Periodici San Paolo - Home page

DOSSIER - NUOVA FILOSOFIA DI SOSTEGNO

I SERVIZI PER LA FAMIGLIA
     

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page

Il nucleo familiare, al suo esterno, non ha ottenuto il dovuto rilievo come soggetto da potenziare e valorizzare, mentre al suo interno, di volta in volta, è divenuto protagonista attraverso i suoi componenti, che hanno assicurato sostegno e aiuto ai più deboli. E mentre in passato i servizi erano dominati dalla filosofia della riduzione del danno, ora devono incentrarsi sulla solidarietà. Occorre, perciò, garantire alla famiglia una partecipazione e cogestione delle scelte sociali significative, perché diventi protagonista del proprio vissuto. Poiché sono ormai molti i modelli familiari, pur restando predominante quello tradizionale, servono interventi mirati, vagliati contestualmente alle trasformazioni culturali.

IL SETTORE PUBBLICO SI RINNOVA

GARANTIRE INTEGRAZIONE E SOSTEGNO

di Angelo Lippi e Beatrice Lippi

Nella tradizione la famiglia è connotata come soggetto finalizzato a produrre e dare servizi, come unità di servizi primari, nella normalità del suo essere (P. Di Nicola, 1997). Anche la normativa sottolinea indirettamente questo concetto, individuando nella famiglia un soggetto collettivo privilegiato fra le varie formazioni sociali e costitutivo-basilare nella formazione della società e del suo mantenimento in essere.

Il sistema dei servizi ha, con modalità strumentali e inefficaci, annoverato la famiglia fra le sedi di erogazione dei servizi, senza valutare che l’evoluzione della stessa famiglia (dal punto di vista antropologico, demografico, valoriale, etico) e il quadro del mutamento sociale e di cambiamento dei bisogni avrebbero reso necessario un costante impegno di valorizzazione e quindi di rafforzamento della famiglia stessa. Solo oggi si riparla di reti di protezione capaci di includere la famiglia e di sostenerla nello svolgimento delle sue normali funzioni derivanti da un mandato storico, legislativo e "istituzionale".

Anche in una paradossale situazione – da laboratorio –, con costanti equilibri antropo-culturali, nella famiglia si verificherebbero dei cambiamenti fisiologici e, conseguentemente, nuovi problemi dovuti all’evoluzione, ai passaggi di generazione e variazione di relazioni interne.

Si può avere sempre presente un potere affettivo derivante da vincoli, prima di scelta e poi di consanguineità, che non necessariamente esprime implicita capacità educativa (presenza di gravi devianze e disadattamenti), o capacità curativa (presenza di handicappati gravi, anziani non autosufficienti, malati terminali).

Il nucleo familiare in quanto tale ha avuto uno scarso rilievo come soggetto da potenziare e da valorizzare: è stato piuttosto al suo interno che di volta in volta sono divenuti oggetto di prestazione assistenziale i singoli componenti deboli, portatori di qualche carenza o "guasto", come se il benessere dei singoli componenti di per sé portasse al benessere del soggetto collettivo. Nel caso della famiglia, i componenti singoli possono costituire vincoli e carichi pesanti. La filosofia dei servizi, in passato, era quella della "riduzione del danno", riconducendo e mantenendo nella famiglia le responsabilità, compresa quella della sua stessa efficiente sopravvivenza.

Si è trattato in sostanza di un approccio negativo, basato fondamentalmente sulla domanda singola, pur avendo caricato le famiglie delle funzioni di un servizio, sia pure residuale, funzioni da supportare solo in presenza di una qualsivoglia debolezza. A questo va aggiunto da una parte il peso di un certo atteggiamento punitivo, assunto dai servizi verso gli assistiti e una connotazione negativa a carico di chi, non riuscendo a essere autosufficiente, era costretto a ricorrere alle prestazioni di un welfare incapace anche di definire l’esigibilità di alcuni diritti basilari (V. Ducci, 1995).

