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Dossier - 1 -

Il galateo nell'era telematica

COSTUMI CHE NON TRAMONTANO

di Chiara Macconi e Paola Parma
  

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1998 - Home Page

COMPORTAMENTI SEMPRE DI MODA
LE BUONE MANIERE DI OGGI

Riscrivere il manuale delle buone maniere adattandole alla convivenza civile del Duemila è certo un’impresa ardua ma necessaria. Quanto esibizionismo si cela sotto l’abuso del cellulare? È, dunque, evidente che con l’ampliarsi dei mezzi della comunicazione anche le regole che rendono "buona" la nostra educazione vanno adattate ad essi e, comunque, ovunque rispettate. Cambia l’abbigliamento, ma non il buon gusto del vestire. Cambiano i cibi, ma non i modi di intrattenersi a tavola. Vengono inventati nuovi fiori, ma i loro significati vanno ricordati per omaggiarli con proprietà alle persone cui sono destinati. L’eleganza, insomma, non tramonta.

Verrebbe quasi da dire che l’Italia è un Paese in cui la maleducazione è un vizio antico, se nel ’500 monsignor Della Casa si è preso la briga di scrivere un trattato sulle buone maniere. Secondo le statistiche non sembra esistere un popolo più maleducato del nostro. Dove per "maleducato" non si intende colpevole di singole e svariate maleducazioni, ma carente di una più generale "amabilità", che una volta era il nostro emblema.

Ultimamente l’inciviltà dominante è diventata oggetto di attenzione più generale. Da un ampio servizio apparso recentemente su "Sette" del Corriere della Sera possiamo trarre alcuni spunti di riflessione.

Oggi sembra proprio che la sicurezza e l’equilibrio di ognuno si basi su un sistema perverso di piccole maleducazioni: carte per terra, sacchetti, fazzoletti, lattine, plastiche di varia natura, fiori strappati nelle aiuole, panchine divelte, cabine telefoniche rese inservibili.

Inoltre, come sono i giovani d’oggi? Riempiono i muri della città di disegni e graffiti, non lasciano il posto agli anziani sugli autobus, ascoltano la musica a tutto volume, usano più parolacce che parole, sono vandali, villani e ignoranti. A volte sono talmente maleducati da averne quasi paura. Vi siete mai chiesti da chi avrebbero dovuto imparare l’educazione? Da maestri villani come loro? Dai politici che si azzuffano in televisione? Dalla Tv dove la volgarità è spesso di casa! Oltre al fatto che i giovani sembrano sempre peggiori di quelli che li hanno preceduti, sembra proprio che si sia interrotta una linea ideale che trasmetteva le buone abitudini da una generazione all’altra. E la famiglia in tutto questo che cosa fa? C’è chi dice che per troppa noia o per troppa fatica i genitori ad un certo punto si sono stancati di insegnare; hanno smesso di fare i genitori. Chissà! Sta di fatto che la maleducazione oltre a essere dannosa è soprattutto costosa. I suoi vantaggi, secondo Giovanna Axia, docente all’Università di Padova, sono di brevissimo termine e il prezzo si paga dopo. Invece, l’educazione comporta un pagamento immediato che è una forma di investimento, dove si deve fare uno sforzo cognitivo per cercare di capire chi si ha di fronte, anche se questo si rivela essere faticoso e in qualche misura può essere considerato un costo.

Bisogna anche ricordarsi che salendo di importanza nell’analisi delle maleducazioni si incontrano quei comportamenti che mostrano la scarsa coesione della società, in cui la maggioranza sceglie il "sé" a scapito di un "noi" che sembra non far più comodo a nessuno. Citiamo uno spot di "Pubblicità Progresso", che in tempi non sospetti diceva: «Un gesto di civiltà, contagio vitale»; con l’intenzione di convincere qualcuno a cominciare con la "buona azione", perché gli altri avrebbero finito per ripagarlo. Per Tommaso Pellizzari, autore de Il prezzo della villania, siamo un popolo tollerante che permette a chiunque di fare quello che vuole purché ci venga accordata la stessa facoltà. Forse è proprio per questo che non si bada ai miliardi di evasione fiscale, caso più eclatante di maleducazione civile.

