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ESPERIENZE SPERIMENTALI CON ALLIEVI CINESI

L’amarezza di chi non ha casa

di Maria Omodeo
(sinologa, coordinatrice dei progetti Cospe in Italia)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 2000 - Home Page Una positiva tendenza ha caratterizzato, negli ultimi anni, le scuole toscane: il numero crescente di studenti cinesi. Intorno a questa etnia vi sono numerosi pregiudizi e le loro difficoltà linguistiche vengono spesso mal interpretate. Le nuove generazioni hanno il compito di favorire l’inserimento sociale.

Nelle scuole superiori toscane si sta evidenziando una nuova tendenza: l’arrivo di un numero crescente di allievi d’origine cinese, fatto che indica un miglioramento nei livelli di inserimento dei ragazzi originari di questa etnia nella società italiana. Tuttavia, si tratta ancora di una percentuale bassa rispetto al numero di coloro che escono dalle medie inferiori, percentuale che mette in discussione un po’ tutta la società, al di là delle istituzioni scolastiche stesse.

Il problema linguistico è il primo che viene rilevato dagli insegnanti con allievi d’origine straniera, soprattutto se orientali. Questo sembra il primo ostacolo per un inserimento positivo in una classe e per la crescita cognitiva in tutti gli ambiti scolastici. Anche quando un alunno possiede un livello linguistico apparentemente alto, perché riesce a dire e a capire tutto ciò che è indispensabile nella quotidianità, trova poi difficili le spiegazioni di materie più complesse, o il linguaggio dei libri di testo, basato su registri linguistici lontani dalla lingua di tutti i giorni.

Perdere la propria lingua madre provoca grandi difficoltà anche nello studiare una seconda lingua, anche se il frequente insuccesso scolastico degli allievi stranieri nelle scuole italiane non è certo determinato solo da questo problema. Anche nel caso dei laboratori bilingui organizzati e gestiti dal Cospe (1), frequentati a tutt’oggi da oltre 2.000 allievi, l’obiettivo principale è quello di accrescere fra gli allievi d’origine minoritaria la stima per la propria cultura, società, famiglia d’appartenenza, mentre quello del mantenimento e rafforzamento della lingua madre può essere definito un obiettivo "collaterale", data anche la difficoltà di garantire la continuità di questo tipo di interventi.

Dalle politiche degli anni passati si è ereditato un alto numero di ragazzi d’origine straniera iscritti ad anni scolastici indietro rispetto a quello di appartenenza per età.

Con la motivazione che frequentando la scuola di base per un maggior numero di anni i bambini possono imparare meglio l’italiano, sussiste una certa tendenza a tenere questi ragazzi almeno due o più classi indietro rispetto alla loro età (2), ma i problemi di inserimento e di socializzazione diventano sempre più pesanti con il crescere dell’età e determinano un forte abbandono allo scadere dell’età dell’obbligo. I più grandi si ritirano alla vigilia dell’esame di terza media o si sentono ridicoli quando si tratta di esporsi in materie quali disegno, musica, ginnastica, tecnica, che sembrano loro infantili.

Non abbiamo dati sufficienti per trarre statistiche, ma dai questionari diffusi all’inizio di ogni laboratorio bilingue parrebbe che alle scuole superiori i maschi si iscrivano solo se sono al massimo uno o due anni indietro d’età, mentre le femmine si iscrivono anche se sono un po’ più grandi.

I problemi d’inserimento e di socializzazione diventano sempre più pesanti con il crescere dell’età. I più grandi si sentono ridicoli dovendo affrontare disegno, musica, ginnastica, tecnica, che sembrano loro materie infantili.

Collegi in patria

Negli ultimi anni, un fenomeno nuovo si sta presentando nelle comunità cinesi toscane, in rapporto con il relativo miglioramento della situazione economica di molti: varie famiglie hanno cominciato a rimandare in Cina i propri figli per proseguire o integrare gli studi. La scelta di rimandare nella madrepatria i figli, tanto pesante dal punto di vista psicologico, ancora una volta dimostra il desiderio dei genitori di garantire loro il successo scolastico fino ai livelli più alti.

