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Come salvaguardare i rapporti - 2 -

Il galateo linguistico del Duemila

di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota
(ricercatori di Linguistica italiana presso l'Università La Sapienza di Roma)

    

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Telefonino, fax e altro

Il telefonino e il rispetto degli altri spesso non vanno d’accordo. Il problema, ovviamente, non riguarda il telefonino in sé, ma l’uso che se ne fa. Gli esempi in negativo non mancano, ma ricordarli con la consueta riprovazione sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. È meglio offrire qualche consiglio costruttivo ai patiti del telefonino, indicando una volta per tutte ciò che è bene fare e non fare quando lo si ha fra le mani. Ovunque ci si trovi, è meglio non parlare a voce alta. Il consiglio, buono per le conversazioni con interlocutori in carne e ossa, diventa prezioso per quelle fatte attraverso questo oggettino di plastica. Il cellulare è utile proprio perché consente di comunicare ovunque; in pubblico, però, è meglio essere discreti ed evitare conversazioni intime. Ecco i luoghi e le situazioni in cui il cellulare va tenuto rigorosamente spento: niente trilli al cinema, a teatro, in biblioteca, in chiesa, durante una lezione o una conferenza, in particolari competizioni sportive.

Una volta specchio dell’anima erano gli occhi; al giorno d’oggi, sembra che lo siano gli annunci di certe segreterie telefoniche. Si va dal giovanilistico: «Ciao, non sono in casa. Lascia un messaggio e ti richiamerò al più presto» al superimpegnato: «Siamo all’estero, lasciate un messaggio o un fax. Risponderemo appena possibile. Sorry, we are abroad. Please, send a message or a fax after the beep. Thank you»; dal brusco: «Parlate dopo il bip» all’ingannevole: «Pronto? Non siamo in casa. Lasciate un messaggio».

In simili casi, c’è sempre qualcosa che non va. Il messaggio della segreteria telefonica deve rispondere a quattro requisiti: chiarezza, essenzialità, gentilezza e semplicità. Tutto il resto è un orpello inutile che va eliminato. Quindi: se avete voglia di essere spiritosi, siatelo dal vivo, e non davanti a un anonimo microfono di registratore; non assumete un tono inutilmente manageriale; evitate le ovvietà: l’invito: «parlate dopo il bip del segnale acustico» può ridursi a: «parlate dopo il bip», oppure a: «parlate dopo il segnale acustico»; dite sempre: «Risponde la segreteria telefonica di...», «Risponde il numero...» per dare a chi ha chiamato la sicurezza di aver fatto il numero giusto; dite sempre grazie alla fine del messaggio: costa poco e vale molto.

Se si è in grande confidenza con il destinatario, mandare un messaggio anche molto personale via fax non è affatto scortese o inopportuno, anzi: se c’è familiarità, un fax che sostituisca la semplice telefonata susciterà piacere e sorpresa in chi lo riceve, purché si sia certi che ad accoglierlo sia la persona che desideriamo e non qualcun altro. Se, invece, l’apparecchio è a disposizione di un intero ufficio o di un’intera famiglia, è meglio evitare di inviare messaggi troppo personali, indicando il destinatario del fax in apertura: «Messaggio per...», «All’attenzione di...».

Il fax non deve sostituire il messaggio scritto a mano se si intende invitare qualcuno a una festa, a un ricevimento o a una cerimonia; inoltre per scuse, ringraziamenti, partecipazioni e rallegramenti. Alcuni, per colmo di gentilezza, adoperano un doppio canale per le proprie lettere, facendo arrivare prima la copia per fax e poi l’originale autografo o con firma autografa per posta: una delicatezza che vale la fatica. Altri, per colmo di maleducazione, prima inviano un fax e subito dopo telefonano al destinatario per sapere se lo ha letto, non dandogli nemmeno il tempo di respirare: è meglio non imitarli.

Chi scrive a mano, scriva chiaro; chi scrive al computer, non usi caratteri troppo piccoli: risparmierà (forse) uno scatto e un po’ di carta, ma perderà molto in cortesia. Il che non è un invito a cadere nell’eccesso opposto, inondando il nostro interlocutore con chilometri di carta che, come ha scritto Claudio Magris, «almeno negli apparecchi più antiquati, ma ancora diffusi, strisciano, avanzano, si accartocciano, si allungano, si avviticchiano alle gambe delle sedie, come serpenti, minacciano come i rettili che la gelosa Giunone inviò alla culla di Ercole per stritolarlo e che furono invece strozzati dal neonato già erculeo». Chi naviga in Internet la chiama netiquette, che è la contrazione di network etiquette. Significa "etichetta di rete", e il termine equivalente italiano dovrebbe essere "retichetta". Al di là dei nomi, ciò che conta è la sostanza, che è la buona educazione telematica, cioè quell’insieme di norme, ispirate a correttezza e gentilezza, che ognuno dovrebbe osservare nel momento in cui condivide una rete telematica con altre persone. Proprio come le regole della buona educazione del mondo reale, anche quelle del mondo virtuale non sono leggi, ma suggerimenti dettati dal buon senso, dall’esperienza e dal rispetto degli altri.