La famiglia "normale" non ha trovato un suo spazio spettante nelle norme, anche per l’assenza sia di una legge quadro sui servizi alla persona, sia di una legge quadro sulle politiche a favore delle famiglie, intese al plurale. Infatti, i cambiamenti di costume con forti ripercussioni in campo valoriale rendono oggi più complessa la definizione di famiglia, difficilmente riconducibile all’unico modello generalmente ammesso, quale quello dell’unione contrattualmente sancita dal matrimonio.

Sta di fatto che la famiglia basata su relazioni primarie, sulla solidarietà intergenerazionale, sulla capacità di esercitare cure e garantire funzioni educative ai propri membri e di mediare i loro rapporti con il mondo sociale, oggi non è quel soggetto collettivo che ha ispirato le scelte delle politiche sociali.

Infatti, quale spazio, quale mandato ha la famiglia per mediare? Quale forza le viene riconosciuta per "trattare" e per rappresentarsi all’interno del sistema sociale? Quale riconoscimento ha nel verificare l’esercizio quotidiano delle politiche sociali nei suoi confronti e nel proporre nuovi indirizzi strategici? In un contesto in cui i servizi per i singoli membri della famiglia si sviluppano in base al bisogno e all’evoluzione della cultura sociale, la famiglia si trova anche a essere "liberata" della sua peculiare funzione educativa. Conviene, dunque, oggi avere/essere famiglia? (G. Anfossi, 1996).

A partire dalla Costituzione, la famiglia dovrebbe essere regolata da attenzioni capaci di garantirne la "qualità", mentre si verifica lo scarso collegamento fra stili di vita – valori, maturità – e famiglie in cui si vive: pare che basti una famiglia purché sia, purché sia legittima, o tale da sembrarlo! (P.P. Donati, 1997). Se la logica del sistema dei servizi è quella di usare la funzione della famiglia in difesa delle lacune del welfare, allora anche l’unità di coabitazione può, se definita contrattualmente, rappresentare una famiglia che si esprime in impegni sia pure in assenza di affinità, consanguineità, e di altri caratteri attribuiti al nucleo familiare come capaci di garantire i diritti biologici attraverso i diritti relazionali.

Tacitare i disagi

Una certa tendenza a considerare il bene comune in subordine rispetto al bene individuale ha ispirato i servizi che hanno contribuito a sminuire il complesso simbolico della famiglia, che invece rappresenta l’ideale positivo, ispiratore delle politiche sociali.

La lettura della famiglia in situazione (reale o a rischio) di dissoluzione e il malessere di uno o più dei suoi componenti sono prevalenti nella filosofia dei servizi che, anche per questo, sono portatori di passività attraverso l’assistenzialismo. Dagli anni ’50 agli anni ’90 si è operata una "pubblicizzazione" dei bisogni della famiglia e una "privatizzazione" dei suoi valori, attraverso l’attuazione di politiche indirette, sui singoli bisogni, politiche non legate alla famiglia che perciò non vi si è riconosciuta. Gli aiuti dati si possono leggere come finalizzati a prestare sostegno, senza chiedere un impegno vincolante, dati non per incentivare un legame sociale, ma per tacitare un singolo disagio (P.P. Donati, 1997, tabella 1).

L’Irpet (Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana) ha elaborato uno studio sull’evoluzione della famiglia in Toscana e, fra l’altro, ha rilevato alcuni nodi di carattere generale nel sistema dei servizi: la crisi di raccordo e di intesa fra settore sociale e sanitario; la scarsa integrazione e scarsa documentabilità della spesa e delle prestazioni che si presentano fortemente disomogenee nelle varie zone di una stessa regione; l’ente locale non è il regista della globalità, ma paga segmenti di prestazioni che si uniscono per sommatoria; il volontariato e l’area del non profit in generale si presentano con ruoli fortemente disomogenei e non è rilevabile la quantità e qualità della spesa da loro sostenuta per i servizi in generale e per la famiglia in particolare.

