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DOSSIER

L’EPISCOPATO TEDESCO E LA PASTORALE GIOVANILE
COME AMICI 
BUONI E LEALI

    

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page

La lettera sulla sessualità, della Commissione per la gioventù della Conferenza episcopale tedesca, rivolta ai responsabili della pastorale giovanile, non ha trovato grandi echi in Italia. Proponiamo quindi una nostra traduzione, sottolineando il caloroso invito ad accompagnare come amici buoni e leali i giovani di oggi. Questo documento è ricco di spunti pedagogici, insiste sull’educazione ai valori, sulla formazione delle coscienze, sul dialogo con le nuove generazioni che meritano fiducia e serenità di rapporti. Esse, infatti, aspirano alla felicità, ma non ne conoscono la strada che conduce alla sua piena realizzazione. Il messaggio della Chiesa è quanto mai pertinente.

LETTERA PASTORALE DELLA COMMISSIONE PER LA GIOVENTÙ

UNO SCAMBIO ONESTO

(CONFERENZA EPISCOPALE TEDESCA)

Care accompagnatrici e accompagnatori dei giovani.

Per molto tempo la Commissione per la gioventù si è occupata degli interrogativi che, nel mondo moderno, si pongono i giovani e i giovani adulti nel vivere la sessualità. Dopo un dettagliato processo di informazione e di discussione vi sottoponiamo le nostre riflessioni.

Ci rivolgiamo a coloro che nell’ambito della Chiesa hanno delle responsabilità nel lavoro con i giovani, sia volontari che professionisti, e che sono in dialogo con loro. Ci rivolgiamo a chi si occupa di pastorale giovanile, collaboratrici e collaboratori, educatrici, educatori, insegnanti e anche ai genitori, invitandovi al dialogo. Sappiamo che voi, in quanto interlocutori credibili dei giovani, vi trovate spesso in un ruolo difficile. Sappiamo che la pedagogia sessuale è un campo d’azione complesso della pastorale giovanile. Sappiamo di queste difficoltà, senza garantirvi di poter alleviare le tensioni. Ma vogliamo incoraggiarci l’un l’altro a non lasciare soli i giovani nel concreto delle loro situazioni, e sforzarci di imparare insieme.

Con questa lettera vogliamo mostrarvi la nostra vicinanza. Volentieri gradiremmo avere vostre risposte e vostre valutazioni, per continuare il dialogo. Scrivendovi sul tema dei giovani e la sessualità, siamo coscienti di non farlo da un punto di vista neutrale. Ci basiamo sui fondamenti della nostra fede, e ci rivolgiamo a uomini e donne che operano – in modi diversi e in diversi ambiti – nel grande spazio della nostra Chiesa.

Noi tutti siamo plasmati dalle esperienze che facciamo in quanto cristiane e cristiani cattolici. Non parliamo dunque senza premesse.

La sessualità appartiene alle esperienze fondamentali della vita. In particolare, i giovani sentono la sessualità come qualcosa di grande e di bello, di misterioso e di sconvolgente. Cercano la felicità e inciampano nel limite. La fede ci dice che non siamo soli, in queste esperienze. Dio ci sostiene e ci accompagna, anche quando veniamo a trovarci in un vicolo cieco. Il suo amore precede il nostro amore. Risplende nell’amore umano. Rincuora e guarisce quello che gli uomini vivono e fanno. Nella fede troviamo incoraggiamento, guida e orientamento.

È nostro compito comune accertarci sempre di nuovo di questo fatto. Ricordiamoci perciò delle basi fondamentali su cui costruiamo.

Siamo convinti che la concezione cristiana della sessualità proviene dal nostro essere uomini. Le indicazioni e gli inviti di Dio non ci vengono da un estraneo, ma vogliono aiutarci a diventare uomini (Menschen) secondo la sua immagine. All’opposto, la sessualità può lavorare anche come forza disturbante, che porta alla separazione fra Dio e gli uomini, se viene assolutizzata e deificata.

La sessualità non è un ambito di vita isolato. Possiamo cogliere il fondamento dell’intera vita umana nell’invitante immagine dell’uomo che ci viene offerta in Gesù Cristo. Gli esseri umani trovano la loro bellezza e il loro valore nel fatto che essi – ogni donna e ogni uomo – inconfondibilmente possono vivere davanti a Dio e contribuire insieme alla costruzione della famiglia umana e di una società fraterna. Come donna e uomo corrispondono all’immagine di Dio.

Gesù Cristo ci mostra che la donna e l’uomo sono capaci di amore nella sua totalità e di una fedeltà che dura per tutta la vita. Il loro amore trova nel matrimonio una configurazione permanente; si esprime nella disponibilità verso la nuova vita e la cura dei figli; è la forza creativa di una nuova famiglia, che non è sottoposta a vincoli di sangue e di parentela, ma che crescerà per diventare una nuova comunità. Cristo ci dischiude il senso del matrimonio e di una nuova famiglia, così egli ci comunica anche un altro invito: mostrare agli uomini e alle donne la via del celibato liberamente scelto, per Dio e per gli uomini. In questa forma, il seguire Gesù Cristo implica la rinuncia, per poter essere con amore indiviso libero per Dio e per gli uomini. Anche la forma di vita celibataria, da parte di persone che hanno una loro biografia e una storia concreta, ottiene in questa luce un significato personale.

