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I CONSUMI FAMILIARI

Evoluzione del costo dei figli

di Carlo Filippucci, Ignazio Drudi, Antonio Zacchia Rondinini
(rispettivamente ordinario di Statistica Economica e ricercatore confermato, Università degli Studi di Bologna; dottore in Scienze Statistiche ed Economiche)

Famiglia Oggi n. 2 febbraio - Home Page Famiglie con e senza bambini, paniere della spesa, area geografica di appartenenza, età. Sono alcune delle variabili utilizzate. Il figlio adolescente rappresenta la maggiore incidenza sulle uscite.

Nella valutazione dei costi si misurano, oltre agli esborsi aggiuntivi, anche la diminuzione del benessere economico sostenuto dalla coppia per soddisfare i bisogni del nuovo nato. Tenendo conto delle diverse tipologie familiari.

La valutazione del costo di un figlio, al di là della sua apparente semplicità, si configura come un problema particolarmente complesso. Infatti, la considerazione più naturale che porterebbe a identificare il costo dell’incremento di spesa che un nucleo familiare registra in seguito alla presenza di un figlio appare particolarmente ingenuo e, nella sostanza, non praticabile per una pluralità di motivazioni. Tale incremento è la risultante di un processo complessivo di aggiustamento delle abitudini familiari di spesa in seguito alla presenza di un figlio. Alcune voci della spesa familiare subiscono un ridimensionamento, altre si dilateranno, altre ancora saranno affrontate per la prima volta.
Distinguere quali tra questi mutamenti di spesa possano essere attribuiti direttamente alla presenza di figli è impresa impossibile non solo per carenza di informazioni dettagliate, ma anche per una non chiara attribuzione del consumo ai singoli comportamenti.
La presenza di economie di scala familiare, la probabile variazione che subiscono le curve di utilità dei genitori, il trade-off che si crea tra le esigenze degli adulti e quelle dei figli rendono pressoché inutile il tentativo di distinguere le cause del cambiamento del profilo di spesa. In questo senso la determinazione del costo richiede una qualche semplificazione riduzionistica del problema che rende operativa la misurazione.

Prima di affrontare questo passaggio preliminare è doveroso premettere una considerazione circa il punto di vista adottato in questo studio. La valutazione del solo costo economico rappresenta, ovviamente, soltanto un aspetto del complesso meccanismo che si instaura nel nucleo familiare a seguito della presenza di un figlio. Si pensi ad esempio alla diminuzione di tempo libero che comporta l’arrivo di un figlio, al cambiamento delle abitudini quotidiane (che in parte si ripercuotono anche sui consumi) che trovano una contropartita nel grado di soddisfazione e di realizzazione che derivano dall’avere e dal crescere un figlio. Questo insieme di questioni esula dagli obiettivi del nostro lavoro, tuttavia sarebbe errato trarre da questa premessa la conclusione che qui ci si limiti unicamente alla considerazione del puro esborso finanziario aggiuntivo sostenuto dalla famiglia, infatti la strategia adottata si fonda sulla relazione che esiste tra una misura puramente economica, come il cambiamento della spesa totale che interviene nelle famiglie prima e dopo l’avvento di un figlio, ad una misura invece più complessa, relativa al cambiamento nel livello di benessere economico complessivo della famiglia a seguito di questo evento.
Numerose analisi sono state compiute in questo ambito in passato, individuando una forma possibile di misura indiretta della variazione di benessere nella cosiddetta "Scala di equivalenza". Essa si fonda sostanzialmente su una semplificazione del modello di comportamento di spesa delle famiglie, che conduce, in sintesi, ad affermare che il costo di un figlio si può calcolare come rapporto tra la spesa reale sostenuta da una coppia con figli e la spesa teorica che una coppia con figli dovrebbe sostenere per mantenere inalterato il proprio livello di benessere iniziale, cioè quello che si manifestava prima di avere un figlio.
Si ottiene così una misura non tanto dell’aumento reale della spesa che le famiglie si trovano a dover compiere per mantenere il componente aggiuntivo che, come si vedrà, è abbastanza limitato soprattutto dal fatto che le famiglie non dispongono di nuove entrate a fronte del nuovo arrivo, quanto invece del sacrificio che le coppie compiono in termini di compressione dei propri consumi a favore del figlio. In altri termini, i costi che vengono stimati secondo quest’impostazione non sono i reali esborsi aggiuntivi sostenuti dalla famiglia, ma sono la somma di tali esborsi e della diminuzione dei consumi degli altri componenti, presumibilmente "dirottati" verso la soddisfazione dei bisogni del figlio. Naturalmente questo porta ad una valutazione del costo che può risultare, almeno a prima vista, discordante con la percezione comune e con il bilancio familiare reale, nel senso che una riduzione dei consumi individuali può non essere percepita come un "sacrificio".