Analogo atteggiamento di indifferenza viene tenuto a riguardo dell’esposizione delle altre persone al fumo delle nostre sigarette. Oltre all’inquinamento ambientale vogliamo anche discutere di quello acustico, che sta salendo pericolosamente alla ribalta. Si rischia di non finire mai. La sfida che vi vogliamo lanciare è un’altra. Siamo così sicuri che in un mondo come il nostro, non ci sia invece un estremo bisogno di buone maniere? Siamo così sicuri che l’educazione non sia più di moda? Noi crediamo fermamente di no.
  

Anzitutto le regole

Forse dobbiamo metterci d’accordo sui termini: le regole e le buone maniere. Guardiamo alle definizioni: regole = precetto da osservare costantemente nello svolgimento di un’attività, nell’esercizio di una disciplina; norme, comportamenti attesi pena sanzioni, appartengono ai collettivi umani. Buone maniere = comportamenti culturalmente desiderabili, accettati. Leggermente diverso da bon ton inteso come atteggiamento signorile ed elegante di disinvoltura mondana. Galateo = le buone maniere come comportamento educato e di buona creanza. La parola stessa "regola" ha sempre creato nell’immaginario collettivo un senso di fastidio per le cose che si devono fare, gli obblighi. Ma è abuso di potere definire da quale parte della strada guidare oppure invece è un accordo collettivo che garantisce la viabilità delle strade? Le regole sono definite, ci precedono e noi contribuiamo a crearne di nuove. Viviamo in un mondo di regole e convenzioni; dobbiamo saperle riconoscere e saper individuare chi ha il potere di dettarle. Ma ci sono regole e regole: quelle del gioco, della scrittura, del tennis, del buon cittadino.

Si può dire che le regole sono risorse, possibilità di apertura e di sviluppo del singolo e del singolo nei confronti del gruppo e della collettività? Le regole convenzionano la vita collettiva: dal punto di vista educativo forse bisognerebbe passare dalla cultura della regola come imposizione a quella della regola come responsabilità.

Emergono allora due concetti di moralità: quella centrata sul concetto di cura si focalizza sullo sviluppo morale intorno alla comprensione della responsabilità e delle relazioni; quella centrata sui diritti enfatizza la separazione, l’individuo invece della relazione. Le regole hanno una forma linguistica propria e usano forme verbali precise: il verbo dovere spesso impersonale ha un ruolo molto forte; anche l’imperativo viene usato e imprime un peso molto cogente.

Oltre alle regole ci sono anche le abitudini, come quelle alimentari che sono consolidate e rituali e appartengono alla storia e alla cultura delle famiglie e dei popoli. In alcune situazioni il dolce e il salato non possono essere avvicinati, in altre non è ammissibile cominciare il pasto con la frutta. Poi ci sono le buone maniere, ed è un’arte accogliere gli amici, creare un’atmosfera di calore, apparecchiare il tavolo, regalare fiori, visitare un malato, utilizzare gli strumenti del progresso tecnologico: sembra che una caratteristica costante, forse, sia delle regole che delle buone maniere sia il concetto di rispetto. Rispetto degli altri, dei loro punti di vista, delle abitudini, delle lingue e delle culture, dei desideri.

In questo senso è particolarmente ricca la letteratura sull’accettazione della diversità, sia essa culturale che personale: i Lapponi si baciano strofinandosi il naso, i Cinesi fanno un rutto a fine pranzo. Stereotipi? Formae mentis e comportamenti diversi dovuti a condizioni e reazioni chimiche? Sicuramente i Lapponi utilizzano il naso per stabilire un contatto mentre sono intabarrati nei loro abiti al riparo dal freddo.
  

La differenza di genere

Un savoir-vivre ben preciso con regole definite è appartenuto a tutte le grandi civiltà del passato. Non si capisce perché la nostra dovrebbe fare eccezione. La realtà ci mostra che da tante parti l’attenzione alle regole del bon ton sono richieste e sono costante oggetto di trattazione (basti vedere quanti libri ci sono in libreria sul galateo). La quotidianità ricolma di momenti in cui il contatto con gli altri è necessario o inevitabile e per ciascuno di questi accostamenti deve esserci un modo di comportarsi adatto all’occasione e civile, quindi riconosciuto adeguato da tutti.