L’analisi condotta dall’Irpet documenta, ancora una volta, come dai servizi sia offerto un "prodotto di banco" preconfezionato, e in assenza di un percorso pilotato, non tanto all’interno dei servizi (qui la presa in carico realizzata dal Servizio sociale professionale potrebbe tranquillizzare), quanto nel complesso del percorso assistenziale nel sistema integrato pubblico/privato/volontariato/terzo sistema.

Assistenzialismo e promozione

Il circolo vizioso costituito da bisogno-offerta di banco assistenziale-passivizzazione-permanenza nello stato di bisogno si dovrebbe trasformare in circolo virtuoso con il recupero e lo sviluppo delle potenzialità, capaci di rimuovere le carenze che hanno portato alla domanda di assistenza. In sostanza, stiamo vivendo nella logica che porta la sussidiarietà dell’ente pubblico a essere sostitutiva dell’autonomia e frenante rispetto all’autodeterminazione della persona.

Inoltre, possiamo osservare che i conflitti ideologici sulle caratteristiche della famiglia (talvolta ritenuta inutile, sostituibile dallo Stato o da altre forme organizzative) hanno impedito la promulgazione di una legge quadro in materia, favorendo il proliferare di leggi regionali che suppliscono, anche molto fantasiosamente, ma che certamente non possono affrontare temi quali le politiche fiscali (oggi non è chiaro se convenga parlare di reddito comune familiare o se sia molto più fruttuoso operare separazioni), di politiche previdenziali (assegni e sostegni familiari, integrazioni per la maternità), di rapporti di lavoro (astensione, flessibilità, orari per le madri). Le regioni stanno forse giocando un ruolo più di anticipazione che di surrogato di uno stato assente e in questo ruolo possono realizzare sperimentazioni flessibili, adeguate ai bisogni e forse esemplari per una legge nazionale.

Lo schema proposto nella tabella 2/a/b e rappresenta un quadro indicativo della varietà e della qualità delle scelte regionali: vi si trovano situazioni in cui il lavoro di cura rischia di essere semplicemente mercificato (con delega prevalente alla donna, ma anche al terzo settore) o altre situazioni in cui si agisce incentivando l’autonomia della famiglia (con sconti, detrazioni, accessi gratuiti, tassi agevolati) o altre ancora, in cui si attua la logica dell’espansione delle funzioni e della diffusione delle competenze, collocando la famiglia fra gli interlocutori per la costruzione e la gestione delle politiche sociali.

L’evolversi di alcuni servizi, come gli asili nido e i consultori, ha portato gli stessi a essere autoreferenziali, più tesi a soddisfare i loro bisogni che a tener conto dei bisogni per i quali erano stati voluti. Si capisce così come il bisogno sia interpretato ed eterodefinito in modo da poter essere affrontato con prodotti di banco e si capisce perché la famiglia non ha trovato momenti di ascolto istituzionalizzati in cui poter rappresentare le rivendicazioni dei propri diritti, compreso quello, in drammatiche circostanze, di essere messa o mantenuta in condizioni tali da assistere un proprio congiunto in gravi condizioni (C. Zezzo, 1996).

Talvolta la famiglia unita, capace di solidarietà e di cure, si trova sola, se non addirittura punita, per aver problemi o per la semplice numerosità della prole. La logica sin qui seguita ha portato a definire in Italia le politiche famigliari come particolarmente deboli per quanto riguarda il riconoscimento della soggettività della famiglia stessa, rispetto ad altre nazioni dell’Unione europea (tabella 3).

I servizi del futuro

Non basta certamente rovesciare le osservazioni e gli schemi riassuntivi presentati per avere un quadro ideale di quali potrebbero e quindi dovrebbero essere i servizi per la famiglia. Non basta un "indice" di interventi politicamente corretti, perché occorre che questi siano fondati su una specifica filosofia della solidarietà, che non nasca da scelte egoistiche camuffate, derivanti di fatto dalla crisi del welfare state e travestite di riscoperti valori che avevamo tenuto in serbo sotto la cenere. Il ritorno alla solidarietà, al senso del dovere, all’integrazione familiare ha un significato e un futuro, se nasce dal vissuto, se fa parte dell’essere e non se inventato, perché si ritiene utile e irrinunciabile (Lippi, 1997).