In questo senso, estrapolare una relazione tra i risultati qui ottenuti e il fenomeno della denatalità italiana esula dal campo di ricerca e si configura come un’operazione estranea ai compiti dello statistico, il quale si limita a quantificare la portata degli eventi e gli strumenti per la loro comprensione. Le considerazioni svolte pertanto a identificare una misura del costo dei figli nel differenziale di benessere economico della famiglia indotto dall’arrivo o dalla presenza di un figlio. Come conseguenza dovremmo considerare il tenore di vita dello stesso nucleo familiare con e senza un figlio. Ciò, naturalmente, non è possibile e forse potremmo accontentarci di un’approssimazione che prevede l’osservazione del comportamento "prima e dopo" la nascita di un figlio.
Ma anche quest’approssimazione è impraticabile nel nostro caso. Innanzitutto perché non disponiamo delle informazioni necessarie. Infatti nel nostro Paese l’indagine sui consumi delle famiglie non prevede alcuna forma di ripetizione temporale dell’osservazione. In secondo luogo, anche potendo disporre di questa informazione, si potrebbe al più pervenire alla stima del costo dei neonati, infatti il passaggio di stato delle famiglie avviene ad un certo istante temporale (quando nasce il figlio), ma il confronto delle abitudini di spesa attuali di un nucleo con un figlio adolescente andrebbe condotto rispetto al profilo di spesa dello stesso nucleo circa 15 anni prima. Questa operazione introduce elementi di eterogeneità e arbitrarietà tali da inficiare la correttezza della comparazione.
In sintesi, l’unica approssimazione accettabile risulta essere quella che paragona una famiglia con figli nello stesso intervallo temporale. Questo risolve il problema dell’eterogeneità temporale dei comportamenti di spesa, ma ovviamente introduce un’eterogeneità tra nuclei familiari.
Il modello adottato nella nostra ricerca presenta una soluzione innovativa sotto questo aspetto: l’eterogeneità tra nuclei con e senza figli viene infatti controllata attraverso la modellizzazione della scelta di avere un figlio. La strategia è già stata proposta per l’analisi di altri fenomeni, ma, a quanto risulta, la sua applicazione alla valutazione del costo dei figli non ha precedenti in letteratura.

