Periodici San Paolo - Home page
UNA LETTURA DI DATI E RICERCHE

Dove regna il libero arbitrio

di Carlo Buzzi
(docente di Sociologia della famiglia - Università di Trento)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page Attraverso le più recenti indagini, relative alla sessualità giovanile, è possibile coglierne le principali tendenze evolutive. Ne emerge un quadro in cui hanno perso importanza i valori tradizionali, e prevalgono la tolleranza, la parità e l’autonomia nelle scelte e nei comportamenti.

Tra i cambiamenti culturali che hanno maggiormente inciso sugli atteggiamenti e sui comportamenti degli italiani in questi ultimi trent’anni, quelli legati all’etica sessuale hanno senza dubbio occupato un posto rilevante. Sotto la spinta dei processi di modernizzazione, la sessualità è passata rapidamente dal controllo di una sfera sociale basata su rigide norme prescrittive e, soprattutto, proscrittive, a una sorta di deregulation individualistica che ha consegnato alla sensibilità, alla coscienza e alla morale del singolo l’onere di scegliere i comportamenti ritenuti più appropriati. In altre parole, atteggiamenti, orientamenti e comportamenti legati alla sfera sessuale hanno perso progressivamente i caratteri della costrittività sociale per assumere quelli della spontaneità e del libero arbitrio.

Lo stesso concetto di trasgressività sessuale, all’interno di un contesto etico caratterizzato da una grande tolleranza sociale, è stato drasticamente ridimensionato e oggi si applica alle sole azioni tra individui non consenzienti. L’evoluzione di questa nuova morale – che si collega alla trasformazione della famiglia, dei processi socializzativi, dei tradizionali ruoli di genere, e che ha avuto la possibilità di diffondersi grazie ai processi di omologazione culturale e all’azione dei mass media – ha rapidamente inciso sulla cultura giovanile.

È per questa ragione che appare di particolare interesse porre l’attenzione sui comportamenti, ma anche sugli atteggiamenti e sui valori che guidano le nuove generazioni nei complessi itinerari della sessualità giovanile, così come emergono dalle più recenti indagini condotte sull’argomento (1).

È necessaria, a questo proposito, una premessa: il prolungamento dei processi di transizione verso l’acquisizione dei ruoli adulti (alla soglia dei trent’anni oltre il 50% dei giovani italiani vive ancora con i propri genitori) ha costretto gran parte della popolazione giovanile ad adattarsi a una condizione piuttosto singolare: individui che dal punto di vista dello sviluppo psicologico e fisico sono da considerarsi adulti a tutti gli effetti e che, per molti versi, hanno di questi assunto alcune caratteristiche (ad esempio, una posizione professionale), mantengono per lungo tempo ruoli sociali che, per altri versi, poco differiscono da quelli tipici dell’età adolescenziale e che inducono alla dipendenza nei confronti della famiglia di origine, alla difficoltà di assumersi responsabilità concrete, al timore di compiere scelte decisive. Si è parlato – a tal proposito – di una generazione pragmatica e presentista che, facilitata dai processi di trasformazione culturale di questi ultimi anni, sta estrinsecando un’eticità frammentata che fa riferimento a più canali di moralità, ciascuno dei quali è ritenuto valido limitatamente agli ambiti esperienziali nei quali trova applicazione.

I cambiamenti registrati nella sessualità giovanile devono pertanto essere considerati all’interno dei fenomeni di prolungamento della permanenza dei figli e delle figlie nelle famiglie d’origine e all’interno di un contesto culturale che ha visto l’indebolirsi dei sistemi di valore totalizzanti.

Già nel 1983 la prima indagine dell’Istituto di ricerca "Iard" sulla condizione giovanile aveva evidenziato come una buona maggioranza dei giovani italiani in età tra i 15 e i 24 anni considerava personalmente ammissibile avere rapporti sessuali senza essere sposati, nell’indagine del 1996, e ancor di più nell’ultima del 2000, le regole di condotta individuale in materia di rapporti familiari e sessuali si sono spostate verso una quasi generalizzata tolleranza: i rapporti prematrimoniali, la convivenza non vincolata dal matrimonio, il divorzio sono diventati pratiche entrate a pieno diritto nella morale giovanile, venendo largamente accettate sul piano dell’ammissibilità sociale e personale.

