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MATRIMONIO E NUOVE GENERAZIONI

Un sogno nel disincanto

di Giorgio Campanini
(docente f.r. di Sociologia)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page La minore propensione al legame definitivo è oggetto di contrastanti interpretazioni le cui chiavi di lettura sono economica, sociale, culturale. Non si può negare che i giovani cerchino un luogo di felicità personale.

«Non credo che la gente s’innamorerebbe mai o desidererebbe di sposarsi se non gliene avessero parlato. È come l’estero: nessuno si sognerebbe nemmeno d’andarci, se non gli avessero detto che esiste». Questo paradossale detto di Evelyn Waugh può bene fare da introduzione a una riflessione sulla percezione che del matrimonio hanno le attuali generazioni e, soprattutto coloro che – oggi adolescenti – saranno chiamati domani a rinnovare o/a far cadere in desuetudine quello che, riprendendo una nota espressione, potrebbe essere chiamato il "silenzioso plebiscito quotidiano" che uomini e donne continuano, in grande maggioranza, a risolvere a favore dell’istituzione del matrimonio.

In un certo senso – ed è appunto questa la profonda verità del detto di Waugh – l’attrazione sessuale è il naturale, l’amore, e soprattutto il matrimonio, il culturale. La "natura", intesa come pura istintualità, giunge al gesto sessuale o, al più, raggiunge la soglia dell’amore; ma dalla sessualità al matrimonio il passo è tutt’altro che breve e occorre dunque, qui, il passaggio dalla "natura" alla "cultura". Questo passaggio è stato, in una lunga stagione della storia dell’Occidente, ovvio e scontato (non sempre, tuttavia, è stato così, perché in altre epoche, anche a causa di pesantissimi condizionamenti culturali, ci si sposava assai meno). Oggi è rimesso in discussione, ed è appunto ciò che fa problema.

Prima di avviare un tentativo di interpretazione, occorre partire dai dati che concernono il rapporto tra le giovani generazioni e il matrimonio. Assumendo come punto di riferimento la generazione dei nati attorno al 1940 e quelli dei nati attorno al 1970, si constata che per i primi la scelta del matrimonio era quasi generalizzata (negli anni ’60 si è raggiunto in Italia il numero più elevato di coniugati, o ex coniugati, vedovi e vedove), mentre negli anni ’90 l’orientamento al matrimonio si è fatto assai più selettivo. Fra gli anni ’60 e gli anni ’90 il numero dei matrimoni è diminuito di circa centomila unità e, anche tenendo conto degli effetti del calo demografico (che tuttavia si faranno avvertire soprattutto nei primi decenni del ventunesimo secolo), non si può che giungere alla conclusione che si è di fronte a una sorta di vera e propria "disaffezione" nei confronti del matrimonio inteso come stabile e tendenzialmente definitiva scelta di vita, come "istituzione". Autorevoli esperti hanno calcolato che fra un terzo e un quarto dei giovani italiani nati dopo il 1970 non si sposerà mai, preferendo al matrimonio altre forme di autorealizzazione e di soddisfacimento dei propri impulsi emotivi e sessuali.

Permane qualche dubbio sul fatto che si sia di fronte a un semplice differimento nel tempo del matrimonio, anche in relazione al prolungamento della fase di formazione e al conseguente più tardivo ingresso nella vita di lavoro, condizione di norma necessaria per accedere al matrimonio e assumersi la responsabilità di una propria famiglia; e in effetti da un decennio a questa parte l’età alla quale ci si sposa va continuamente salendo (e, parallelamente, va salendo l’età alla quale la donna italiana ha il suo primo figlio). Sembra tuttavia che il fenomeno del differimento del matrimonio abbia già scontato i suoi effetti e che in molti casi si sia dunque di fronte non a un rinvio, ma a un vero e proprio rifiuto del matrimonio.

Le ragioni di questa minore propensione al matrimonio formano oggetto di diverse e contrastanti interpretazioni, riconducibili a due essenziali chiavi di lettura, una economico-sociale e l’altra socio-culturale.

