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MASS MEDIA & FAMIGLIA - L’AMORE NELLA CANZONE ITALIANA

«Mi sono innamorato di te»

di Stefano Bianchi
(giornalista e critico musicale)
   

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 1999 - Home Page Dagli anni Sessanta ai Novanta l’evoluzione dei contenuti canori si adegua a quella dei tempi sociali. Fino all’insofferenza verso fragili storie amorose delle cantanti nostrane.

Avevano colori squillanti quei manifesti degli anni ’60. Il cinema, allora, giocava col kitsch sentimentale. Il poster del film Angeli senza Paradiso raffigurava Al Bano seduto al pianoforte, travolto dalla musica come Chopin, con Romina Power a osservarlo adorante. E c’erano ancora loro due sopra al titolo, Il suo nome è Donna Rosa. Sul manifesto di Chimera, invece, Gianni Morandi cingeva fra le braccia Laura Efrikian, mentre una Caterina Caselli in abiti ottocenteschi implorava Perdono da un’altra locandina. Li chiamavano "musicarelli" e riempivano le sale cinematografiche: tutti ad applaudire i beniamini beat e yé-yé che abitavano intrecci d’amore, che sembravano bigini dei romanzi di Liala.

Le canzoni erano furbesche sottolineature di baci a fior di labbra, musi imbronciati, rapidi litigi e altrettanto rapide riappacificazioni. Negli anni ’60 la principale preoccupazione dei parolieri sembra quella di dipingere a tinte pastello i testi delle canzoni, descrivendo la famiglia come un’inespugnabile oasi di tranquillità che esclude a priori il conflitto generazionale. Il rapporto di coppia, poi, deve identificarsi nella prima cotta, nella prima delusione amorosa comunque superabile, di certo in un idillio destinato a durare un’intera vita. Del resto, la musica leggera non fa che specchiarsi nell’Italia del boom economico, delle automobili che stracariche di bagagli raggiungono vacanzieri sapori di sale e di mare, degli elettrodomestici che lavano, tritano e impastano, neanche fossero fantascientifici robot. Mentre Gianni Pettenati canta: «Finché vedrai sventolar bandiera gialla / Tu saprai che qui si balla», sbancano la classifica dei 45 giri la Zanzara dei "musicarelli" Rita Pavone e l’acerba Gigliola Cinquetti di Non ho l’età. Quelle che riempiono i juke-box italiani e fanno sognare a occhi aperti sono canzoni leggere come bolle di sapone e appassionanti come fotoromanzi adolescenziali.

Ma agli anni ’60 del disimpegno si contrappone, orgogliosa e còlta, la cellula impazzita della canzone d’autore di Gino Paoli, Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi e Umberto Bindi, artisti che si ispirano agli chansonniers d’oltralpe, Brel e Brassens, e che approcciano il rapporto a due in maniera anti-convenzionale, tormentata, tagliente, vissuta in prima persona. Luigi Tenco, ad esempio, con Mi sono innamorato di te manda all’aria, dal primo all’ultimo, i luoghi comuni dell’imperante realtà canzonettistico-romanzesca: «Mi sono innamorato di te / Perché non avevo niente da fare, / Il giorno volevo qualcuno da incontrare, / La notte volevo qualcosa da sognare...». Gino Paoli, dal canto suo, inanella nella canzone Sassi versi poetici di rara potenza: «Sassi, / Che il mare ha consumato, / Sono le mie parole / D’amore per te. / Io non ti ho saputo amare...»; e addirittura in Ieri ho incontrato mia madre pone in evidenza il tema dell’amor filiale cantando di una mamma possessiva che non vuole perdere il figlio innamorato.

Sergio Endrigo, nel brano Basta così, si domanda: «Perché il baciamano di un cretino per te / È tanto tanto più importante di me? Perché tu sei, sei sempre / La più grande di tutti e a me manca sempre una lira per fare un milione?», mentre l’Arrivederci di Umberto Bindi è venato d’una malinconia crepuscolare: «Arrivederci. / Dammi la mano e sorridi, / Senza piangere. / Arrivederci. / Per una volta ancora / È bello fingere. / Abbiamo sfidato l’amore quasi per gioco, / Ed ora fingiam di lasciarci soltanto per poco».

Gli anni ’70 snocciolano invece la canzone impegnata, distante dalla canzonetta e diversa rispetto alla canzone militante di protesta che aveva caratterizzato il Sessantotto. I cantautori, che approcciano l’universo sentimentale in questo decennio denso di tensioni sociali e politiche, perseguono differenti obiettivi: si va ad esempio dal furore amoroso di Riccardo Cocciante in Bella senz’anima («E adesso spogliati / Come sai fare tu...») alla delicatezza narrativa di Buonanotte, fiorellino («Buonanotte tra il telefono e il cielo...») e di Rimmel, composizioni portate al successo da Francesco De Gregori, fino agli stupori adolescenziali del Claudio Baglioni di Questo piccolo grande amore («Quella sua maglietta fina / Stretta al punto che / Immaginavo tutto / E quell’aria da bambina / Che non gliel’ho detto mai / Ma io ci andavo matto...»). Baglioni, in seguito, affronterà due precise tematiche: la nascita del figlio Giovanni, al quale augurerà nel brano Avrai un futuro colmo d’amore e di speranza («Avrai avrai avrai / Il tuo tempo per andar lontano / Camminerai dimenticando / Ti fermerai sognando...»), e la lacerazione della coppia fino all’inevitabile separazione in Fammi andar via («Liberami / Da questa prigionia / Fammi andar via / Risparmiami / Un’altra litania / Non serve a niente / Dire che mi ami / Ma tanto chi ci sente / Se per noi / Si parleranno d’ora in poi / I legami»).

