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FORMAZIONE E DISSOLUZIONE DELLE UNIONI FAMILIARI

Il calendario demografico

di Gian Carlo Blangiardo
(Università degli Studi di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page Nell’ultimo ventennio gli italiani hanno recepito le grandi trasformazioni sociali, culturali, organizzative, conciliando tradizionalismo e modernità. Il connubio ha riscontri rilevanti.

Uno degli ambiti che più sembra destinato a risentire gli effetti della nuova realtà demografica affermatasi in Italia nell’ultimo ventennio è certamente quello della famiglia: sia in termini di dimensione e di caratteristiche strutturali dei nuclei familiari, sia riguardo alla manifestazione dei fenomeni che determinano le modalità con cui questi ultimi si formano, si ampliano e si riducono.

Gli italiani hanno profondamente modificato l’intensità e il calendario dei loro comportamenti demografici, ma lo hanno fatto senza tuttavia perdere alcune specificità che, tradizionalmente, li differenziano nel più ampio contesto europeo. Ciò vale in primo luogo per la fecondità, che ha raggiunto livelli di minimo assoluto nel panorama mondiale, ma, a differenza di quanto accade altrove, resta tuttora quasi esclusivamente circoscritta entro i confini della vita matrimoniale. Ed è proprio nei riguardi del matrimonio e, più in generale, dei fenomeni connessi alla formazione della famiglia e alla sua dissoluzione che si osservano altri significativi esempi di una caratterizzazione tutta italiana. Ci si riferisce alla spiccata preferenza verso il legame istituzionalizzato, alla bassa proporzione di coppie senza figli, alla minor frequenza delle rotture coniugali e all’altrettanto contenuta diffusione delle nuove famiglie ricostituite a seguito di tali rotture.

In definitiva, si può affermare che gli italiani nell’ultimo ventennio, pur avendo recepito anche sul piano del comportamento demografico le grandi trasformazioni socio-culturali e organizzative tipiche dei Paesi economicamente più evoluti, le hanno sapute interpretare conciliando modernità e tradizionalismo. Un connubio che ha trovato ampio riscontro nella dinamica dei fenomeni demografici che determinano i processi di formazione, sviluppo e dissoluzione delle unioni coniugali e che ha contribuito a ridisegnare l’immagine della famiglia italiana alle soglie del XXI secolo.

Come è noto, la propensione degli italiani al matrimonio è stata sempre particolarmente elevata e ha subìto oscillazioni solo in concomitanza di eventi straordinari come le guerre e le gravi crisi economiche. Tuttavia, a partire dagli anni ’60 si è assistito anche in Italia al progressivo calo dei matrimoni, già avvertito in altri Paesi centro e nord europei in epoca precedente. La frequenza annua di eventi nuziali, che superava il valore di 8 per 1.000 abitanti nei primissimi anni ’60, si è mantenuta sopra al 7 per 1.000 fino al 1974, per poi scendere progressivamente sino a poco più del 5 per 1.000 nella prima metà degli anni ’80 e attestarsi su tale valore nel corso dell’ultimo decennio.

Tabella 1
Tabella 1

Di fatto, ciò ha significato registrare già nel 1985 circa 100 mila matrimoni in meno rispetto al 1970, una contrazione cui ha fatto seguito un periodo di apparente stabilità con qualche ulteriore modesto segnale di flessione negli anni più recenti. Anche se, va rilevato in proposito, come la relativa stabilità (o persino lieve ripresa) del numero annuo di matrimoni, osservata nell’ultimo decennio, sia da ascriversi più a un "effetto strutturale", in termini di accresciuta consistenza della popolazione matrimoniabile, che a un vero e proprio riassestamento nei comportamenti dopo la svolta degli anni ’70: l’entrata nel mercato matrimoniale delle generazioni formatesi all’epoca del baby-boom degli anni ’60 ha solo contribuito ad attenuare, ampliando il numero dei potenziali sposi, gli effetti di un diffuso calo della propensione al matrimonio.

Non a caso, il tasso di primonuzialità totale, ovvero il numero di matrimoni che si avrebbero nel corso della vita di 1.000 soggetti nell’ipotesi che dovesse persistere il comportamento nuziale manifestato in un dato anno, mostra una dinamica costantemente decrescente, con livelli nell’ordine di 590 per i maschi e di 620 per le femmine. Il che significa dover mettere in conto, ipotizzando l’invarianza delle condizioni attuali, la rinuncia definitiva al progetto matrimoniale da parte di poco più di un italiano su tre, là dove non più di vent’anni fa l’intensità di tale rinuncia si prospettava nella misura del 10% circa.