Nella prima prospettiva, si sarebbe di fronte a un persistente desiderio di sposarsi (documentato, in verità, da non poche indagini sulla popolazione giovanile) frustrato da una serie di difficoltà oggettive, quali la mancanza di un lavoro stabile e sufficientemente remunerativo, l’assenza di politiche sociali per la famiglia e per l’infanzia, la scarsità e il costo elevato degli alloggi, e così via.

Nella seconda prospettiva, queste difficoltà, pure innegabili, maschererebbero in realtà un disagio più profondo, derivante da diffusi atteggiamenti di insicurezza, dal timore del futuro, dall’incertezza sulla propria attitudine a vivere nel tempo uno stabile e duraturo rapporto di coppia, dalla memoria del fallimento matrimoniale dei propri genitori, il tutto sullo sfondo di un processo di secolarizzazione che, fra i suoi esiti, ha anche il venir meno della dimensione spirituale, e in qualche modo trascendente, del matrimonio, letto ormai dai più nella sua sola dimensione "contrattuale", e con l’eclisse della forte categoria, tipicamente religiosa, di "patto" stipulato davanti a Dio e non soltanto davanti agli uomini.

Le alternative possibili

Escludendo l’ipotesi del moltiplicarsi delle vocazioni celibatarie in vista di un forte impegno religioso o professionale (tutte le indagini pongono infatti in evidenza una diffusa permissività sessuale e la relativa rarità delle scelte, pur importanti e qualitativamente significative, operate nel segno della castità), è evidente che la decisione di non contrarre matrimonio equivale alla collocazione in altri luoghi dell’esercizio della sessualità.

Se è lecito ricorrere, in questo ambito così delicato e complesso, a un’immagine di tipo "quantitativo", si può affermare che l’universo dei gesti sessuali rimane sostanzialmente lo stesso, pur conoscendo, per effetto della permissività sessuale da un lato e del prolungamento dell’età media della vita dall’altro, un duplice spostamento tanto in direzione dell’anticipazione quanto in direzione del prolungamento dell’età all’interno della quale si fa uso della sessualità; ma che i gesti sessuali che in passato, per una lunga stagione, si erano collocati prevalentemente all’interno del matrimonio, si situano ora all’esterno del matrimonio.

Il matrimonio, dunque, agli occhi di consistenti componenti delle nuove generazioni, ha cessato d’essere il luogo principale, anche se non esclusivo, di esercizio della sessualità.

Questa "alternativa" al matrimonio si esprime essenzialmente attraverso due scelte che presentano fra loro alcuni elementi di differenza, pur avendo esse in comune il fatto di collocarsi in una prospettiva non matrimoniale. La prima scelta è quella della relazione, ora precaria ora prolungata nel tempo, con lo stesso partner e più frequentemente con partner diversi (ma, in generale, nel segno della "fedeltà", seppure provvisoria, alla stessa persona, evitandosi così relazioni promiscue); ma senza una vera e propria coabitazione, in un rapporto che è more uxorio quanto all’esercizio della sessualità, ma non in ordine alla comunione di vita.

La seconda scelta è rappresentata invece dalle convivenze vere e proprie; fenomeno, questo, tutt’altro che infrequente ma in complesso, almeno in Italia, fortemente minoritario, dato che le convivenze di fatto, che si prolungano nel tempo e hanno dunque una relativa stabilità, non raggiungono, in Italia, il 2% del totale delle famiglie "legali" e, oltre tutto, interessano solo in piccola parte le giovani generazioni, dato che – stando alle indagini demografiche più attendibili – gran parte di questi conviventi è costituita o da anziani che, anche per ragioni legate al regime pensionistico vigente, ritengono di non accedere al matrimonio legale, oppure da persone divorziate che intendono "sperimentare" la tenuta della coppia prima di contrarre un secondo matrimonio, il cui fallimento comporterebbe nuovi traumi e nuove delusioni, o ancora da persone separate in attesa che trascorrano i tempi, non brevi, delle procedure di divorzio in modo da potere poi celebrare un nuovo matrimonio.

Va osservato che la prima scelta di vita, quella della relazione precaria, è assai lontana, anche nelle intenzionalità, dall’orizzonte del matrimonio, sia pure "di fatto"; a esso si avvicina invece il fenomeno delle convivenze, che per altro, come già si è notato, è largamente minoritario.