Eterogeneità dei nuclei

Coerentemente con la logica accennata, il modello utilizzato per la valutazione della scala di equivalenza tiene conto di due passaggi fondamentali nella dinamica familiare: il momento della scelta di avere un figlio e le ripercussioni che questa scelta ha sulla diversa struttura dei consumi per le due tipologie familiari (con e senza figli). Innanzitutto, è necessario individuare un indicatore del livello di benessere per poter effettuare il confronto: dal lavoro di Engel (1895), e nella maggior parte degli studi compiuti successivamente 1 , l’indicatore viene ipotizzato essere la quota per alimentari sul totale della spesa compiuta dalla famiglia.
Oggi, l’ipotesi che una famiglia abbia come unica spesa fondamentale l’acquisto del cibo non è più attuale. Per cui, si è esteso il paniere anche alle altre spese comprese nel bilancio familiare che manifestassero un’elasticità inferiore all’unità (che significa una sostanziale "incomprimibilità" della spesa): tra queste, si sono incluse nell’indicatore quelle per energia elettrica e per tabacco.
Il momento della scelta è stato rappresentato attraverso una procedura di stima della diversa probabilità di avere figli in base alle diverse caratteristiche della famiglia: la ripartizione geografica di residenza (Nord, Centro e Sud-isole), il livello di reddito, il sesso, l’età, la condizione professionale e il livello di istruzione del capofamiglia e, infine, la dimensione dell’abitazione. Attribuiremo così alle diverse tipologie familiari una probabilità di avere o meno figli. In questo modo si è ottenuta una probabilità che, in base a queste caratteristiche, circa nel 75% dei casi riesce a individuare le famiglie che potenzialmente comprendono un figlio. L’alta percentuale di casi correttamente attribuiti ci dimostrano che il comportamento delle famiglie in questo ambito è realmente differenziato rispetto a questi criteri.
In altri termini, la probabilità di avere un figlio, stimata dal modello, è anche una misura dell’eterogeneità dei collettivi e quindi può essere usata anche come variabile indipendente nella spiegazione del comportamento di spesa, con il compito di depurare il confronto dalla eterogeneità dei due gruppi considerati.
Il secondo passaggio riguarda invece il modo in cui questa scelta si ripercuote sul comportamento di spesa delle famiglie con e senza figli. Le caratteristiche comprese nel passaggio precedente, che in realtà sono anche le stesse variabili che influiscono sulla diversificazione del comportamento di spesa della famiglia sono state reintrodotte anche in questa seconda fase. Si è quindi cercato di spiegare come il livello di benessere (quota di spesa per il paniere sopra indicato) sia condizionato in modo diverso da queste variabili, stimando due equazioni separate di forma Working-Leser (Leser, 1963) per le due tipologie.

A questo punto si deve individuare un’unica misura che rappresenti la comparazione tra i comportamenti delle due categorie: la scala di equivalenza da noi formulata infatti ha lo scopo di apportare al valore unitario aggiustamenti proporzionali alle differenze manifestate dalle famiglie con e senza figli rispetto alle caratteristiche incluse nel modello. Ad esempio, l’influenza del livello di reddito sulla quota di spesa del nostro paniere per le famiglie con figli è sicuramente più elevata in valore assoluto rispetto a quelle senza figli. A parità di tutte le condizioni, la famiglia con figli ha una spesa per il paniere, e quindi una quota, sicuramente più elevata dell’altra categoria. Per cui, una variazione di reddito contribuisce in maniera più decisa ad un diverso comportamento di spesa.
È proprio di questa differenziazione che si è cercato di tenere conto. Inoltre, ponendo all’interno della formula della scala di equivalenza le caratteristiche medie manifestate dalle diverse tipologie familiari, si può ottenere una misura differenziata rispetto a quel criterio. La differenziazione tra il livello di benessere delle famiglie può essere colto innanzitutto da due fattori: il primo è l’indicatore che abbiamo utilizzato, che però assume una maggiore rilevanza se valutato congiuntamente al livello di spesa totale della famiglia. Infatti, la quota per il paniere rappresenta una voce del bilancio che assume sempre una minore importanza (in media). (fig. 1)
Laddove però questa riduzione è netta per le coppie senza figli su tutto l’arco temporale considerato, l’andamento per le famiglie con figli si differenzia negli ultimi anni.

La quota riprende a crescere dal 1992, manifestando così un aumento del disagio di queste famiglie, le quali sono costrette a sacrificare a queste spese (primarie, nel caso degli alimentari) una parte sempre più considerevole delle loro entrate e a comprimere le rimanenti.

