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Come salvaguardare i rapporti - 1 -

Il galateo linguistico del Duemila

di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota
(ricercatori di Linguistica italiana presso l'Università La Sapienza di Roma)

    

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1998 - Home Page Negli scambi interpersonali la parola è fondamentale e trae la sua importanza dall’essere il mezzo comunicativo per eccellenza. Per questo va usata con proprietà. Alcuni consigli pratici per i messaggi telematici e per l’uso di internet.

La lingua è uno specchio fedele della società: cambiano gli usi, i costumi, i rapporti e parallelamente cambia la maniera di indicarli. È importante che il ritmo delle parole segua il ritmo delle cose e che, dinanzi alle trasformazioni che caratterizzano la società, la lingua non arranchi, non segni il passo, come talvolta capita. L’uso non controllato di certe parole ed espressioni può provocare ferite profonde. Che cosa proverà il genitore di un bambino down sentendo usare il termine "mongoloide" in senso offensivo e spregiativo? Che effetto faranno l’abuso e il travisamento di significato del termine "schizofrenico" a chi soffre di schizofrenia? Da quando la legge ha imposto agli Enti pubblici e privati di assumere un certo numero di persone definite "portatrici di handicap", in Italia si è diffuso il termine "handicappato", brutto due volte, sia per la provenienza straniera sia per la connotazione negativa: nell’uso corrente, infatti, handicappato non significa "svantaggiato" ma "inetto", "incapace".

Barbara Palombelli, titolare di una fortunata rubrica sul quotidiano la Repubblica, racconta di aver ricevuto più d’una lettera di persone colpite da nanismo e di ballerine più o meno famose che protestavano con dignità contro i continui riferimenti della stampa ai "nani" e alle "ballerine" che un tempo animavano la corte di Bettino Craxi.

Certe abitudini linguistiche, anche se usate senza volontà di ferire, possono provocare dispiacere: quanto disappunto susciteranno in chi non vede, in chi non sente, in chi si muove con difficoltà parole ed espressioni come "spastico", "paralitico", "cieco come una talpa" o "sordo come una campana"? Con quanta stizza il nostro macellaio seguirà il resoconto dei crimini compiuti da macellai come il maresciallo Pol Pot e Radovan Karadzic? Che effetto faranno sul nostro vicino africano espressioni come come "fare il negro", "lavorare come un negro"? L’ovvia conclusione è che le parole vanno usate con cautela: servono a comunicare, e dunque a entrare in rapporto con gli altri, rispettandoli. Ipocrisia linguistica, dirà qualcuno, giudicando inutili scambi lessicali come operatore ecologico per "spazzino", agente di custodia per "secondino", operatore orizzontale per "bidello", non deambulante per "paralitico". È un fatto, però, che i diretti interessati preferiscono il giro di parole più moderno al termine tradizionale, avvertito come socialmente squalificante e troppo crudo.

In altri casi, invece, è il termine nuovo e apparentemente asettico a nascondere la discriminazione. Alle donne e agli uomini che arrivano in Italia dopo aver abbandonato un Sud perfino più desolato del nostro tocca una sorte triste non solo dal punto di vista materiale, ma anche dal punto di vista linguistico. Di questi individui senza patria si ricorda non la terra a cui appartengono ma, in negativo, quella a cui non appartengono: sono gli "extracomunitari", cioè quelli che non sono europei, non sono italiani e, alla fin fine, non sono neppure uomini, come lasciava intendere il titolo di un articolo comparso qualche tempo fa su un giornale dell’Italia centrale: «Grave incidente sull’Aurelia: morti un uomo e due extracomunitari». Chi desideri tenersi alla larga non solo dal razzismo conclamato, ma anche da quello strisciante che passa per le parole, farà meglio a indicare queste donne e questi uomini per quello che sono: immigrati o cittadini stranieri.

Una parola con una storia un po’ diversa, nata bene e finita male, è colf. Nelle lodevoli intenzioni di chi l’ha coniato, questo termine avrebbe dovuto soppiantare le tante parole che indicano chi si dedica ai lavori domestici, tutte appesantite da una sfumatura spregiativa; di fatto, però, colf si usa soltanto in contesti scherzosi, con un intento ironico dovuto con tutta probabilità alla stravaganza di questa parola-sigla. Chi fa questo lavoro, dunque, si definisca collaboratrice (o collaboratore) familiare, collaboratrice domestica o collaboratore domestico piuttosto che colf; chi ne fruisce, ricordi che usare parole o frasi brevi è sempre la soluzione più conveniente, ma non sempre la più corretta: ragioni di civiltà non solo linguistica impongono di evitare, oltre che l’impacciante colf, anche gli spregiativi donna di servizio, donna a ore (o semplicemente "donna"), domestica, cameriera, e così via. Meglio sostituirli con frasi un po’ più ampie: «La signora che fa i servizi in casa», «La signora che ci aiuta», «La signora che si occupa della casa».
  

