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COMPLESSE DEFINIZIONI GIURIDICHE

Quale famiglia oggi?

di Alfredo Carlo Moro
(giurista, presidente del Centro nazionale di documentazione dell’infanzia)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page Non serve irrigidirsi nei veti. Nemmeno arroccarsi nella difesa strenua di tradizionali modelli. Converrebbe elaborare progetti convincenti, avendo come obiettivo la piena valorizzazione dell’istituto familiare nella società.

È particolarmente accesa nel nostro Paese la polemica su quale nucleo, in cui più persone fanno vita comune, possa definirsi "famiglia": lo scontro si è venuto progressivamente caricando di forti connotazioni ideologiche e la contrapposizione che ne è derivata ha finito con il paralizzare il legislatore e quindi con il rendere sempre più flebile la possibilità di sviluppare anche in Italia un’effettiva politica per la famiglia. In realtà è sempre stato assai difficile pervenire ad un’unica definizione di famiglia, data la vasta gamma di forme sociali primarie che presentano strutture relazionali assai diversificate e dato che il senso, le strutture e le funzioni empiriche attribuite alle tipologie familiari variano secondo i tipi di società in cui sono inserite e della evoluzione della stessa società.

Anche il diritto – che nasce nella società e ne recepisce inevitabilmente i valori, le concezioni correnti, talvolta i pregiudizi presenti nella cultura della propria epoca e traduce tutto ciò in formule giuridiche – ha finito con il modellare l’istituto familiare sulla base delle esigenze particolari della società del tempo e sulle concezioni, e alcune volte le ambivalenze e le ambiguità, esistenti nella cultura e nel costume. Così, in passato, in una società organizzata essenzialmente come società di famiglie, il diritto prevedeva solo interventi marginali nei confronti della struttura familiare lasciata alla regolamentazione privata o alla regolamentazione ecclesiastica: la famiglia più che soggetta alla legge era datrice essa stessa di leggi. Ma nel momento in cui si è cercato di rafforzare lo Stato, sulla base del primato dell’autorità centrale, la famiglia è divenuta una struttura portante dello Stato stesso, ma alla condizione che si adeguasse alla legge autoritaria e gerarchica propria della società del tempo.

Le relazioni interpersonali all’interno del nucleo familiare venivano perciò disciplinate dal diritto tenendo scarsissimo conto delle esigenze delle persone e privilegiando esclusivamente le esigenze sociali: al capo famiglia venivano riconosciuti poteri analoghi a quelli accentrati nelle mani del princeps; la dipendenza del figlio dal padre era mantenuta fino a tarda età attraverso la dilatazione della patria potestà, fino a trent’anni per l’uomo e a quaranta per la donna; la scelta matrimoniale e anche quella professionale erano subordinate al consenso paterno e ogni pretesa di autonomia della persona singola veniva stroncata attraverso la diseredazione o la chiusura della donna nel chiostro; il diritto accordato al capo famiglia di battitura e di correzione veniva ampiamente riconosciuto sia nei confronti della moglie che nei confronti dei figli, soggetti tutti ritenuti bisognosi di una forte guida rispettivamente per l’imbecillitas sexus o l’imbecillitas aetatis.

Quando poi gli aspetti patrimonialistici divenivano, nella società, particolarmente rilevanti, la famiglia è stata vista, e disciplinata dal diritto, prevalentemente come una unità patrimoniale che doveva essere preservata a ogni costo e la solidarietà familiare si risolveva nella mera tutela patrimoniale del nucleo a cui andavano sacrificati i diritti dei singoli. Quando infine, nel periodo fascista, l’esigenza predominante fu quella di piegare le libertà individuali agli interessi politici e sociali della nazione, anche la famiglia fu fortemente riconosciuta come istituzione, ma anche strumentalizzata alle esigenze pubbliche: basti pensare alla legislazione per favorire i matrimoni (la tassa sul celibato) o l’incremento demografico (le leggi che favorivano la procreazione) o la legislazione razziale che, impedendo i matrimoni fra un ariano e un appartenente ad altra razza, privilegiava la ragion di Stato a tutto danno dei diritti degli individui di costituire liberamente un proprio nucleo familiare.