Oltre al calo del numero di matrimoni e del tasso di nuzialità, nella realtà attuale si osserva anche un significativo cambiamento dell’età degli sposi. Nell’arco di vent’anni l’età media al primo matrimonio si è infatti accresciuta di 2,2 anni per le femmine e di 2,7 per i maschi, raggiungendo circa i 27 anni per le prime e poco meno di 30 per i secondi. La riduzione dell’intensità e il rinvio temporale delle nozze, sempre più ricorrenti tra le generazioni più giovani, stanno definendo un nuovo modello matrimoniale, destinato a provocare uno slittamento in avanti di tutte le tappe del ciclo di vita familiare.

Un altro importante segnale dei cambiamenti in atto viene offerto dal crescente rilievo dei matrimoni civili che, dopo essersi mantenuti inferiori al 4% fino al 1970, sono aumentati senza interruzione negli anni successivi: erano già saliti al 12,7% del totale dei matrimoni nel 1981 e hanno ulteriormente raggiunto il 20% nel 1995, non senza risentire – soprattutto nei grandi poli metropolitani del centro-nord – gli effetti dell’accresciuta presenza di cittadini stranieri (Righi, 1997).

Tabella 2
Tabella 2

Sotto il profilo territoriale, i nuovi modelli di nuzialità seguono la stessa direzione in tutto il Paese ma, secondo alcuni studi, essi sarebbero il risultato di dinamiche diverse nei diversi contesti locali: ad esempio, l’aumento dell’età media al matrimonio al nord sarebbe da imputare alla secolarizzazione della società e all’adesione a un modello sociale di tipo urbano, mentre nel mezzogiorno ciò parrebbe collegato al cambiamento del ruolo femminile, alla crescita culturale delle donne e alla loro maggiore indipendenza economica (Castiglioni, Dalla Zuanna, 1996).

Malgrado l’apparente omologazione a modelli di comportamento diffusi altrove in Europa, la realtà italiana non manifesta quegli stessi connotati di disaffezione verso l’istituzione matrimoniale. Nelle indagini di opinione, e in particolare nell’ultima indagine sulla fecondità in Italia realizzata nel 1997, si rileva come il matrimonio non sia affatto considerato un’istituzione superata (De Sandre P. e altri, 1997). Anzi, il persistente attaccamento al ruolo del matrimonio incontra i maggiori consensi proprio tra le classi più giovani.

Anche dall’ultima indagine Irp (Istituto ricerche sulla popolazione) emerge che «a livello di preferenze personali di vita familiare e di coppia, la maggioranza degli italiani sceglie il matrimonio», una scelta la cui maggiore attrattiva «risiede nel fatto di essere il coronamento di un sogno d’amore che viene così istituzionalizzato e formalmente riconosciuto» (Irp, 1998). E se è vero che rispetto all’analoga indagine del 1991 una più alta quota di intervistati consiglierebbe di far precedere il matrimonio da un periodo di convivenza (13% nel 1991, 15% nel 1997), è anche vero che la stessa indagine rileva come tale scelta «stia guadagnando terreno, ma solo come prolungamento del periodo di corteggiamento e non come alternativa al matrimonio. Il progetto di convivere senza sposarsi era raro nel 1991 (2% degli intervistati di allora) e, benché più visibile, resta decisamente minoritario nel 1997 (8%)».

Tabella 3
Tabella 3

Questi dati, e altri provenienti da studi analoghi, mostrano che se oggi vi è una maggiore tolleranza e legittimazione di forme di convivenza alternative al matrimonio come espressione di autodeterminazione, la scelta di vita resta tuttora sempre quella istituzionale. E ciò vale anche per le generazioni più giovani, che tendono sempre più a posporre l’evento nuziale, ma continuano a vederlo come una tappa normale e importante nelle loro storie di vita.

In ogni caso, l’attaccamento all’istituzione matrimoniale non deve offuscare le dimensioni insieme processuali e negoziali del rapporto di coppia, le quali hanno subìto grandi trasformazioni e sono sottoposte a dinamiche diverse durante tutto il corso della vita a due. Il matrimonio sta probabilmente cambiando significato, non rappresenta più un rito di passaggio all’età adulta, ma la scelta di una vita familiare e di coppia.