Sono infatti falliti altri obiettivi del welfare quali lo sviluppo progressivo del Pil, la piena occupazione, un buon sistema fiscale, l’equilibrio fra generazioni, un equo sistema contributivo (Di Nicola, 1997). Rimane ancora la famiglia e la si riscopre come vincolo e come risorsa.

La crisi dello Stato sociale, che peraltro non è fallito in toto (vedasi la riduzione della mortalità infantile, l’aumento della vita media, il miglioramento di qualità della stessa), oggi porta a rivedere e recuperare alcuni valori portanti che caratterizzano la famiglia e dai quali discendono le scelte di politica sociale che dovrebbero portare all’organizzazione di precisi servizi.

È necessario, dunque, vigilare affinché questa divenga protagonista anche e soprattutto nella scelte positive e non "colpevole" e responsabile nella gestione del disagio dei propri componenti deboli. Perciò alla famiglia occorre garantire partecipazione e cogestione delle scelte sociali significative, superando anche il rigetto che la forte aziendalizzazione, praticata panacea per tutti i mali, attua contro le predette scelte o più spesso ne strumentalizza le poche espressioni presenti.

La famiglia è capace di "curare", se ogni suo membro può restituire quello che effettivamente ha ricevuto e ha imparato (C. Zezzo, 1996), e ogni azione di cura è permeata da una relazione che qualifica la "prestazione" ponendola al di sopra della qualità interna ad ogni analoga prestazione erogata dal sistema dei servizi. Le politiche sociali svolte (a livello nazionale e in larga parte anche a livello regionale) a favore della famiglia erano improntate alla logica della risposta a domanda e della sommatoria di prestazioni per riparare i guasti. Oggetto-soggetto degli interventi era il rafforzamento dei singoli componenti, nella logica che il benessere individuale costituisse lo star bene del collettivo famiglia, senza preoccuparsi della relazione affettiva che invece è il collante del gruppo stesso.

Perciò oggi si parla di necessità di agire in modo che i servizi aumentino il potere della famiglia, che le politiche sociali e i servizi che ne derivano, trasformino la stessa da oggetto di cura a soggetto di scelta e di gestione. La famiglia è un partner nello Stato sociale (Saraceno, 1995), nel quale è soggetto portante, subisce le conseguenze delle scelte di questo ed è logico pensare che sia messa in grado anche di condizionarle, attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza (Melani, 1997).

Nella relazione dell’Irpet, già citata per l’originalità e la profondità del contributo dato, si sottolinea che la famiglia ha diritto di cittadinanza, perché soggetto collettivo (e non bene privato), portatore di doveri e diritti propri, nonché luogo di solidarietà attiva (nel senso di voluta, scelta, interiorizzata). In quest’ottica la famiglia è valorizzata come soggetto che svolge una funzione sociale (e non punita e condannata ad assumere in sé, sic et simpliciter, le responsabilità per assistere i propri componenti in difficoltà), in integrazione con le altre formazioni e agenti del territorio.

Il riconoscimento della cittadinanza della famiglia dà diritti aggiuntivi ai singoli componenti e non costituisce lesione ai diritti individuali. Si riconosce che la famiglia in quanto tale gode di diritti e doveri propri, perché è una realtà solidaristica, a responsabilità sociale, e in questo supera il risultato derivante dalla somma dei diritti-doveri dei singoli membri. La famiglia anche nelle sue forme associative e organizzative può apportare reazioni sinergiche in un quadro di cittadinanza riconosciuta, legata all’affidabilità di certe funzioni svolte che la relazione familiare garantisce e per le quali occorre praticare una valutazione di giustizia.

Ma trasversalmente al nostro ragionamento è sempre presente una domanda: la relazione non familiare anche se contrattuale offre la medesima affidabilità e dà le stesse garanzie? E il patto di solidarietà fra coppie etero o omosessuali?