Nello Zhejiang – provincia di principale provenienza degli immigrati cinesi in Italia – sono in aumento scuole e collegi molto avanzati dal punto di vista delle strutture e dell’impostazione didattica, fatti costruire e mantenuti con capitali di cinesi emigrati in vari Paesi d’Europa. In queste scuole si prevede anche l’insegnamento dell’italiano accanto a quello del cinese e dell’inglese.

Molti dei genitori che scelgono di rimandare in patria i figli per qualche anno, motivano il loro gesto con il fatto che non sono in grado di seguirli negli studi in Italia, date le proprie incompetenze linguistiche. È inoltre frequente che i ragazzini cinesi – soprattutto dalle medie in su – approfittino dell’impossibilità da parte dei genitori di controllarli. Inoltre, senza competenze in cinese, i ragazzi rischiano di non potersi rifare una vita in Cina, qualora decidessero che le migliori possibilità di inserimento lavorativo potrebbero averle là.

È difficile generalizzare gli atteggiamenti delle famiglie cinesi in Italia nei confronti degli studi: spesso problemi contingenti spingono i genitori a richiedere ai figli anche un aiuto nel lavoro – soprattutto quando frequentano le superiori – e certamente ciò rende più difficile per questi lo studio; oppure le aspettative nei confronti della scuola vengono riversate su un unico figlio (o figlia), considerato più dotato, o sull’ultimogenito perché i maggiori possano prendere il posto del genitore alla guida dell’azienda familiare...

Spesso le aspettative dei genitori sono troppo alte rispetto alle difficoltà che i figli vivono, e il primo fallimento scolastico è per loro "senza appello". Soprattutto il figlio maggiore, se fallisce, viene avviato al lavoro, analogamente a quanto avviene nella Cina rurale, in una precoce autonomia impensabile in Italia, dove di solito i ragazzi dipendono dalle famiglie fino ad età avanzata.

La società del pudore

Va poi tenuto presente quella sorta di pudore frequente nella società cinese, per cui le difficoltà psicologiche né vengono manifestate, né rilevate. È perciò raro che gli insegnanti li notino e ancora meno frequente che i genitori ne tengano conto, se non quando è troppo tardi per porvi rimedio dal punto di vista scolastico.

Dalle risposte ai questionari emerge un disagio nell’inserimento sociale dei ragazzi cinesi: molti ne indicano l’origine nelle proprie difficoltà linguistiche, altri le attribuiscono alle differenze di vita o di cultura, pochi dicono che «agli italiani non piacciono i cinesi» o attribuiscono in qualche modo agli italiani la causa di queste difficoltà di relazione. Se però guardiamo le risposte date dai ragazzi più grandi, che frequentano la terza media o le superiori, questo tipo di risposta si fa sempre più frequente, indice che le difficoltà di relazione aumentano con il crescere dell’età. Questa tendenza di molti ragazzi italiani nei confronti dei compagni di classe stranieri, del resto, è stata rilevata anche tramite giochi di simulazione nelle classi, con allievi di fasce d’età differenti, dal secondo ciclo delle elementari fino a gruppi di neolaureati (3). Alcuni ragazzi cinesi delle medie e delle superiori che avevano abbandonato la scuola, intervistati sulle cause dell’abbandono, le hanno attribuite alle aggressioni subite sulla strada da casa a scuola o a un più generale atteggiamento di ostilità da parte dei compagni italiani nei loro confronti.

Nelle molte esperienze di questi anni, si è visto che per infrangere pregiudizi negativi fra i ragazzi italiani nei confronti dei loro compagni di origine etnica diversa sono senz’altro utili laboratori interculturali e altre iniziative che favoriscano la socializzazione e la valorizzazione delle varie culture, senza pietismi e senza puntare i fari direttamente sui ragazzi stranieri. Al di là delle difficoltà citate, una convivenza più serena farebbe pendere la bilancia meno di frequente verso la decisione di lasciare gli studi.

