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CONSULENZA GENITORIALE - RICONOSCERE, ACCETTARE E SUPERARE L’ADOLESCENZA

Una bussola per orientarsi

di Serena Cammelli
(consulente familiare)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2000 - Home Page L’educazione sessuale in famiglia è un argomento che non può essere evitato. Non è un insegnamento a ore prefissate. Qualunque avvenimento diventa lo spunto per una riflessione ad alta voce.

Passo davanti all’edicola e mi trovo a dover evitare un cartellone più alto di me che pubblicizza l’ultimo numero di una rivista dedicata al benessere fisico. Un uomo e una donna, che sembrano appena usciti da un concorso di culturismo, sono avvinghiati e mi fissano con uno sguardo di sfida, mentre una scritta parla per loro: e adesso sesso, fallo sempre al massimo. Rifletto. Davanti a quell’edicola transitano tutti gli alunni di terza media che tra pochi minuti aspetteranno che io li illumini sulla sessualità durante l’adolescenza.

Chiunque si trovi a sfogliare un settimanale si imbatterà nella rubrica dedicata alla psicologia, affiancata magari da quella che tratta proprio i problemi della sessualità. Ogni tre o quattro numeri c’è lo spazio dedicato all’adolescenza. Da qui qualsiasi genitore apprende quali sono le difficoltà e le sfide che vive suo figlio, coi primi brufoli, i peli che spuntano timidi, l’odore che si fa forte, gli squilli al cellulare o i bigliettini nascosti. L’invito più ragionevole è quello all’esercizio della pazienza e alla ricerca del dialogo.

È ciò che intendo fare quando entro nella classe e mi trovo davanti, rigorosamente separati in due gruppi, i ragazzi e le ragazze della III D di una scuola media della periferia di Roma. Incominciamo così il viaggio che porterà ad avvicinarci tanto da affrontare, dopo il discorso sulle tappe della maturazione sessuale e sui passaggi verso la maturità intellettuale, i punti che veramente interessano questi ragazzi. Sono sempre gli stessi: io, che sono basso o alto o grasso o magro, sono normale? Quando è giusto che arrivi il menarca o la prima polluzione? Quando si deve dare il primo bacio? Quando si capisce che è vero amore? Quanto dura l’amore?

Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Dietro a queste domande campeggia quel cartellone esposto dall’edicolante. Non posso ignorarlo e mi accorgo che nemmeno loro l’hanno fatto.

Gli adolescenti che oggi abbiamo di fronte, alunni invitati a un corso o figli nostri, non possono essere come quelli che eravamo noi alla loro età. I dubbi, le ansie e le aspettative tipiche di quest’età sono costrette a fare i conti in modo molto acerbo con la cultura massmediatica nella quale siamo sempre più immersi, nel bene e nel male. I discorsi preconfezionati sulle tempeste ormonali che agitano i sonni dei nostri ragazzi, che fanno salire o scendere i nostri rapporti con loro come fossimo prigionieri di un ascensore, restano i medesimi negli anni e, nello stesso tempo, si rivelano incompleti di fronte all’invito, sempre più pressante, ad essere "al massimo". Della forma fisica, del successo, del divertimento, dell’amore. Gli stessi adulti rincorrono questo mito, perché mai dovrebbero resistere i ragazzi?

Per raggiungere "il massimo"

Anche le forme di espressione si moltiplicano e ai gruppetti di coetanei si sostituiscono le chat-lines o i messaggi inviati con l’e-mail. Nemmeno i ragazzi che non dispongono di questi mezzi possono esserne considerati estranei: se ne parla, ci si trova a casa di chi ha il computer, si combatte in casa non più per l’acquisto del motorino, ma per l’ultima offerta di cellulari.