Anche gli animali hanno codici di comportamento, un linguaggio che fa riconoscere il capo, la definizione del territorio, la scala gerarchica, le aggregazioni, gli accoppiamenti, la fedeltà, la cura della prole, la distribuzione dei compiti lavorativi. Le regole sembrano appartenere al genere maschile nella oggettività delle definizioni mentre le buone maniere sembrano essere più adatte al genere femminile.

Nel volume In a different voice (una ricerca portata avanti negli Usa sulla nascita del senso morale), la Gilligan argomenta sulla caratteristica delle bambine che preferiscono non rompere le relazioni fra i partecipanti in caso di problemi occorsi durante un gioco, mentre i maschietti vogliono risolvere la discussione in termini di regole generali da rispettare.

Sembra anche che le buone maniere siano, in qualche modo, un’appendice al corredo femminile: nell’epoca degli strumenti della comunicazione sociale abbiamo assistito al fiorire su tutte le riviste femminili di rubriche centrate su insegnamenti di bon ton: Donna Letizia, Donna Carlotta distribuiscono in pillole per la lettrice di media cultura i "saperi del senso comune" tanto utili per essere riconosciuti come parte del gruppo. Curiosamente queste attenzioni ancora sono rivolte in gran parte al genere femminile, detentore, per comune sentire, della dimensione estetica ed etica, del comportamento conveniente, educato e dignitoso.

Nel tempo questi insegnamenti hanno avuto momenti di fulgore e altri di caduta: i movimenti di liberazione femminile hanno fortemente obiettato il convenzionamento dei comportamenti e il formalismo di certi schemi. Rimane il fatto che, nell’avvicendarsi dei corsi e ricorsi, nella vita di ognuno di noi viene il momento di rivalutare e apprezzare le regole del bon ton intese non solo come il comandamento della moda, ma come buone maniere e gentilezza nel comportamento. Scrivere o non scrivere un bigliettino di ringraziamento dopo una bella cena? Il tempo è così poco e si vive di corsa. Ma a noi farebbe piacere ricevere il segno della gratitudine e dell’apprezzamento dei nostri amici? È un sentire, un modo di essere e di comportarsi che si è acquisito nel tempo, respirando in casa educazione e comportamenti esemplari degli altri membri della famiglia.

Ci sono allora le cose che si insegnano e le cose che si apprendono: quelle che sono oggetto di trattazione specifica e quelle che si respirano nel giro delle persone che si frequentano. Senza esagerare in determinismo, è sicuramente un comportamento – quello delle buone maniere – indotto dalla cultura.
   

Che cosa vale ancora

Oggi è ancora importante avere accordi sui comportamenti auspicabili nelle relazioni fra le persone, i gruppi, le cose, gli animali, le società, le imprese? Che cosa è diventato nel tempo il Cortigiano di Baldassarre Castiglione? Vale ancora il bon ton della carrozza? Le buone maniere hanno la particolare caratteristica di non farsi notare; sono quelle pessime che saltano agli occhi, lasciando anche un brutto ricordo oltre che un cattivo sapore. Dal Galateo di Giovanni Della Casa al Saper vivere di Donna Letizia, pseudonimo dietro cui si nascondeva l’indimenticabile Colette Rosselli, pittrice, scrittrice e moglie di Indro Montanelli, fino ai nostri giorni i galatei del tempo hanno sempre un loro mercato.
  

Nel segno delle novità

Nell’era della globalizzazione della comunicazione e della tecnologia più avanzata alcune situazioni sono nuove e richiedono l’individuazione di un codice comune.

Il fax non può essere usato come un normale biglietto scritto soprattutto per messaggi di natura intima o riservata. È di dubbio gusto usarlo per invitare o ringraziare qualcuno. E soprattutto per fare auguri, mandare le condoglianze. Si può fare qualcosa del genere dopo aver verificato con una telefonata che sia il momento adatto. L’uso di questo strumento è soprattutto commerciale e quindi richiede un certo formalismo. I cuoricini vanno proprio evitati, potrebbero capitare in mano al capoufficio!

Il bancomat è un modo relativamente recente di avere contante dal proprio conto bancario: una novità che richiede qualche attenzione. Sarebbe gentile mantenere le distanze da chi sta facendo la sua operazione, soprattutto se dimostra qualche difficoltà o goffaggine. C’è bisogno di privacy ma allo stesso tempo è necessario rendersi conto della fila che si è formata dietro di noi. Anche raccogliere lo scontrino evitando di seminarlo per terra, presso lo sportello, è segno di civiltà. Certamente le situazioni, le forme, gli strumenti, il sentire collettivo sono cambiati ma rimangono una serie di elementi costanti.