Il connubio Mogol-Battisti, va sottolineato, ha avuto l’indubbio merito di produrre tutto un microcosmo di innamoramenti, tradimenti, addii, smarrimenti e delusioni, riversandolo in canzoni come Non è Francesca (l’estremo tentativo di rifiutare il trauma dell’abbandono), Fiori rosa fiori di pesco (l’illusione che si possa ricominciare da zero, come se il tempo non fosse passato), Il mio canto libero («Nasce il sentimento, / Nasce in mezzo al pianto, / E s’innalza altissimo, / E va») e Mi ritorni in mente (il tema del ricordo di un amore). A tutto ciò va aggiunto il sostanziale apporto femminile alla canzone italiana. Dapprima timido, poi sempre più consapevole e autonomo: pensiamo ad esempio a Mina e a Ornella Vanoni, che negli anni ’60 avevano rispettivamente reinterpretato Il cielo in una stanza di Gino Paoli e Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco, fornendo alle canzoni un inedito punto di vista estraneo al maschilismo dell’epoca. Donne che negli anni ’80 e ’90 non hanno paura di manifestare insofferenza verso storie d’amore che opprimono, come Fiorella Mannoia in Caffè nero bollente («Io non ho bisogno di te / Perché io non ho bisogno delle tue mani / Mi basto sola»); donne le quali, come Laura Pausini in Solitudine, cantano l’amore osteggiato dai genitori («Chissà se tu mi penserai / Se con i tuoi non parli mai / Se ti nascondi come me / Sfuggi gli sguardi e te ne stai / Rinchiuso in camera e non vuoi mangiare...»); donne che ribaltano l’oggetto del desiderio come Gianna Nannini in Maschi: «I Maschi disegnati sui metrò / Confondono le linee di Mirò / Nelle vetrine dietro ai bistrots / Ogni carezza nella notte è quasi amor».

Va detto infine del rock italiano, che con qualche ingenuità ma con indubbia sincerità si mette a sventolare la bandiera dei sussulti giovanili, "scekerando" quegli ingredienti (come la trasgressione e il bisogno di libertà) che negli anni ’60 dei grandi raduni concertistici (Woodstock, Monterey, Isola di Wight) ne avevano decretato universalmente la fortuna. Eugenio Finardi, nel 1978, utilizza la sua canzone Musica ribelle per inveire contro «le strofe languide di tutti quei cantanti / Con le loro facce da bambini e con i loro cuori infranti», mentre Vasco Rossi negli anni ’80 incoraggia ad eccedere nella Vita spericolata, dando voce allo smarrimento delle generazioni uscite dagli anni Settanta: «Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte così / Voglio una vita che se ne frega, che se ne frega di tutto, sì / Voglio una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai...», canta Vasco nel tentativo di sfuggire alle ferree leggi del sistema. Ligabue, invece, spinge con Salviamoci la pelle il conflitto generazionale nel cuore della sfera familiare: «Lei ha la foto di sua madre, / Un giorno o l’altro la guarderà / Che così non vuole diventare, / Che così, giura, mai non sarà. / Lui la foto di suo padre l’ha dentro, / Impressa a fuoco nell’anima, / Impressa ad alcol, botte e insulti: / Andiamo via, andiamo, dài, andiamo, va», e la sua tesi conclusiva la racchiude nel ritornello: «Salviamoci la pelle / Che, bella o brutta, è quella lì...».

Altrove, la conflittualità esplode in una presunta non-religiosità nel nome di un Dio brutalmente invocato: «Metteteci Dio / Sul banco degli imputati / E giudicate anche lui... come noi» (Vasco Rossi, Portatemi Dio); «Padre nostro / Non ci indurre in tentazione / Paga la cauzione» (Üstmamo’, Filikudi); Zucchero Fornaciari sarcasticamente intona: «Solo una sana e consapevole libidine / Salva il giovane dallo stress / E dall’azione cattolica!». «Sono solo canzonette», cantava Edoardo Bennato. «È dalle esperienze di vita vissuta che nascono le canzoni emotivamente più intense», affermava Zucchero. Insomma, la canzone italiana ha costantemente sottolineato lo spirito e l’evolversi dei tempi.

Stefano Bianchi
   

BIBLIOGRAFIA

Baldazzi G., La canzone italiana del Novecento, Newton Compton Editori, Roma 1989.

Accademia degli Scrausi, Versi Rock - La lingua della canzone italiana negli anni ’80 e ’90, Rizzoli, Milano 1996.

Salvatore G., Mogol-Battisti: L’alchimia del verso cantato - Arte e linguaggio della canzone moderna, Castelvecchi, Roma 1998.

Castaldo G., Il dizionario della canzone italiana, Armando Curcio Editore, 1990.

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