I risultati ottenuti

A questo disagio si aggiunge la crisi dei consumi nel loro complesso, che dal 1991 si fa sentire in modo sempre più rilevante fino al 1993, per poi assestarsi nell’ultimo anno considerato.(fig. 2)


Passiamo ora in rassegna i risultati ottenuti con il modello finora descritto. La prima elaborazione eseguita riguarda una cosiddetta scala di equivalenza "generale", nella quale si considerano tutte le famiglie coinvolte nell’analisi. Le famiglie sono circa 8.000 per ogni anno e non rientrano nel campione dell’anno successivo se non casualmente. L’analisi compiuta non coglie esplicitamente aspetti di cambiamento temporale, bensì solo aspetti sezionali. I risultati ottenuti non sono perciò direttamente comparabili tra loro, anche se il loro andamento può comunque essere esplicativo di molti dei cambiamenti avvenuti in questo ambito anche per questa dimensione.

Nelle figure abbiamo riportato la parte complementare ad uno della scala di equivalenza. Ad esempio, per le famiglie con un figlio in età 0-6 nell’anno 1994 si è ottenuto un valore pari a 1,30; ciò significa che per mantenere lo stesso livello di benessere di una coppia senza figli, una famiglia così composta dovrebbe poter espandere la propria spesa totale del 30%. Il risultato ora riportato ribadisce ulteriormente la natura teorica di questa misura: in realtà il passaggio dallo stato di famiglia senza figli a famiglia con figli non consente un’espansione così elevata della spesa totale, sostanzialmente perché il reddito prima e dopo rimane lo stesso. La spesa totale media riportata in fig. 2 infatti evidenze come questo passaggio, nel 1994, comporti un incremento del solo l’1,7% circa. Paragonando questi due risultati, questo significa che le coppie compiono un sacrificio non indifferente in termini di compressione e di cambiamento dei propri consumi all’arrivo del nuovo componente familiare.

In fig. 3 sono riportate le scale di equivalenza generali. Per l’intero intervallo si sono considerate quattro tipologie di famiglie con figli, rispettivamente tenendo conto del numero dei figli (uno/due) e della loro età (0-6 anni/ 7-14 anni) così come fornito dall’Indagine sui Bilanci di famiglia Istat. Il periodo considerato mostra un andamento che richiama da vicino quello esposto per la quota di spesa per il paniere e per la spesa totale. Infatti è possibile suddividere l’intervallo in due parti: la prima, che inizia nel 1985 e si conclude nel 1989, caratterizzata da un decremento nella scala di equivalenza e la parte rimanente, nella quale la scala di equivalenza riprende a crescere.
Nel primo periodo infatti il decremento della scala di equivalenza è di circa il 17% annuo, mentre e, dopo uno stallo negli anni 1989-90, la crescita si presenta per circa il 21% medio annuo. In questo secondo momento, nel rafforzamento della fase crescente è presente anche un picco relativo al 1992, in cui l’apporto aggiuntivo per il figlio raggiunge addirittura il 44%.
Come per tutti i fenomeni economici (anche se ribadiamo che il soggetto trattato non è puramente economico), i cambiamenti non sono quasi mai indolori: la famiglia, come soggetto inserito in un contesto generale, non può essere insensibile ai cambiamenti che la circondano. Per questo una reazione emotiva al cambiamento della situazione economica non è improbabile, per di più se anticipata da un dato in lieve ripresa come quello del passaggio dal 1990 al 1991 (aumento della scala del 63%). A fronte di una crisi è possibile che le famiglie con figli abbiano subito una perdita iniziale di benessere molto consistente oltre la quale si riassestano, almeno in parte, sui valori precedenti allo shock (1,30 circa). In generale appare fuorviante parlare di figli nel loro complesso, in quanto l’incremento della spesa totale necessario per mantenere invariato il livello di benessere presenta una netta differenziazione quando si considera l’età dei figli. Il costo per un figlio misurato attraverso la scala di equivalenza mostra infatti un valore mediamente più alto del 12% per ragazzi in età 6-14 rispetto a quello rilevato per un bambino. Questo divario è lievemente più ridotto negli anni dove la scala è più bassa. Analogamente, prendendo in considerazione la suddivisione dei figli per numero, si riscontra una modesta "economia di scala".