Il nucleo familiare è quindi connotato sulla base non solo della realtà sociale mutevole, ma anche delle necessità particolarmente sentite in un contesto storico, e il diritto finisce con il recepire le realtà fenomeniche che si vanno formando nella società e a ratificarne le tendenze prevalenti. Inoltre il diritto non può disinteressarsi – per perseguire un sia pur commendevole obiettivo pedagogico – della fragilità, delle insufficienze o limitazioni delle persone e delle relazioni interpersonali, che comunque esigono una regolamentazione.

Alcune coordinate che – fino a qualche anno fa – individuavano la realtà familiare sono state messe in crisi dall’evoluzione dei tempi: non è il caso di arroccarsi su giudizi di valore, ma solo di riflettere sulla situazione reale da cui non si può prescindere. Si possono, quindi, sottolineare alcune variazioni significative.

La dissolubilità del matrimonio e il principio legittimante l’adozione hanno modificato profondamente le caratteristiche della vita familiare creando, però, al medesimo tempo, grande confusione sulle situazioni più diverse.

Innanzi tutto è da rilevare come la comunità familiare, da comunità estesa sia per la convivenza di più nuclei sia per la forte permanenza di significative relazioni tra tutti coloro che avevano un comune capostipite, si è trasformata in una comunità ristretta: dalla grande famiglia si è passati alla piccola famiglia composta dai genitori e i figli. Anche il diritto – recependo la mutazione sociologica tra famiglia allargata e famiglia nucleare e l’attuale preferenza espressa dal costume a quest’ultimo modello familiare – sembra effettuare una netta distinzione tra famiglia coniugale, su cui gravano non solo meri obblighi di tipo patrimoniale, ma anche significativi obblighi relazionali e di solidarietà integrativa, e famiglia parentale – o meglio parentela – da cui discendono solo eventualmente, e in via sostanzialmente indiretta, significativi obblighi giuridici anche di natura personale.

Non è senza significato che la Corte costituzionale abbia ripetutamente affermato, mutando la sua precedente giurisprudenza (Cort. cost., 5 luglio 1960, n. 54 ), che la famiglia legittima alla quale fa riferimento l’art. 30, comma 3, della Costituzione non è quella estesa, comprensiva degli ascendenti e dei collaterali, ma solo quella nucleare composta dal coniuge e dai figli legittimi (Cort. cost., 14.4.1969, n. 79; 30.4.1973, n. 50; 27.3.1974, n. 82; 4.7.1979, n. 55).

Di conseguenza l’ordinamento ha finito con il relegare le figure parentali in ruoli e funzioni di mera supplenza, non privilegiando in alcun modo la relazione personale: è significativo notare per esempio come, anche nell’ambito della famiglia legittima, l’ascendente è tenuto esclusivamente a corrispondere gli alimenti e non incombe su lui alcun obbligo di mantenere e istruire i nipoti, ma solo quello di fornire ai genitori i mezzi necessari perché essi possano provvedere all’espletamento dei compiti che sono solo loro (art. 148, Cod. civ.). Come è assai significativo che l’ordinamento non preveda un diritto degli ascendenti a mantenere significativi rapporti relazionali con i propri nipoti. Ma se i rapporti parentali si rarefanno, e l’attenzione dell’ordinamento è tutta centrata sul gruppo ristretto coniugale e genitoriale, anche la differenza tra famiglia basata sul matrimonio e famiglia naturale inevitabilmente si attenua, perché era proprio ed esclusivamente il matrimonio a consentire di dilatare i rapporti familiari fino al decimo grado, inglobando nella grande famiglia una amplissima parentela.

La vecchia concezione di famiglia era radicata sul principio dell’indissolubilità dei rapporti familiari, e quindi sull’unicità e irreversibilità della famiglia e dei legami tra i suoi componenti. Oggi non è più così.

Il rapporto di coniugio può, infatti, essere dissolto non solo attraverso il ricorso alle varie cause di nullità del matrimonio, ma anche attraverso il divorzio. Ma, anche se il rapporto coniugale non esiste più, continuano a rimanere integri i rapporti tra i genitori e i figli, e anzi opportunamente si cerca di ribadire che con lo scioglimento del matrimonio non vengono meno né le relazioni né i diritti e i doveri connessi con la funzione genitoriale anche per il genitore che non abbia in affidamento il figlio e non continui così ad avere quotidianamente con lui una vita in comune. Se pertanto il coniugio non esiste più, la famiglia non si estingue qualora vi siano dei figli e i legami familiari continuano ad essere pienamente operanti.

