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INCONTRI - INCONTRO CON JAMILA, MEDIATORE CULTURALE

Dal Marocco con amore

di Cristina Beffa
     

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 2000 - Home Page Parlare con una musulmana integrata è certo un’esperienza arricchente. Il suo rispetto per il Paese ospitante è una lezione contro i pregiudizi e l’ostilità verso chi professa credi diversi.

Jamila Bengoumi viene dal Marocco. È in Italia dal 1994, sposata con un connazionale. Hanno un bambino. Cresciuta in una famiglia musulmana di etnia berbera, sia lei che la sorella e i tre fratelli hanno frequentato l’università. Riconosce che suo padre non ha fatto distinzioni tra maschi e femmine per quanto riguarda lo studio, anche se la loro cultura di origine trova nell’uomo la figura dominante in famiglia, nella società e nella religione. Jamila parla 4 lingue (arabo classico, italiano, francese, inglese) e due dialetti. Insieme ad altri immigrati, è stata in udienza dal Papa al quale ha rivolto il messaggio di saluto. A Roma, dove attualmente vive, svolge l’attività di "mediatore culturale" presso il ministero degli Affari sociali, settore minori stranieri non accompagnati. Si tratta di un nuovo progetto di inserimento dei minori dai 13 ai 17 anni, a livello nazionale. Jamila lavora anche presso la Città dei ragazzi, una struttura collegata al Comune di Roma.

Jamila Bengoumi in udienza dal Papa.
Jamila Bengoumi in udienza dal Papa.

«Compito del mediatore – precisa – è fare da ponte fra i minori, in questo caso, e il Paese dove sono approdati. Si tratta di lavorare per integrare due culture, due lingue, due tradizioni e un insieme di valori che caratterizzano l’uno o l’altro popolo. L’impegno è burocratico e umano insieme perché questi ragazzi sono scappati da situazioni familiari difficili. Bisogna quindi aiutarli a rimarginare le ferite, ad accettare la doppia appartenenza, a non sentirsi sempre stranieri ed emarginati».

  • Svolgendo questo lavoro ti senti più mamma, maestra, assistente sociale?

«Dipende dal momento e dallo stato del minore non accompagnato. Quindi, direi, né l’una né l’altra singolarmente, ma tutte e tre a seconda della necessità. Però mi sento meno assistente e più mamma anche se in tutte le culture, e dunque anche in quella araba, di mamma "ce n’è una sola". Mi avvicino a questi ragazzi con grande rispetto delle loro storie. Mi rendo disponibile. Capisco i loro momenti. Non dò mai loro l’impressione di evitarli. Prospetto loro un futuro migliore se lo vorranno con tenacia e pazienza. Cerco di appianare le difficoltà burocratiche. Tutto questo mi rende un punto sicuro di riferimento e anche maestra di vita».

Con Jamila non parliamo soltanto di lavoro. «Mi sono sposata in Marocco. Sono venuta in Italia per seguire mio marito, immigrato per lavoro. Lo conobbi ai tempi della scuola e da allora feci di tutto per non perderlo di vista. Siamo ben integrati nel vostro Paese. Ma ogni anno torniamo nel nostro per le vacanze o per altre circostanze familiari».

  • Come descrivi la tua esperienza in un Paese straniero?

«Dopo sette anni faccio un bilancio abbastanza positivo. Per natura sono una persona positiva e vedo prevalentemente "il bicchiere mezzo pieno". Certamente, se potessi replicare a chi è negativo con il mio popolo lo inviterei a leggere e a documentarsi prima di giudicare onde evitare "uscite" di cattivo gusto, frutto di ignoranza».

  • Sinceramente, qual è la difficoltà che vivi in qualità di extracomunitaria?

«Vedere che in Italia l’immagine dell’immigrato è quasi esclusivamente quella del bisognoso, del criminale, del clandestino che viene a rubare. Sembra del tutto ignorata la presenza dell’immigrato di cultura medio-alta (per non dire alta) che lavora, paga le tasse, produce un bene sociale. Certo, conosco persone che non faticano ad attribuire cose belle agli extra-comunitari. Del resto, queste stesse persone mi raccontano che quando vanno a Londra o in altri posti, si sentono infastidite dal fatto d’essere "considerate spaghetti, pizza e mafia"».

  • I flussi immigratori andrebbero controllati meglio, non pensi?

«Esiste una legislazione apposita. Basterebbe applicarla con oculatezza e assiduità».