Mentre le fonti cui attingere le conoscenze sul sesso sembrano abbondare, così come le occasioni di contatto, in realtà ci si accorge del progressivo impoverimento della comunicazione. L’adolescente può chiamare un gran numero di amici, ma spesso le conversazioni si esauriscono in squilli telefonici o in laconici messaggi letti al video. L’adolescente può avere tutte le informazioni che vuole, ma ci si guarda bene dall’inserirle in un progetto dichiaratamente formativo. I genitori chiedono alla scuola, all’autore del manuale o all’esperto di turno che sia scientificamente esaustivo e corretto, e credono di aver in questo modo esaurito il loro compito educativo. In fondo loro stessi non hanno ricevuto di più e in molti casi non hanno nemmeno avuto le informazioni.

Il cartellone pubblicitario che riduce il sesso a una prestazione fisica, i siti che spacciano pornografia dietro a nomi insospettabili, il progressivo isolamento dei ragazzi davanti a uno schermo cambiano completamente lo scenario in cui gli adolescenti hanno le prime esperienze amorose.

Per queste ragioni non è sufficiente fornire gli strumenti per muoversi nella società tecnologica, occorre dare anche una bussola che aiuti ad orientarsi nella ricerca di una meta. Oltre al fare, bisogna cercare l’essere delle cose. Qui sta la sfida che personalmente lancio ai due culturisti avvinghiati. Se ai ragazzi di terza media mi accontentassi di indicare uno standard di crescita o di comportamento entro il quale debbano considerarsi "a posto", sono sicura che si affannerebbero a chiedermi come raggiungere "il massimo". Quando invece parto dalla pubblicità che tutti abbiamo visto e chiedo quale tipo d’amore vorrebbero per sé, scopro che si può parlare ancora di tenerezza, di conoscenza reciproca, di fedeltà.

Certo, da questi tredicenni non mi aspetto l’analisi profonda dei sentimenti. Sono ancora alla fase in cui registrano le emozioni e ne rimangono turbati. Li vedo alla ricerca di un modo per interpretare l’aggrovigliarsi di pulsioni fisiche, di bisogno d’affetto e di paura nel rivelarsi. Niente di più facile che conformarsi allo stile di vita proposto dalla televisione o dalle riviste patinate: molta esteriorità fatta di "bacini e abbracci" a destra e a manca, niente impegno a lungo termine, nessuna responsabilità. La parola d’ordine è «fare quello che ti senti», evitando accuratamente ciò che non è divertente.

I genitori che lavorano, che sono stanchi, che cercano il modo per assicurare ai figli tutte le cose che servono per sentirsi accettati sono utili, ma non sono divertenti. Se anche noi adulti rincorriamo il modo di vivere e di consumare che il mercato ci impone, saremo sempre meno divertenti, meno attraenti dei protagonisti dei video musicali, di quelli dei videogiochi, degli attori della pubblicità o dei telefilm. Saremo perdenti in partenza e con noi i nostri figli. Esiste ancora lo spazio per una proposta educativa, che cerchi di tirar fuori dalla persona il meglio che è, senza ostinarsi ad aggiungere altre cose a quello che ha. Con queste provocazioni la discussione nell’aula della scuola media di periferia si accende. Suona la campanella, ma si vorrebbe continuare ancora. Ci sarà tempo.

Teorie sull’amore

Torno a casa. Anch’io ho un figlio di tredici anni. Con lui non sono una professoressa, di quelle che tanto poi non si vedono più. Sono la mamma che scoccia perché vuole puntualizzare ogni cosa. Con lui posso parlare del cartellone che ho visto davanti all’edicola, ma non posso aspettarmi la discussione. Di certe cose in casa lui non parla. È giusto. L’amore in casa si vive, non si teorizza.

Proprio per questo l’educazione sessuale in famiglia è un argomento che non può essere evitato. Non è certo un insegnamento "a ore prefissate". Qualsiasi momento è buono. Qualunque avvenimento diventa lo spunto per una riflessione fatta ad alta voce. La cosa veramente importante è rendersi conto del momento che la famiglia dell’adolescente sta vivendo: l’adolescenza del figlio richiede un grande sforzo alla coppia dei genitori, che è chiamata a verificare sia i valori che propone, sia l’adesione quotidiana a questi valori. Spesso la coppia entra in crisi, perché la maturazione sessuale dei figli la obbliga a un ripensamento del proprio rapporto, non più gravato dalle impellenti cure parentali: la madre torna moglie, il padre torna marito e tutto ciò sotto lo sguardo di chi, ormai quasi indipendente, sembra giudicare e criticare.