Inoltre vi è la possibilità che gli ex coniugi, divenuti liberi, contraggano nuove nozze e costituiscano nuove famiglie. Nella famiglia ricostituita, ove siano immessi figli appartenenti alla famiglia divisa a seguito dell’annullamento del matrimonio o del divorzio, si creano legami familiari nuovi e significativi sul piano personale anche se sono sostanzialmente ignorati dal diritto. È infatti inevitabile che con il convivente del genitore affidatario il minore, o i minori, pongano in essere dei rapporti che o sono fortemente conflittuali – e in questo caso si risolvono con l’allontanamento del bambino dal nucleo o per un ritorno all’altro genitore o per un affidamento a terzi – o dei rapporti che finiscono con l’essere inevitabilmente paragenitoriali.

Modello fisarmonica

Il nuovo partner del genitore affidatario diviene così, nella vita quotidiana, la figura di riferimento che viene a sostituire quella, sempre più illanguidita, del genitore che non è presente in ogni momento. È al genitore di fatto presente a cui il ragazzo si riferisce nelle piccole cose che costituiscono l’ordinario tessuto della vita; è questi che dà o nega permessi; che esercita l’autorità correttiva; che consiglia o rimprovera. Non è certo facile per il ragazzo o la ragazza – come invece avviene normalmente quando il ragazzo è orfano e quindi non ha una figura genitoriale alternativa – gestire contemporaneamente, senza grossi problemi, un autentico e significativo rapporto con due genitori padri o due genitori madri: o diviene insignificante il rapporto con la figura genitoriale presente nella vita quotidiana – ma questo è assai difficile per la continuità dei rapporti –, ovvero inevitabilmente il genitore biologico lontano diventerà sempre più un fantasma di genitore e una figura più simbolica che reale.

Non meno complessi sono i rapporti che si vengono a instaurare tra minori che vivono in una famiglia ricostituita: in essa possono convivere fratelli germani (che hanno entrambi i genitori in comune), fratellastri uterini o consanguinei (che hanno un solo genitore in comune), figli che non hanno tra loro alcun legame. Anche la fratria ricomposta presenta problemi che non si verificano nel caso di adozione di un bambino da parte di coppia genitoriale che ha già propri figli: perché nel primo caso i figli non solo non hanno gli stessi genitori, ma spesso hanno anche cognomi differenti; perché l’età dei vari fratelli non rispetta quelle scansioni che sono proprie in una fratria consanguinea o in una fratria adottiva (i quasi fratelli possono avere tra loro qualche mese di differenza o i figli del padre possono avere quasi la stessa età della madre dei loro fratellastri); perché queste famiglie sono, come è stato icasticamente detto, famiglie fisarmonica, nel senso che vi sono continui allontanamenti da casa di alcuni per le visite all’altro genitore con la conseguenza che, nelle nuove famiglie numerose, si riuniscono intorno al tavolo ora tre, ora cinque, ora sette persone a seconda del calendario stabilito per le relazioni dei figli con l’altro genitore biologico.

Nella famiglia ricomposta si realizza, accanto a una genitorialità elettiva, anche una fraternità elettiva, pur se questa elettività non è scelta dal ragazzo ma imposta dagli adulti ai propri figli. Nasce così una nuova famiglia – a cui non può certo negarsi la qualifica di famiglia – che però in qualche modo deve sapersi rapportare con la famiglia preesistente, che continua a sussistere quanto meno nel rapporto genitoriale con il genitore non affidatario o con fratelli che a questi sono stati affidati.

La famiglia di altri tempi si radicava sul principio che solo la generazione biologica consentiva di far parte del nucleo familiare e che la relazione basata sulla genitorialità biologica era irreversibile: nessun soggetto estraneo poteva essere introdotto nel nucleo formato esclusivamente dai coniugi e dai figli da loro generati; il figlio generato rimaneva tale per sempre. Entrambi questi elementi sono non più validi in modo assoluto.