Il secondo figlio

E persino superfluo dire che una parte dei beni durevoli acquisiti per il primo figlio sono in parte utilizzabili per il secondo arrivato, così come per una parte dei consumi quotidiani non sono esattamente proporzionali al numero dei figli. Comunque, questo margine è abbastanza ridotto: il passaggio da uno a due figli comporta, mediamente su tutto l’intervallo 1985-1994, una contrazione della scala di equivalenza del solo 19% circa della spesa totale per mantenere invariato il livello di benessere della coppia. Ad esempio, nel 1993, l’arrivo del primo figlio comporterebbe un aumento percentuale del 24%, mentre per la nascita del secondo l’aumento passerebbe al 43%. Rispetto al 48% atteso, l’economia di scala è del 15% circa.

Questa decurtazione si fa più consistente nel passaggio da bambini a ragazzi. I risultati conseguiti con la differenziazione ci hanno suggerito di continuare l’analisi anche in questa direzione, includendovi pure i ragazzi in età superiore ai 14 anni e una ulteriore categoria di genitori, quella dei singole con figli (fig. 4).
Per quest’ultima tipologia di genitore, sicuramente monoreddito, non ci ha sbalordito la quantità di reddito che le sarebbe necessaria per mantenere inalterato il proprio livello di benessere.
Per tutte le fasce di età dei figli ipotizzabili, come completamente a carico e con attività limitate al di fuori dell’abitazione (età 0-20), il valore della scala di equivalenza raggiunge valori superiori a due. Ciò significa che dovrebbe avere un reddito che gli permetta di raddoppiare i consumi. Questo importo rimane comunque elevato, ma con valore pari a 1,84, per un figlio con più di 20 anni.
Per riportare questo indice ad una misura in lire italiane dell’importo corrispondente alla percentuale di spesa aggiuntiva, ipotizziamo di avere una coppia senza figli che spenda mensilmente, nel suo complesso, un importo pari a 3.100.000 circa. La stessa famiglia, con un figlio in età 15-20, dovrebbe quindi disporre di una cifra pari all’84% di quella spesa totale: l’importo aggiuntivo per mantenere inalterato il proprio livello di benessere è quindi pari a 2.640.000 circa (40 punti percentuali oltre l’incremento osservato per le famiglie con ragazzi). Quando i figli hanno più di venti anni l’incremento, sempre molto alto, si riduce al 75%. Se poi i figli sono due, il tenore di vita può essere mantenuto solo se la famiglia è in grado di raddoppiare la propria spesa. La differenza tra le due classi di famiglie (15-20 e oltre 20) in questo caso è a sfavore delle famiglie con figli più vecchi per i quali arriva al 119% contro il 106% - pari a 3.360.000 - (due figli fra 15 e 20 anni).

Famiglie a rischio

D’ora in avanti parte dell’informazione contenuta nello studio compiuto per le tipologie familiari, comprendenti due figli e un figlio in età 7-14, dovrà essere abbandonata, per ragioni di spazio. Riportiamo comunque, nel commento delle diverse classi di famiglie, anche cenni riguardanti queste tipologie. Per ulteriori approfondimenti rimandiamo al nostro lavoro (ndr vedi attentamente note e bibliografia).
L’incremento che occorre sostenere per i figli è sensibile al livello di spesa totale delle famiglie (fig. 5). In sintesi vanno evidenziati due aspetti: i figli incidono maggiormente sul tenore di vita delle famiglie più povere e progressivamente meno su quelle più ricche. Tali differenze tendono ad amplificarsi considerevolmente negli anni Novanta.