Le parole sono donne

In questo, come in molti altri casi, dietro l’apparente neutralità della lingua si nasconde la discriminazione sessuale. Prendiamo in considerazione due parole simmetriche come zitella e scapolo: in teoria dovrebbero significare la stessa cosa (cioè il non essere sposati), riferita ora alla donna ora all’uomo; invece, va sempre a finire che lei è "una vecchia zitella acida" e lui "uno scapolo "La Concha" (1906), di Dario De Regoyos.impenitente": in parole povere, ciò che è un insulto per la donna diventa un complimento se riferito all’uomo. Prova ne sia che il più aggiornato dei nostri dizionari, il nuovissimo Disc (Dizionario Italiano Sabatini Coletti, Firenze, Giunti, 1997), definisce lo scapolo come un «uomo non sposato» e invece la zitella come una «donna matura non sposata», il più delle volte dotata di «carattere acido e irritabile».

Quando si tratta di indicare con un nuovo nome un nuovo ruolo svolto da una donna (sindaca, ministra, avvocata), l’esigenza di una grammatica al femminile pare inderogabile; trascorso qualche giorno, però, il dibattito si affievolisce e la questione sembra passare di moda. In realtà, usare una lingua non discriminante nei confronti della donna non obbedisce a una moda, ma piuttosto a un modo: di essere e di pensare.

L’ingiustizia linguistica contro la donna ha radici antiche. Le lingue indoeuropee, da cui derivano quasi tutte le lingue occidentali, avevano tre generi: il maschile, il femminile e il neutro. In teoria il genere neutro avrebbe dovuto caratterizzare i nomi degli oggetti e dei concetti privi di connotazione sessuale; di fatto l’appartenenza di una parola a un genere piuttosto che a un altro era casuale: già in latino, senza che ce ne fosse una ragione precisa, il "vento" e il "remo" erano maschili (ventus, remus), e la "lettera" e la "vittoria" erano femminili (littera, victoria).

Nel passaggio dal latino all’italiano il neutro è scomparso, e i nomi che appartenevano a questo genere si sono distribuiti alla rinfusa tra il maschile e femminile. Di fatto, però, la grammatica dell’italiano è fortemente maschiocentrica, nel senso che il maschile prevale largamente sul femminile: viene usato non solo per indicare nomi effettivamente maschili, ma anche espressioni astratte (il bello, il giusto, il vero), pronomi (si dice: «Non c’è nessuno», non: «Non c’è nessuna»), nonché la specie umana in generale, ingiustamente identificata nell’uomo, non certo nella donna. Non solo la grammatica, ma anche la sintassi è maschilista: quando un aggettivo si riferisce a due nomi di genere diverso, di regola esso va al maschile plurale, non al femminile: si dice: «una ragazza e un ragazzo americani», non: «una ragazza e un ragazzo americane».

Forse l’argomento più scottante, riguardo alla disparità linguistica fra donna e uomo, riguarda i nomi delle professioni. Per alcune non ci sono mai stati problemi: da generazioni si parla di operaia, impiegata, dottoressa, professoressa, ispettrice, segretaria. Per altri femminili, quelli che indicano i nuovi ruoli con cui la donna si è cimentata e si cimenta con successo, continuano le incertezze: vigile o vigilessa? Avvocata, donna avvocato o avvocatessa? Ministro, donna ministro o ministra? Di fronte a tante alternative, chi si pone il problema di un uso civilmente corretto della lingua può trovarsi in difficoltà. In questo caso, dato il continuo e rapido evolversi della situazione, il linguista deve limitarsi a dare dei consigli, senza imporre regole ferree.

La prima raccomandazione è quella di evitare il più possibile le parole che terminano in "essa". A parte campionessa, dottoressa, poetessa, professoressa, studentessa, che ormai si sono affermati nell’uso, gli altri femminili in "essa" hanno una sfumatura ironica o spregiativa. Nell’Ottocento, quando si voleva prendere in giro una donna che aveva il solo torto di ragionare con la propria testa, la si chiamava "filosofessa"; oggi, quando non si è d’accordo con le decisioni di una giudice, la si definisce sarcasticamente "giudichessa", mentre la presidentessa è solo, maschilisticamente, la moglie del presidente, oppure la buona signora che presiede un’associazione benefica.

Il secondo invito è quello di non formare il femminile unendo la parola donna al nome della professione. Nessuno si sognerebbe di dire o scrivere "uomo magistrato", "uomo giudice", "uomo poliziotto": il tipo "donna poliziotto" (guarda caso identico, nella forma, a "cane poliziotto") suggerisce di considerare particolare una condizione che dovrebbe essere normale.

Il terzo consiglio è quello di estendere il più possibile l’uscita in "a", perché non c’è nessun motivo, grammaticale o sociale, per non farlo: via libera, dunque, ad architetta, assessora, avvocata, chimica, consigliera comunale, controllora, deputata, ferroviera, filosofa, fisica, grafica, ingegnera, magistrata, matematica, ministra, notaia, poliziotta, prefetta, sindaca, soldata, e così via.

L’ultimo avvertimento è quello di considerare non solo maschili, ma anche femminili molti nomi di professione che escono in "e", semplicemente premettendo l’articolo "la": la giudice, la presidente, la vigile (naturalmente il suggerimento non vale per quei nomi maschili che finiscono in "e" ma che hanno un corrispettivo femminile già affermato: ambasciatore/ ambasciatrice, ispettore/ispettrice, provveditore/provveditrice).  

Segue: Il galateo linguistico del Duemila - 2 -
   

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