Non è più indissolubile il legame di sangue tra genitori e figli: l’ordinamento – per tutelare il cittadino in età minore che per la sua evoluzione psico-fisica ha estremo bisogno di un valido ambiente familiare – ha giustamente sancito che, quando le relazioni genitoriali siano del tutto insufficienti, possano essere troncati rapporti familiari basati esclusivamente sul legame biologico e assicurata al minore, attraverso l’adozione, una nuova famiglia degli affetti che diventerà la sua esclusiva famiglia in ogni senso. Con l’introduzione nel nostro ordinamento dell’adozione, il temine "figlio di" non è più sinonimo di "nato da" e la genitorialità nell’affetto è divenuta non meno rilevante della genitorialità biologica. Il che significa non solo che legami familiari naturali possano essere posti nel nulla, ma anche che nuovi rapporti familiari e genitoriali possono costituirsi con soggetti che non sono stati fisicamente generati da coloro che pure divengono i suoi genitori. E se l’adozione avviene in una famiglia che ha anche figli propri o che adotta, in tempi successivi, più bambini, il rapporto di fratellanza viene a instaurarsi sul piano psicologico, affettivo e su quello del diritto, pur non essendo radicato sul legame di sangue.

Va sottolineato che come famiglia deve considerarsi a tutti gli effetti anche quel nucleo familiare in cui una persona sola, e non una coppia, adotti un bambino. È certamente un caso eccezionale ma non infrequente. L’ordinamento giuridico infatti – preoccupandosi di tutelare il diritto a una famiglia del bambino in situazione di grave difficoltà per le trascuratezze o l’abbandono da parte del o dei suoi genitori biologici – consente l’adozione anche da parte di una persona sola quando vi sia «la constatata impossibilità di affidamento preadottivo» (art. 44, lett. c, della legge 4 maggio 1983, n. 184): si tratta di una impossibilità di fatto, non giuridica, e legata o alle condizioni del minore (malattia o handicap) che hanno reso non praticabile l’inserimento in una famiglia normocostituita o di un legame già preesistente tra il bambino e la persona a cui è stato affidato, per cui, come riconosce la giurisprudenza, diviene impraticabile l’affidamento preadottivo per il forzoso distacco dall’affidatario, che potrebbe «con ogni presumibile certezza provocare al minore seri traumi psichici a causa della profondità dei vincoli affettivi consolidati» (App., sez. min., Salerno 25 gennaio 1985). Sono non solo i casi degli affidamento-abusi, ma anche quelli in cui un regolare affidamento temporaneo è stato effettuato a una persona sola e la speranza di recuperare la famiglia di origine si è rivelata vana e ulteriormente aggravata.

Un cardine della vecchia concezione della famiglia era l’esclusività di appartenenza nata dal matrimonio dei figli legittimi e quindi l’impossibilità di introduzione nel nucleo familiare di elementi a esso originariamente estranei. Ciò perché si enfatizzavano i diritti patrimoniali dei figli legittimi che dovevano essere preservati a ogni costo anche a scapito di fondamentali principi di solidarietà, certamente più personalmente arricchenti sul piano personale del benessere economico. Così era vietato a chi aveva figli di adottare un bambino abbandonato; così per garantire economicamente il figlio legittimo si vietava una tutela anche patrimoniale al figlio naturale. Oggi invece possono essere introdotti nella famiglia legittima, venendone a fare integralmente parte, sia figli adottivi sia – con alcune garanzie – anche figli naturali di uno dei genitori.

Le famiglie di fatto

Più complessa è la questione se possa o non considerarsi famiglia la cosiddetta famiglia di fatto. Mi sembra che sia opportuno fare un po’ di chiarezza sulla questione.

È innegabile che il modello di famiglia che l’ordinamento giuridico privilegia è quello della famiglia fondata sul matrimonio, perché costituisce la forma giuridica della convivenza di coppia obiettivamente insuperabile per garanzie di certezza, stabilità dei rapporti e serietà dell’impegno assunto. Ma la stessa Carta costituzionale – che così solennemente proclama questa preferenza – riconosce che i figli, anche se nati fuori del matrimonio, devono godere di diritti analoghi a quelli dei figli legittimi. E l’ordinamento civilistico sancisce che i doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori nei confronti dei figli debbono essere identici, sia che si nasca nella famiglia legittima che in quella cosiddetta naturale. Né questo diritto del figlio si risolve solo in prestazioni patrimoniali, perché la formula adottata dal legislatore, che comprende anche il rapporto educativo, esclude che sussista solo un obbligo alla mera prestazione alimentare.