Da sposi a genitori

D'altra parte, sempre più spesso, per conciliare le esigenze del lavoro e quelle della famiglia, la donna rimanda il momento del matrimonio e quello della nascita del primo figlio. La conquistata indipendenza economica riequilibra le disuguaglianze nella distribuzione del potere all’interno della coppia, a volte a spese di un inasprimento dei conflitti coniugali. E in tale contesto la rottura della coppia diventa un evento possibile, sempre meno deviante o eccezionale, lungo il ciclo di vita coniugale. Gli stessi rapporti che continuano nel tempo, anzi a maggior ragione questi, sono il portato di continui processi di riadattamento e di ridefinizione delle aspettative reciproche (Barbagli, Saraceno, 1997).

La caduta della natalità, attestata dal passaggio da più di un milione di nascite negli anni ’60 a circa la metà trent’anni dopo, così come il progressivo innalzamento dell’età media alla nascita del primogenito (salita di 3 anni tra il 1971 e il 1995) non sono solo la naturale conseguenza di un atteggiamento, il ritardato ingresso nella vita coniugale, che è in linea di massima riconducibile alla sfera delle scelte individuali. Esse vanno sempre più prospettandosi, nell’Italia di questo fine secolo, come effetto di decisioni maturate entro il rapporto di coppia; vera e propria spia di una nuova tendenza orientata a ridefinire i tempi "dell’essere genitori" nel corso della fase espansiva del ciclo di vita familiare.

Tabella 4
Tabella 4

Una fecondità indirizzata al rispetto delle tre regole auree: "meno figli", "più distanziati" e "più tardi", tradizionale cavallo di battaglia delle campagne di controllo demografico nel Terzo Mondo, sembra trovare più di un riscontro oggettivo nella realtà dell’Italia contemporanea. E in tal senso sia riguardo al calo della fecondità totale e al ritardo nell’avvio della vita riproduttiva, sia in tema di allungamento degli intervalli protogenesico (tra matrimonio e primogenito) e intergenesici (tra nascite di ordine successivo), la documentazione statistica fornisce ampie conferme.

Nell’arco di poco meno di un ventennio le percentuali di primogeniti entro un anno dal matrimonio e di secondogeniti entro due anni dal parto precedente risultano essersi pressoché dimezzate. Nel contempo, gli intervalli tra il matrimonio e la nascita del primogenito e tra quest’ultima e quella di un secondogenito si sono entrambi elevati mediamente di circa mezzo anno, mentre l’innalzamento è stato di circa un anno per il passaggio dalle nascite di secondo ordine a quelle di terzo.

Tale fenomeno non sembra tuttavia occasionale, né imputabile a condizionamenti di tipo congiunturale. Esso riflette una tendenza di fondo che trova puntuale riscontro nel comportamento riproduttivo delle coorti matrimoniali formatesi a partire dagli anni ’60, un comportamento che, in parallelo, premia sempre più il passaggio al primogenito (realizzato da oltre il 90% delle coorti più recenti), segnala qualche cedimento nel proseguire verso un secondo nato (dal 82% per la coorte matrimoniale del 1960 al 68% per quella del 1980), ed evidenzia un vero crollo nella propensione a spingersi oltre tale soglia.

Con queste premesse, è evidente che l’intensità, le modalità e i tempi del "mestiere di genitore" stanno rapidamente modificandosi e sembrano inevitabilmente destinati a proseguire lungo tale via. E se attualmente l’esperienza genitoriale si manifesta secondo tipologie familiari in cui prevale il modello del figlio unico entro i 30 anni, e in cui la presenza di un secondo figlio va affermandosi tra i 30-34 anni e si consolida tra i 35-44 (per poi ridimensionarsi tra le coppie cinquantenni), le prospettive per il futuro, stante il persistere delle tendenze in atto, sono di un contemporaneo spostamento dei modelli prevalenti verso parità più basse e verso età dei genitori mediamente più alte.

