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Incontri

Come affrontare la vita

Una cronista dell'alta società racconta

di Orsola Vetri
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1998 - Home Page Giornalista e scrittrice, Lina Sotis deve la sua fortuna al successo di un famoso manuale di comportamento. Mostrare le buone maniere ai bambini offre loro una sicurezza utile per diventare grandi. Ma, a parte i buoni insegnamenti, certe tendenze dell’animo non si cambiano.

Da più di vent’anni Lina Sotis si occupa di cronaca al Corriere della Sera e firma pezzi riguardanti il costume e la società osservati dal punto di vista di chi della società, della cosiddetta «buona società» ne fa parte conoscendone pregi e difetti senza volerla considerare un’élite. Nel 1963 uscì il suo libro Bon Ton (un manuale di buona educazione) che vendette, inaspettatamente, 180.000 copie e a cui deve la sua fortuna. Alla presentazione del volume una dama del gran mondo la rimproverò perché aveva svelato dei "segreti": «adesso tutti diventeranno uguali a noi». Lina Sotis non la pensa così, il galateo è per tutti: «non vi è miseria peggiore di ritenere che l’educazione appartenga ai ricchi».

  • Quali sono i peggiori esempi di maleducazione?

«L’arroganza con chi lavora in casa propria. L’eleganza di una persona la si vede da come tratta chi gli sta attorno. Non sempre questo viene insegnato nelle famiglie ricche. La qualità dei re è di arrivare puntuali, saper riconoscere sempre tutti e chiamare per nome il facchino, il portiere, il cameriere... Purtroppo l’esperienza insegna che raramente queste qualità vengono trasmesse nelle famiglie doviziose. Tuttavia, non sempre il comportamento corretto può essere insegnato. Contano gli esempi, ma se sei arrogante d’animo, rimani arrogante. L’educazione, in fondo, è far emergere la propria indole, non riguarda come apparecchiare la tavola, ma come porgersi al proprio vicino».

  • Lei ha dato delle regole ai suoi figli?

«Io ho un maschio di 36 anni e una ragazza di 30. Sono ciò che amo di più nella mia vita. Adesso che siamo tre adulti solidali credo di avergli lasciato qualcosa perché tutti e due tendono a creare un rapporto di amicizia col mondo. Con Francesca, come in tutti i rapporti madre-figlia, ho avuto dei momenti difficili: c’era un periodo in cui non mi salutava, altro che maleducata, mi rifiutava. La cosa che le ho spesso rimproverato è il fatto che sorrideva poco e, secondo me, non c’è vestito più bello che indossare un sorriso. In un libro Christiane Collange descrive il bar dove ogni mattina va a prendere il caffè e dove c’è sempre un barista che sorride. Mi sono resa conto che anch’io vado sempre nello stesso bar perché c’è una ragazza sorridente».

  • Cosa è cambiato per quanto riguarda i costumi e la società da quando lei ha cominciato a lavorare?

«La società in vent’anni è completamente mutata. Ho percepito tre grandi rivoluzioni per quanto riguarda il modo di porgersi agli altri. Appartengo ad una famiglia solido-borghese romana e mio nonno, uno dei fondatori del Partito liberale, non riceveva in casa i giornalisti perché era fortemente disdicevole. Per le donne, poi, erano tempi di rigore assoluto. Mi ricordo una zia che vide una signora ingioiellata di giorno e disse: "imperdonabili anche se veri". Con gli anni Settanta tanto rigore è sparito, si è consolidata la concezione che si poteva parlare con tutti, instaurare un rapporto con chiunque: bastava piacersi. Poi, noi donne, dopo aver fatto le ragazzacce, con gli anni Ottanta siamo tornate a improvvisamente a fare le "signore bon ton", indossando abiti e scarpe eleganti. Abbiamo scoperto la folla, non quella dei comizi, ma quella della società. Non ci si diceva: "ciao, come stai" ma: "ciao, come sto", imperava l’esibizionismo. Erano anni adrenalinici, si guadagnava molto, si ottenevano facili successi, tutto era permesso. Oggi, per le donne le cose stanno cambiando di nuovo, a 50 anni siamo ancora delle ragazze...».

  • Ma esistono valori che rimangono vivi nel tempo?

«È un po’ come le lunghezze delle gonne, cambiano in continuazione, l’importante è tenere sempre quel che si possiede dentro un armadio; ovvero, l’importante è non abbandonare la primaria educazione. Lo stile morale, etico e psicologico, fornitoci primariamente resta fondamentale e non va mai dimenticato. Delle cose dette in una famiglia solida non si può fare a meno, sono insegnamenti che ritornano in mente. Nella vita ad un certo punto si rivela l’importanza del luogo comune di grande spessore etico detto dal bisnonno».

  • Le regole dell’etichetta e del comportamento vanno insegnate. Non tolgono, così, spontaneità alla persona?

«No, perché infondono sicurezza. Inoltre sono poche le cose da sapere. Per esempio, se una persona impara che il calzino corto è da evitare assolutamente, che quando si presenta non deve dire: "piacere" o che deve evitare di alzare il dito mignolo quando beve il caffè, non perde per questo la sua spontaneità, ma evita piuttosto di sentirsi fuori posto in certi ambienti. Per i bambini, poi, queste regole sono fondamentali perché nel futuro avranno un punto di riferimento, anche solo formale, a cui aggrapparsi (figli del dottor Spock sono degli infelici). Se invece si danno ai bambini dei "no" spiegati e dei "sì" ragionati, essi saranno agevolati nel futuro. Insegnare come si sta a tavola, a bussare quando si entra nella stanza di un altro, a spostarsi quando passa una signora, significa dare sicurezze per affrontare la vita».

  • Nel rapporto tra familiare e sociale che significato e che spessore hanno le feste, i matrimoni, i battesimi. Sono pura formalità?

«Un tempo erano un’affettuosa formalità. Adesso possono diventare delle giornate dai lunghi coltelli. Non c’è famiglia in cui non vi sia un divorzio o una separazione e di conseguenza i figli di primo e di secondo letto, per cui l’unione di tutte queste tribù in nome, nel caso di un matrimonio, di un nuovo nucleo inizialmente è straordinaria. Ma nel periodo precedente, durante la preparazione della festa e, poi, alla fine del giornata viene fuori il peggio di noi e vengono alla superficie antichi rancori e gelosie».

Orsola Vetri

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