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La tutela della privacy

Per non subire ingerenze

di Corso Bovio e Claudia Balzarini
(avvocati penalisti in Milano)

   
    

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1998 - Home Page Dai primi riconoscimenti del diritto al controllo sui dati personali la strada è stata breve. Oggi, però, per difendersi dall’invadenza pubblica si ricorre a nuovi strumenti legislativi.
Il problema della riservatezza nasce con il diffondersi dei mass media. Ma la carta stampata resta la prima antagonista della vita privata, tanto più temibile quanto più destinata al vasto pubblico già alfabetizzato.

Disporre di un territorio esclusivo e riservato al cui interno non sia consentito a estranei di entrare è esigenza fondamentale dell’uomo fin dai primordi della sua storia. Gli studi di etologia hanno, del resto, evidenziato come sia caratteristico di molti animali circoscrivere come propria un’area dalla quale escludere ogni concorrente.

Nei tempi più antichi, tuttavia, l’esigenza di interdire ad altri l’accesso alla propria "tana" era finalizzata essenzialmente alla difesa della propria incolumità e dei propri beni. Non esisteva ancora il concetto di "vita privata" come possiamo intenderlo noi oggi e, anzi, l’individuo viveva ogni momento della propria esistenza di fronte alla platea degli appartenenti alla stessa comunità. Nessun momento della vita – né la nascita, né la morte, né le traversie e i rapporti di coppia – era un fatto solo privato. È col tempo che inizia a farsi strada, sia pur timidamente, l’idea che ciascun individuo possa avere una sfera riservata della propria esistenza.

Con l’affermarsi della società borghese la riservatezza e la privacy – in una accezione simile a quella che oggi a tali termini attribuiamo – diventano valori di carattere generale. Si tratta, però, principalmente di un’affermazione a livello di convenzione sociale e di costume cui non si accompagna ancora una disciplina legale se non per alcuni aspetti piuttosto marginali.

I primi interventi legislativi riguardano, infatti, la corrispondenza e puniscono con sanzioni penali la violazione del segreto epistolare. In un mondo in cui la lettera manoscritta è sostanzialmente l’unico mezzo di comunicazione, la tutela apprestata alla segretezza della corrispondenza è di primaria importanza. Sanzionata penalmente è anche la violazione di domicilio. Tuttavia, allora come ora, la tutela dell’abitazione dalle incursioni altrui non appare tanto finalizzata a tutelare la privacy, quanto la proprietà e la stessa incolumità degli abitanti.

Al di là di questi aspetti, la limitata rete di relazioni e gli scarsissimi mezzi d’informazione di una società ancora tecnicamente "arcaica" fanno sì che la privacy, intesa come diritto a escludere gli estranei dalla divulgazione di notizie sulla propria vita, che si desidera mantenere riservate, non corra rischi di gravi violazioni. Quello che, al più, può succedere è che si finisca "sulla bocca di tutti".

Il problema della tutela della riservatezza della vita privata inizia a porsi, invece, con la nascita dei primi mezzi di comunicazioni di massa. È la carta stampata la prima vera antagonista della privacy, tanto più temibile quanto più destinata a un pubblico vasto. Con il diffondersi dell’alfabetizzazione e l’affermarsi della libertà di esprimere liberamente il proprio pensiero, i giornali, non più destinati a un pubblico elitario ed emancipati dalla censura, iniziano a diffondere notizie diverse rispetto ai comunicati ufficiali.

È in tempi recenti, quindi, che il diritto «a essere lasciato solo» fa ingresso nel mondo giuridico come valore da salvaguardare e, non a caso, i primi a occuparsene sono i giuristi di lingua inglese. Tra il diritto alla riservatezza e la libertà di stampa si ingaggia un braccio di ferro destinato a dare lavoro ai tribunali e a portare all’affermazione di alcuni princìpi fondamentali: la notorietà del personaggio o delle vicende di cui si tratta non giustificano, in alcun caso, la diffusione di notizie attinenti alla sfera intima e personale.

Uno dei casi giudiziari che, a questo proposito, fece particolarmente scalpore per la notorietà dei personaggi coinvolti fu quello che vide contrapposta la principessa persiana Soraya Esfandiari a una rivista "rosa" che aveva pubblicato una fotografia "rubata" attraverso un potente teleobiettivo. L’immagine ritraeva la principessa, all’interno della sua villa, mentre baciava il suo compagno. I giudici (1) ribadirono, anche in quell’occasione, che la notorietà della signora non poteva, in alcun modo, giustificare la divulgazione di situazioni e vicende strettamente familiari e personali che si svolgono in luoghi di privata dimora. Se intensa è stata l’attività dei giudici meno attivo si è mostrato il legislatore. Nel diritto italiano la privacy, in quanto tale, non verrà fatta oggetto di un’articolata e specifica tutela. Solo nel 1974, inoltre, verrà introdotta una norma penale a tutela della "vita privata". Si tratta dell’art. 615 bis del Codice penale che punisce con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti, appunto, la vita privata altrui.

Non è difficile ricollegare l’approvazione di una simile norma agli episodi di installazione di cimici e di spionaggio telefonico che si verificò all’inizio degli anni ’70. La legge ha tutelato, però, anche personaggi celebri "inseguiti" dai paparazzi fin dentro le mura di casa o spiati dall’alto delle chiome degli alberi da fotoreporter "armati" dei loro potentissimi teleobiettivi.

Il difficile compito di un giudice. (Luca Giordano, "Il giudizio di Salomone")
Il difficile compito di un giudice.
(Luca Giordano, "Il giudizio di Salomone")

  

L’inviolabilità del privato

Malgrado l’enorme sviluppo dei sistemi di comunicazione di massa renda sempre più attuale e pressante l’esigenza di proteggere il singolo dalle intromissioni e dalle manipolazioni del suo "privato", lo strumento della sanzione penale si rivela poco adeguato allo scopo. Non va, infatti, dimenticato che un principio di civiltà, prima ancora che di diritto, impone che la norma sanzionatrice sia tassativa e non suscettibile di estensione analogica. Dal momento che le forme di aggressione alla privacy possono essere le più diverse e difficilmente catalogabili, la sanzione penale non si presta a essere un efficace strumento di tutela, se non per i casi più eclatanti.

Negli ultimi decenni, inoltre, il concetto stesso di privacy ha subìto una notevole dilatazione. Il diritto alla riservatezza ha trovato, infatti, nuove forme di espressione mano a mano che dalla prassi sono emerse diverse e nuove forme di aggressione. A farsi carico di una simile opera di elaborazione sono stati, soprattutto, gli studiosi di diritto civile, i quali, partendo dalle poche norme che il legislatore del 1940 aveva dedicato a tematiche tradizionali, quali il diritto al nome e il diritto all’immagine, hanno elaborato strumenti di tutela del diritto di ciascuno a che gli aspetti della propria vita privata e della propria personalità non siano divulgati in maniera tale da accreditare presso il pubblico un’immagine dell’interessato non rispondente alla sua reale personalità o, comunque, invasiva della sua sfera più intima e domestica.

Proprio per consentire una tutela ad ampio raggio al diritto alla privacy i cultori del diritto, prima, e i tribunali hanno riconosciuto rango costituzionale alla inviolabilità della sfera privata. Anche se la Carta fondamentale non la nomina espressamente, esso è stato fatto rientrare fra i diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2, in base al richiamo contenuto in diverse convenzioni internazionali (2) .In questo modo si è reso possibile il riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno ogni qual volta venga leso uno dei molteplici aspetti connessi al diritto alla riservatezza, anche in assenza di una specifica disciplina legale.
  

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