Tabella 5
Tabella 5

L’instabilità matrimoniale

La frequenza annua di separazioni e divorzi in Italia è ancora relativamente contenuta e non sembra tuttora in grado di minare la stabilità della famiglia italiana. Dal secondo dopoguerra fino al 1970 – anno di introduzione della normativa per la regolazione dei casi di scioglimento di matrimonio –, il numero annuo di separazioni legali si è mantenuto intorno alle 10 mila unità, mentre del tutto irrilevante è stato il numero degli annullamenti. Da allora in poi, dopo una prima impennata agli inizi del decennio – poi ripetutasi intorno alla fine degli anni ’80 per effetto di una modifica alla normativa nel 1987 –, il numero annuo di divorzi non ha comunque superato le 30 mila unità; contemporaneamente, la frequenza di separazioni concesse, pur in crescita, ha varcato la soglia dei 50 mila casi solo dalla metà degli anni ’90. Tradotti in termini relativi, questi dati rendono conto del rilievo minimo del fenomeno tanto sulla popolazione quanto sull’universo delle coppie italiane: il tasso grezzo di divorzialità è stato nel 1995 pari a 0,5 per 1.000 abitanti; il tasso di divorzialità totale (stima dell’incidenza del fenomeno nell’arco di tutta la vita matrimoniale) si è mantenuto nell’ordine di 8 casi per 100 matrimoni nel 1994.

Più elevati, ma comunque contenuti, gli analoghi indicatori calcolati sulle separazioni: 0,9 per 1.000 abitanti e 15,8 per 100 matrimoni. D’altra parte, un rapido confronto con altri Paesi europei, nonché con gli Stati Uniti, dove si stima che tra il 40% e il 50% dei matrimoni ogni anno finisca in divorzio, rafforza la sensazione che nel nostro Paese il matrimonio, indubbiamente assai più stabile che altrove, sia tutt’altro che un’istituzione in crisi.

Tuttavia, se da un punto di vista strettamente demografico, poco più di 50 mila separazioni annue rappresentano un fenomeno che, rapportato alla popolazione italiana, possiamo definire ad eventi rari, sta di fatto che ogni anno oltre 100 mila persone tra uomini e donne vivono un dramma di estrema complessità. Una realtà in cui per lo più rimangono coinvolti anche i figli, nonché, in molti casi, altri soggetti della rete familiare. Ciò accresce la dimensione numerica della popolazione interessata da un evento di per sé poco frequente, ma i cui effetti si propagano in modo moltiplicativo.

Tabella 6
Tabella 6

Inoltre, la serie storica del numero di separazioni e di divorzi segnala in entrambi i casi (anche se per i divorzi solo nel lungo periodo) l’esistenza di un trend crescente: ciò dimostra, se non un progressivo indebolimento della coppia italiana, certamente un sempre più disinvolto ricorso alla formalizzazione di situazioni di crisi coniugale. La combinazione di questi due fattori – coinvolgimento di più soggetti e dinamica crescente – genera un effetto di accumulazione del fenomeno "dissoluzione coniugale", per il quale il contingente di popolazione costituito da separati e divorziati, nonché quello dei congiunti coinvolti (principalmente figli), aumenta di anno in anno: al censimento del 1991 i separati legalmente ammontavano a 478 mila (0,8% del totale popolazione), i divorziati a 375 mila (0,7%), e le famiglie con a capo un solo genitore separato o divorziato erano 285 mila (1,4% sul totale delle famiglie), di cui 112 mila con più di un figlio. Si tratta di piccole cifre in termini relativi, ma difficilmente trascurabili in valore assoluto. Inoltre, il sottoinsieme di popolazione separata e divorziata è assai poco dinamico, nel senso che, essendo poco frequenti le nuove unioni e i matrimoni successivi a uno scioglimento, tale collettivo è di fatto "assorbente" e gli individui permangono a lungo nello stato di separato o divorziato, il che accentua la complessità dei modi di vivere la condizione familiare e parentale.

L’evoluzione del fenomeno delle dissoluzioni coniugali ha sempre avuto e continua ad avere valori differenziati tra nord e sud del Paese, con una tendenza che è comunque e ovunque di crescita; anche all’interno delle varie aree geografiche si osserva una notevole variabilità, con alcune città del nord dove i livelli di dissoluzione nuziale sono particolarmente elevati e prossimi a quelli di alcuni Paesi europei con una consolidata tradizione di divorzialità.

Dal punto di vista strutturale, l’età media alla separazione è gradatamente aumentata nel corso degli anni: era 38 anni per gli uomini e 34 per le donne nel 1980, ed è passata, rispettivamente, a 40 e 37 anni nel 1994. Viceversa, la durata media del matrimonio segnala una diminuzione (Menniti, Palomba, 1994).

