figli di rifugiati, di profughi o di vittime di violenze; orfani o con situazioni di disgregazione familiare.

Sono situazioni, come vediamo, che in molti casi renderebbero a rischio anche un bambino italiano: è sempre utile ricordare, però, che le possibilità di compensazione per un piccolo straniero sembrano essere minori, per le condizioni di equilibrio spesso instabile dei nuclei familiari e per la mancanza di legami parentali allargati.

Il termine "terapia" ci sembra appropriato alla cura delle difficoltà dei piccoli stranieri, anche se in molti casi si tratta di interventi che non vengono fatti da personale sanitario. Lo vogliamo utilizzare perché crediamo che una larga parte della cura del disagio psichico, soprattutto nell’età dello sviluppo, può essere efficacemente condotto nell’ambito sociale.

Pensando alla situazione dei piccoli "apolidi culturali", e alla ferita che a volte si forma tra il loro passato e il loro futuro, ci sembra necessario agire su due fronti, perché essi hanno bisogno di un duplice permesso, quello di appartenere alla loro nuova patria, l’Italia, e, allo stesso tempo, di non dover rinnegare sé stessi e le loro origini (Mazzetti, 1996, 1997).

Per il recupero delle loro radici hanno bisogno di riconoscerne il valore. È possibile aiutarli creando un’atmosfera di rispetto e di valorizzazione per la terra di origine della loro famiglia, per i "personaggi importanti" della famiglia (nonni, zii, eccetera) e del Paese (uomini di cultura, ma anche sportivi famosi: non è difficile trovarne), per le tradizioni culturali e religiose, così come per quelle gastronomiche e ludiche.

Perché si concedano di appartenere all’Italia, si tratta di aiutarli nel costruirsi un progetto di vita qui, nel costruire fantasie su come saranno da grandi nella nuova patria. E per rammendare lo "strappo" tra il dopo e il prima, occorre aiutarli a ricostruire una storia in cui i vari elementi della loro biografia, ma anche di quella dei loro familiari, trovino un senso reciproco, e si uniscano qui nel presente.

Esistono a questo scopo delle specifiche tecniche psicoterapeutiche, da usare nel setting appropriato. Ma esistono anche molte modalità che appartengono al campo educativo (alla scuola, ma non solo), e per le quali comincia a esserci anche materiale sperimentale prodotto nel nostro Paese.

Noi riteniamo che se si tengono ben presenti i punti cardinali che ci indicano la strada, e che possiamo sintetizzare con la promozione della doppia appartenenza (alla cultura familiare e a quella italiana, al prima e al dopo) e con l’attribuzione di significato al presente come cerniera tra le due appartenenze, la creatività di ognuno saprà trovare soluzioni, nei rispettivi campi d’azione.

Un altro intervento decisivo è aiutare i piccoli a prendere consapevolezza di quanto sta loro accadendo. Come abbiamo visto, molti messaggi che essi ricevono sono inviati in modo implicito, non verbale, ed essi non comprendono le ragioni del proprio malessere. Agire in modo che ciò che è implicito diventi esplicito, che ciò che è inconsapevole diventi consapevole, significa fornire loro strumenti con cui intervenire: i bambini hanno bisogno di capire cosa sta avvenendo, per poterlo metabolizzare.

In alcuni casi, infine, può essere utile aiutarli a separare la loro vita dal destino dei loro genitori. Hanno bisogno di capire che non sta a loro dare un senso alla vita di papà e mamma, se questi l’hanno smarrito: si tratta di aiutarli a mettersi al centro della propria vita, e a progettarsi in autonomia.

Al termine di questo excursus sulla crescita psicologica dei bambini stranieri vogliamo congedarci ricordando e sottolineando che, nella maggior parte dei casi, i figli di immigrati nel nostro Paese crescono bene: gestiscono con efficacia la loro relazione con la cultura familiare e con la terra che li ha accolti, e sono ben sostenuti da genitori capaci e adeguati.

Se ci teniamo a sottolineare questa realtà è per evitare che si pensi ai bambini stranieri come a piccoli in difficoltà tout court, perché non si creino pericolosi cortocircuiti per cui avere genitori immigrati significhi essere a rischio: di qui a considerare come un handicap la provenienza da un’altra cultura il passo è brevissimo, ed è bene evitare di compierlo (chi lavora nella scuola conosce senz’altro qualche episodio in cui il bambino straniero ha corso il rischio di essere considerato handicappato).

Lo ripetiamo: essere straniero non è un handicap. È una ricchezza, piena di potenzialità, anche se a volte difficile da gestire. E certamente alcuni bambini si trovano in difficoltà: è necessario identificarli e fornire loro un aiuto.

Ma desideriamo che la consapevolezza dei rischi e delle difficoltà cui vanno incontro alcuni piccoli stranieri in Italia non faccia velo sull’ottimismo con cui vogliamo concludere queste pagine, e che ci viene confermato quotidianamente dai tanti casi di bambini che, venendo da altri mondi, trovano un posto felice nel nostro Paese, da cui costruire un futuro che sarà una ricchezza per tutti, per loro e per noi.

Francesco Colosimo e Marco Mazzetti
   

BIBLIOGRAFIA

  • Di Cristofaro Longo G., Identità e cultura. Per un’antropologia della reciprocità, Roma, Ed. Studium, 1993.
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