Va anche rilevato – e non è, questa, una notazione priva di significato – che le convivenze occasionali o anche stabili si caratterizzano per un bassissimo tasso di fecondità: quasi nullo nelle scelte precarie, assai inferiore a quello delle coppie sposate nel caso delle convivenze; e ciò per ragioni facilmente comprensibili, poiché è il clima di precarietà e di sperimentazione che caratterizza queste relazioni, che fa guardare con diffidenza e con sospetto a un possibile terzo, il figlio, che con la sua venuta costringerebbe la coppia a passare dalla logica del "tempo breve" alla logica del "tempo lungo", e, di fatto, al matrimonio. Che ancora oggi in Italia – nonostante il numero non marginale delle relazioni sessuali e delle convivenze – 93 bambini su cento nascano all’interno di una famiglia fondata sul matrimonio e solo 7 in altri contesti pone bene in luce il segreto rapporto che intercorre fra matrimonio e apertura alla vita: la seconda si colloca normalmente, e quasi inevitabilmente, nell’ottica del primo.

Se si rilegge questo fatto in altra prospettiva, si può giungere alla conclusione che nelle società industriali avanzate, e anche in Italia, il matrimonio ha perduto una sua originaria funzione, quella di "regolatore" della sessualità di un gruppo umano, ma ha mantenuto (e per certi versi ha rafforzato, rispetto a molte epoche della storia passata in cui elevatissimo è stato il numero dei figli fuori dal matrimonio) l’altra importante funzione di luogo di "riproduzione" della vita e di educazione delle nuove generazioni. Quello contemporaneo appare, sotto questo aspetto, una sorta di "matrimonio dimezzato", ma comunque ancora avvertito come importante e significativo da componenti significative delle nuove generazioni, e persino da coloro stessi che, alla fine, non si sposano.

Il paradiso ritrovato

Ci si incontra qui, probabilmente, con il più serio nodo problematico che le giovani generazioni si trovano a dovere sciogliere allorché si pongono, di fronte al matrimonio, in un atteggiamento di autentica responsabilità. Questo "nodo" riguarda il senso del matrimonio e il sistema di attese che a esso fa riferimento.

Nonostante le apparenze, e malgrado un uso disinvolto della sessualità, l’attuale generazione giovanile appare ancora impregnata dell’eredità della cultura dell’amore romantico, soprattutto sotto uno specifico profilo, quello della ricerca della felicità. Di fronte a una società che appare distante e lontana, e spesso disumana e impietosa; alla luce delle limitate soddisfazioni che in molti casi derivano da un’attività professionale grigia e anonima, anche se talora ben retribuita; in presenza di un forte sfilacciamento della rete dei rapporti sociali: davanti a tutto ciò il rapporto di coppia sembra rappresentare una sorta di "paradiso ritrovato", quasi un "ultimo rifugio" in un mondo per il resto assai avaro di soddisfazioni e gratificazioni. In questo modo il rapporto di coppia si carica di tutte le possibili attese di felicità e rischia, proprio per questo, e per la distanza che sempre intercorre fra l’ideale e il reale, di diventare una promessa che non può essere mantenuta.

Nelle culture del passato, e prima del trionfo della teoria e della prassi dell’"amore romantico", si guardava al matrimonio con realismo, e qualche volta con cinismo: non se ne faceva comunque l’unico luogo della possibile felicità né si faceva di esso il banco fondamentale della vita. Per gli uomini e soprattutto per le donne – le grandi protagoniste dell’attuale "disaffezione" verso il matrimonio – era considerato sufficientemente gratificante avere un decoroso e riconosciuto status sociale, godere di una ragionevole sicurezza economica, potere generare e allevare figli dai quali ci si attendeva un appagamento che il rapporto di coppia spesso non dava, e così via. Ma tutto questo ai giovani di oggi – nutriti, appunto, dell’eredità della cultura romantica – non può bastare, e il fine che si attribuisce al rapporto di coppia è assai più ambizioso, appunto quello di essere il luogo eminente della felicità personale.

Ne consegue che solo un rapporto di coppia che si ritenga essere apportatore di felicità può essere considerato degno di trasferirsi dall’area della precarietà a quella della stabilità e di una scelta tendenzialmente definitiva. Ma proprio su questo terreno intervengono, nel normale rapporto di coppia, dubbi e incertezze, se non addirittura frustrazioni e delusioni. Alla fine, non ci si sposa per "essere infelici", in un contesto attraversato dalla drammatica constatazione dei tanti fallimenti matrimoniali e dunque delle tante "infelicità".