Anche l’età e il numero dei figli avuti, elementi che condizionano fortemente la vita dei separati e sono rilevanti dal punto di vista demografico e sociale, segnalano una dinamica decrescente. I dati più recenti indicano che la discendenza media dei separati è più contenuta di quella delle coppie italiane coniugate ed è in lieve diminuzione; il numero di separati senza figli è in aumento, anche se l’alta percentuale di separati senza figli potrebbe essere messa in relazione con la minore durata della convivenza matrimoniale.

In ogni caso, il numero di figli coinvolti nella separazione dei genitori, sia minorenni che in totale, è in aumento poiché è cresciuto il numero di separazioni. Le coppie che si sono separate nel 1991 avevano avuto 51 mila figli e di questi quasi 35 mila erano minorenni; nel 1980 questi valori erano rispettivamente quasi 38 mila e meno di 30 mila. La quota di figli minori rispetto al totale dei figli avuti è però in diminuzione e aumenta leggermente la loro età media. Passando infine alle principali caratteristiche socio-demografiche delle coppie che hanno divorziato, osserviamo che l’età media al divorzio è in calo fino al 1988, mentre negli anni successivi aumenta di un anno per tutti e due i sessi. Il risultato è un ringiovanimento dei divorziati poiché dal 1980 al 1993 l’età media al divorzio passa dai 45 ai 43 anni per gli uomini e dai 42 ai 40 per le donne. La condizione professionale e l’istruzione dei divorziati, analogamente a quanto si può osservare per i separati, sembrano svolgere un ruolo assai specifico: le donne in condizione professionale raggiungono nel 1993 il 58%, mentre le casalinghe il 29%. Un’analoga progressione si ha in funzione del livello d’istruzione (Menniti, Palomba, 1994).

Tabella 7
Tabella 7

In Italia aver avuto figli influisce negativamente sulla richiesta di divorzio, più di quanto non avvenga per la separazione: se confrontiamo la quota di divorziati e separati senza figli otteniamo per i primi un valore sistematicamente inferiore. L’aumento del numero dei divorzi ha provocato comunque un incremento di figli coinvolti nel divorzio dei genitori. Nel 1980 i divorzi con figli sono stati più di 7 mila e quelli con minorenni circa 5 mila; secondo gli ultimi dati disponibili si è giunti a più di 16 mila e a 9 mila. Tra i figli dei divorziati la percentuale dei minori mostra un sensibile calo negli ultimi anni; l’età media dei figli minori si mantiene stabile nel tempo.

È interessante a questo punto notare la selezione che si opera con il divorzio, poiché il profilo socio-demografico dei divorziati appare differenziarsi da quello dei separati, soprattutto rispetto all’età della separazione, alla durata di convivenza matrimoniale e all’aver avuto figli. Queste variabili discriminano i separati che divorziano da quelli che invece non chiedono lo scioglimento del matrimonio, e rendono candidati più probabili al divorzio coloro che hanno un’età alla separazione più bassa, che hanno convissuto per un periodo più breve e che sono senza figli. L’istruzione è poco selettiva nel discriminare chi ha divorziato, mentre la condizione socio-professionale delle donne che divorziano mostra differenze che possono dipendere sia dalla situazione lavorativa al momento della separazione, sia dalle scelte e opportunità avute nel periodo inter-corso fra separazione e divorzio.

Il riflesso delle tendenze

In Italia nel 1997 si sono conteggiate in anagrafe 21,6 milioni di famiglie a fronte di 57,6 milioni di abitanti, con una persistente maggior velocità di crescita delle prime e il conseguente ulteriore calo della loro ampiezza media (scesa a 2,7 componenti).

Tale tendenza risulta comune a tutte le regioni italiane, anche se i valori relativi ai differenti livelli territoriali dipendono essenzialmente dai tempi con cui il calo delle nascite si è verificato e dall’intensità con cui si sono presentati due fenomeni, quello della nuclearizzazione e quello della vita da soli, largamente connessi ai nuovi modelli organizzativi e certamente influenzati dal processo di invecchiamento demografico in atto.

Tabella 8
Tabella 8

L’evoluzione della famiglia italiana si definisce ancor meglio esaminandone la distribuzione per tipologia, dalla quale emerge con chiarezza come la forte diminuzione delle famiglie numerose sia dovuta alla minor presenza di famiglie multiple o plurinucleari, ove si trovano a convivere due o più nuclei. La famiglia classica, quella formata dalla combinazione genitori-figli, mantiene tuttora la posizione predominante, seppure con un minor peso relativo rispetto al passato.