Bisogna riconoscere che se si realizza una convivenza del genitore – o anche di entrambi i genitori – con il figlio o i figli, e se tra questi nascono e si sviluppano intensi rapporti fraternali, appare una pura astrazione giuridica definire questa intensa e stabile relazione interpersonale, e l’agglomerato sociale che così si è venuto costituendo, un gruppo che non può definirsi famiglia e che non ha alcuna caratteristica familiare. Manca, è vero, tra i genitori il vincolo del coniugio, ma tra genitori e figli si pongono in essere relazioni familiari che sono identiche a quelle che si sviluppano nella famiglia legittima.

E la necessità di organizzare questi rapporti con i figli impone anche dei rapporti giuridicamente rilevanti tra i genitori: è sintomatico che l’ordinamento, nel disciplinare la potestà dei genitori sui figli naturali, prescrive (art. 317 bis) che si applichi il principio del mutuo consenso e dell’accordo previsto nell’ambito della famiglia legittima e in genere l’intera disciplina della potestà genitoriale espressamente richiamata per la famiglia basata sul matrimonio; anche ai genitori naturali conviventi con figli si applica la disciplina dell’art. 324, Cod. civ. secondo cui i genitori esercenti la potestà hanno in comune l’usufrutto legale sui beni del figlio, con la conseguenza che i frutti percepiti saranno destinati al mantenimento dei figli e della famiglia.

In realtà il problema se si sia costituita o non una famiglia può sorgere solo quando la convivenza tra un uomo e una donna non sia divenuta anche feconda con la nascita di figli che i genitori hanno voluto giuridicamente riconoscere: perché il solo fatto del riconoscimento inevitabilmente stabilizza il nucleo in quanto il nuovo legame di filiazione, che viene pubblicamente assunto nei confronti della comunità, comporta diritti e doveri, che non possono essere più recisi a meno che non sopravvenga l’abbandono del figlio, ipotesi comune anche alla famiglia legittima.

Il tema della cosiddetta famiglia di fatto – di cui si vorrebbe uno specifico riconoscimento giuridico – è un tema che riguarda perciò solo i rapporti tra due adulti che convivono more uxorio: l’altra è famiglia naturale, non famiglia di fatto, perché significativi legami giuridici di natura familiare sono stati liberamente e pubblicamente assunti. Nei confronti del riconoscimento della vera e propria famiglia di fatto va osservato che – se attraverso la contestazione del vincolo matrimoniale si tende proprio a realizzare, nell'incontro tra due persone, la libertà da ogni vincolo giuridico – costituisce un’operazione culturale sostanzialmente scorretta quella di far discendere vincoli giuridici proprio da un fatto che le parti hanno voluto far restare fuori dalla sfera del giuridicamente rilevante. Né mi sembra che si possa ricorrere, come qualcuno ha sostenuto, alla categoria del legittimo affidamento nei comportamenti conseguenti al rapporto di fatto instaurato: tale affidamento può scattare quando manchi uno schema giuridico tipico, non quando questo esiste e le parti lo hanno coscientemente rifiutato proprio perché non volevano che derivassero dal loro rapporto diritti e doveri reciproci.

Né appare condivisibile la tesi secondo cui la tutela giuridica della famiglia di fatto deriverebbe dalla sua caratteristica di comunità sociale in cui si sviluppa la personalità umana secondo il precetto costituzionale dell’art. 2. La scelta costituzionale è stata quella di individuare la famiglia – fondata sull’esplicito e pubblico impegno di costituire una comunità di vita e di affetto radicata sulla solidarietà tra i suoi membri – come la formazione sociale tipica in cui la personalità dei soggetti può pienamente svilupparsi. Se il legislatore costituzionale regola un genus, ma poi specifica una peculiare species del genere, è unicamente questa a prevalere.

Con la convivenza di fatto – specie in un regime giuridico che prevede il divorzio –, le parti chiaramente ed esplicitamente affermano la loro volontà di rifiutare un impegno da cui discendono un insieme di diritti e obblighi giuridicamente disciplinati, e non solo di dar vita a una famiglia di rango inferiore che si pone accanto a quella prevista dall’ordinamento.

