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MASS MEDIA & FAMIGLIA  - SENTIMENTI ED EMOZIONI SFIGURANO IN TV

L’amore non è telegenico

di Giuseppe Mininni
(docente straordinario di Psicolinguistica e Psicologia delle comunicazioni di massa, Università di Bari)
    

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page L’immagine dell’affettività che traspare dai media, dove l’Auditel fa da padrone, è legata al sensazionalismo e allo scandalo. Ne deriva una rappresentazione deformata che rende difficile l’educazione sentimentale dei giovani.

La sigla usata nei Short Messages che i giovani si inviano sui telefoni cellulari è Tvb. La consultazione quasi compulsiva che ne fanno li rivela bisognosi di confermare a loro stessi d’essere sempre in relazione con qualcuno/a. Quella sigla individua il rapporto sentimentale che da sempre marca in modo concitato questa fase del ciclo di vita. Infatti, i ragazzi e le ragazze percepiscono che, per agire ed essere riconosciuti da adulti, devono dimostrare a loro stessi e agli altri d’essere capaci di amare (nei molteplici sensi di questa capacità).

La riduzione a sigla e la stessa opzione di privilegiare la forma attenuata («Ti voglio bene») a quella forte («Ti amo») della dichiarazione possono essere interpretate e come indicatori di una difficoltà. È come se i giovani ci segnalassero che avvertono confusamente un ingorgo nei loro tentativi di dire il sentimento che costruisce una vita.

Per millenni la maggior parte delle persone ha filtrato la propria esperienza dell’amore nei modelli vissuti in famiglia e nelle routines di corteggiamento ammesse da un certo ordito socioculturale. Pochi fortunati potevano veleggiare verso gli orizzonti aperti dalla scrittura all’interpretazione letteraria e filosofica dell’amore. I lettori di Dante, Petrarca e Boccaccio – tanto per richiamare solo le nostre somme autorità – disponevano di sofisticate risorse cognitive per registrare la forza strutturante di tale sentimento.

Invero, tracce della scrittura letteraria sono ravvisabili anche nel parlare comune, dove quasi tutti possiamo alludere all’"amore platonico" e/o all’"amore romantico". Poiché, almeno a voler dare credito all’aforisma di La Rouchefoucauld, «le persone non si innamorerebbero se non sentissero parlare d’amore», è importante riflettere su come se ne parla nella società contemporanea.

Se risultasse che i media proiettano un’immagine troppo deformata di tale emozione, ne seguirebbe che essi non solo rendono ardua l’educazione sentimentale dei giovani, ma possono produrre un disorientamento sociale più generale. Infatti, di fronte all’amore siamo tutti un po’ "giovani", cioè inesperti e insieme interessati al futuro, persi nell’intrico e appassionati dal progetto dell’esistenza.

Le dure leggi del mercato

Il sistema dei mass media marca ormai il destino dell’umanità sia nella sfera pubblica (telecrazia, new economy) che nella sfera privata (estensione reticolare del pettegolezzo e del voyeurismo). Entrambi i versanti comportano delle preoccupanti implicazioni di ordine psicologico, poiché nell’insieme si profila un’invasione della logica mercantile e circense dei media nella mente e nel cuore delle persone.

A prima vista i mass media sembrano in sintonia con il mito platonico che vuole l’amore figlio di Abbondanza e Povertà. Infatti, da una parte c’è una grande ricchezza di richiami a tale oceano di senso: immagini, racconti, storie di vita e appelli si rincorrono alla rinfusa, quasi a voler rendere l’idea che l’amore è uno spirito fuggitivo. Dall’altra, c’è l’esibizione di una penuria di valore, quasi una scarnificazione dell’esperienza affettiva. Naturalmente, i mass media parlano dell’amore a modo loro, dovendo non solo adattarsi alle potenzialità espressive specifiche dei vari canali utilizzati (dalla voce alla scrittura, dall’immagine alla sequenza cinematografica e televisiva), ma soprattutto rispettando i molteplici vincoli che rendono possibile la loro integrazione nella vita sociale.

Se, per generale ammissione, i mass media sono assoggettati alle dure leggi del mercato (il dio Auditel) e della spettacolarizzazione, allora anche la rappresentazione sociale dell’amore cui daranno voce risulterà vistosamente deformata da pressioni esterne a ciò che le persone vivono come "amore". Di conseguenza, è ben raro che i giovani possano trovare nei talk show, nelle soap opera o nei resoconti della cronaca rosa qualche supporto per approfondire la propria esperienza sentimentale.