Il quadro nazionale del sistema dei servizi fra le varie caratteristiche negative si qualifica per la presenza di varie leggi di settore (droga, handicap, volontariato, terzo settore, ecc.) e per la cronica assenza di una legge quadro nel settore dell’assistenza.

Proposte di legge

Caritas Italiana, Fondazione Zancan: proposta di legge quadro sul sistema dei servizi alle persone, 1996.

Regione Veneto: proposta di legge n. 1, di iniziativa dei consiglieri Miotto, Adami, Tesserin e altri: "Linee di indirizzo e interventi a sostegno della famiglia", 1996.

Testo unificato della "Legge quadro di riforma delle politiche di protezione sociale", prima bozza, relatrice l’onorevole Signorino, 1997.

    Attese nazionali

Questo ha favorito, come già sottolineato, il proliferare di iniziative regionali e locali che hanno il pregio dell’originalità e della creatività, ma che colorano l’Italia di macchie non sempre brillanti e leggibili. Certamente non proponiamo un rigido modello "prestazionalistico", che fotografi i desiderata e ne imponga la funzione di prototipi. Ma occorre senz’altro che nella logica di una famiglia-risorsa, sede di relazioni e di cure, momento di educazione e solidarietà, esempio di scambio intergenerazionale, le politiche sociali favoriscano la crescita della funzione progettuale e gestionale della famiglia e la considerino interlocutore essenziale nello sviluppo delle politiche stesse. Al contrario si può individuare, anche una casistica che, pedissequamente seguita, sia capace di individuare le risposte ai bisogni via via emergenti, con la conseguenza di creare passività, dipendenza, omologazione, appiattimento.

È chiaro quindi che la definizione di una norma produca conseguenze nell’una e nell’altra direzione; risulta che le scelte fondamentali hanno a monte l’inquadramento, il riconoscimento del modello di famiglia che si intende valorizzare o avvilire. La Commissione europea per le politiche familiari (Com. 89/363 dell’8/ 8/’89) identifica per i governi interessati le seguenti priorità: ridistribuzione delle risorse; nuova politica fiscale dello Stato da applicare al reddito familiare (anche secondo le istanze presentate dalle regioni), inteso come somma dei redditi familiari divisi per il numero dei componenti, come base per la scelta delle famiglie da aiutare e di quelle a cui chiedere di contribuire (si pensi a quanto, nell’attuale situazione, sia sfavorito il monoreddito); assicurazione di garanzia per le necessarie opportunità, quali istruzione, formazione, politiche del lavoro e della casa (si pensi alla necessità di attenzione al ritardo che oggi si verifica per l’accesso al lavoro, o ai periodi di interruzione quali il lavoro femminile dopo i 40 anni); garanzia di sostegno e di integrazione alle famiglie per lo svolgimento delle funzioni proprie (si pensi ai rigidi e inefficaci orari dei servizi e alle possibilità di adeguarli incentivando la presenza di studenti o tirocinanti).

All’interno dei tre principi enunciati vi sono fondamentali tematiche che orientano il passaggio da Stato assistenziale a Stato di opportunità, da welfare state a welfare community. Pier Paolo Donati (1997) afferma che i quattro grandi attori della società nazionale sono lo Stato, il mercato, il terzo settore, e la famiglia con le sue reti informali e le sue forme associative. L’autore propugna il riconoscimento della cittadinanza alla famiglia e l’esigenza di "concertare" con questa le politiche familiari che, di conseguenza, possono essere definite come un insieme di politiche che "fanno" sviluppare le famiglie e le loro capacità e autonomie nella gestione delle relazioni interfamiliari. Perciò occorre "pensare" e decidere di realizzare una scuola, una casa, un reddito per la famiglia e dei servizi che aumentino la reciprocità fra generazioni, in senso ascendente e discendente e fra Stato e famiglie.