La fede indicherà così la via per una vita vissuta in pienezza. Ma la riuscita dev’essere compresa in tutte le sue dimensioni. Come alla vita appartiene anche l’esistenza della sofferenza e della sconfitta, così noi cristiani confessiamo la via di Gesù verso la croce come via per la vita. In ogni vita umana, nel matrimonio come nel celibato, si fanno visibili le tracce della croce, che può significare anche dolore, durezza e rinuncia. In modo particolare vediamo la croce di Cristo nelle persone lasciate sole, negli afflitti, negli umiliati, negli sconfitti. Siamo guidati dalla convinzione che nel rapporto vitale con Gesù Cristo queste esperienze della croce possono guidare verso una vita riuscita.

Le nostre riflessioni si collocano all’interno della vita e dell’insegnamento della Chiesa. Gli elementi base di una sessualità ordinata sono già stati presentati nel Catechismo della Chiesa cattolica. Gli stessi vescovi tedeschi hanno proposto nel loro "Catechismo degli adulti" un ampio quadro della sessualità umana nella prospettiva evangelica.

La nostra pedagogia sessuale si muove nel contesto degli obiettivi e dei compiti della pastorale giovanile. Confermiamo la risoluzione del Sinodo di Würzburg: «L’uomo insegue l’obiettivo dell’autorealizzazione. Lo chiama felicità, amore, pace, gioia, salvezza e perfino nella sconfitta non si discosta da questo obiettivo. La ricerca di questo obiettivo nei giovani si connota in particolare nel chiedersi quale sia l’origine, lo scopo e il senso della vita, alla ricerca del proprio originale Io, della propria identità; bramano la felicità e l’accettazione da parte del prossimo. È da qui che deve cominciare la pastorale giovanile. Deve rendere coscienti i giovani che proprio la fede cristiana – più di altre concezioni del mondo – offre la via per l’autorealizzazione, e perciò risponde alla loro domanda di felicità, di salvezza e di identità».

Noi siamo fatti su misura dell’immagine del Dio-uomo cristiano: «Secondo la concezione cristiana, la riuscita dell’essere umano non dipende solo dalle condizioni sociali della propria epoca e dalle interpretazioni di senso provenienti dalle concezioni del mondo. Il senso della vita cresce grazie al creativo amore di Dio: l’uomo è stato creato a immagine di Dio. Come il Dio della Trinità nella relazione vissuta nell’amore realizza la "pienezza della vita", così nell’incontro e nella comunione che riempie la vita si realizza l’immagine di Dio negli uomini. Ciò vale per il rapporto con Dio, con il prossimo, con la creazione e con sé stesso. Quando l’uomo impara a vivere questo quadruplice rapporto, egli può svilupparsi verso l’immagine che è l’archetipo del Creatore».

La pedagogia sessuale nella pastorale giovanile va vista nel contesto di queste dichiarazioni. L’identità umana cresce nello sviluppo delle capacità di relazione e di comunicazione, sotto la guida di Dio.

Quello che noi percepiamo

Attualmente possiamo osservare una situazione complessa, con ambivalenze e contraddizioni. Da una parte, la sessualità non appartiene più ai tabù della vita. Questo ha portato a una maggiore serenità, che si può notare anche nella condiscendenza di tanti genitori verso il comportamento sessuale dei loro figli. La liberalizzazione della sessualità non provoca più conflitti drammatici legati al comportamento sessuale dei giovani, come succedeva alla fine degli anni ’60 e nei primi anni ’70.

D’altro canto, tutta la vita viene progressivamente "sessualizzata": la sessualità diventa merce sul mercato delle esperienze, che nell’acquisto si riflette in vario modo. Le esperienze fugaci compenserebbero gli aspetti faticosi, e anche di disinganno, che una relazione stabile comporta. Nasce così l’apparente immagine di una sessualità senza rapporto personale, senza i fattori di disturbo che tale rapporto implica. La discussione sul cybersex che sta iniziando fa intravedere la possibilità di una spontanea soddisfazione dei bisogni sessuali "sicura, senza pericoli".

Attraverso l’instancabile esibizione della sessualità e il parlarne pubblicamente si sottopongono i giovani alla pressione del conformismo e dell’adattamento. L’immagine di una sessualità senza rischio viene rinforzata dal dare per scontato l’uso di certi contraccettivi, mentre l’aborto rappresenta spesso l’ultima via d’uscita. Il pericolo dell’Aids pone una speciale provocazione. I giovani devono imparare ad affrontarlo e a prendere coscienza dei limiti.

La "sessualizzazione" influisce perfino sul comportamento linguistico dei giovani: la sessualizzazione della lingua e dei gesti diventa banale realtà d’ogni giorno, e rende difficile esercitare uno scambio linguistico che derivi dall’amore.

Percepiamo come la maggior parte delle relazioni fra i giovani rifletta rappresentazioni di valori orientati alla persona quali fedeltà, fiducia, onestà, accettazione reciproca, tenerezza e veridicità. Questi orientamenti sono inseriti nell’alta stima per l’amicizia e per la comunicazione. La rottura delle relazioni viene considerata un naufragio, che non può essere semplicemente rimosso. I fallimenti nelle relazioni causano sofferenza. Questa osservazione si scontra con il pregiudizio secondo cui i giovani gestirebbero i loro rapporti con leggerezza.