  • Che cosa apprezzi nel mondo occidentale?

«L’attuale condizione della donna».

  • Quali sono i primi valori della cultura musulmana?

«Da noi, se dici cultura dici fede. Quindi nella fede musulmana prevale il rispetto verso i genitori e i vecchi. La famiglia, poi, è un valore fondamentale. Nei rapporti con gli altri prevalgono la coerenza, la correttezza, il rispetto».

  • Che cosa mi dici della situazione della donna nella vostra cultura?

«La donna sta faticosamente acquistando piccoli spazi a piccolissimi passi. L’evoluzione è lenta perché la condizione femminile da noi è imposta, ma anche facilmente accettata dalle donne stesse».

  • Allora tu, che sei più emancipata di tante donne italiane, come hai fatto? Hai avuto un padre comprensivo e trovato un marito d’oro? O tu sei capace di ottenere senza creare conflitti?

«Sono stata fortunata. Mi ritengo tutt’ora tanto fortunata. In casa mia ho sempre chiarito quali erano i miei desideri. Crescendo, mi sono conquistata la libertà della maturità. Con mio marito discutiamo di tutto. Anche in lui prevale ovviamente l’orgoglio maschile che io evito di mettere in discussione. Così, a lui non devo chiedere la libertà perché me la garantisce. Del resto mi conosce bene. E mi ama».

Cristina Beffa
   

LA RETE PER APPRENDERE

Il compito della scuola è sempre stato quello, importantissimo, di trasmettere i valori e la cultura di ieri e al tempo stesso preparare a comprendere il futuro. Finché i cambiamenti sociali sono stati lenti e localizzati, le due funzioni non sono mai entrate in conflitto. Oggi, invece, i continui e repentini mutamenti dell’ambiente che ci circonda e la straordinaria quantità di informazioni raggiungibili attraverso Internet sottolineano l’inadeguatezza delle nostre strutture nello svolgere il loro compito formativo. Per questo, Domenico Parisi (ricercatoreCopertina de: scuol@.it . all’Istituto di psicologia del Cnr) ricorda nel suo libro scuol@.it (Mondadori, Milano 2000, pp. 240, lire 32.000), l’importanza di rivoluzionare l’apprendimento mediante un uso intelligente e dinamico delle nuove tecnologie.

Il computer può essere un utile strumento per conoscere e approfondire non solo la realtà in continua evoluzione, ma anche le altre discipline come la storia, l’arte, la biologia e la letteratura. In tal senso, l’autore, delinea alcune originali soluzioni perché tutte le istituzioni preposte alla trasmissione della cultura (biblioteche, musei) possano accedere al processo di rinnovamento che offre la Rete. Particolarmente interessante è il tema dello studio della storia e della scienza attraverso la simulazione. I numerosi esempi mostrano come possa essere più facile comprendere concetti complessi attraverso l’esperienza piuttosto che direttamente dalle parole.

o.v.

 

STRUMENTI PREZIOSI PER ANIMATORI

Si chiama "Il pronto soccorso dell’animatore", ed è una collana di libri delle Paoline Copertina de: Il piatto è servito. che intendono fornire strumenti pratici per chi in parrocchia, in associazione, a scuola deve animare gruppi di ragazzi dai 12 ai 18 anni. Alfredo Cenini in Il piatto è servito (lire 8.000) propone una serie di giochi per feste di ogni genere, conditi da consigli sui regalini da preparare, su come attirare l’attenzione dei bambini, su come coinvolgere anche i più timidi. Emanuele Simonazzi, invece, in Hai un momento Dio? (lire 8.000) parte da brani del Vangelo per suggerire spunti di discussione su argomenti che coinvolgono i ragazzi e attraverso testi di canzoni, citazioni celebri, poesie invita alla riflessione.

Copertina de: Hai un momento Dio?Rivolta agli educatori anche la collana "Gli amici di Kindu" della Editrice Monti, romanzi per ragazzi su temi della catechesi o di attualità, corredati da una guida didattica. L’ultimo uscito è Fuori la verità, di Maurizio Onnis, la storia di un gruppo di ragazzi che assistono alla caduta in un fiume di misteriosi bidoni. La versione ufficiale non li convince e per denunciare l’accaduto si ritrovano a protestare, sotto l’occhio delle telecamere, davanti al Parlamento europeo.

Fulvia Degl’Innocenti

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