Dal livello nazionale dobbiamo quindi attenderci le scelte portanti che operino interventi sistemici (sui sistemi fiscali, previdenziali, assicurativi, sulle politiche della casa, istruzione, formazione, lavoro) e interventi sociali attraverso servizi personali, solidaristici, dei mondi vitali, orientati alle comunità locali (Donati, 1997).

Spazi locali

Occorre che si realizzi una riaggregazione delle politiche "prestazionali", razionalizzandole e coordinandole, nell’ottica del welfare community (ci riferiamo alle leggi citate sulle tossicodipendenze, sugli handicappati, sui malati mentali).

Emerge forte il bisogno di sviluppare forme di partecipazione familiare, anche attraverso lo sviluppo dell’associazionismo e della rappresentanza delle famiglie ai vari livelli: locale, regionale, nazionale, per consentire il partnerato della famiglia con gli altri sistemi e agenzie che "contano" nel sistema sociale e nel sistema dei servizi. La logica della sussidiarietà del "grande" verso il "piccolo" vede lo Stato e le sue istituzioni decentrate come sostegno all’autonomia delle famiglie, per le quali divengono uno strumento (e non vale il contrario!).

L’esperienza di questi anni ha fatto sviluppare moltissime iniziative nate da leggi regionali che hanno voluto, almeno nelle intenzioni, promuovere la funzione delle famiglie (e delle sue associazioni e organizzazioni che le rappresentano) nella formazione e nella realizzazione dei servizi delle comunità locali, dove meglio si esprimono le reti formali e informali di solidarietà. Anche nelle politiche regionali e locali occorre mantenere vivi alcuni caratteri di fondo quali, ad esempio, creare "l’interesse" a voler essere famiglia; garantire i supporti per la "tenuta" della famiglia; applicare "trasversalmente", da parte delle agenzie educative e promozionali del territorio, l’impegno all’educazione alla solidarietà e ai sacrifici che questa comporta, alla maturazione della capacità di reciprocità come dovere (cui corrisponde un diritto) anche nel "contratto" familiare; superare la logica della separatezza, dell’autonomia, dell’"edonismo" come personale diritto che elimina il dovere della reciproca disponibilità; "accreditare" il fatto che la qualità della vita dipende (coincide?) dalla qualità delle relazioni, dal piacere delle relazioni; rispettare il principio che le politiche condotte sul ciclo familiare devono essere leganti e non slegate rispetto alle generazioni, e vissute in un progetto di continuità e identificazione.

Oggi per domani

L'evoluzione culturale degli ultimi anni ha portato a legiferare con risultati ambigui; da un lato viene propugnata la promozione della famiglia, dall’altro si "mercifica" il lavoro domestico, o si attribuiscono funzioni improprie (sostitutive) al terzo settore, o si sostengono con forme assistenziali solo certi momenti della famiglia (un figlio handicappato, un anziano non autosufficiente).

Strumentalmente la famiglia è stata oggetto e sede di erogazione di servizi a prescindere dai cambiamenti che il mutamento sociale ha prodotto in relazione alla diversificazione e all’aumento progressivo dei bisogni. È necessario, per questo, fare un’operazione mentale, nel tentativo di valorizzarla e rafforzarla, un tentativo che la proponga istituzione sociale e non soltanto nei suoi riferimenti storici, legislativi o affettivi.

I cambiamenti fisiologici, i passaggi generazionali, le "evoluzioni" sociali e di costume variano e varieranno inevitabilmente i meccanismi interni e anche la propositività esterna della famiglia stessa, dipendentemente dalle variazioni valoriali. Lo spreco di energie avuto sinora è chiaramente dovuto alla mancanza di interazione tra l’entità evolutiva famiglia e il ruolo standard preconfezionato e statico attribuitole dalla società e dal sistema dei servizi, che hanno considerato soltanto e, di volta in volta, i suoi singoli componenti deboli o carenti piuttosto che il soggetto collettivo famiglia.