Affrancamento dall’etica

Con le ultime generazioni si è assistito dunque a un affrancamento della sfera sessuale dal campo della moralità sociale, con le sue rigide prescrizioni: il comportamento sessuale ha perso così gran parte della sua carica potenzialmente trasgressiva. Le ricerche condotte a fine millennio hanno messo in evidenza la creazione di un’area eticamente neutrale, dove non hanno più spazio i concetti di giusto o di sbagliato (lo sostiene il 63% dei giovani) (2), dove nulla è particolarmente positivo o particolarmente negativo, dove il singolo rivendica la sua esclusiva capacità di giudizio.

Perfino chi fa riferimento all’etica cristiana esprime una forte autonomia: la grande maggioranza dei giovani sostiene che l’individuo, in materia di sesso, sia svincolato dalle regole morali dettate dall’orientamento ufficiale e dagli insegnamenti della Chiesa e la percentuale di giovani che, al contrario, riconosce nella Chiesa un’importante guida etica anche nel campo dei comportamenti sessuali (14%), appare di gran lunga inferiore di quella di coloro che si professano credenti osservanti.

Un processo di radicale secolarizzazione ha dunque pienamente investito anche questo ambito esistenziale.

Non stupisce come in questo contesto perdano, pertanto, d’importanza i valori tradizionali: i rapporti prematrimoniali vengono quasi unanimemente considerati accettabili personalmente (88%), ma anche percepiti non come una violazione delle norme sociali (58%); la verginità perde qualsiasi valore socialmente riconosciuto (che per avere rapporti completi si debba aspettare il matrimonio è negato dal 78% dei giovani; il fatto che sia preferibile sposare una donna vergine non trova d’accordo il 71% dei maschi e l’87% delle femmine; la verginità maschile è destituita d’importanza dall’87% delle ragazze); metà del campione non considera stigmatizzante – in linea di principio – la promiscuità sessuale (la condanna esplicitamente solo il 37% dei giovani); pur se in questo caso l’unanimità di consenso è piuttosto lontana, si conferma, per molti giovani, il principio della libertà di comportarsi come si vuole, senza dover rendere conto ad alcuno se non a sé stessi.

In linea con questi orientamenti, inoltre, si rileva tra le nuove generazioni un atteggiamento molto più tollerante nei confronti dell’omosessualità rispetto al passato. Pur essendo ancora difficile confessare esperienze o inclinazioni non eterosessuali, le più recenti ricerche sui giovani hanno tuttavia registrato l’aumento dell’accettabilità sociale dell’omosessualità. La sessualità perde la sua stretta connessione con il rapporto d’amore: si può avere una relazione sessuale eticamente accettabile anche con un/una partner con cui è stato instaurato un legame a bassa intensità affettiva, dove è escluso qualsiasi tipo di progettualità futura reciprocamente condivisa.

L’aspetto più eclatante riguarda la parità tra i generi: l’aspirazione a una maggiore libertà sessuale coinvolge sia i maschi che le femmine, ed è riconosciuta legittima sia ai maschi che alle femmine, senza alcuna differenza significativa. Da questo punto di vista, l’asimmetria e la diseguaglianza tra i generi sembra essere stata, almeno sul piano ideale, definitivamente superata rientrando, donne e uomini, all’interno della stessa sfera di giudizio. In altre parole, se un comportamento è tollerato (ad esempio, l’avere nello stesso periodo più partner in assenza di un legame stabile) oppure se invece è stigmatizzato (ad esempio, l’infedeltà nelle relazioni di coppia) lo è tale sia se riferito ad un ragazzo che a una ragazza.

Rispetto ai loro padri e alle loro madri i giovani d’oggi sembrano dunque vivere il sesso, come dice Garelli, in modo più rilassato: ciò che negli anni ’50 e ’60 era vissuto come vincolo regolato dalla morale tradizionale e che dopo il ’68, e per tutti gli anni ’70, era fonte di contrapposizione e di dura conquista, oggi appare un dato di fatto e un diritto acquisito. Il principio del relativismo etico che lascia all’individuo – e solo a lui – la responsabilità delle proprie azioni prevede una sola grande eccezione in alcune forme degenerative della sessualità: nel valutare, e condannare, la prostituzione, la pornografia e la pedofilia i giovani si riappropriano di una visione etica globale.

Se le tendenze sopraccennate sembrano essere quelle che maggiormente si stanno diffondendo all’interno della popolazione giovanile, dobbiamo però rilevare che siamo ben lungi dall’aver raggiunto un’omogeneità generale: accanto a larghe fasce decisamente orientate verso la libertà sessuale si pongono anche minoranze, variamente consistenti a seconda degli ambiti presi in considerazione, rivolte a concezioni più tradizionali. Ciò ha reso possibile, nell’ultima indagine Iard sull’affettività e la sessualità giovanile, l’individuazione di una tipologia che ha segmentato i giovani sulla base del loro orientamento etico.