Ciò potrebbe accadere se le rubriche giornalistiche, i programmi radiotelevisivi e i siti Internet che si occupano di amore fossero progettati con intento educativo o almeno aspirassero a obiettivi artistici. Troppo spesso, invece, la rincorsa frenetica dell’audience orienta la scelta dei temi e la programmazione dei palinsesti verso l’esibizione dell’anomalo o dell’abnorme. Come tutti sanno, i media sono "costretti" a costruire per i loro utenti un mondo reale capace di attrarli proprio per la sua difformità rispetto alle loro attese di senso. Ecco perché anche in amore solo l’eccesso è "notiziabile": l’eroismo di una dedizione silenziosa o la brutalità di un plagio abilmente occultato, l’anoressia o la bulimia sessuale, lo scarto di età o l’insulsaggine di certe prese di posizione su questioni attraversate dalla relazione affettiva (dalle pratiche anticoncezionali all’educazione dei figli).

Vi sono poi vincoli che derivano dal formato enunciativo in cui passa un certo modo di intendere l’amore nei media. Ad esempio, le narrazioni d’amore affidate ai fotoromanzi e alla loro versione televisiva nelle soap opera ne isteriliscono la portata in schemi seriali, altamente prevedibili e stucchevoli. Invece le sequenze di immagini che si appigliano fugacemente all’amore nei videoclip, legati al lancio di dischi o di film, proiettano le attese di senso per questo sentimento in scenari paradossali, innaturalmente scintillanti o tenebrosi.

Per non dire delle varie linee telefoniche hard core pubblicizzate dai giornali e dalla televisione, che rendono disponibile una rappresentazione della componente erotica dell’amore come una esperienza non soltanto solitaria e meccanica, ma anche tristemente monosensoriale.

Vignetta.

In sostanza, i media tendono a confermare i modelli culturali tradizionali. Una prova particolare (peraltro avvalorata dal fragilissimo campione dei miei due figli) è fornita dalla differenza di genere nel modo in cui i giovani aderiscono alla rappresentazione sociale dell’amore fatta circolare dai media. Certo, esiste un linguaggio globale e comune a ragazzi e ragazze, cioè la canzone: per la sua stessa materia significante (testo e musica), essa comunica facilmente ai giovani che il vincolo amoroso è un bioritmo, un’armonia sincopata e una ricerca tonale. Ma al di là della cultura della canzone si intravedono già alcune differenze significative.

Le ragazze rivelano un interesse spiccato per le rubriche di Questioni di cuore che trovano nella stampa; i ragazzi, invece, si lasciano attrarre dalle situation comedy, in cui la relazione amorosa viene presentata con uno sguardo divertito e a tratti addirittura parodico. Forse proprio in questo contrasto è possibile vedere una certa funzione positiva dei media, che consiste nel prospettare l’ambivalenza del quadro interpretativo cui non è possibile sottrarre nemmeno il sentimento amoroso.

Quando l’amore diventa un "problema", si trasforma in esperienza perturbante, somma, luogo dello scardinamento esistenziale; invece, se si è così forti in amore da riuscire a guardarlo con ironia o a riderne (e perfino a irriderlo), è perché vi scorgiamo un suggerimento a non prendersi sul serio, un invito a "decentrarsi" e a smascherare le pretese imperialistiche del Sé.

A ben guardare, il rischio più grave insito nel discorso mediatico sull’amore si annida nella sua tendenza alla fisicizzazione, che peraltro si rivela operativa in modalità opposte. Da una parte, i media sembrano ossessionati dall’intento di valorizzare la traccia biologica dell’amore. Appare periodicamente la notizia della scoperta di questo o quel gene che ne controllerebbe l’attivazione e le variazioni personali o di questo o quel neurotrasmettitore che tradurrebbe i significati culturali in modifiche elettrochimiche del cervello.

