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MATERIALI & APPUNTI - PEDAGOGIA DELLA SESSUALITÀ A 
REGGIO EMILIA

Allargare il campo delle competenze

di Alessandra Mizzi e Marcella Vida
(psicologa-psicoterapeuta e specializzanda in Psicologia clinica, Azienda Usl di 
Reggio Emilia)

    

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page L’insegnamento di temi riguardanti la sessualità ha una maggiore efficacia educativa se offerto dai docenti piuttosto che da figure esterne. È più produttivo utilizzare gli "esperti" come formatori, consulenti e supervisori dei professori.

La nostra esperienza, nelle scuole di Reggio Emilia, sui temi della sessualità è iniziata negli anni ’80. A quel tempo erano possibili solo interventi sporadici, la scuola era ancora impreparata e, per certi versi, forse spaventata dagli "esperti del sesso". Con l’avvento dell’Aids si verifica un cambiamento radicale degli atteggiamenti, e, dal 1985, le richieste di istituzioni scolastiche, genitori e studenti si moltiplicano. Ciò che segue racconta il nostro lavoro (1) e le riflessioni maturate negli anni a proposito delle nostre esperienze, da cui è nata la convinzione della maggiore possibilità di efficacia educativa offerta dagli insegnanti, piuttosto che da figure esterne. Preferiamo attualmente essere utilizzati come formatori, consulenti e supervisori degli insegnanti nella loro messa in campo di iniziative sui temi della sessualità, e quindi non proponiamo più interventi direttamente con i ragazzi.

Una premessa: ci riconosciamo in una soluzione pedagogica che, nel definirsi come educazione alla sessualità, ricerca un atteggiamento educativo secondo il quale la sessualità è una possibilità dell’essere umano, la cui realizzazione non si muove verso mete predefinite, ma richiede la libera e responsabile partecipazione di ciascuno verso l’espressione del proprio progetto di persona sessuata. Verità o modelli precostituiti, propri di una educazione della sessualità, cedono il passo a potenzialità da sviluppare. La sessualità è intesa come valore positivo in sé, parte integrante della persona che non prescinde da fattori istintivi, intellettivi, cognitivi, affettivi ed etici i quali concorrono nel qualificarla. Distinguendo la sessualità dall’attività sessuale, l’educazione alla sessualità intende offrire strumenti per la realizzazione di sé da individuare nella possibilità di apprendere linguaggi, gesti, atteggiamenti, capacità relazionali, conoscenze sessuologiche e altro ancora, variabili che porteranno ciascuno a farsi uomo e donna, anche per strade e soluzioni diverse da quelle scelte dall’educatore.

Venendo alla nostra esperienza, siamo intervenuti nelle classi con strategie educative che appartenevano sia all’ambito dell’educazione alla sessualità, sia all’ambito dell’educazione alla salute. Mentre per la prima la finalità è quella di favorire la costruzione dell’identità di genere, attraverso l’assunzione di strumenti conoscitivi tesi a costruire il proprio essere sessuato, l’educazione alla salute ha come finalità quella di favorire un processo di crescita come individuo sociale in grado di provvedere alle proprie condizioni di salute attraverso la diffusione delle conoscenze e la legittimazione sociale dei mezzi di prevenzione. Gli obiettivi educativi sono, allora, favorire l’assunzione di strumenti conoscitivi e critici per concorrere al raggiungimento e alla salvaguardia della salute propria e altrui.

In entrambi i contesti abbiamo sempre sperimentato come estremamente rilevante il primo incontro con le classi: si concordava con i ragazzi un contratto sia sugli obiettivi, sia sulle modalità del lavoro insieme, che si traduceva anche in "regole", condivise, da rispettare reciprocamente (ad esempio, nessuno era tenuto a parlare di sé e della propria esperienza). Verificavamo quasi sempre quanto fosse difficile per i ragazzi vivere in modo personale un’iniziativa che era stata accettata senza alcuna discussione con l’insegnante direttamente coinvolto. Ciò comportava accogliere il professionista ponendosi inizialmente in un atteggiamento di attesa e di ascolto acritico. Con la nostra proposta di compilare un questionario anonimo, teso a raccogliere le loro richieste, i ragazzi si soffermavano per la prima volta a riflettere veramente sui loro interessi.