Navigando qua e là per la rete se ne possono raccogliere diversi. Ecco i più importanti: in linea generale, nelle conversazioni in rete è bene attenersi alle medesime regole di cortesia che governano la comunicazione a faccia a faccia; nel caso in cui ci si trovi in disaccordo con una persona, è meglio proseguire la discussione attraverso le caselle postali personali piuttosto che nella lista di posta elettronica o nel gruppo di discussione al quale si è iscritti; è molto scorretto inviare a una lista di posta elettronica un messaggio giunto personalmente a noi senza chiedere il permesso all’autore; precisiamo sempre che le nostre opinioni vengono espresse a titolo personale, e non dell’organizzazione di appartenenza; cerchiamo di essere brevi, ma non concisi fino all’incomprensibile.

Troppi acronimi (= le sequenze di lettere formate dalle iniziali di più parole, come Fyi = For your information, "per tua ?sua, vostra??informazione") possono confondere e irritare il lettore; messaggi e articoli dovrebbero essere brevi e centrati sull’argomento: scriviamoli solo se effettivamente necessari, senza inondare la lista o il gruppo di discussione con note o considerazioni già fatte da altri; evitiamo i messaggi sarcastici e offensivi, i cosiddetti flames: non offendiamo a 28.800 bps!

Dal punto di vista del galateo linguistico, la pratica opposta alla discrezione e alla cortesia è il pettegolezzo, vale a dire quella fitta rete di notizie e valutazioni, diverse e al tempo stesso sempre uguali a se stesse, che circolano all’interno di una comunità, concentrandosi ora su uno ora su un altro dei suoi componenti. A questo insieme magmatico di parole sono stati dati i nomi più diversi. I Latini lo chiamavano rumor, gli Inglesi lo dicono gossip; i Francesi parlano di potins e ragots, mentre in Nzema, una lingua che si parla in Africa, questi grumi di frasi pronunciate sottovoce sono indicati da una parola che ne riproduce il suono: huhuhuhu. Nell’èra dei mezzi di comunicazione di massa i pettegolezzi sono enormemente cresciuti per numero, produzione, tecniche di raccolta e diffusione; hanno occupato le cronache dei giornali, dato lavoro a paparazzi impudenti, fatto la fortuna di chiacchieroni pubblici e privati, ma, in sostanza, sono rimasti sempre gli stessi. Una differenza rispetto al passato è che oggi si è sfatato il luogo comune che considerava il pettegolezzo un’attività tipicamente femminile, riconoscendo che invece non ha sesso, e è praticato nella stessa misura anche da uomini.

Il pettegolezzo non ha un’evoluzione o una dinamica: vive dell’essere riferito, dilatato, riportato. Nessuno ne è autore in prima persona: non a caso, le sue marche linguistiche tipiche sono i vari: «Corre voce...», «Si dice...», «Dicono...». Dicono chi? Nessuno racconta bugie, ognuno riferisce quello che ha sentito da altri, magari arricchendolo di una deduzione o un commento a sorpresa. L’importante non è il rispetto della verità, entità sfuggente e relativa, ma il mantenimento in vita della chiacchiera, comunicata, sotto il vincolo del riserbo più assoluto, alla persona giusta, che in un batter d’occhio la condurrà per sentieri sconosciuti. In fondo, però, il pettegolezzo non è cattivo. Non censura le colpe gravi, ma quelle minori o minime: controlla, non senza qualche ammiccamento, quella zona grigia di mancanze per le quali una vera sanzione sarebbe troppo e il silenzio sarebbe troppo poco. Il pericolo, per chi spettegola a ripetizione, sopraggiunge quando gli altri scoprono che lo fa perché è debole o quando qualcuno comincia a chiedersi: «Se dice tutte queste cose degli altri, che cosa dirà di me quando avrò voltato le spalle?».

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota

  

BIBLIOGRAFIA.
   

Giorgio Raimondo Cardona, Introduzione alla sociolinguistica, Torino, Loescher, 1987.

Gaetano Berruto, La sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1987.

AA.VV., Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture, a cura di Alberto A. Sobrero, Bari, Laterza, 1993.

Luca Serianni, Italiano, Milano, Garzanti, 1997.

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, Il salvastile, Milano, Sperling & Kupfer, 1997.

  

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