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La buona educazione non riguarda solo la
cortesia, ma anche la formazione, listruzione e il nutrimento. Il comportamento
corretto di un bambino è quindi sintomo del clima familiare e dipende dalle
responsabilità assunte dai genitori nel crescerlo, insegnandogli limportanza dei
legami con gli altri. Una delle
raccomandazioni che più frequentemente si sentono fare dai genitori ad un figlio è la
seguente: «Mi raccomando, comportati bene... Sii educato, ringrazia e chiedi sempre per
favore...», e così via su questo tono. Così come una delle cose che più fa arrabbiare
un genitore è quello di sentire il proprio figlio accusato di maleducazione: «Ma tua
mamma non ti ha insegnato come ci si comporta?».
Il comportamento del proprio figlio diventa una specie di referenza per tutta la
famiglia. Un modo dessere che, se non è adeguatamente cortese e rispettoso, sembra
poter suonare, più o meno velatamente, come unaccusa indiretta (alle volte neanche
poi tanto) allo stile educativo dei genitori, o quanto meno alla loro autorevolezza nei
confronti del figlio.
Se di fronte ad altre caratteristiche di un bambino vissute come negative o
problematiche (ad esempio, lirrequietezza, la timidezza eccessiva,
lirascibilità, la scarsa affettuosità, e tante altre ancora) si può invocare il
carattere e sentirsi così in qualche modo deresponsabilizzati, è certamente più
difficile sostenere che il proprio figlio è maleducato per carattere o che ha una
personalità maleducata fin dalla nascita. Insomma, in questo caso un genitore non può
proprio tirarsi indietro e si deve assumere le proprie responsabilità.
Certo, in realtà ci sarebbe molto da dire sul fatto che se un bambino è troppo timido
o troppo impulsivo lo è per caratteristica innata, quasi esistesse il gene specifico di
ognuno di questi aspetti. Esistono, è vero, aspetti temperamentali che possono rendere
fin dai primi giorni di vita un bambino più "difficile" e un altro più
"facile", ma è anche vero che gli stessi studi che mettono laccento
sullimportanza del temperamento sottolineano come linfluenza
dellambiente (la relazione con la figura di attaccamento in particolare) sia in
grado di trasformare un bambino tranquillo in uno agitato e viceversa. Ma per comprendere
a fondo la natura ricorsiva dellinfluenza reciproca bambino-ambiente sono necessari
dei livelli esplicativi di un livello di complessità decisamente superiore a quello che
sottende lequazione bambino maleducato uguale genitore che non è stato in grado (o
non ha saputo, o non ha voluto) dinsegnargli come ci si comporta.
Il discorso delleducazione ci rimanda così, tra gli altri possibili aspetti, a
quello della regola e del controllo e questo, a sua volta (per lo meno dal punto di vista
della psicologia sociale), alla carenza caratteristica della nostra epoca, di un codice
paterno (normativo) che sia autorevole, senza essere autoritario. La latitanza della
figura paterna, o una sua "maternalizzazione" come tendono a sottolineare
diversi studiosi (tra cui ricordiamo in particolare Charmet), rappresenta una delle
trasformazioni più significative della famiglia attuale.
Nei decenni scorsi, il padre aveva una funzione decisiva nelleducazione dei
figli, rappresentando, tra laltro, il "ponte" naturale tra lambito
familiare e quel mondo esterno di cui il padre rappresentava appunto lesperto per
antonomasia. Non è necessario scomodare le più recenti ricerche sociologiche in merito,
per rendersi conto di quanto la famiglia stia sempre più perdendo il controllo
sullapprendimento dei figli e sulle informazioni a cui questi ultimi hanno accesso.
Sia perché si è ampliata la tendenza ad una globale delega del percorso di crescita alla
scuola, sia perché i figli hanno immediatamente a disposizione unimponente massa di
informazioni (anche se spesso caotica e disorganizzata) derivata dai mass media,
soprattutto dalla televisione. Su questultima, i genitori e in particolare il padre,
solitamente fuori casa dal mattino alla sera, hanno modestissimi strumenti di vigilanza e
di controllo.
I sinonimi di "educare"
Sinonimi di "educato" (e quindi di
"educare") non sono solo «compìto, garbato, cortese, gentile», termini che
hanno cioè a che fare con letichetta e il galateo, ma anche «formato, istruito,
benallevato, nutrito». E tutti noi sappiamo che uno dei nutrimenti mentali più efficaci
per la crescita mentale di un bambino o di un ragazzino (e non solo loro, naturalmente) è
rappresentato dalla curiosità e dalla conoscenza. Se un tempo queste ultime trovavano la
loro naturale espressione nella lettura, nella conversazione e nel racconto, nella visita
a musei, eccetera, ormai è diventato il tubo catodico il mezzo da cui un individuo
recupera una gran parte delle proprie informazioni e quindi da cui fa dipendere buona
parte della propria formazione. Sia che questo tubo catodico illumini lo schermo di un
televisore, sia che faccia parte del video di un computer.