L’adolescente ha bisogno di staccarsi dai genitori e in alcuni casi sembra godere nel metterli in difficoltà, andando contro le consuetudini familiari o addirittura rifiutando qualsiasi proposta. Lo fa per cercare la propria strada, per uscire dall’infanzia, ma quanta fatica costa questo svolazzare contro le sbarre di una gabbia che lo tiene prigioniero. Lui pensa che la prigione sia la famiglia. In realtà è l’infanzia, nido sicuro, ma ormai troppo stretto.

Non bisogna delegare

Se per le ragazze la prima mestruazione è una tappa che, accettata da tutti, instaura una sorta di complicità con la madre e rende più riconoscibile l’ingresso nella fase dell’adolescenza, per il figlio maschio non ci sono momenti altrettanto pubblicamente identificabili. Si corre il rischio di banalizzare la maturazione sessuale, misurandola in base al numero delle conquiste femminili o agli atteggiamenti aggressivi.

Da parte sua, l’adolescente maschio difficilmente si confiderà con la madre, genitore solitamente deputato all’educazione sessuale familiare: è troppo difficile separare il ruolo di madre da quello di sposa e la sovrapposizione delle due immagini causa troppo disagio.

Diventa importante allora assumere un atteggiamento che parta dal riconoscimento dell’adolescenza (vedo che stai cambiando), passi attraverso l’accettazione dell’adolescenza (sento e capisco che stai cambiando), per arrivare al superamento dell’adolescenza: ti offro un modello di vita, il nostro. Lo puoi accettare o rifiutare, comunque siamo disposti a parlarne.

Anche il sesso fa parte di questa proposta; da quando il figlio nasce; durante tutta la sua crescita, negli atteggiamenti che abbiamo avuto nei suoi confronti, partendo dalla sua identità sessuale; di fronte all’incipiente maturazione sessuale. Non dobbiamo pensare di delegare il problema all’esperto di turno o, peggio, lasciare che il discorso che riguarda più da vicino la felicità di nostro figlio, l’amore, non sia affrontato in famiglia.

La sensibilità di ciascun genitore guiderà i suoi gesti e le sue parole, ma un messaggio deve essere chiaro: in qualsiasi momento tu voglia, io genitore sono disposto a parlare con te anche di sesso. Senza mai dimenticare gli impulsi provenienti dalla televisione, dai giornali, dagli amici, da Internet, dalle mode. Tutte queste fonti sono negative solo se lasciate uniche interlocutrici dell’adolescente. Se sono inserite in un progetto educativo, che i genitori sono chiamati a verificare proprio durante l’adolescenza, diventano un semplice strumento per aiutare l’intera famiglia.

L’adolescenza perde così la connotazione di malattia passeggera legata all’età e si trasforma in reale momento di crisi, cioè di passaggio, di maturazione per tutti i componenti della famiglia.

Serena Cammelli
    

UN MALESSERE SILENZIOSO

"Una sfida al mondo degli adulti e alla comunità ecclesiale?". È il sottotitolo del convegno regionale Affetti e sessualità tra gli adolescenti, tenutosi il 25 novembre scorso all’Università Cattolica di Milano, per concludere i cinque anni di osservazione degli organismi pastorali. Introdotto dal cardinale Martini e rivolto a educatori e genitori, l’incontro ha avuto come obiettivo primario quello di invitare gli adulti a individuare un modo di proporre ai ragazzi l’educazione all’affettività e alla sessualità. Dallo studio pastorale relativo a questo tema è emersa, al di là degli inutili moralismi, una condizione di malessere silenzioso e una solitudine educativa che si esprime attraverso comportamenti spesso eccessivi. Significativa la presenza dei tre operatori (del mondo sportivo, scolastico e dei mass media) che hanno esposto le loro riflessioni basate sulla diretta esperienza a contatto con gli adolescenti.

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