Come in altri ambiti della loro vita, anche nei rapporti con le altre persone i giovani sono ancora molto incerti. Mancano loro l’esperienza e la capacità di giudizio. Cercano norme e subito le rimettono in discussione.

Percepiamo che per tanti giovani la sessualità rappresenta un’importante esperienza di vita. Mentre cercano rapporti con altre persone, vogliono provare le proprie capacità relazionali. Sperano di vivere la sessualità nel loro rapporto a due come fonte di felicità.

Percepiamo come i giovanissimi affrontino precocemente i contatti sessuali anche perché vogliono completare con l’amicizia la mancanza di donazione e attenzione da parte della famiglia e dell’ambiente sociale circostante. Il loro desiderio di calore e sicurezza trova così un temporaneo appagamento, insufficiente però, in quanto le esperienze mancanti nella prima infanzia non possono essere semplicemente compensate.

Percepiamo inoltre come l’amore viene stimato grandemente. Ai rapporti di coppia vengono date anche aspettative idealizzate e false, talvolta pretendendo troppo. Queste alte aspettative non corrispondono però alla realizzazione di una relazione d’amore per tutta la vita. La rappresentazione della fedeltà è cambiata. L’essere fedeli vale solo per il periodo in cui la relazione va bene. Amore e fedeltà vengono sempre di più separati fra loro. La fedeltà spesso non viene più considerata una necessaria conseguenza dell’amore.

Sullo sfondo si collocano anche i cambiamenti sociali. Un’istituzione strutturata dalla società diventa un «patto d’amore temporaneo». Il matrimonio non si giustifica più sulla base della tradizione e della regolazione dell’eredità e dei poteri, bensì si fonda sulle emozioni e sulla volontà individuale. Il matrimonio d’amore, che con la transitorietà dell’amore vince la sua stessa essenza e ne mette a rischio l’indissolubilità, soppianta il matrimonio come dovere etico, che ha un altro fondamento.

Anche le alte aspettative personali riposte chiedono al matrimonio una più grande disponibilità allo scioglimento, quando viene meno la sua qualità di soddisfazione personale.

Questa realtà sociale entra nelle esperienze quotidiane dei bambini e dei giovani, i quali – se non già toccati essi stessi dal divorzio dei genitori – sono confrontati comunque da molto vicino con il divorzio come conclusione socialmente accettata della comunione di vita matrimoniale.

Percepiamo come non sia più facile distinguere l’età giovane dall’età adulta. La fase della vita in cui si devono imparare professioni diverse e superare prove indispensabili, prendendo il destino nelle proprie mani, si è allungata. Da una parte c’è la più precoce maturazione sessuale, dall’altra la possibilità di sostenere la propria vita anche economicamente si sposta sempre di più verso l’età adulta. In questo modo si crea un’ancor più grande differenza temporale fra la maturità sessuale e l’autonomia adulta. Questa situazione favorisce comunioni di vita prematrimoniali che includono la sessualità, senza che siano già date le condizioni per la relazione genitoriale.

Le convivenze prematrimoniali vengono date per scontate, ma nello stesso tempo, le rappresentazioni di questa vita a due vengono descritte con immagini tradizionali. L’affidabilità del partner è importante quanto la buona comunicazione, la comprensione, l’accettazione e la fedeltà reciproca. Questi legami sono relativamente stabili, la fluttuazione è minima. Nel matrimonio, il coniuge è comunque il primo partner fisso solo per circa la metà dei casi.

Anche considerando le relazioni omosessuali, ci sono cambiamenti da constatare. Sempre più frequentemente possiamo osservare il coming out delle persone omosessuali, e ne vediamo le ripercussioni anche nella pastorale giovanile. L’idea che il numero di omosessuali crescerebbe a causa di questo fatto, nella realtà si è dimostrata errata. Anzi, possiamo constatare che negli ultimi decenni sono significativamente diminuiti i contatti omosessuali temporanei fra giovani, durante la pubertà e l’adolescenza.

Le norme della Chiesa

In particolare percepiamo come i giovani, con la liberalizzazione della sessualità, sono esposti a una pretesa eccessiva. Corrono il rischio di credersi più capaci di quanto non lo siano, incorrendo così in delusioni.

Percepiamo come i giovani siano influenzati da un clima generale secondo cui anche nell’ambito della sessualità ognuno dovrebbe fare quello che crede giusto, e come in questo modo vada persa la comprensione di ciò che è valido di per sé.

Percepiamo come un’educazione scolastica, che trasmetta soltanto fatti biologici e che non si colleghi con le altre materie, contribuisca alla banalizzazione della sessualità. La banalizzazione e la strumentalizzazione della sessualità spesso possono essere riscontrate anche nei media.

Percepiamo come valorizzare agli occhi dei giovani – anche attraverso il rinforzo dato dalla vita di gruppo – l’astinenza prematrimoniale significhi inserire chiaramente un proprio punto di vista nel concerto delle varie proposte di vita. Questa proposta è attualmente spesso rifiutata, e può essere sostenuta solo quando i giovani si rinforzano fra loro. Ci vuole l’aiuto di accompagnatori e accompagnatrici responsabili. Essi devono sostenere i giovani in modo che possano scegliere in libertà il proprio cammino personale. In questo modo i giovani possono sperimentare che la rinuncia ai rapporti sessuali prematrimoniali non è un semplice rifiuto, oppure il frutto della paura per la sessualità.

