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SOCIETÀ & FAMIGLIA - SODDISFARE GLI INTERESSI INDIVIDUALI

Una continua analisi di sé

di Beppe Del Colle
     

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page L’attuale rivoluzione sessuale giovanile è caratterizzata da una forma di realismo che prevede la presa d’atto di una situazione per cui non esistono regole etiche o culturali. E questo vale non solo per l’affettività, ma anche per tutti gli altri aspetti della vita.

Tanti anni fa un giovane collega, scherzando, ci disse: «Io ho lasciato l’università giusto un anno prima che scoppiasse la contestazione giovanile. Cosa mi sono perso!». Si era perso l’esperienza delle occupazioni degli atenei, cioè, dal suo punto di vista, il primo esperimento di liberazione sessuale di massa. Stiamo parlando del ’68, che sembra ieri, ma sotto tanti aspetti appartiene davvero a un altro millennio.

La ricerca di Garelli è, agli occhi di un lettore avanti negli anni, un libro terrificante; egli vede emergere da quelle pagine una società, una generazione totalmente altra rispetto alla propria esperienza, come se un’invasione di marziani si fosse impadronita della Terra. Una rivoluzione nei costumi sessuali cominciata apparentemente nel ’68, e giunta oggi – se è lecito generalizzare le interviste "qualitative" con relativamente poche decine di giovani effettuate dal sociologo torinese – a un approdo oltre il quale c’è ancora ben poco da immaginare. È bene non assolutizzare nulla, nemmeno i risultati di un’inchiesta ben condotta e ben argomentata. In un altro libro sulla condizione giovanile, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (storia di Lotta continua) di Aldo Cazzullo (Mondadori, 1998), uno dei protagonisti di quella stagione, Guido Viale, raccontando la rivoluzione sessuale, afferma: «Si faceva l’amore liberamente già prima del Sessantotto; semplicemente, lo si faceva più di nascosto. L’elemento di liberazione è stato portare i rapporti alla luce del sole, non intensificarli».

Dunque, non assolutizziamo nulla, e prendiamo per buono quello che dice Guido Viale. Ma questo non basta, nella sua ovvietà: ci sono state lunghe e ripetute epoche nella storia in cui la libertà sessuale non era messa minimamente in dubbio in determinate società e culture. Ciò che emerge invece nel libro di Garelli è il carattere inedito della "rivoluzione" vissuta oggi in questo campo dai giovani nati dopo la "liberazione femminile " nelle società dell’Occidente, cominciata appunto nel ’68 e dintorni. Tale carattere può essere definito con una parola usata spesso nel libro: "realismo", che si concretizza nell’"accettazione del dato di fatto", nella presa d’atto di una situazione data, per la quale non esistono criteri di comportamento etico o culturale.

Questo vale per tutti i fatti della vita dei giovani di oggi, e naturalmente anche per i fatti relativi all’affettività, all’amore, al sesso. Ciò che conta è la soddisfazione degli interessi individuali o, al massimo, della coppia: ma una coppia la cui durata è strettamente connessa a quella che Garelli chiama la "significatività personale" del rapporto per ciascuno dei partner. Ognuno è il solo giudice di sé, nel tempo del relativismo etico.

Se per i «ragazzi che volevano fare la rivoluzione» ciò che contava primariamente anche nei rapporti sessuali era il gruppo (guai a "farlo" con appartenenti ad altri gruppi), ciò che conta per i giovani di oggi è l’analisi continua di sé, il calcolo – sia pure complicato da un’affettività che ha riguardo dei bisogni dell’altro partner – di convenienza personale a protrarre o interrompere o chiudere del tutto un rapporto. "Stare con" è il risultato di questo esame giorno per giorno, a cui quasi tutti i giovani si sentono costretti, vivendo immersi in una società che offre molte occasioni di incontro e di confronto e che non soffre più di nessun tabù di ordine culturale o etico.

Da questo punto di vista la situazione è identica per i ragazzi e le ragazze, sebbene per alcune di queste ultime scattino ancora, talvolta, le remore di un’educazione tradizionale.

Il senso della durata

Il punto è proprio questo: i "marziani" sembrano aver cancellato dal proprio orizzonte esistenziale il concetto di durata e di impegno di fronte alla società, intesa come complesso di norme, di diritti e di doveri a cui la tradizione e la natura danno vigore fondativo. Una civiltà di massa estremamente complessa riduce, paradossalmente, il raggio d’azione comportamentale degli individui: in un mondo della modernità difficile da capire e da afferrare nella sua interezza (la cui regola generale e fondamentale è la flessibilità), è perfettamente logico che i comportamenti personali vi si adeguino spontaneamente, perdendo come primo effetto il senso della durata, della fedeltà, del progetto di vita, il senso della famiglia.

Non è affatto privo di significato che questo termine, "famiglia", non compaia mai nelle dichiarazioni dei giovani intervistati, se non come riferimento per lo più negativo all’educazione ricevuta, appunto, "in famiglia". Di conseguenza, non appare quasi mai la parola "figli". Il figlio è visto al massimo come una prospettiva futura molto lontana, cui non si pensa, visto che per ora l’unico impegno è rivolto alla costruzione di una vita di coppia possibilmente appagante, ma tutt’altro che stabile almeno fin quando non si siano fatte tutte le esperienze possibili (e desiderabili); ciò non esclude una notevole stima della "fedeltà", almeno temporanea.

È forse eccessivo concludere che dal libro di Garelli emerga una vera e propria mutazione antropologica nei giovani d’oggi rispetto a quelli di un tempo: le briglie si sono sciolte per tutti, c’è meno ipocrisia, la libertà è in sé un bene e non un male, i conti generazionali non si fanno mentre le operazioni sono in corso. E così via. Ma resta una curiosità.

Ogni generazione che si spegne prova nostalgia della propria giovinezza e giudica negativamente quella presente nel momento del proprio tramonto: che cosa potrà fare di tanto sconvolgente la generazione di giovani del 2050 da scandalizzare i giovani "trasgressivi" di oggi?

Beppe Del Colle

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