Stabilire in che misura un matrimonio sia "felice" (e, dunque, all’interno della cultura neoromantica, degno di essere mantenuto in vita), oppure sia "infelice" (e dunque "condannato" ad essere sciolto, con la separazione o il divorzio) è decisione legata appunto al "sistema delle attese": tanto più forti ed elevate saranno queste attese, tanto più si considererà fallito il matrimonio; e tanto più si avrà timore che il matrimonio non possa riuscire – sempre in riferimento a questo "sistema di attese" –, tanto meno si sarà propensi a correre l’avventura del matrimonio, e si preferiranno dunque forme di rapporto meno impegnative. È questo il dilemma di fronte al quale si trovano le nuove generazioni, chiamate ad assumere un "rischio" – perché ogni rapporto fra gli uomini ha sempre questa dimensione di rischio – che sempre più frequentemente non osano più correre.

Qualità del rapporto

Dietro la diffusa aspirazione dei giovani alla felicità, e soprattutto alla felicità nel matrimonio e nella famiglia, sta anche l’aspirazione a una migliore e più alta qualità del rapporto di coppia. Essere felici nel matrimonio è oggi più difficile perché più alte sono le attese nei confronti della vita di coppia: un matrimonio di convenienza, imposto dal gruppo parentale, contratto in vista di un migliore status sociale (specialmente da parte della componente femminile) o anche soltanto per avere figli e dunque per perpetuare nel tempo le tradizioni familiari e del gruppo etnico o religioso di appartenenza; tutto questo appare inaccettabile agli occhi delle nuove generazioni.

Se per un verso, dunque, il matrimonio di oggi appare più fragile, per altri aspetti appare più ricco. Ci si sposa per amore e spesso si rimane, per tutta la vita, nell’amore. Il crescente tasso di divorzialità – con circa il 20 per cento di fallimenti matrimoniali – non deve fare dimenticare l’assai più alto tasso di persistenza della relazione. Che circa ottanta coppie su cento continuino sino alla morte dell’uno o dell’altro l’avventura iniziata molti anni prima (in futuro, sempre più frequentemente, cinquant’anni prima) ha del miracoloso e dello stupefacente. Le crisi, cioè, non devono fare dimenticare la tenuta, ancora oggi elevata e, tutto sommato, sorprendente, se si pensa al contesto nel quale la coppia vive, alla cultura dominante che è antitetica al valore della fedeltà, alla scarsità di aiuti e di sostegni esterni di cui la coppia può oggi beneficiare. Occuparsi della patologia della coppia è inevitabile, e del resto giustificato; ma la patologia non deve fare mai dimenticare la normalità, quella "normalità" nella quale vive la grande maggioranza delle coppie italiane.

Di questa più elevata qualità della coppia potrebbero darsi molteplici dimostrazioni; ci si limiterà a fare riferimento a soltanto due aspetti positivi della vita della coppia moderna.

Il primo aspetto riguarda l’integrazione della sessualità nella vita di coppia. In passato si era spesso di fronte a una sessualità istintuale e frettolosa, a dominante maschile, che aveva nella donna la componente passiva più che partner di uguale dignità. Oggi, per effetto della rivoluzione psicanalitica, è stato svelato almeno in parte il senso profondo della sessualità ed essa è diventata per entrambi i coniugi fonte di piacere e di gioia. La sessualità ha in tal modo perduto gran parte della sua carica puramente istintuale per diventare un’espressione ricca e matura della vita personale, nella piena reciprocità fra uomo e donna.

Il secondo mutamento positivo del rapporto di coppia riguarda la rimessa in discussione dei "ruoli" maschile e femminile, un tempo rigidi e prefissati, e in genere tali da impedire alla donna di esprimere compiutamente la sua personalità. Nella coppia di oggi – grazie all’accesso della donna all’istruzione e al mondo del lavoro – la cultura della parità si è ormai affermata, anche se non mancano le tensioni in ordine all’equilibrio, non sempre agevole, fra dimensione domestica e dimensione extradomestica. Ma, in generale, le rigidezze del passato sono in via di superamento e la coppia moderna ha una ben maggiore duttilità e capacità di fronteggiare, con forme di ricorrenti interscambiabilità dei ruoli, le varie evenienze della vita. Rimane tuttavia in parte irrisolto – ed è questione tutt’ora aperta – il problema di una migliore conciliazione fra lavoro di cura (materno e degli anziani) e status professionale.