Il celibato per il Regno dei cieli (Mt 19,12) rimane nella società di oggi una spina nella carne. Rendendo sinonimi amore e sesso, spesso la vita di una persona che vive il celibato viene qualificata come una vita senza amore. Quando però i giovani incontrano una vita celibataria ben riuscita ne percepiscono il valore. Vedono che la sessualità non è tutto, e che l’astinenza non è mancanza di amore. Nel contesto della società attuale, il celibato per il Regno dei cieli ha un significato importante.

Fra le norme della Chiesa a proposito del comportamento sessuale e i reali comportamenti dei giovani e degli adulti spesso c’è un abisso. La Chiesa, come istituzione che dà un orientamento, deve registrare una perdita di credibilità e di fiducia. Soprattutto i giovani si vedono posti davanti al compito e alla responsabilità, nel processo di individualizzazione, di dare forma alla propria vita e con ciò assumere anche la formazione di un soggettivo orizzonte di senso.

Le esperienze della vita di tutti i giorni e le norme della Chiesa sembrano difficilmente coniugabili. L’osservazione attenta della situazione è uno dei presupposti basilari per una pedagogia sessuale responsabile, all’interno della pastorale giovanile. Solo su queste basi è possibile un giudizio etico differenziato.

Ciò di cui ci rallegriamo

Nonostante l’ambivalenza degli atteggiamenti pubblici verso la sessualità, i giovani e i giovani adulti mostrano una fiducia entusiasta nell’amore. Noi vogliamo sostenere questa fiducia, senza chiudere gli occhi di fronte alla fragilità dell’esistenza umana. Qui scopriamo le tracce della "religione invisibile" nella vita dei giovani, che si apre a domande sul senso della relazione umana, su che cosa essa si regga e a cosa si possa affidare, aprendosi alla dimensione della speranza.

Per questo, le esperienze dei giovani sono il punto di partenza della pastorale e del lavoro a livello pedagogico-sessuale. Esse offrono la possibilità d’avere cura della sensibilità verso il significato dei rapporti sessuali. Ci auguriamo che si apra uno spazio per lo scambio positivo sui valori dei giovani e sulla visione cristiana della sessualità umana, uno scambio improntato al principio della chiarezza nel dialogo e che abbia come presupposto il reciproco rispetto.

Vogliamo accostarci con un atteggiamento di comprensione alla ricerca di senso dei giovani. I loro tentativi di ricerca devono essere accettati senza preconcetti. I giovani scoprono ex novo il valore della sessualità e del piacere, cercando di trarre sessualità – ora tema di vita dominante per i giovani – dalle esperienze della vita quotidiana.

Poiché i giovani spesso rifiutano la commercializzazione della sessualità, in quanto bene troppo prezioso per ridurla a merce, essi si trovano davanti al nocciolo della concezione di fondo della Chiesa. Il fatto che per i giovani le rappresentazioni di valore centrali nel rapporto a due siano la comunicazione e i rapporti personali, può rappresentare un arricchimento per la Chiesa.

Un non piccolo numero di giovani vuole vivere con grande coscienza religiosa e impostare la propria vita secondo i criteri del Vangelo. Lo dimostra anche la rinnovata ricerca di norme che offrano senso nel campo della sessualità, e l’attesa di corrispondenti disposizioni della Chiesa.

Ci rallegriamo per la nuova crescente comprensione nei confronti dell’astinenza sessuale, e per la disponibilità a mantenere la sessualità collegata al senso pieno dell’amore, all’interno del rapporto matrimoniale. I responsabili della pastorale giovanile si trovano davanti alla sfida di accompagnare questa tendenza, cercando di comunicare con un linguaggio comprensibile e con motivazioni intelligenti gli insegnamenti della Chiesa. Non da ultimo, essi sono chiamati a una testimonianza personale di fede e di vita.

Se le domande e le esperienze dei giovani, i loro mondi vitali e il tema esistenziale della sessualità vengono compresi come una chance, l’agire a livello pedagogico-sessuale nella pastorale giovanile porterà verso ciò che i giovani hanno da dire alla Chiesa. Per avere di nuovo accesso agli uomini del nostro tempo, la predicazione della Chiesa su sessualità, matrimonio e famiglia dovrà prendere sul serio le loro esperienze.

Nello stesso tempo, la dimensione di contraddizione, insita nella comunità della Chiesa per volere stesso del Vangelo, può portare all’alternativa costituita da Gesù Cristo. Specialmente i giovani, spesso attratti dalle possibilità di vita alternativa, possono scoprire dimensioni nuove e inaspettate dell’amore.

Resistenza critica, interpretazione intelligente, rispetto, pazienza e misericordia verso ciò che è provvisorio e incompleto possono essere il modo di porsi nei confronti delle differenti situazioni di vita.

La maturazione crescente

Per quel che riguarda lo scetticismo dei giovani e degli adulti verso la dottrina della Chiesa, dobbiamo riconoscere che l’insegnamento sulla sessualità nel passato ha prodotto fe-rite, in quanto non ha valutato in maniera sufficientemente differenziata le concrete situazioni di vita, spesso anche perché fin troppo permeato da influssi esterni (si pensi solo al puritanesimo e alle sue ripercussioni).