Il primo gruppo, fortemente teso alla libertà sessuale, comprende oltre la metà della popolazione giovanile e si distingue per un ampio permissivismo in quanto a verginità, rapporti prematrimoniali, promiscuità sessuale, omosessualità. Vi è inoltre un chiaro allineamento verso una parità di giudizio tra comportamenti maschili e comportamenti femminili. Da ogni punto di vista i giovani che si riferiscono a questo tratto tipologico sostengono il primato della scelta individuale sui condizionamenti etici derivati dai valori sociali.

Sul secondo gruppo si concentra un terzo dei giovani; i tratti caratteristici sono improntati su una certa moderazione di opinione: da una parte, infatti, si ribadisce il superamento di alcuni vincoli tradizionali del passato (verginità e rapporti prematrimoniali), dall’altra si osteggia apertamente la promiscuità sessuale, considerandola in modo assai negativo; anche gli atteggiamenti nei confronti dell’omosessualità sono complessi, dal momento che se largamente maggioritaria è la convinzione che il comportamento omosessuale non sia una perversione, una parte consistente del gruppo ritiene che comunque abbia in sé alcuni caratteri patologici.

Minoritario (un giovane ogni otto), ma non per questo meno significativo, il gruppo che si riferisce ai valori tradizionali applicati alla sfera della sessualità; accanto a valori derivati dall’insegnamento cristiano l’orientamento appare però anche rivolto a una visione del mondo caratterizzata da una supremazia maschile; così in esso troviamo giovani che sottolineano l’importanza della verginità, la condanna dell’omosessualità, ma anche la tendenza a considerare l’infedeltà femminile più grave di quella maschile.

L’iniziazione sessuale

La profonda trasformazione culturale che ha caratterizzato il nostro Paese in questi ultimi anni non ha solo indebolito, come si è visto, le basi su cui poggiavano alcuni principi etici tradizionali che regolavano con norme rigide la sessualità giovanile, ma anche determinato effetti considerevoli sui comportamenti. L’impostazione valoriale emergente, coniugata con una condizione esistenziale che favorisce il procrastinamento delle scelte connesse all’acquisizione di ruoli adulti, induce infatti a comportamenti sessuali anticipati rispetto a un matrimonio realizzato sempre più tardivamente.

Qualche dato: oggi solo una giovane donna ogni dieci dichiara d’aver fatto la prima volta all’amore con il marito (ma non necessariamente dopo il matrimonio) e solo un’altra ogni dieci con colui che pensava dovesse diventare il futuro marito. In gran parte la prima esperienza sessuale avviene tra giovani legati da una semplice relazione affettiva o anche tra amici. Al compimento del diciannovesimo anno di età il 56% dei maschi e il 42% delle femmine hanno già avuto la loro prima esperienza sessuale completa.

Rispetto al decennio precedente si nota un forte avvicinamento tra i generi; tenendo conto che rispetto alle generazioni del dopoguerra quelle attuali presentano dei tassi irrisori di matrimonio precoce, le incidenze femminili che oggi si riscontrano sono quasi esclusivamente da mettere in relazione a un evidente aumento dell’attività sessuale delle giovani nubili. Tuttavia tra maschi e femmine il divario, pur diminuito, persiste; ciò che causa la distanza è in gran parte l’effetto territoriale: infatti le ragazze delle regioni centro-settentrionali in quanto a precocità sessuale sono più vicine ai coetanei maschi che alle coetanee residenti nelle regioni meridionali o nelle isole.

Il tempo che intercorre tra innamoramento e rapporto sessuale è piuttosto ridotto. Che vi sia tra i giovani italiani una certa facilità ad affrettare i tempi del primo rapporto lo conferma il tipo di conoscenza del/della partner che in molti casi (un quinto) era conosciuto/a da meno di un mese e dalla grande maggioranza (i tre quinti) da meno di un anno.

Una forte componente di sperimentazione caratterizza dunque le prime esperienze sessuali; del resto il quadro generale degli atteggiamenti giovanili nei confronti dei rapporti prematrimoniali, della verginità, del principio della scelta individuale in materia di sessualità, predispone la popolazione giovanile all’assunzione di comportamenti anticipati con partner non definitivi, quando non del tutto occasionali.