Recuperare i valori

Sono molte le difficoltà di definizione del concetto di famiglia e di famiglia in quanto istituzione sociale, in quanto gruppo organizzato di soggetti a rilevanza strategica per la strutturazione di una società, che svolge funzioni socialmente significative (procreazione, reciproca assistenza, trasmissione del patrimonio culturale e valoriale) e che ha necessità d’essere riconosciuto dalla società ma anche legittimato da sostegni ideologici, economici, politici.

Proprio in virtù del fatto che la famiglia è difficilmente rappresentabile in un modello universale e duraturo, in quanto varia nelle forme, nello spazio e nel tempo, necessita di attenzioni vagliate contestualmente, alla luce delle trasformazioni dei suoi modelli di vita e in base ai vari contesti storici, culturali, sociali, affettivi.

Dal secondo dopoguerra a oggi si è assistito a un mutamento rapido e progressivo dei modelli e delle dimensioni di essa: dalla famiglia estesa alla famiglia nuclueare (single, famiglie monogenitoriali), a quella ricostruita, aperta, allargata. Spesso esistono problemi di identificazione familiare e le relazioni economiche o affettive vanno ben al di là dei confini anagrafici; il disagio classificatorio arriva poi a coincidere con quello dell’approccio psicologico e sociale.

La lenta e difficile lettura e/o elaborazione culturale di questi nuovi modelli di relazioni familiari permette soltanto e incentiva piuttosto la cultura di servizi assistenzialistici, volti a considerare il bene individuale piuttosto che quello comune. La mancanza poi di leggi quadro in merito è sufficientemente eloquente di uno Stato conflittuale ideologico sulle caratteristiche della famiglia e della "incomprensione" delle istituzioni circa i suoi diritti. Si potrebbe dire che la crisi del welfare cade ad hoc per facilitare il tentativo e riproporre la necessità di recuperare i valori di questa istituzione sociale e le scelte di politica sociale da fare. La famiglia, in quanto interlocutore necessario ed essenziale delle politiche sociali, dev’essere soggetto dei progetti e delle norme nel passaggio da Stato assistenziale (welfare state) a Stato di opportunità (welfare community), per garantire sostegno e integrazione.

Angelo Lippi, Beatrice Lippi

   

BIBLIOGRAFIA

  • Anfossi G., Una via preferenziale per la famiglia, dal "Corriere della Valle d’Aosta", 21/11/’96.
  • AA.VV., Famiglie in mutamento: forme di convivenza e corsi di vita in Toscana, 1971-1991, Ed. Franco Angeli, Milano 1997.
  • AA.VV., Politiche per la famiglia. Nuovi modelli familiari e politiche sociali in Europa, "Quaderni di animazione", Ed.
  • Gruppo Abele, Torino 1995.
  • Di Nicola P., Analisi e intervento di rete: il caso della famiglia, da "La ricerca sociale", n. 45, 1991.
  • Ducci V., Servizio sociale e servizi sociali, tra crisi e riforme, Ed. EISS, Roma 1995.
  • Donati P.P., Prandini R., La legislazione sociale per la famiglia, Ed. Barghigiani, Bologna 1995.
  • Donati P.P., Matteini M., Quale politica sociale per quale famiglia in Europa. Ripartire dalle comunità locali, Ed. Franco Angeli, Milano 1991.
  • Donati P.P. (a cura di), "Rapporti Cisf sulla famiglia in Italia", Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (5 Rapporti relativi agli anni 1989-1997).
  • Fondazione Zancan, materiale inedito di documentazione del seminario su "Il sostegno alle famiglie con gravi carichi assistenziali", coordinato a Monte Porzio Catone (Roma), nel 1996, da Costanza Costa Zezzo. Contributi di Costanza Costa Zezzo, Pietro Benciolini, Francesca Succu.
  • Pre-atti del Seminario di studi organizzato dal Consiglio e dalla Giunta regionale toscani, il 15-16-17 maggio 1997 a Firenze sul tema: "Il diritto di cittadinanza nel nuovo stato sociale: Quali politiche per la famiglia".
   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page