In tutti i Paesi occidentali il perdurare e il diffondersi di due fenomeni quali i differenziali di mortalità fra i due sessi e l’instabilità matrimoniale hanno portato all’aumento sia delle famiglie formate da un unico componente o da un solo genitore, sia delle così dette famiglie ricostituite.

Secondo i dati del censimento del 1991 le persone che in Italia vivevano sole erano 3.947.000, e se si osserva il dettaglio per grandi classi d’età emerge una bassissima presenza di giovani, il che indica inequivocabilmente come il fenomeno dei single risulti ancora molto limitato in corrispondenza della componente giovanile.

La famiglia unipersonale si caratterizza quindi per essere una famiglia di anziani e con una forte connotazione al femminile: gli ultrasessantaquattrenni sono nell’ordine del 54%, mentre le donne rappresentano il 66% del totale.

Analizzando i nuclei di genitori soli si osserva ancora una forte femminilizzazione del fenomeno e questo perché solitamente sono le donne che rimangono vedove a causa della loro maggiore sopravvivenza e sono quasi sempre loro che vivono con i figli dopo una separazione. Le principali caratteristiche socio-demografche dei genitori soli evidenziano la prevalenza di madri specialmente nel caso di anziane, vedove e casalinghe. L’ulteriore analisi di questi nuclei rileva come essi siano di dimensione abbastanza contenuta e abbiano all’interno solitamente un solo figlio. Le madri sole appaiono più deboli sotto il profilo dell’indipendenza economica e questo nonostante una elevata presenza di laureate e diplomate. Non a caso, la tradizionale divisione asimmetrica dei ruoli e dei compiti all’interno della coppia, dove la donna rimane a casa con i figli ad assolvere i compiti di cura mentre l’uomo ha il compito di sostenere economicamente la famiglia, mostra tutta la sua debolezza allorché ricorre l’interruzione dell’unione.

Tabella 9
Tabella 9

Le seconde nozze registrano in questi anni un aumento continuo e nel 1995 sono arrivate a rappresentare l’8,3% dei matrimoni. Fermo restando un generale aumento di nozze di divorziati, queste ultime prevalgono nelle regioni settentrionali, là dove in quelle meridionali permangono frequenti le nozze di vedovi. Inoltre, è da rilevare ovunque un più diffuso accesso alle seconde unioni da parte degli uomini che non delle donne. Anche se i secondi matrimoni sono sempre esistiti, oggigiorno essi presentano caratteristiche assai diverse rispetto al passato. Il passaggio dai secondi matrimoni di vedovi ai secondi matrimoni di divorziati ha grosse conseguenze sul mercato matrimoniale, sulla probabilità di formare una famiglia ricostituita e sulle relazioni familiari. Al contrario della vedovanza, ogni divorzio produce due divorziati e quindi due persone, spesso ancora relativamente giovani, esposte al rischio di seconde nozze. Nel complesso, le famiglie ricostituite vengono stimate a livello nazionale in 603 mila unità e rappresentano il 4,2% del totale. Sono maggiormente diffuse nel centro-nord e in particolare nell’Italia nord-occidentale, dove rappresentano il 4,9% delle famiglie. Il loro accentramento è più intenso in corrispondenza delle grandi aree metropolitane.

Il protrarsi della permanenza dei giovani all’interno del nucleo familiare d’origine è un fenomeno ormai radicato, che viene ampiamente confermato nella sua tendenza dalle diverse rilevazioni statistiche. Le generazioni più giovani incrementano il lasso di tempo che li separa da una vita indipendente. Fino ai 29 anni sono più di un terzo le ragazze e circa la metà i ragazzi che ancora vivono con i genitori.

Tabella 10
Tabella 10

Spesso non si tratta solo di mancanza di occupazione e di indipendenza economica, poiché l’82,7% dei giovani occupati vive ancora con la famiglia di origine. Segnali come il rinvio del matrimonio, la prudenza e il ritardo nelle scelte procreative possono essere interpretati anche in termini di un atteggiamento positivo verso il futuro e di un progetto di vita a media scadenza. Ciò che stupisce è come neppure la raggiunta indipendenza economica solleciti spinte all’autonomia dalla famiglia d’origine, e la conquista di un lavoro non si traduca nell’indipendenza abitativa. I giovani che lavorano scelgono di non interrompere la convivenza con i loro genitori, preferiscono il tenore di vita comodo e poco oneroso, piuttosto che conquistare altri spazi di libertà in un’abitazione indipendente. Il conseguente aumento delle spese comporterebbe una riduzione dei consumi, ai quali si attribuisce priorità.

