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SOCIETÀ & FAMIGLIA - DIVAGAZIONI IN MARGINE A UN INCONTRO CASUALE

Il torinese, sul tram con un arabo

di Beppe Del Colle
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 2000 - Home Page Un espisodio dei tanti, che i cittadini delle nostre città vivono ogni giorno, offre lo spunto per riflettere sulla multirazzialità. La conclusione è ovvia: tutti devono pagare un prezzo per l’integrazione fra i popoli.

Un torinese doc sale sul tram; se non è abbonato, oblitera il documento di viaggio all’apposita macchinetta e si guarda attorno. Tutti i posti a sedere sono occupati, e pazienza. Fra le persone in piedi come lui c’è una signora avanti negli anni, appoggiata a un bastone e in evidente difficoltà a tenersi aggrappata a un qualche sostegno. Proprio davanti a lei, seduto ben comodo, c’è un immigrato, probabilmente un arabo, giovane e in tutta apparenza in buona salute. Il signore scommetterebbe che non ha obliterato nessun biglietto, insomma viaggia a sbafo, anche se gli spunta il telefonino dal taschino del giubbotto.

Il torinese doc pensa. «Ma guarda – si dice –: in fondo a me basterebbero due cose, e non mi accorgerei di lui. Mi basterebbe che avesse pagato il biglietto, come me e come tutti, poiché far viaggiare i tram costa, ed è giusto che chi li usa contribuisca alla spesa pubblica: e a essere sinceri non ho mai visto un immigrato (maschio, le loro donne sono più oneste) viaggiare sui nostri tram con regolare biglietto; ma soprattutto mi basterebbe che si alzasse e cedesse il posto a questa signora: intanto perché è una donna, e poi perché è anziana e malferma sulle gambe».

Poi il pensiero divaga. «È sicuro che il Corano non consiglia di non pagare il tram. Però è possibile che il Corano non dica nulla sul rispetto che si deve alla donna e agli anziani. O sbaglio? Forse no, se si deve giudicare dal fatto che l’Islam consente (ai soli uomini, beninteso) la poligamia e che promette ai fedeli che si siano comportati bene, o che siano morti in una guerra santa contro gli infedeli (magari noi cristiani), che troveranno in paradiso tante belle donne, le "uri", ovviamente giovani, ad aspettarli e rallegrarli».

Intanto l’arabo si alza, si avvicina all’uscita, suona il campanello per avvisare che vuol scendere. Il torinese doc obbedisce – come il cane di Pavlov – a un riflesso condizionato: si porta la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni, dove tiene il portafoglio. Sa che tutti i giorni capita d’essere "alleggeriti" sui tram, lo dicono tutti, lo scrivono anche i giornali. Sa che succedeva anche prima che arrivassero gli immigrati: c’erano i tossici, e prima ancora i borseggiatori tradizionali, persino… torinesi. Sa tutto questo, e arriva fra sé e sé a dirsi: «Magari quel (presunto) marocchino è uno studente iscritto alla nostra università, o addirittura un laureato che sta seguendo un master sulla net economy, e ne sa insomma molto più di me. Dei miei soldi non gliene importa nulla. Purtroppo, nessuno gli ha insegnato che noi paghiamo il biglietto e cediamo il posto alle signore».

Nel suo libretto di successo, Il razzismo spiegato a mia figlia (Bompiani, 1998), lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, da molti anni residente a Parigi, scrive: «Lo straniero non reclama amore e amicizia. L’amore e l’amicizia possono venire dopo, quando ci si conosce meglio e ci si apprezza. Ma in partenza non bisogna avere alcun giudizio preconcetto. In altre parole, nessun pregiudizio. Invece il razzismo si sviluppa grazie alle idee preconcette sui popoli e sulle loro culture».

Proviamo ad applicare queste parole, in sé sacrosante, al caso del nostro torinese doc e del suo immigrato. Sarà difficile dire che quel signore sia razzista, con tutto ciò che di violento, di ingiusto il termine comporta. Ma non sarà facile negare che di fronte allo straniero, egli avverta quella paura che secondo Ben Jelloun è la radice prima del razzismo. «Il razzista – scrive – è colui che pensa che tutto ciò che è troppo differente da lui lo minacci nella sua tranquillità. (…) Ha paura dello straniero, di quello che non conosce, soprattutto se quello straniero è più povero di lui. Il razzista è più portato a diffidare di un operaio africano che di un miliardario americano. Meglio ancora, se un emiro del Golfo viene a passare le sue vacanze in Costa Azzurra è accolto a braccia aperte, perché non è l’arabo che si riceve, ma il ricco che è venuto a spendere soldi».

Parole sante, sennonché ciò che si addice ai rapporti fra i singoli – dove può, anzi deve prevalere il rispetto e tacere il pregiudizio – stenta ad apparire normale e praticabile quando si passi ai rapporti collettivi o ai rapporti interculturali, e magari interreligiosi fra etnie diverse, alcune delle quali immigrate. Come osserva il politologo Giovanni Sartori nel suo ultimo saggio: Pluralismo, multiculturalismo ed estranei. Saggio sulla società multietnica, «una popolazione allogena del 10% può costituire una quantità accoglibile, una del 20 probabilmente no, una del 30 è pressoché sicura che verrebbe fortemente resistita».

Questo è il problema ed è a questo punto che le parole dello scrittore marocchino possono essere tranquillamente rovesciate. Anche l’immigrato può darsi che sia vittima di un pregiudizio: che la sua civiltà, la sua cultura, la sua religione siano superiori a quelle degli indigeni. Quando Ben Jelloun parla del "senso di superiorità" che alligna nella mente e nell’animo del razzista, esprime benissimo quello che prova il nostro torinese doc di fronte al comportamento dell’immigrato che non paga il tram e non cede il posto alle signore. Quell’arabo si comporta così – pensa il nostro signore – non perché sia ignorante degli usi e dei costumi nostri, ma perché molto probabilmente pensa che siano usi e costumi sbagliati, destinati a cambiare il giorno in cui avrà colonizzato il Paese.

Non si darà integrazione e vero pluralismo o multiculturalismo fin quando si fingerà di credere che integrazione, pluralismo e multiculturalismo non abbiano un prezzo per tutti: per chi accoglie e per chi è accolto.

Beppe Del Colle

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