Ci domandiamo se l’ideale del matrimonio formulato e affidatoci dal Vangelo non permetta anche di valorizzare una ricerca di fedeltà e di comunione personale durante l’età giovanile, che rispetti la qualità di rapporto interpersonale. Prima che si instauri la piena comunione sessuale, esiste un vasto spettro di relazioni sessuali – che nascono cioè da ciò che caratterizza l’essere umano nella sua totalità come essere sessuale – di diversa intensità e forme espressive; esiste anche una scala graduata di espressioni di tenerezza. Queste relazioni possono essere ritenute buone o giuste, finché esprimono la provvisorietà e finché non viene loro conferita una intensità maggiore di quella che corrisponde al rapporto personale che esiste tra i partner e alla intimità che ne deriva.

La società attuale mostra che la concezione cristiana – la quale vede nel matrimonio il luogo per la completa comunione sessuale – da molti non viene più seguita. Da questo emerge chiaramente che la rappresentazione cristiana del valore del matrimonio va perdendosi: Dio ha creato la sessualità in vista del matrimonio, che solo in questo spazio serba il suo valore. A questo riguardo, ci si deve chiedere il motivo per il quale nascono le unioni di vita prematrimoniali e al di fuori del matrimonio. In tante forme di convivenza non c’è una riserva di fondo verso il matrimonio, bensì la convinzione che in una relazione accanto all’amore e alla sicurezza ci debba essere anche la sessualità.

È vero che la convivenza, anche quando è improntata alla ricerca dei valori della relazione, non corrisponde alla forma completa dell’amore e della fedeltà relazionale, ma ciononostante non è nemmeno da mettere sullo stesso piano delle relazioni in cui i valori citati non hanno nessun ruolo, e dove la sessualità è considerata mera soddisfazione del piacere.

Nella vita dei giovani lo sviluppo della sessualità va compreso come un processo di maturazione crescente. Ci sono riuscite e fallimenti, passaggi intermedi, ma solo in pochi casi si tratta di orientamenti già completamente maturati, che non possono più essere cambiati. La Chiesa deve perciò comprendersi in modo particolare come partner, che aiuta a cambiare orientamenti, a fare nuove esperienze e a non perdere di vista la riuscita della vita davanti a Dio. Specialmente nel campo della sessualità, un aiutante prudente può indurre più facilmente al cambiamento che non uno che si atteggia a giudice. Dobbiamo proporre il punto di vista della Chiesa non tanto intimando e ammonendo, quanto sollecitando in modo convincente.

Ci chiediamo quale significato possano avere per la Chiesa i cambiamenti negli orientamenti verso la sessualità. Anche la ricerca comune di giovani e adulti nella Chiesa è una realizzazione della vita cristiana. Sia i giovani che gli adulti possono imparare da questo. Ci chiediamo anche come dal dialogo con i giovani possa scaturire un rinnovamento dell’opera di evangelizzazione della Chiesa.

Lo scopo è sempre il ritorno e la conversione – i cristiani non devono adattarsi a questo mondo (Rm 12,2) –, ma partiamo dall’idea che il messaggio consegnatoci e la tradizione della Chiesa possano essere annunciati anche attraverso le situazioni e le esperienze di vita dei giovani. Qui non ci sono risposte veloci. Abbiamo bisogno di uno spazio per uno scambio onesto. Così, la Chiesa diventa una comunità dove si impara e dove si cerca di dare senso ai "segni dei tempi".

Nel cuore delle esperienze di oggi vogliamo sentire di nuovo cosa ci dice Gesù Cristo e il messaggio biblico, ambedue vivi nella Chiesa. Vi presentiamo quindi alcune impressioni, sottoponendovi alcuni punti.

Guardare a Cristo

Gesù Cristo chiama ogni uomo col suo nome: così io sono chiamato a fare la volontà di Dio. Io posso farmi catturare dal suo amore, cambiare strada e guadagnare la vita.

Gesù annuncia il Regno di Dio, la buona notizia del dono di Dio, che ci invita alla conversione. In lui sta il Regno di Dio. Ha avuto inizio, ma per noi non è ancora compiuto. Gesù si mostra dove lo possiamo riconoscere: si scoprono le sue tracce dove si accordano amore e giustizia, dove gli uomini stimano i loro simili e non li sfruttano, dove gli uomini non dominano ma intendono il servizio come autorealizzazione cristiana.

Gesù si rivela attraverso la sua posizione verso il comandamento dello Shabbat, e cioè che la norma serve all’uomo e non l’uomo alla norma. Gesù è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti. Ci mostra che quello che è decisivo è il cuore dell’uomo, il suo atteggiamento interiore. Gli uomini col "cuore puro" sono lodati nel discorso della montagna; ma nel cuore si annidano anche le ambivalenze umane e la forza del male. Al male che viene dal cuore appartengono tutte le altre cose: «i cattivi pensieri, l’impudicizia, il furto, l’adulterio» (Mc 7,21s.; Mt 15,19).

Gesù Cristo mette le fondamenta per una nuova forma di comunità, una famiglia nuova, fondata sulla disponibilità a vivere secondo la volontà di Dio. E Gesù Cristo fa risaltare di nuovo il pensiero originario della creazione di Dio, secondo la quale uomo e donna nel matrimonio sono «una carne», e si appartengono per sempre.

