 |
Negli scambi interpersonali la parola è
fondamentale e trae la sua importanza dallessere il mezzo comunicativo per
eccellenza. Per questo va usata con proprietà. Alcuni consigli pratici per i messaggi
telematici e per luso di internet. La
lingua è uno specchio fedele della società: cambiano gli usi, i costumi, i rapporti e
parallelamente cambia la maniera di indicarli. È importante che il ritmo delle parole
segua il ritmo delle cose e che, dinanzi alle trasformazioni che caratterizzano la
società, la lingua non arranchi, non segni il passo, come talvolta capita. Luso non
controllato di certe parole ed espressioni può provocare ferite profonde. Che cosa
proverà il genitore di un bambino down sentendo usare il termine
"mongoloide" in senso offensivo e spregiativo? Che effetto faranno labuso
e il travisamento di significato del termine "schizofrenico" a chi soffre di
schizofrenia? Da quando la legge ha imposto agli Enti pubblici e privati di assumere un
certo numero di persone definite "portatrici di handicap", in Italia si è
diffuso il termine "handicappato", brutto due volte, sia per la provenienza
straniera sia per la connotazione negativa: nelluso corrente, infatti, handicappato
non significa "svantaggiato" ma "inetto", "incapace".
Barbara Palombelli, titolare di una fortunata rubrica sul quotidiano la Repubblica,
racconta di aver ricevuto più duna lettera di persone colpite da nanismo e di
ballerine più o meno famose che protestavano con dignità contro i continui riferimenti
della stampa ai "nani" e alle "ballerine" che un tempo animavano la
corte di Bettino Craxi.
Certe abitudini linguistiche, anche se usate senza volontà di ferire, possono
provocare dispiacere: quanto disappunto susciteranno in chi non vede, in chi non sente, in
chi si muove con difficoltà parole ed espressioni come "spastico",
"paralitico", "cieco come una talpa" o "sordo come una
campana"? Con quanta stizza il nostro macellaio seguirà il resoconto dei crimini
compiuti da macellai come il maresciallo Pol Pot e Radovan Karadzic? Che effetto faranno
sul nostro vicino africano espressioni come come "fare il negro", "lavorare
come un negro"? Lovvia conclusione è che le parole vanno usate con cautela:
servono a comunicare, e dunque a entrare in rapporto con gli altri, rispettandoli.
Ipocrisia linguistica, dirà qualcuno, giudicando inutili scambi lessicali come operatore
ecologico per "spazzino", agente di custodia per "secondino",
operatore orizzontale per "bidello", non deambulante per "paralitico".
È un fatto, però, che i diretti interessati preferiscono il giro di parole più moderno
al termine tradizionale, avvertito come socialmente squalificante e troppo crudo.
In altri casi, invece, è il termine nuovo e apparentemente asettico a nascondere la
discriminazione. Alle donne e agli uomini che arrivano in Italia dopo aver abbandonato un
Sud perfino più desolato del nostro tocca una sorte triste non solo dal punto di vista
materiale, ma anche dal punto di vista linguistico. Di questi individui senza patria si
ricorda non la terra a cui appartengono ma, in negativo, quella a cui non appartengono:
sono gli "extracomunitari", cioè quelli che non sono europei, non sono italiani
e, alla fin fine, non sono neppure uomini, come lasciava intendere il titolo di un
articolo comparso qualche tempo fa su un giornale dellItalia centrale: «Grave
incidente sullAurelia: morti un uomo e due extracomunitari». Chi desideri tenersi
alla larga non solo dal razzismo conclamato, ma anche da quello strisciante che passa per
le parole, farà meglio a indicare queste donne e questi uomini per quello che sono:
immigrati o cittadini stranieri.
Una parola con una storia un po diversa, nata bene e finita male, è colf.
Nelle lodevoli intenzioni di chi lha coniato, questo termine avrebbe dovuto
soppiantare le tante parole che indicano chi si dedica ai lavori domestici, tutte
appesantite da una sfumatura spregiativa; di fatto, però, colf si usa soltanto in
contesti scherzosi, con un intento ironico dovuto con tutta probabilità alla stravaganza
di questa parola-sigla. Chi fa questo lavoro, dunque, si definisca collaboratrice (o
collaboratore) familiare, collaboratrice domestica o collaboratore domestico piuttosto che
colf; chi ne fruisce, ricordi che usare parole o frasi brevi è sempre la soluzione
più conveniente, ma non sempre la più corretta: ragioni di civiltà non solo linguistica
impongono di evitare, oltre che limpacciante colf, anche gli spregiativi
donna di servizio, donna a ore (o semplicemente "donna"), domestica, cameriera,
e così via. Meglio sostituirli con frasi un po più ampie: «La signora che fa i
servizi in casa», «La signora che ci aiuta», «La signora che si occupa della casa».
Le parole sono donne
In questo, come in molti altri casi, dietro
lapparente neutralità della lingua si nasconde la discriminazione sessuale.