Prendiamo in considerazione le forme, le situazioni, gli strumenti oggi. Alcune situazioni come: funerali, tutela del tempo libero delle persone, il lavoro, le vacanze. Alcuni strumenti come: il telefono, la segreteria telefonica, internet, l’automobile. Alcune forme come: la famiglia, la casa, l’igiene, gli animali domestici.

In questa rete di ambiti anche i nostri lettori possono cimentarsi a individuare cambiamenti ed elementi permanenti. L’abbronzatura o il biancore hanno contraddistinto nel passato l’appartenenza a classi sociali diverse: i contadini, bruciati dal sole e le buone famiglie con i parasoli per mantenere la pelle immacolata.

Qualcosa è cambiato e l’abbronzatura è diventata un must: un segno di vacanze, di vita sana e sportiva, di benessere non sottoposto alle limitazioni del lavoro. Chi non può correre ai Caraibi o sui ghiacciai d’inverno può sempre ricorrere alla lampada. Ma fa bene la lampada o si rischia di incorrere nel cancro della pelle?

Il confine tra fatti di costume, le buone maniere intese nell’apparire portano con sé elementi di giudizio su cui è interessante soffermarsi. Ne emergono considerazioni che hanno a che fare con la problematica educativa. Pensiamo ad altri comportamenti "nuovi": la cura dell’ambiente in rapporto all’uso di tranquillanti e sonniferi. La recente relazione presentata dal ministro dell’Ambiente mostra che il 6,9% dei rifiuti solidi urbani viene riciclato in Italia: non si può non intervenire: Come fare? Fissare regole ma anche le sanzioni per chi non le rispetta? Certamente, ma anche proporre come buoni esempi quei comportamenti socialmente utili e positivi per rendere la nostra vita collettiva la migliore possibile.

Anche il rumore è una fonte di problemi: la riduzione dei decibel nei locali pubblici non è stata approvata e sappiamo quanto i giovani amino essere immersi nella musica a tutto volume. Il loro piacere può andare contro il bisogno di tranquillità di altri. Come fare?

L’istituto di Medicina del lavoro di Trieste mostra che in aree rumorose si vendono sonniferi e tranquillanti in proporzioni fino a tre volte superiori alla media nazionale. Forse bisogna darsi un limite: dare un limite ai propri desideri quando questi infastidiscano gli altri.
  

Il tempo e l’eterno

Abbiamo mostrato qualche esemplificazione ma alcune categorie sono eterne: il tempo e lo spazio. Ci siamo abituati bene e chiediamo il rispetto dello spazio e del tempo personale, una dimensione privata dove l’individuo ha la possibilità di essere se stesso. Quando gli spazi abitativi erano limitati c’era poca attenzione ai bisogni del singolo: la stanza tutta per sé era un miraggio. Jane Austen scriveva sul tavolo della sala da pranzo quando era vuoto e sollevando la tovaglia che lo ricopriva; Virginia Woolf aveva utilizzato una stanza tutta per sé in fondo al giardino per avere un suo spazio creativo. La sua è stata una grande conquista: il riconoscimento che il suo lavoro, pur esercitato in casa, aveva una dignità e uno status riconosciuti.

Lo spazio per sé al maschile ha sempre avuto una sua dimensione soprattutto esterna, sul luogo di lavoro. È evidente che questa richiesta di spazio esterno e quindi correlatamente anche interno appartiene a società dove il benessere e i mezzi di sussistenza sono raffinati. Le regge dei maragià piuttosto che dei principi sono state sempre molto ampie.

Anche il tempo è una categoria eterna che trova nella nostra società una rilevanza particolare: c’è la richiesta di un diritto al tempo, al proprio tempo differenziato nelle molteplici appartenenze di ognuno di noi. Il tempo del lavoro, il tempo degli affetti, il tempo libero, il tempo della memoria. Il proprio passato, nell’intimità familiare, ha bisogno di essere tenuto per sé.   

Segue: Il galateo nell'era telematica - 2 -
       

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