In generale si può tuttavia affermare che la coppia moderna riesce in molti casi a esprimere – anche sul piano della reciproca integrazione etica e spirituale – una qualità di rapporto raramente conosciuta in passato. Ciò che è stato perduto sul piano della stabilità è stato in parte recuperato sul piano della qualità del rapporto.

Nonostante tutto vi è ancora una larga e anzi maggioritaria componente delle nuove generazioni che continua a "scommettere" sul matrimonio, e che conseguentemente si sposa, e che riesce a vivere in una sostanziale fedeltà al proprio impegno resistendo alla tentazione della rottura e della separazione. È, come sempre avviene, la "maggioranza silenziosa" che non fa, almeno in apparenza, opinione, ma che in realtà rappresenta ancora oggi, e domani, la struttura portante della famiglia italiana.

Tutte le indagini sociologiche pongono in evidenza l’alto apprezzamento che i giovani hanno del matrimonio, e che accomuna quanti si sposano (e "scommettono), ma spesso anche coloro che non si sposano (che "non scommettono"). Le ricorrenti profezie sulla "morte della famiglia" sono state regolarmente smentite; se vi è un elemento che distingue, e anzi separa, la generazione del "68" dall’attuale, è proprio l’atteggiamento nei confronti del matrimonio. Né questa ritrovata fiducia nella famiglia, anche come istituzione, può essere frettolosamente bollata come una sorta di "rigurgito di privatismo"; si tratta, semmai, di una inevitabile rivincita della vita privata contro il tentativo, sulla base dello slogan: "tutto è politico", di espropriare uomini e donne anche della loro più segreta dimensione, sino a fagocitare la stessa area delle emozioni e dei sentimenti.

Letti in questa ottica, anche i dati assumono una diversa dimensione. È ben vero che, rispetto a trent’anni fa, ogni anno mancano all’appello ideale del matrimonio circa duecentomila giovani; ma è altrettanto vero che a questo appello rispondono invece circa seicentomila giovani: il numero di coloro che continuano a credere nel matrimonio rimane elevato e largamente maggioritario.

Ciò non significa tuttavia che la sola decisione di contrarre matrimonio basti a salvare e a mantenere nel tempo l’istituzione, perché i problemi restano, e non sono di poco rilievo.

Basterà ricordare il non facile rapporto fra uomo e donna, reso più complesso dalla duplicità dei percorsi professionali e dalla difficile conciliazione fra il tempo del lavoro e il tempo della famiglia; il non semplice passaggio da una generica attitudine procreativa alla scelta concreta, qui e ora, di avere un figlio, scelta che cozza spesso contro pesanti condizionamenti materiali negativi; l’emergere, a mano a mano che si procede nella vita coniugale, di situazioni nuove che richiedono ogni volta il raggiungimento di un nuovo equilibrio; il sempre più difficile ancoramento ai valori, religiosi o anche soltanto umani, che fondano la convivenza di coppia e venendo meno i quali tutto diventa più difficile. E l’elenco potrebbe continuare.

Nonostante tutto, la società italiana si è mostrata in questi anni capace di esprimere, anche sul piano delle scelte matrimoniali, esperienze robuste e mature di dedizione, di servizio, di amore della famiglia, di capacità di sacrificio. Se il Paese ha saputo in complesso resistere a fenomeni di anomia e di disgregazione altrove assai più avvertiti che da noi, ciò è dovuto anche e forse soprattutto alle energie vitali delle giovani famiglie e alla loro persistente attitudine alla speranza. Che uomini e donne continuino ad amarsi, e a sposarsi, e a rimanere sposati, è un grande segnale di speranza in un orizzonte per altri versi percorso da inquietanti segnali di uragano. È importante, dunque, non abbandonare le nuove generazioni di famiglie a se stesse, recuperare – senza familismi né paternalismi – un giusto rapporto fra le generazioni, stabilire un più equilibrato rapporto tra famiglia e società, non fare mancare nei momenti di difficoltà e di crisi l’aiuto responsabile di figure di mediazione e di consulenza: partendo dal presupposto che il rapporto di coppia è un dono troppo bello e troppo grande per una comunità, perché essa possa pensare di disinteressarsene e di considerarlo alla stregua di un fatto interamente "privato".