Il giudizio delle famiglie

Il giudizio nei confronti delle famiglie cinesi è uno dei più duri nell’immaginario collettivo: le difficoltà linguistiche vengono lette come chiusura culturale e non volontà di inserimento sociale; i genitori cinesi nel loro complesso sono considerati sfruttatori del lavoro dei propri figli e su tutti aleggia l’accusa di essere possibili mafiosi.

In tutte le comunità cinesi della Toscana, è forte un senso di insicurezza, che provoca negli adolescenti reazioni diverse, dalla rivalsa nei confronti delle proprie famiglie – che ai loro occhi appaiono criticabili perché li hanno portati in situazioni in cui non sono in grado di proteggerli – fino a un bisogno di omologazione sociale che a molti fa perfino rimuovere la lingua madre.

Bambini e ragazzi fungono quotidianamente da interpreti per le famiglie, che dipendono da loro anche per le pratiche burocratiche di ordinaria amministrazione. La conseguenza più grave di questo è che si capovolgono i ruoli gerarchici interni alla famiglia, fatto che aumenta fra gli adolescenti l’insicurezza, di cui l’abbandono scolastico alla fin fine non è il risultato più grave: «Che cosa posso dirgli, se non vuole finire le medie? Per me è un dolore enorme, ma io non potrei nemmeno mandare avanti il mio lavoro senza di lui, che mi fa da tramite con i clienti; non potrei avere nemmeno il permesso di soggiorno perché in Questura non ti ascoltano se non sai l’italiano. Tutta la vita mia e di mia moglie dipende da nostro figlio, da soli non potremmo sopravvivere qui: che cosa posso dirgli io, se non riescono a convincerlo gli insegnanti?», si sfogava un padre.

Talvolta si stenta a capire quanto è rischioso parlare con le famiglie tramite gli allievi per comunicare che questi non frequentano le lezioni con regolarità, che non svolgono i compiti assegnati a casa, per mettere in discussione il tipo di educazione che le famiglie impartiscono loro... Spesso le assenze sono causate proprio dal fatto che i genitori hanno bisogno dei figli come interpreti (una pratica in Questura può necessitare decine di giorni di code).

In questi colloqui, i figli vedono sé stessi sgridati a causa dei genitori e questi ultimi messi in discussione dagli insegnanti. Immaginiamo questi stessi bambini e ragazzi utilizzati come interpreti dalle forze dell’ordine durante gli sgomberi e le perquisizioni, che sono esperienze traumatizzanti di per sé stesse, a cui si aggiunge il senso di responsabilità derivante dall’essere i tramiti per la comunicazione, i difensori di fatto di quei genitori che dovrebbero essere invece fonte di sicurezza. Teniamo conto del fatto che gli sgomberi e l’apposizione di sigilli a macchinari e capannoni provocano ad un tempo l’estromissione dal luogo di residenza e l’allontanamento dal lavoro dei nuclei familiari che così si smembrano fra altre famiglie, in situazioni di vita sempre più precarie.

Gli sgomberi sono provocati da un uso improprio dei capannoni industriali come residenze: immaginiamo questi ragazzi nei periodi di tranquillità studiare e dormire nei capannoni in mezzo al rumore, senza un tavolo su cui appoggiarsi, vediamoli mentre cercano di estraniarsi dalla confusione rifugiandosi davanti a un televisore.

Vignetta.