Prendiamo in considerazione due parole simmetriche come zitella e scapolo: in teoria
dovrebbero significare la stessa cosa (cioè il non essere sposati), riferita ora alla
donna ora alluomo; invece, va sempre a finire che lei è "una vecchia zitella
acida" e lui "uno scapolo impenitente": in parole povere, ciò che è un insulto per la donna
diventa un complimento se riferito alluomo. Prova ne sia che il più aggiornato dei
nostri dizionari, il nuovissimo Disc (Dizionario Italiano Sabatini Coletti,
Firenze, Giunti, 1997), definisce lo scapolo come un «uomo non sposato» e invece la
zitella come una «donna matura non sposata», il più delle volte dotata di «carattere
acido e irritabile».
Quando si tratta di indicare con un nuovo nome un nuovo ruolo svolto da una donna
(sindaca, ministra, avvocata), lesigenza di una grammatica al femminile pare
inderogabile; trascorso qualche giorno, però, il dibattito si affievolisce e la questione
sembra passare di moda. In realtà, usare una lingua non discriminante nei confronti della
donna non obbedisce a una moda, ma piuttosto a un modo: di essere e di pensare.
Lingiustizia linguistica contro la donna ha radici antiche. Le lingue
indoeuropee, da cui derivano quasi tutte le lingue occidentali, avevano tre generi: il
maschile, il femminile e il neutro. In teoria il genere neutro avrebbe dovuto
caratterizzare i nomi degli oggetti e dei concetti privi di connotazione sessuale; di
fatto lappartenenza di una parola a un genere piuttosto che a un altro era casuale:
già in latino, senza che ce ne fosse una ragione precisa, il "vento" e il
"remo" erano maschili (ventus, remus), e la "lettera" e
la "vittoria" erano femminili (littera, victoria).
Nel passaggio dal latino allitaliano il neutro è scomparso, e i nomi che
appartenevano a questo genere si sono distribuiti alla rinfusa tra il maschile e
femminile. Di fatto, però, la grammatica dellitaliano è fortemente
maschiocentrica, nel senso che il maschile prevale largamente sul femminile: viene usato
non solo per indicare nomi effettivamente maschili, ma anche espressioni astratte (il
bello, il giusto, il vero), pronomi (si dice: «Non cè nessuno», non: «Non
cè nessuna»), nonché la specie umana in generale, ingiustamente identificata
nelluomo, non certo nella donna. Non solo la grammatica, ma anche la sintassi è
maschilista: quando un aggettivo si riferisce a due nomi di genere diverso, di regola esso
va al maschile plurale, non al femminile: si dice: «una ragazza e un ragazzo americani»,
non: «una ragazza e un ragazzo americane».
Forse largomento più scottante, riguardo alla disparità linguistica fra donna e
uomo, riguarda i nomi delle professioni. Per alcune non ci sono mai stati problemi: da
generazioni si parla di operaia, impiegata, dottoressa, professoressa, ispettrice,
segretaria. Per altri femminili, quelli che indicano i nuovi ruoli con cui la donna si è
cimentata e si cimenta con successo, continuano le incertezze: vigile o vigilessa?
Avvocata, donna avvocato o avvocatessa? Ministro, donna ministro o ministra? Di fronte a
tante alternative, chi si pone il problema di un uso civilmente corretto della lingua può
trovarsi in difficoltà. In questo caso, dato il continuo e rapido evolversi della
situazione, il linguista deve limitarsi a dare dei consigli, senza imporre regole ferree.
La prima raccomandazione è quella di evitare il più possibile le parole che terminano
in "essa". A parte campionessa, dottoressa, poetessa, professoressa,
studentessa, che ormai si sono affermati nelluso, gli altri femminili in
"essa" hanno una sfumatura ironica o spregiativa. NellOttocento, quando si
voleva prendere in giro una donna che aveva il solo torto di ragionare con la propria
testa, la si chiamava "filosofessa"; oggi, quando non si è daccordo con
le decisioni di una giudice, la si definisce sarcasticamente "giudichessa",
mentre la presidentessa è solo, maschilisticamente, la moglie del presidente, oppure la
buona signora che presiede unassociazione benefica.
Il secondo invito è quello di non formare il femminile unendo la parola donna al nome
della professione. Nessuno si sognerebbe di dire o scrivere "uomo magistrato",
"uomo giudice", "uomo poliziotto": il tipo "donna
poliziotto" (guarda caso identico, nella forma, a "cane poliziotto")
suggerisce di considerare particolare una condizione che dovrebbe essere normale.
Il terzo consiglio è quello di estendere il più possibile luscita in
"a", perché non cè nessun motivo, grammaticale o sociale, per non farlo:
via libera, dunque, ad architetta, assessora, avvocata, chimica, consigliera comunale,
controllora, deputata, ferroviera, filosofa, fisica, grafica, ingegnera, magistrata,
matematica, ministra, notaia, poliziotta, prefetta, sindaca, soldata, e così via.
Lultimo avvertimento è quello di considerare non solo maschili, ma anche
femminili molti nomi di professione che escono in "e", semplicemente premettendo
larticolo "la": la giudice, la presidente, la vigile (naturalmente il
suggerimento non vale per quei nomi maschili che finiscono in "e" ma che hanno
un corrispettivo femminile già affermato: ambasciatore/ ambasciatrice,
ispettore/ispettrice, provveditore/provveditrice).
Segue: Il galateo
linguistico del Duemila - 2 -
|