Il dato riassuntivo più interessante dal punto di vista culturale e psicologico è che nel complesso i giovani che si accostano in modo anaffettivo alla prima esperienza sessuale sono circa un terzo, considerando l’insieme di coloro che non conoscevano bene il/la proprio/a compagno/a, oppure che dichiarano esplicitamente l’assenza di un legame sentimentale. Tra i maschi però questa condizione riguarda quasi la metà di loro, tra le femmine solo una minoranza.

Comportamenti a rischio

Se sotto molti versi il rapporto tra giovani e sessualità sembra essere improntato, rispetto al passato, a una maggiore calma, rilassatezza, soddisfazione ed esperienza, d’altra parte non può non sorprendere l’alta incidenza di disturbi nella sfera sessuale denunciati dai giovani.

Tra i maschi solo il 57% non percepisce alcun disturbo, tra le femmine la situazione è di gran lunga più pesante poiché solo il 31% di esse non percepisce alcuna difficoltà nel rapporto sessuale. Nei primi, i problemi maggiori riguardano l’eiaculatio precox (quasi un terzo), la difficoltà di erezione (un decimo), difficoltà ad avere un orgasmo (un nono), la mancanza di desiderio (un settimo). Nelle femmine, la metà dei disturbi è attribuibile al dolore nel rapporto sessuale, seguono la difficoltà ad avere un orgasmo (due ragazze ogni cinque), la mancanza di desiderio (due ragazze ogni sette), la frigidità (due ragazze ogni quindici).

Oltre ai disturbi della funzionalità sessuale, si pongono inoltre disagi e inibizioni psicologiche che possono problematizzare ulteriormente il rapporto sessuale, ad esempio l’ansia per una gravidanza indesiderata, la vergogna e la timidezza, la paura di non essere all’altezza oppure la passività durante il rapporto, la presenza di blocchi psicologici inspiegabili o il disinteresse per la sfera sessuale.

Un altro aspetto importante che emerge dalle ricerche riguarda la contiguità del mondo giovanile con il rischio veicolato attraverso comportamenti sessuali imprudenti. Molti indicatori convergono nel dimostrare che l’esposizione al rischio non è affatto trascurabile, sia che ci si riferisca alla possibilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale, sia che ci si riferisca alla possibilità di incorrere in gravidanze indesiderate.

L’ipotesi più probabile è che oggi le giovani generazioni siano portate a una sottovalutazione culturale del rischio, il che vuol dire che la presenza di comportamenti pericolosi in campo sessuale non dipende che in minima parte da scarse o errate informazioni – come forse poteva succedere qualche decennio fa –, ma che piuttosto trova origine dall’imporsi di tratti culturali generalizzati che contemplano forme di accettazione consapevole del rischio.

Oltre ai fattori culturali concorrono alla determinazione del rischio anche la presenza o meno di competenze comunicative e competenze di controllo attivabili nel momento in cui un giovane dovesse trovarsi in una situazione di potenziale pericolo. In questo contesto, ormai deregolamentato, la prevenzione assume pertanto un’importanza maggiore: se ha perso significato trasmettere alle nuove generazioni ciò che si può fare e ciò che non si può fare, è diventato invece decisivo riuscire a fornire ai giovani gli strumenti per una consapevole capacità di decisione.

Carlo Buzzi
    

NUOVE NORMALITÀ

Nella ricerca del Censis su: I comportamenti sessuali degli italiani: falsi miti e nuove normalità (luglio 2000) vengono messe a fuoco alcune novità in questo campo. Oltre a una rivalutazione della figura del single, che sembra aver superato l’immaginario che lo considerava un "perdente" (pensiamo alla triste fama della zitella), emerge una maggiore propensione per il sesso nella terza età. Risulta chiaramente il prolungamento della vita sessuale verso età insospettate; infatti, il 39,1% delle persone con età compresa tra 71 e 80 anni e il 73,4% di età compresa tra 61 e 70 anni dichiarano di avere una vita sessualmente attiva.

Per quanto riguarda i giovani, un aspetto rilevante concerne l’età del primo rapporto sessuale. Sembra, infatti, che si sia conclusa la sperimentazione verso il basso dell’età in cui si verifica l’iniziazione sessuale e che si sia consolidato un costume sociale che colloca il primo rapporto sessuale tra i 17 e 18 anni.

Per approfondire e conoscere i numerosi dati presenti nella ricerca Censis è possibile consultare il sito (www.censis.it/censis/ricerche/).

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page