Le esigenze reali

I temi proposti non sempre erano di facile interpretazione, e spesso solo a lavoro iniziato apparivano più chiaramente le esigenze reali. Se in prima battuta le preferenze si concentravano sul ricevere quasi esclusivamente informazioni sui temi della contraccezione, del primo rapporto sessuale, delle malattie sessualmente trasmesse, della masturbazione e dell’omosessualità, i ragazzi e le ragazze finivano poi con il sollecitarci a considerare le diverse dimensioni che appartengono alla sessualità e all’educazione, e a privilegiare riflessioni che li coinvolgessero in prima persona su quegli aspetti che non consentono una risposta definitiva: i sentimenti, i significati, le scelte comportamentali.

Le modalità didattiche sono state molteplici e hanno privilegiato la discussione, il dibattito, il lavoro in atelier per moltiplicare le occasioni di confronto. Attraverso il racconto di storie idealmente narrate da coetanei, attraverso i loro comportamenti e atteggiamenti, si cercava di offrire ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di avvicinarsi alla realtà vissuta facendo propri i dubbi, i pensieri e le domande dei protagonisti del racconto.

Non sempre questa identificazione avveniva e pensiamo che diverse potessero esserne le ragioni. A volte il gruppo-classe non era abbastanza coeso da permettere il coinvolgimento autentico, cosicché la realtà da loro vissuta restava lontana da quella proposta, anche se era comunque difficile entrare nella loro realtà e comprenderla a fondo, a volte era necessario molto tempo per creare un clima di fiducia che ci permettesse di non essere vissuti come coloro che vogliono indottrinare, e una volta instaurato il clima favorevole il nostro tempo si era concluso. Venendo a mancare una continuazione didattica ad opera degli insegnanti, i temi rischiavano di essere trattati con superficialità.

Il significato della parola sessualità ha costituito spesso un tema di confronto e discussione. I ragazzi ne coglievano la valenza relazionale, comunicativa e ludica, funzione costitutiva dell’identità, ma spesso terreno esclusivo dell’intimità eterosessuale. Dalle definizioni si coglie come sia carente nei ragazzi incontrati la consapevolezza di una dimensione culturale della sessualità: tale vissuto ci pare del resto coerente con la difficoltà, tipica dell’adolescente, di porsi in una dimensione di relatività e quindi di immaginarsi diverso in altri contesti sociali e temporali.

Per conoscere il gradimento

Al termine degli incontri veniva proposto un questionario di "soddisfazione" volto a conoscere le valutazioni di gradimento dell’esperienza. Il questionario non aveva certo come scopo la verifica degli obiettivi formativi che riguardano il divenire persone sessuate, ma si poneva come strumento per indagare primariamente l’interesse e il coinvolgimento riscossi dall’iniziativa educativa. I dati emersi dai questionari rilevavano che il corso aveva risposto alle aspettative dei ragazzi, se qualcosa aveva deluso era la scarsa partecipazione dei compagni, il poco tempo concesso dalla scuola e qualche incontro poco coinvolgente.

Anche le metodologie didattiche hanno avuto un riscontro positivo. Piaceva il dibattito di gruppo, tuttavia la lezione esplicativa costituiva per gli studenti, in alcune occasioni, un modo maggiormente rassicurante di porsi in atteggiamento di ascolto passivo piuttosto che farsi coinvolgere attivamente in una discussione, esponendo chiaramente il proprio pensiero.

Le modalità di discussione più utilizzate, e apparentemente più comprese o comprensibili, apparivano essere quelle del racconto e dell’espressione di sé un po’ fine a sé stessa, piuttosto che quella di porsi in atteggiamento di ascolto con la fiducia che quanto detto dagli altri potesse essere loro utile per criticare, modificare o approfondire il proprio punto di vista. Ci sembrava che per i ragazzi il termine "discussione" avesse molto a che fare con la proposta mutuata da trasmissioni televisive, favorenti più l’espressione individuale che non un autentico scambio relazionale.

È capitato di ricevere critiche, ma queste erano difficilmente utilizzabili in quanto non rappresentavano una testimonianza di un loro effettivo investimento in qualità di protagonisti dell’esperienza.

Da queste considerazioni risulterà evidente che il diventare "persone sessuate", che fa parte di un percorso a lungo termine, è solo minimamente collegabile a un’esperienza scolastica che diventa, nella crescita, comunque una parentesi breve per quanto giudicata interessante, efficace e piacevole.