La strategia di vita del giovane, soprattutto al nord, è ispirata al mantenimento di certi standard legati all’occupazione e al reddito, con il conseguente rinvio di scelte più rischiose e costose. Per i giovani meridionali, invece, pesa maggiormente il problema occupazione che, quando risolto, li fa indirizzare quasi automaticamente al matrimonio e alla costituzione di una famiglia. Lavorare e sposarsi sono dunque due tappe abbastanza ravvicinate nel tempo per un giovane del sud; mentre risultano assai più distanziate per uno del nord.

I legami fra politiche e tendenze in campo familiare e riproduttivo, così come la misura dell’impatto delle prime sulle seconde sono frequentemente oggetto di riflessione e ricerca fra gli studiosi di problemi della popolazione in tutta Europa. Non c’è dubbio che esistono relazioni causa-effetto, anche se di breve periodo, tra leggi e interventi sociali e comportamento individuale, ma di solito queste relazioni sono esaminate per così dire dall’esterno: dal punto di vista dell’economia generale del Paese o di criteri di giustizia sociale, di protezione sanitaria o di altri principi senza dubbio importanti, ma lontani dalla vita quotidiana. Viene in genere trascurata la percezione che gli individui hanno circa gli effetti delle politiche esistenti sulla loro vita, e quanto sia importante nelle loro decisioni (o intenzioni future) la presenza o assenza di un welfare system più sensibile ai problemi delle famiglie, delle coppie e delle donne.

Tabella 11
Tabella 11

Inoltre, le politiche di popolazione fanno generalmente appello alla razionalità economica degli individui (Festy, 1993) e considerano il loro comportamento come se tutto avvenisse in misura più o meno proporzionale al supporto economico offerto dallo Stato. Molte volte, invece, gli effetti vanno in direzioni impreviste e inattese, sia a causa di questa ottica strettamente razionale-economica con cui sono valutati, sia per effetto di un approccio politico ai problemi delle famiglie su cui incide pesantemente la necessità di aumentare il risparmio pubblico o l’esistenza di vincoli forti di bilancio.

I risultati di un’indagine Irp (Menniti, 1996) hanno indicato che gli italiani reputano carenti e inadeguate le politiche che lo Stato ha introdotto per aiutare le famiglie nel loro compito di cura e allevamento dei figli. Tuttavia, questi problemi hanno una bassa priorità confrontati ad altri temi di rilevanza sociale come l’assistenza sanitaria, il lavoro o le abitazioni. Quest’ultima considerazione non porta gli italiani a opporsi a misure di sostegno alle coppie con figli, che, anzi, raccolgono un consenso molto vasto. Seppur con livelli differenziati, gli italiani chiedono al Governo di attuare misure che rendano il compito di genitore compatibile con tutti gli impegni che la vita e la società di oggi impongono o che gli individui desiderano avere. Sia che si tratti di misure economiche o di welfare più generale o di razionalizzazione e riorganizzazione dell’esistente, la richiesta di appoggio è particolarmente forte.

Tabella 12
Tabella 12

In Italia la politica familiare è essenzialmente basata su aiuti economici (Donati, 1990), che rappresentano lo strumento più tradizionale. I risultati dell’indagine condotta dall’Irp indicano che occorrono uno sforzo aggiuntivo e un approccio più ampio e articolato, che incida in più ambiti. Vi è la richiesta di una politica sociale e familiare chiara, organica e coerente, che risponda ai desideri della popolazione italiana, ma che non implichi necessariamente un aumento della fecondità e/o della nuzialità. Deve trattarsi di una politica capace di favorire la creazione di un contesto (ambientale, sociale, economico, culturale, psicologico) in cui le scelte familiari si possano attuare con libertà. Eliminando alcuni ostacoli che contribuiscono alla diminuzione della fecondità e al rinvio della nuzialità, si aiutano gli italiani a realizzare i loro progetti orientati a una fecondità e a una nuzialità più elevate delle attuali.

Gian Carlo Blangiardo
   

BIBLIOGRAFIA

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