Convivenze diverse

Sempre più frequentemente vedovi o persone che hanno sciolto con il divorzio il loro matrimonio esclusivamente civile – e non vogliono rinunciare ad alcuni privilegi connessi alla loro condizione – ricorrono al matrimonio religioso senza effetti civili, perché non vogliono costituire una famiglia riconosciuta come tale dallo Stato. Può ritenersi che questo non sia legittimo per la comunità statale e che queste situazioni debbano essere scoraggiate ed eventualmente perseguite; ma mi sembra improprio affermare che, per tutelare queste persone che esplicitamente non vogliono che dal loro rapporto discendano diritti e doveri incompatibili con precedenti situazioni di privilegio, si debba riconoscere come realtà familiare una convivenza che chiaramente le parti non vogliono che sia considerata sul piano civile una convivenza familiare. Appare in realtà contraddittorio esaltare la libertà dell’uomo di non accettare i vincoli matrimoniali e familiari e nel contempo prevedere autoritativamente che vincoli analoghi, anche se un po’ limitati, discendano da un fatto che le parti hanno voluto far restare privo di conseguenze giuridiche. Coerenza vorrebbe o che si imponesse il matrimonio per tutelare adeguatamente le parti coinvolte in una impegnativa esperienza di relazione o che si lasciasse liberi di scegliere se da questa esperienza debbano o no nascere conseguenze giuridicamente rilevanti: appare in realtà inaccettabile il riconoscere due gradi diversi di tipologia familiare, una piena e un’altra "più leggera": o si è famiglia o non lo si è.

Nella nostra società possono esistere altre forme di convivenza tra persone che non assumono i connotati di una famiglia e cioè nuclei che non sono legati da vincoli liberamente e pubblicamente assunti per assolvere in modo potenzialmente duraturo a funzioni familiari per un comune sviluppo umano.

Sono convivenze che si radicano sui motivi più vari: religiosi, ideologici, assistenziali, di reciproca cura, di divisione delle spese correlate alla coabitazione e così via. Tutte queste convivenze – che il nostro ordinamento giuridico già in qualche modo riconosce definendole come convivenze anagrafiche – possono trovare una regolamentazione giuridica per aspetti particolari (fiscali, di subentro nei contratti locativi), senza che questo intacchi in alcun modo quel principio di favore che la nostra Carta costituzionale ha chiaramente espresso nei confronti di quel nucleo che, radicandosi sul matrimonio, costituisce la forma giuridica della convivenza di coppia obiettivamente insuperabile per garanzie di certezza, stabilità dei rapporti e serietà dell’impegno assunto.

La tutela della famiglia mi sembra che potrebbe essere più utilmente realizzata non irrigidendosi nell’imporre veti a qualche parziale riconoscimento di diritti anche a forme di convivenza diverse dalla famiglia, ma operando perché alla convivenza che può essere pienamente definita famiglia sia effettivamente assicurato un riconoscimento della sua fondamentale funzione sociale e una tutela sempre più adeguata e in grado di dare concreta, tangibile ed evidente attuazione a quel favor familiae riconosciuto dalla Costituzione.

Si tratta di introdurre e rafforzare una normativa organica di sostegno alla famiglia e di ottenere lo sviluppo di quella politica per la famiglia che finora non è stata mai né impostata né realizzata. Una politica familiare che non si limiti a guardare alla famiglia solo come un soggetto che deve essere aiutato dalla mano pubblica, quando non riesce ad affrontare e risolvere le sue difficoltà, o a considerare la famiglia come una realtà bisognosa di assistenza sistematica, ma solo per via della presenza in essa di membri strutturalmente deboli dal punto di vista sociale come le donne, i bambini, gli anziani. Le politiche familiari non possono identificarsi con le politiche di emancipazione dei soggetti deboli della famiglia.

Una corretta politica per la famiglia deve riconoscerla come soggetto sociale: il che non significa incrementare gli aiuti assistenziali alla famiglia e aumentarne i diritti da rivendicare. Implica invece un più significativo riconoscimento del valore sociale della famiglia per le funzioni di solidarietà e reciprocità che essa svolge; comporta il non rendere più difficili e meno convenienti i comportamenti di solidarietà familiare nei confronti dei comportamenti più egoistici di chi non assume obbligazioni familiari; esige corresponsabilizzare la famiglia, e le associazioni di famiglie, nello sviluppo complessivo della vita sociale, favorendo la possibilità per la famiglia di agire come soggetto mediatore dei rapporti tra il suo interno e gli ambiti esterni. La piena valorizzazione della famiglia nella società è l’obiettivo primario da perseguire: più che gli arroccamenti difensivi sarebbero indispensabili progetti positivi elaborati e convincenti.

Alfredo Carlo Moro

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