Contemporaneamente, il Vangelo mette in collegamento diretto il messaggio sul matrimonio con l’invito al celibato «per il Regno dei cieli», che si comprende solo all’interno di una specifica radicalità (Mt 19,3-12).

Entrambe queste realtà stanno in stretto rapporto fra di loro. Entrambe sono modi per rappresentare e vivere il mistero dell’alleanza di Dio con gli uomini. Senza stima per il matrimonio non può esserci una verginità dedicata a Dio; se la sessualità non viene considerata un valore alto, datoci dal Creatore, anche la rinuncia alla sessualità per il Regno dei cieli perde il suo significato.

I cristiani hanno sempre espresso, come vediamo in Paolo (1 Cor 7,25), una valutazione positiva del celibato volontario per amore di Dio e degli uomini, a partire dai tempi del Nuovo Testamento. Nello stesso tempo, con grande forza ed entusiasmo, hanno sempre onorato il matrimonio e la famiglia, difendendoli contro ogni svalutazione. Incoraggiando la castità e l’astinenza, hanno contrastato le varie forme di impudicizia diffuse nel mondo pagano circostante.

In questo modo, hanno posto dei segni che per essi diventavano dei connotati positivi di riconoscimento, e che trovavano rispetto nel mondo di allora.

Il messaggio biblico e cristiano riguardante la sessualità presenta tanti aspetti che talvolta esigono d’essere riscoperti. Al centro resta sempre il valore che ha l’uomo per Dio. Gli uomini realizzano questo valore con la disponibilità a sviluppare il loro comportamento sessuale in un contesto di amore e di responsabilità. Il messaggio biblico mostra come la sessualità e la gioia che ne deriva, e la possibilità di trasmettere la vita sono doni buoni da parte di Dio.

L’importanza del linguaggio

Nel dialogo con i giovani è cruciale chiarire in positivo le rappresentazioni dei valori della nostra fede. Proprio perché spesso il loro rifiuto è conseguenza della scarsa conoscenza, ed è favorito da rappresentazioni grossolane e stereotipate, i contenuti devono essere proposti in modo differenziato e autentico.

Dobbiamo ancora trovare un buon linguaggio con il quale comprendere insieme ai giovani le promesse e le sfide del messaggio cristiano. Le sole norme, la pressione o la paura non aiutano a prendere decisioni responsabili. L’umanizzazione della sessualità, e non la sua demonizzazione o la sua deificazione, è l’obiettivo della fede cristiana. Così diventano possibili esperienze esistenziali fondamentali: l’accettazione di sé (identità), l’accettazione degli altri (relazione), l’esperienza del piacere e la fecondità degli uomini. Amore, piacere e fecondità si completano a vicenda: il diventare una cosa sola di un uomo e di una donna è aperto alla nuova vita.

Nel nostro mondo reale il rovescio della medaglia è difficilmente prevedibile. La sessualità può essere abusata per esercitare un potere o per umiliare, può diventare una dipendenza nel tentativo di dimenticare i problemi, senza però aiutare a risolverli. Quando la sessualità viene strumentalizzata, oppure resa funzionale solo a determinati scopi, ne deriva una manipolazione che impedisce lo sviluppo umano.

Dal Vangelo apprendiamo che Gesù guarisce gli uomini dalla malattia e dalla sofferenza. Li libera dalla svalutazione e dalla sottomissione. Ci avverte: gli uomini non devono essere schiacciati. Gesù sostiene in modo deciso il valore della donna. Ci mostra che Dio vuole esseri umani capaci di relazione. Le guarigioni della donna ricurva, di ciechi e paralizzati, sordi e muti riparano le potenzialità di relazioni disturbate. Gesù guarendo i difetti fisici ci mette in guardia dal peccato e ci libera per lodare Dio. Rinvia tutti a una vita veramente guarita: vuole che abbiamo la vita in pienezza.

L’immagine biblica della sessualità che la Chiesa trasmette, determina anche specifiche regole e norme. Nel loro insieme, esse vogliono contribuire affinché la vita umana possa svilupparsi in modo pieno, cercando in modo particolare di proteggere i deboli. Per questo, invitiamo a vedere le norme riguardanti la sessualità e il matrimonio, la genitorialità e la contraccezione, i rapporti prematrimoniali, l’omosessualità e la masturbazione nel contesto di tutte le disposizioni e gli inviti che la Bibbia ci fa, e ad accoglierle con un atteggiamento pieno di comprensione. Capirle in profondità, penetrandone senso e contenuto è perciò un presupposto decisivo.

Le norme non devono essere isolate. Si avverano in una personalità dotata di moralità e attraverso il suo sviluppo. Peccato e colpa dipendono dall’atto obiettivo, ma anche dalle condizioni, dalle situazioni e dalle premesse personali. I cristiani sono chiamati, in particolare anche nel dialogo con persone adatte, a formarsi un giudizio personale e a trovare la propria forma di vita. A questo proposito, la confessione è un aiuto importante. I cristiani sanno che la loro vita nel mondo è sempre improntata alla realtà della croce. Durezze e rinunce, mancanze e nuova fatica non sono solo realtà della vita, ma anche verità cristiane dietro le quali si trova l’annuncio di salvezza di Gesù Cristo, che rende possibile la conversione, il perdono e la riconciliazione.