Rompere il "circolo vizioso"

Si è di fronte, conclusivamente, a una sorta di "circolo vizioso": ci si vorrebbe sposare solo avendo la "sicurezza" della riuscita del matrimonio, ma nello stesso tempo si è psicologicamente ed emozionalmente fragili e insicuri. Si tratta dunque, ad un tempo, di educare alla sicurezza, attraverso la progressiva e lucida assunzione di responsabilità, su ogni piano (perché il rapporto di coppia non è un’isola più o meno felice, ma parte della vita); e di accettare l’insicurezza, muovendo dalla consapevolezza che soltanto pochi e radi sono i "punti fermi" e che per il resto occorre saper "navigare a vista" in un mare mai del tutto esplorato e che presenta dunque sempre, e inevitabilmente, la dimensione dell’ignoto.

In questa prospettiva occorre sapere denunziare e demitizzare non il grande valore e la grande forza dell’autentico amore coniugale – un amore capace del dono, della gratuità, del sacrificio –, ma la sua caricatura neoromantica, fondata su un presunto e persistente stato di "innamoramento fusionale", che può essere il momento di avvio, ma non il quotidiano compagno di strada del rapporto di coppia. Un forte appello al realismo è necessario, senza cadere nella banalizzazione (essa pure, non a caso, "romantica") che fa del matrimonio la "tomba dell’amore".

Nello stesso tempo e nella consapevolezza che anche il mondo delle emozioni e dei sentimenti è condizionato e situato, si tratterà di creare, sul piano dell’organizzazione complessiva della società, un clima più favorevole a uno stabile e duraturo rapporto di coppia, con la rimozione degli ostacoli, soprattutto di quelli riferiti al lavoro e alla casa, che si frappongono alla formazione di una famiglia stabile e aperta alla vita.

In questo ambito chi ha la responsabilità dell’orientamento complessivo di una società ha davanti a sé un grande compito di umanizzazione e di servizio, nel cui adempimento non dovrebbe essere mai dimenticato il rapporto strutturale che intercorre fra benessere del corpo sociale e stabilità e robustezza della famiglia: recenti e meno recenti vicende indicano quanto profondamente, e in negativo, incida il degrado della famiglia (o, al limite, la sua dissoluzione di fatto per il rifiuto delle persone a entrare, con il matrimonio, in una relazione stabile di coppia) sull’assetto complessivo del corpo sociale.

Un ruolo non meno importante ha, e avrà ancor più in futuro, il reale stato di salute delle famiglie esistenti. Se continueranno o si aggraveranno i fenomeni di crisi e di disgregazione in atto; se verrà meno la fiducia delle giovani generazioni nei confronti di un rapporto di coppia che essi vedranno inevitabilmente esemplificato nella vita dei loro genitori e del loro entourage; se si affermeranno a livello di massa stili di vita antitetici al senso profondo dell’amore; se, in una parola, il matrimonio non sarà semplicemente contestato, nella teoria e nella pratica – come è avvenuto ieri e come avviene oggi a opera dei detentori dei grandi mezzi di informazione – da alcune componenti minoritarie, anche se influenti, della società, ma sarà abbandonato dagli uomini o dalle donne comuni: se tutto questo avverrà, l’incontrarsi, l’amarsi, lo sposarsi, il compiere le grandi esperienze della paternità e della maternità umana (e non tecnologica) diventeranno l’eccezione, l’ultimo rifugio di una minoranza combattiva forse, ma destinata all’emarginazione.

Occorre invece che il matrimonio sia e resti, come sostanzialmente avviene, lo sbocco naturale, anche se non più "obbligato", di un rapporto di coppia creativo e fecondo. Rimane, questo, il grande sogno delle nuove generazioni, anche nella stagione del disincanto.

Giorgio Campanini

    

BIBLIOGRAFIA

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