L’"educazione sessuata"

Da tutti gli elementi problematici che si sono proposti alla nostra attenzione nello svolgersi nel lavoro, abbiamo maturato la convinzione che un intervento di educazione alla sessualità abbia senso ed efficacia se non rimane un evento isolato, privato di un più ampio contesto educativo che lo comprenda e lo amplifichi nei significati, intrecciandolo con l’esperienza vissuta quotidianamente. Nelle esperienze con le classi, in quanto delegati a parlare di sessualità, abbiamo sentito il nostro intervento, nostro malgrado, configurato come una disciplina a parte, scorporata dal progetto educativo globale, così come dalle discipline specifiche, territorio esclusivo di un operatore vissuto come esperto. A questo esperto si delega il compito di informare, e formare, su una dimensione centrale della persona, quale la sessualità, dato culturale oltre che naturale, da integrare nel progetto esistenziale di ciascuno. L’incongruenza tra la riconosciuta importanza attribuita al valore e allo sviluppo della sessualità e l’attenzione data all’educazione sessuale, inevitabilmente parcellare se relegata a un contesto specifico e separato, ci ha fatto sentire sempre più incoerente con il nostro pensiero l’intervento diretto nelle classi e ha fatto nascere l’esigenza, e l’urgenza, di allargare il campo delle competenze degli agenti educativi scolastici, coinvolgendo gli stessi insegnanti in un percorso di formazione.

Per questo, da alcuni anni, stiamo proponendo agli insegnanti corsi di formazione e aggiornamento sui temi della sessualità con l’obiettivo di problematizzare il concetto di educazione sessuale, cosicché sia loro possibile caratterizzare le discipline in modo sessuato, anziché, come accade di solito, asessuato. È quello che chiamiamo "educazione sessuata" con un termine che abbiamo mutuato dalla Scuola di Sessuologia di Bologna, con la quale abbiamo sviluppato le riflessioni, via via approfondite.

Oltre a considerazioni di ordine metodologico e pedagogico, sosteniamo questo approccio sessuato in quanto l’aprire spazi ai temi della sessualità, che costringe ad adottare strategie per forza diverse da quelle della lezione frontale, favorirebbe anche l’acquisizione di strumenti attraverso i quali lo scambio relazionale possa divenire per i ragazzi un’esperienza arricchente, contrastando, così, gli elementi critici più sopra evidenziati.

Difficoltà degli insegnanti

A proposito del lavoro con i docenti, proponiamo un’ultima considerazione sulle difficoltà incontrate dagli insegnanti nell’integrare i temi della sessualità nel loro percorso disciplinare. Crediamo che tali difficoltà siano da riferire non solo alla scarsa abitudine ad aprire un discorso su temi sentiti come inquietanti, ma che ci sia anche una precisa difficoltà nel trovare una dimensione diversa da quella tradizionalmente sperimentata nell’essere insegnanti. Affrontare le dimensioni sessuate significa, infatti, garantire spazi di discussione dove le verità sono da scoprire in un percorso individuale, uscendo dalla dimensione del giudizio e del controllo, per mettersi nell’atteggiamento di chi facilita l’assunzione di strumenti, sapendo di non potere, e non dovere, suggerirne l’uso.

È immediatamente evidente come sia difficile questa posizione, soprattutto se pensiamo all’isolamento con cui gli insegnanti più sensibili portano avanti questi temi. Eppure, da recenti ricerche da noi condotte su interventi di educazione alla salute realizzati da insegnanti, abbiamo potuto constatare quanto, sia pure inconsapevolmente, i loro interventi risultassero efficaci, essendo, per questi professionisti, inevitabile entrare nelle dimensioni emotive con i ragazzi, potendo contare, e non potendo esimersi dal farlo, su una relazione che si evolve nel tempo.

L’equilibrio, ancora da definirsi, sarà costituito dal trovare un ruolo che non sia quello dell’insegnante armato di registro e voto, ma neanche quello dell’esperto sessuale. Occorrerà anche un più ampio e parallelo cambiamento culturale per riuscire a pensare che i temi che riguardano la sessualità sono da considerare come una dimensione culturale trasversale alle materie scolastiche, e, in quanto tale, aspetto imprescindibile delle discipline.

Alessandra Mizzi e Marcella Vida

1 Gruppo di lavoro dell’Azienda Usl di Reggio Emilia, settore di Psicologia clinica, sociale e di comunità; responsabile professore Umberto Nizzoli. (torna al testo)

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