Dall’altra, i media enfatizzano tutte le opportunità di sganciare l’esperienza affettiva dalle calde certezze (oltre che dalle asperità) del contatto corporeo: matrimoni regolati da agenzie, incontri virtuali, cybersesso e via simulando. Lo spasmo di esaltare il corpo interiore (il codice genetico e il cervello), mentre si cancella il valore dell’azione tra i corpi reciprocamente presenti l’uno all’altro, chiarisce qual è la portata dell’attacco strategico condotto dal sistema dei media al mondo della vita (inter)personale. Infatti, a risultare svuotata è proprio la metafora ontologica che culture millenarie nella storia del pensiero occidentale e orientale hanno fornito all’autoconsapevolezza dell’uomo, cioè la distinzione esterno/interno o superficie/profondità.

Se si può dimostrare che non c’è nulla di misterioso in amore, si è fornita la prova definitiva per ridurre l’uomo a quella spirale di pulviscolo che riluce al raggio trasparente della scienza. Invero, il tono riduttivo e banalizzante del discorso mediatico concernente le "questioni di cuore" è fin troppo palese. Una relazione sana ed equilibrata con sé stessi tende a vivere come eccessivamente intrusiva l’aspirazione sempre più diffusa dei media a occuparsi "a modo loro" di argomenti così decisivi per l’identità intima delle persone. Si avverte con fastidio la sensazione di essere rivoltati come calzini nelle nostre costruzioni di senso più segrete. La rete mediatica delle scenografie d’amore e d’altri affanni è così estesa e capillare che è pressoché impossibile non rimanerne impigliati. Prima o poi il singolo è attraversato dal sospetto che la sua storia d’amore, i suoi tic nascosti e i grovigli cui è tanto legato siano appannaggio di tutti, perché sono già là sulla scena.

Tabernacoli vuoti

La forma attuale di alienazione umana è dovuta al fatto che i media inducono le persone a vedersi come tabernacoli vuoti. Il senso di unicità e di irripetibilità del Sé, che ognuno sperimenta in modo produttivo e felice soprattutto nell’incontro sentimentale con l’altro/a, è messo a dura prova dalla possibilità di verificare costantemente che i propri slanci e i propri sperdimenti sono mere comparse sulla scena enunciativa saldamente occupata dai media.

La rappresentazione sociale dell’amore veicolata dai media è incardinata nella condizione di doppio svuotamento in cui le persone sono poste. Infatti, da una parte, noi avvertiamo tutto lo spossessamento e l’erosione della fiducia nella singolarità della nostra storia d’amore, perché vi vediamo continue allusioni nei discorsi dei media; dall’altra, tali discorsi scavano un fossato tra le "storie di ordinaria affettività" e le persone che le vivono, perché esse tendono a percepirle come troppo "normali" e "banali", cioè prive di quelle condizioni eccezionali cui i media sono sensibili. Se non sono un’insegnante cinquantenne in fuga d’amore con uno dei miei allievi né un ricchissimo novantenne disposto a legarmi totalmente a una show girl, sono portato a credere che la mia esperienza d’amore è meno esaltante di quel che già non è.

Il pedaggio pagato dai media alla rappresentazione della vita quotidiana – il sensazionalismo e la ricerca dello scandalo – risulta estremamente rovinoso in amore. Pertanto, molti e rilevanti motivi oppongono l’esperienza reale dell’amore alla nostra dipendenza dai media: intimità vs (versus) sovra-esposizione dell’immagine di Sé, dedizione vs sperpero, impegno vs evasione, coerenza vs dispersione. La ragione più interna all’opposizione tra l’amore vissuto e l’amore rappresentato è nel cuore stesso del sistema di significati del nostro contesto culturale.

Vivere una storia d’amore è, per le persone, percepirsi in relazione tra loro; presentare la vita in chiave amorosa è, per i media, prendere posizione, adottare un punto di vista, scindere una totalità. Un effetto particolare di tale contrasto è che, nella realtà, gli amanti sono tenuti insieme dal desiderio di procrastinare la fine della loro storia e dalla capacità di ricomporla continuamente in un assetto unitario sempre nuovo e coerente, mentre quando sono sulla scena mediatica gli amanti sanno solo animare frammenti, stritolati come sono dalla macchina che dona loro visibilità sociale.

Appartenendo alla misteriosa religiosità della vita, l’amore non è telegenico e in genere sfigura nei media. Ecco perché di solito il senso comune delle persone e, in particolare, l’intelligenza emotiva dei giovani colgono il rischio che i media operino da prisma deformante dell’amore.

Giuseppe Mininni

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