Diritto alla privacy

«Se non vogliono farsi fotografare vuole dire che hanno qualcosa da nascondere», diceva un giornalista che non capiva che a nessuno, orientale od occidentale che sia, piace farsi fotografare quando si trova in una situazione in cui pensa che potrebbe venir compatito, deriso o disprezzato. Spesso gli insegnanti ritengono che gli allievi cinesi si rifiutino di parlare della propria casa perché sono stati addestrati in tal senso dalle famiglie che vogliono nascondere le proprie situazioni di irregolarità, come se fosse sfuggito loro che al momento dell’iscrizione a scuola si deve fornire il proprio recapito.

Per capire quanto pesi la mancanza di una casa ai ragazzi cinesi, è interessante citare un episodio capitato in una scuola media del centro pratese durante le attività di un laboratorio interculturale del Cospe: su una mappa di grandi dimensioni del quartiere della scuola, gli allievi (italiani e cinesi) potevano intervenire eliminando e modificando ciò che a loro non piaceva.

I ragazzi cinesi cominciano a cancellare i capannoni industriali, sostituendoli con un aeroporto; un allievo pratese autoctono commenta che sono le industrie che hanno fatto di Prato una città ricca e moderna. Uno degli allievi cinesi comincia allora a sostituire tutte le residenze con un Luna Park e commenta: «Senza aeroporto una città non è moderna». Nel ricostruire a memoria il tragitto da scuola a casa, con semafori, negozi e altri punti di riferimento di vario genere, in quasi tutti i disegni degli allievi cinesi, la scuola e la zona attorno sono dettagliatissime, mentre una sorta di nebbia si spande sulle mappe ricostruite via via che ci si avvicina al luogo di residenza ; scompaiono alberi, case, bar e anche i bordi delle strade si rarefanno fino alla scritta: «qui abito io». Invitati a disegnare anche "casa loro", diversi commentano che non hanno casa. Invitati a disegnare come vorrebbero che fosse, alcuni dicono: «Non potremo averla, non posso nemmeno immaginare com’è una casa». Forse davvero alcuni di loro non hanno mai visto dall’interno una casa in Italia (4). Gli allievi che frequentano le superiori spesso sono fra quelli le cui famiglie hanno trovato una casa, appartengono cioè spesso alla fascia più garantita delle comunità.

Una difficoltà per gli insegnanti delle superiori viene anche quando tentano di avviare un dialogo con le famiglie cinesi: per la cultura cinese si tratta di ragazzi che hanno ormai l’età dell’autonomia, la famiglia li aiuta pagando le spese scolastiche, ma considera di non doversi più intromettere nella loro vita scolastica e ancora meno sono disposti a sottoporsi all’imbarazzo di farsi dare informazioni sull’andamento scolastico dei loro figli, attraverso il loro ruolo di interpreti.

L’anno che verrà

Le difficoltà delineate fin qui spingono alcune istituzioni toscane a ricorrere a vecchie soluzioni, quale quella di porre tetti massimi nei numeri di iscritti non autoctoni – spesso senza test d’ingresso per verificarne le reali competenze – o quella di creare "classi di prima accoglienza" in cui i ragazzini di una stessa etnia studiano intensivamente italiano con pochi contatti con i coetanei autoctoni.

Dopo quindici anni di esperienze che – pure tra le mille difficoltà sin qui descritte – hanno portato le scuole toscane a risultati molto positivi, è sicuramente un tornare indietro il ricorso a queste soluzioni. Si tratta inoltre di interventi pericolosi, che spingono sempre più famiglie cinesi (e non solo) a proporre scuole di comunità, con il rischio di nuove chiusure da entrambe le parti.

Le risposte istituzionali dovrebbero essere tutte improntate al favorire la convivenza, come peraltro avviene in tanti altri casi, in cui funziona una progettazione partecipata, come ad esempio nel gemellaggio fra scuole di provenienza e scuole di arrivo degli allievi cinesi, in corso di realizzazione con il patrocinio degli enti locali, fra le scuole elementari e medie di San Donnino (FI), il Liceo "Livi" e l’Istituto "Datini" di Prato – che contano grandi numeri di allievi d’origine cinese – con scuole della città di Rui’An.

Maria Omodeo

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