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Giornalista e scrittrice, Lina Sotis deve
la sua fortuna al successo di un famoso manuale di comportamento. Mostrare le buone
maniere ai bambini offre loro una sicurezza utile per diventare grandi. Ma, a parte i
buoni insegnamenti, certe tendenze dellanimo non si cambiano. Da più di ventanni Lina Sotis si occupa di cronaca
al Corriere della Sera e firma pezzi riguardanti il costume e la società osservati
dal punto di vista di chi della società, della cosiddetta «buona società» ne fa parte
conoscendone pregi e difetti senza volerla considerare unélite. Nel 1963 uscì il
suo libro Bon Ton (un manuale di buona educazione) che vendette, inaspettatamente,
180.000 copie e a cui deve la sua fortuna. Alla presentazione del volume una dama del gran
mondo la rimproverò perché aveva svelato dei "segreti": «adesso tutti
diventeranno uguali a noi». Lina Sotis non la pensa così, il galateo è per tutti: «non
vi è miseria peggiore di ritenere che leducazione appartenga ai ricchi».
- Quali sono i peggiori esempi di maleducazione?
«Larroganza con chi lavora in casa propria. Leleganza di una persona la si
vede da come tratta chi gli sta attorno. Non sempre questo viene insegnato nelle famiglie
ricche. La qualità dei re è di arrivare puntuali, saper riconoscere sempre tutti e
chiamare per nome il facchino, il portiere, il cameriere... Purtroppo lesperienza
insegna che raramente queste qualità vengono trasmesse nelle famiglie doviziose.
Tuttavia, non sempre il comportamento corretto può essere insegnato. Contano gli esempi,
ma se sei arrogante danimo, rimani arrogante. Leducazione, in fondo, è far
emergere la propria indole, non riguarda come apparecchiare la tavola, ma come porgersi al
proprio vicino».
- Lei ha dato delle regole ai suoi figli?
«Io ho un maschio di 36 anni e una ragazza di 30. Sono ciò che amo di più nella mia
vita. Adesso che siamo tre adulti solidali credo di avergli lasciato qualcosa perché
tutti e due tendono a creare un rapporto di amicizia col mondo. Con Francesca, come in
tutti i rapporti madre-figlia, ho avuto dei momenti difficili: cera un periodo in
cui non mi salutava, altro che maleducata, mi rifiutava. La cosa che le ho spesso
rimproverato è il fatto che sorrideva poco e, secondo me, non cè vestito più
bello che indossare un sorriso. In un libro Christiane Collange descrive il bar dove ogni
mattina va a prendere il caffè e dove cè sempre un barista che sorride. Mi sono
resa conto che anchio vado sempre nello stesso bar perché cè una ragazza
sorridente».
- Cosa è cambiato per quanto riguarda i costumi e la società da quando lei ha
cominciato a lavorare?
«La società in ventanni è completamente mutata. Ho percepito tre grandi
rivoluzioni per quanto riguarda il modo di porgersi agli altri. Appartengo ad una famiglia
solido-borghese romana e mio nonno, uno dei fondatori del Partito liberale, non riceveva
in casa i giornalisti perché era fortemente disdicevole. Per le donne, poi, erano tempi
di rigore assoluto. Mi ricordo una zia che vide una signora ingioiellata di giorno e
disse: "imperdonabili anche se veri". Con gli anni Settanta tanto rigore è
sparito, si è consolidata la concezione che si poteva parlare con tutti, instaurare un
rapporto con chiunque: bastava piacersi. Poi, noi donne, dopo aver fatto le ragazzacce,
con gli anni Ottanta siamo tornate a improvvisamente a fare le "signore bon
ton", indossando abiti e scarpe eleganti. Abbiamo scoperto la folla, non quella dei
comizi, ma quella della società. Non ci si diceva: "ciao, come stai" ma:
"ciao, come sto", imperava lesibizionismo. Erano anni adrenalinici, si
guadagnava molto, si ottenevano facili successi, tutto era permesso. Oggi, per le donne le
cose stanno cambiando di nuovo, a 50 anni siamo ancora delle ragazze...».
- Ma esistono valori che rimangono vivi nel tempo?
«È un po come le lunghezze delle gonne, cambiano in continuazione,
limportante è tenere sempre quel che si possiede dentro un armadio; ovvero,
limportante è non abbandonare la primaria educazione. Lo stile morale, etico e
psicologico, fornitoci primariamente resta fondamentale e non va mai dimenticato. Delle
cose dette in una famiglia solida non si può fare a meno, sono insegnamenti che ritornano
in mente. Nella vita ad un certo punto si rivela limportanza del luogo comune di
grande spessore etico detto dal bisnonno».
- Le regole delletichetta e del comportamento vanno insegnate. Non tolgono,
così, spontaneità alla persona?
«No, perché infondono sicurezza. Inoltre sono poche le cose da sapere. Per esempio,
se una persona impara che il calzino corto è da evitare assolutamente, che quando si
presenta non deve dire: "piacere" o che deve evitare di alzare il dito mignolo
quando beve il caffè, non perde per questo la sua spontaneità, ma evita piuttosto di
sentirsi fuori posto in certi ambienti. Per i bambini, poi, queste regole sono
fondamentali perché nel futuro avranno un punto di riferimento, anche solo formale, a cui
aggrapparsi (figli del dottor Spock sono degli infelici). Se invece si danno ai bambini
dei "no" spiegati e dei "sì" ragionati, essi saranno agevolati nel
futuro. Insegnare come si sta a tavola, a bussare quando si entra nella stanza di un
altro, a spostarsi quando passa una signora, significa dare sicurezze per affrontare la
vita».
- Nel rapporto tra familiare e sociale che significato e che spessore hanno le feste, i
matrimoni, i battesimi. Sono pura formalità?
«Un tempo erano unaffettuosa formalità. Adesso possono diventare delle giornate
dai lunghi coltelli. Non cè famiglia in cui non vi sia un divorzio o una
separazione e di conseguenza i figli di primo e di secondo letto, per cui lunione di
tutte queste tribù in nome, nel caso di un matrimonio, di un nuovo nucleo inizialmente è
straordinaria. Ma nel periodo precedente, durante la preparazione della festa e, poi, alla
fine del giornata viene fuori il peggio di noi e vengono alla superficie antichi rancori e
gelosie».
Orsola Vetri |