Questo fatto non rappresenta solo o necessariamente un aspetto negativo: pensiamo alle
formidabili potenzialità di Internet che permette di avere a disposizione, a casa
propria, una mole di dati inimmaginabile perfino per le più grandi biblioteche del mondo.
E tutto ciò è possibile senza dover muovere un passo dal proprio salotto o dalla propria
stanza, e a costi decisamente ragionevoli rispetto alla quantità di dati a cui uno ha
accesso, praticamente in ogni campo dello scibile umano.
Ma, a questo punto, proprio da quegli aspetti che rappresentano la sua forza emergono
anche due seri problemi. Il primo riguarda la quantità dei dati disponibili, il secondo
la loro qualità. Mi viene in mente, riguardo al primo aspetto, la frase che ho sentito
proprio pochi giorni fa da un ragazzino.
Questo ragazzino mi stava raccontando di una sua recente incursione nella rete:
«Laltro giorno diceva mi sono collegato con Internet, a cui mio papà
si è abbonato da poco. I miei me lo lasciano fare, a patto che abbia finito i compiti, e
per non più di mezzora al giorno. Cercavo delle informazioni sul basket, il mio
sport preferito. Ce nerano tante... tantissime... Non sapevo su quale fermarmi. Non
riuscivo neppure più a capire bene che cosa mi interessava davvero... Mi è venuta in
mente quella volta che, da bambino, mio nonno mi aveva portato in un grandissimo negozio
di giocattoli e mi aveva detto: "scegli quello che vuoi". Io mi ero sentito
confuso, non sapevo più cosa scegliere... Avevo paura di sbagliare. Erano troppi quei
giochi, tutti lì a mia disposizione. Alla fine ci ho rinunciato e sono uscito da quel
negozio senza niente. Anche questa volta, con Internet, passata la mezzora, non ero
riuscito a fermarmi su niente... Tutte quelle possibilità hanno finito col confondermi.
Ero come bloccato...».
Per non parlare del problema della qualità. Della possibilità cioè che questo stesso
ragazzino, come chiunque navighi tra le mille icone di Internet, rischi di imbattersi in
siti in cui non solo di educativo non esiste assolutamente nulla, ma i cui contenuti sono
volgari, violenti, pornografici, insani. Sicuramente destrutturanti, quindi per chi non ha
ancora organizzato ed elaborato solide griglie cognitive ed emotive di riferimento, in cui
collocare adeguatamente quel tipo di immagini e di informazioni. E allora, che cosa fare?
Vietare, col risultato talvolta di incuriosire ancora di più col fascino del proibito, o
comunque di rinunciare ad utilizzare delle innegabili risorse? E poi, comunque, che cosa
ha a che fare tutto questo con leducazione? Penso che in realtà un nesso ci sia, e
che ci sia anche una possibile soluzione.
Un adulto al suo fianco
Torniamo per un attimo al ragazzino di prima, nel
negozio di giocattoli con il nonno. Parlando con lui delle due situazioni e
dellanalogia che aveva spontaneamente costruito, venne però fuori anche
unimportantissima differenza: la presenza, accanto a lui di una figura adulta. Il
nonno infatti, in quelloccasione, lo aiutò a superare la sua confusione, dicendogli
qualcosa che più o meno suonava così: «Non ti devi preoccupare. Questa volta abbiamo
visto tutto quello che potresti comprare. Adesso andiamo a casa, ci pensi con calma e uno
dei prossimi giorni ci ritorniamo assieme e vedrai che scegliere sarà più facile». Il
bambino così fece e alla fine fu soddisfatto. La sua ansia era stata superata perché un
adulto significativo gli era stato vicino e laveva guidato, cioè educato.
I bambini hanno bisogno di questo accompagnamento. E ce lhanno anche i ragazzi,
anche se spesso hanno (giustamente) bisogno di far vedere che ce la farebbero anche da
soli. Daltra parte "accompagnare", non vuol dire guidare o essere
intrusivi o far fare solo quello che vogliamo noi, ma rispettare le scelte altrui senza
però che in queste scelte uno si debba inerpicare da solo. Anche la televisione, mezzo
passivo per definizione, diventa meno abulica se è guardata e commentata insieme.
I bambini hanno bisogno e piacere di stare insieme a un adulto per loro importante
(come è sopra ogni altro un genitore) più di quanto noi solitamente, a volte anche per
comodità, siamo portati a pensare. Un bambino autosufficiente, in grado di organizzarsi
per conto suo non è, come ci ha insegnato John Bowlby, un bambino autonomo, in genere è
solo un bambino rassegnato. Rassegnato alla solitudine. Un bambino educato è anche un
bambino che ha imparato che i legami sono importanti.
Gianni Cambiaso |