Come ci poniamo

Se noi ascoltiamo, consideriamo e ponderiamo le domande che ci pone la situazione di oggi, se ci avviciniamo all’ideale e ce ne facciamo avvincere, seguiamo l’invito a guadagnare la vita. In questo, ognuno è chiamato personalmente, nessuno può ritrarsi dalla sua responsabilità.

I responsabili della Chiesa hanno qui un particolare dovere. Sono in dovere verso la comunità della Chiesa e verso la comunità cristiana quale luogo in cui esercitare la loro responsabilità nel prendere sul serio i giovani e nell’accompagnarli sulla via della vita.

Non vogliamo percorrere la facile via dell’adattamento, ma nemmeno quella di una doppia morale. Ci proponiamo di seguire l’invito e l’indicazione di Gesù Cristo, ascoltando cosa dice la tradizione biblica e della Chiesa, e proviamo a trasferire questo messaggio nel nostro tempo. Ci premuriamo di vedere chiaro e senza eufemismi che cosa ci viene incontro. Riconosciamo, come molti fanno, che l’invito di Gesù non collima con quanto oggi viene affermato. Ma le sue indicazioni e il suo richiamo alla conversione sono indirizzati a tutti.

Vogliamo sforzarci di non risolvere in modo precipitoso le contraddizioni che incontriamo. Le tensioni fra ciò che determina il comportamento del singolo e che sembra a lui plausibile e l’insegnamento della Chiesa costituiscono oggi una sfida. Soprattutto vogliamo aprirci all’incontro personale con Gesù Cristo, riconoscere sotto il suo sguardo buono che cosa ci affida e come noi possiamo servirlo, con le nostre possibilità.

Assumere questi atteggiamenti significa in modo particolare formare la coscienza, imparare a decidere consapevolmente e accompagnare altri in questo processo. Consideriamo un onore scoprire nella coscienza la "santità dell’uomo". Qui ognuno è chiamato personalmente, e preso sul serio. Se andiamo a scuola da Gesù Cristo e dalla tradizione della Chiesa, aiutiamo la formazione e la maturazione della nostra coscienza.

Con l’occhio alla coscienza, il lavoro di pedagogia sessuale accresce la sua qualità personale. Accompagna i singoli lasciando loro lo spazio per trovare la propria libertà, affinché possano prendere decisioni responsabili. L’esperienza etica della coscienza non è in nessun luogo più intensa di dove l’uomo si assume la responsabilità di altri. Il cuore di questa decisione di coscienza è il doppio comandamento dell’amore (Mt 22,37-40).

Nel realizzare il comandamento dell’amore dobbiamo prendere delle decisioni. Un’accurata decisione di coscienza merita rispetto. Ma deve permettere che la sua "giustezza" sia misurata. È pertanto necessario l’orientamento della parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa. Errore e verità non possono pretendere lo stesso diritto.

Educare le coscienze

Proprio nel lavoro con i giovani sperimentiamo come siamo tutti in cammino. «Nell’arco della nostra vita terrena siamo sempre alla ricerca della riuscita del nostro amore. È vero che sappiamo di dover essere buoni e che dobbiamo fare il bene, ma non in tutte le situazioni sappiamo qual è il vero bene. Non di rado succede che, nonostante tutti i nostri sforzi, non scopriamo la completa verità, perché la nostra conoscenza e la nostra visione non basta, e perché non intravediamo tutti gli aspetti di un determinato intreccio. Ma non sempre possiamo ritardare il nostro agire finché conosciamo tutto in modo preciso e possiamo giudicare. Talvolta la situazione richiede che ci decidiamo, e che agiamo secondo la nostra decisione. Se cerchiamo ragionevolmente la verità e se decidiamo secondo la nostra visione e conoscenza, lì troviamo la fedeltà alla coscienza» (Catechismo degli adulti).

L’accompagnamento dei giovani nella formazione della coscienza deve dunque essere la dimensione centrale del lavoro pedagogico. La formazione della coscienza è un processo di apprendimento che dura tutta la vita. La gioventù dev’essere educata alla responsabilità.

Il giovane non può essere né troppo coartato né lasciato solo in caso di comportamento sbagliato. È giusto che si abbiano delle pretese, ma non devono essere eccessive; devono essere trasparenti e convincenti: i giovani capiranno che ha senso farle proprie e vivere secondo esse.

Nel ricercare una sessualità buona e umana, abbiamo il compito di far conoscere l’alternativa cristiana: la sessualità voluta da Dio per il bene degli uomini.

Siamo convinti che l’immagine biblica e cristiana della sessualità umana non è ostile alla vita o la sua negazione. Le norme, anche se storicamente condizionate nelle loro forme, vogliono proteggere e orientare il comportamento. Nessuna società umana, nessuna comunità – ma neanche un singolo uomo – possono a lungo vivere bene senza norme. Norma spesso significa anche restrizione. Ricordiamo però che spesso significa sostenere qualcosa di umano e positivo, che è meglio non perdere.

La vita umana non dovrebbe dissolversi in soddisfazione e sazietà, nell’abbondanza e in una pura vita di piacere. La padronanza degli istinti, e anche la rinuncia, appartengono alla vita. La capacità di rinuncia fa parte del vero amore. La Bibbia sa che scopriamo la vita nuova quando prescindiamo da noi stessi, quando diamo a Dio il meglio, per riaverlo in un modo nuovo. Per i cristiani la cultura della rinuncia, attraverso l’osservanza dei consigli evangelici, viene sottolineata e determinata dall’invito di Gesù Cristo alla povertà, alla castità e all’obbedienza. Nelle singole biografie e nelle diverse situazioni dovrebbero essere un momento importante di ogni vita cristiana. Il dono della sessualità ci è stato affidato per darle forma e per dominarla, nel matrimonio o nel celibato. Una castità compresa in questo senso richiede, come anche in altri ambiti, coraggio e lotta: un impegno prezioso, perché può aprire a nuove dimensioni.

Noi stessi, come i giovani, sappiamo che nell’ambito della vita a due, nell’amicizia e nella sessualità vissuta in modo responsabile non ci sono solo fallimenti e naufragi, ma anche mancanze e colpe. Dobbiamo saper vedere anche questa oscura e umiliante realtà. La certezza della misericordia di Dio ci dà il coraggio di ammettere la colpa e di chiedere perdono alle persone che abbiamo offeso. Simili esperienze servono anche a riconciliarci con i giovani, i quali in previsione di possibili e poco edificanti passi falsi vogliono crederci di nuovo. Diversamente da una pedagogia che proprio nell’ambito sessuale ha introdotto in modo unilaterale l’errore e la colpa, vogliamo considerare nostro compito svegliare la chiamata a una vita nell’amore, e invitare in questa prospettiva alla conversione. Riteniamo che sia un obiettivo importante la guida competente e adatta ai giovani verso le forme di riconciliazione della Chiesa e verso il sacramento della penitenza.

L’alternativa cristiana guadagna, sotto questi aspetti, in forza persuasiva. Avendo fiducia in loro, lo vediamo come un obiettivo gratificante e attraente.

Nella Chiesa e nella pastorale giovanile dobbiamo porci senza paura e pregiudizi le domande riguardanti l’omosessualità e gli omosessuali, anche se non troviamo facili risposte.

Dev’essere evidente che ogni essere umano omosessuale possiede il suo inalienabile valore di figlio o figlia di Dio, di fratello o sorella di Cristo. Appartiene alla Chiesa come gli altri, e deve vivere la Chiesa come luogo di comunione fraterna. Che i cristiani abbiano contribuito alla discriminazione degli omosessuali appartiene ai capitoli controversi della nostra storia.

Contro le discriminazioni

Comprendiamo come i giovani omosessuali, consapevoli del proprio valore, si battano contro la discriminazione e si adoperino per una sessualità responsabile. Ma ci poniamo anche la sfida della tradizione biblica e della Chiesa che vede l’unione di un uomo e di una donna, come anche la trasmissione della vita, come fondamento e scopo della sessualità umana. I giovani devono essere orientati e accompagnati verso ciò. La Chiesa ha sempre considerato l’omosessualità praticata come un disordine oggettivo. Con questo proibisce di proporla come possibile alternativa nella pastorale giovanile.

Gli omosessuali sono invitati, come gli eterosessuali, a integrare la sessualità, secondo le possibilità, nell’insieme della loro personalità. Anche gli omosessuali hanno diritto all’aiuto e all’accompagnamento verso una vita responsabile, anche da parte della pastorale. Il giudizio che l’omosessualità praticata non è una normale variante della sessualità vissuta nella relazione fra un uomo e una donna uniti in matrimonio non può portare a discriminazioni nella Chiesa.

La grandezza, la bellezza, la misteriosa e sconvolgente forza della sessualità ci sono donate, ci sono affidate come dono gratuito. Affinché essa possa mettersi a servizio della nostra realizzazione, è nostro compito darle forma responsabilmente. Che la nostra vita, talvolta ambigua e per molti aspetti frammentata, venga salvata e santificata in Cristo, è esperienza che noi viviamo come promessa e incoraggiamento.

Con questa nostra lettera invitiamo a continuare il dialogo – senza paura, nonostante tutte le difficoltà – sulle domande che con sincerità abbiamo posto. Questo vale per i giovani, le collaboratrici e i collaboratori nella pastorale, i genitori e i vescovi. Nell’ascolto e nello scambio reciproco il nostro scritto può rendere possibile un nuovo modo di affrontare questo tema. Esperienze diverse possono essere produttive. È nostro desiderio imparare da queste. Ci terremmo a continuare il dialogo con voi e ci farebbe piacere conoscere le vostre reazioni sui contenuti e sulla forma di questa lettera.

Vi incoraggiamo nell’accompagnare i giovani come amici buoni e leali, intendendo la pastorale giovanile anche come un campo in cui c’è da imparare, esercitandosi a sopportare le tensioni e i conflitti della vita.

Noi tutti possiamo e dobbiamo essere per tutta la vita discepoli di colui che è il maestro di tutti.

I vescovi della Commissione per la gioventù, sostenuti dalle e dai consulenti, vi ringraziano e sono disponibili di non lasciarvi soli nel vostro lavoro.

Il vostro vescovo dr. Franz-Josef Bode
(presidente della Commissione per la gioventù della Conferenza episcopale tedesca).
Osnabruck, settembre 1999.
 (Traduzione dal tedesco di Harma Keen)

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