Le famiglie che hanno livelli di spesa totale più bassi nel 1993 devono sostenere incrementi del 18% per un bambino e del 30% per un ragazzo. La differenza media nell’incremento di spesa per queste famiglie rispetto a quelle più ricche è di circa 10 punti percentuali in più sia nel caso di un bambino che di un ragazzo, e aumenta di pochissimo nel caso di due bambini e due ragazzi. Le differenze appena indicate sono quelle che risultano confrontando le famiglie più povere con quelle più ricche, se il confronto viene fatto con le famiglie appartenenti alle classi di reddito intermedie le differenze sono molto minori. Se si guarda all’evoluzione temporale, gli aspetti più rilevanti sono sicuramente la difformità che si osserva tra gli anni Ottanta e Novanta e la considerevole variabilità temporale.
Rispetto al primo si nota che mentre negli anni Ottanta le famiglie più povere dovrebbero sostenere maggiori incrementi di spesa nell’ordine dell’8% per i bambini e del 4% per i ragazzi, negli anni Novanta le differenze passano all’11%, per i bambini, e quadruplica quella relativa ai ragazzi. Un fattore di differenziazione particolarmente importante è costituito dall’età del capofamiglia.

Negli anni Ottanta le famiglie con capofamiglia in età più giovane (20 e 25 anni per le famiglie con bambini e 26-30 per quelle con ragazzi) dovevano sostenere una spesa incrementale, rispetto ad una coppia della stessa età ma senza figli, del 56% nel caso di un bambino e del 64% in quello di un ragazzo. Negli anni Novanta si riduce il costo e la distanza tra famiglie con bambini e ragazzi: si passa infatti a 52% e 50% rispettivamente.
Con l’aumentare dell’età del capofamiglia è generalizzato osservare che l’incremento di costo che una famiglia deve sostenere per mantenere un figlio (bambino o ragazzo) si riduce e la riduzione assume proporzioni molto consistenti (fig. 6).
Negli anni Ottanta, la differenza media fra le famiglie più giovani e quelle più vecchie (46-50 anni) arriva al 50%, se si esclude il 1989, per i bambini e arriva al 40% nel caso di un ragazzo. Tuttavia il rilievo dell’età perde importanza nel corso degli anni in particolare negli anni Novanta e, pur se mantiene un discreto rilievo nel caso di bambini, diventa quasi inesistente e addirittura si inverte a sfavore delle coppie più anziane nel caso di uno e di due ragazzi. È importante per questo carattere sottolineare che nel caso di un bambino una coppia di giovani (20-25 e 26-30) si è trovata ad affrontare per tutto il decennio incrementi di spesa e quindi sacrifici eccezionali, la scala di equivalenza arriva a 1,75 nel 1985 e nel 1994 è ancora 1,68. La stessa situazione la si ha nel caso di coppie con un ragazzo, anche se in questo caso le classi di età fortemente penalizzate sono ovviamente slittate in avanti (26-30 e 31-35). Questi dati, pur nella loro aridità di misure economiche, sono perfino troppo chiari a proposito delle ragioni della caduta delle nascite nel nostro Paese.

Si tratta di una situazione complessa che forse avrebbe richiesto interventi già vari anni or sono. Oggi si dovrebbe intervenire sia per aiutare le coppie più giovani sia quelle più vecchie (46-50 anni). Infatti, si dovrebbe favorire particolarmente i più giovani per aiutare una ripresa della natalità, ma al tempo stesso non si può dimenticare che le coppie in età centrali sono quelle che pagano più duramente degli altri la scelta di avere avuto figli, sia perché hanno sostenuto alti costi quando erano giovani, sia perché la presenza dei figli gli impedisce oggi, in una situazione economica peggiorata, di contrarre ulteriormente le spese.

Qualche difficoltà di interpretazione suscita lo studio delle differenze territoriali (fig. 7). Va premesso che l’analisi a questo livello andrebbe condotta per regione, in quanto le ripartizioni geografiche costituiscono raggruppamenti più eterogenei. Tentando una sintesi dei nostri risultati si può dire che per le famiglie con bambini appare evidente che i costi aggiuntivi che si devono sostenere sono nell’arco di tempo considerato generalmente più alti al Nord, diminuiscono un po’ al Centro e subiscono un’ulteriore diminuzione al Sud d’Italia. La differenza appare evidente fino al 1992, quando sono le famiglie del Centro e del Sud rispettivamente che presentano i costi maggiori, successivamente si riproduce lo stato delle cose osservato in precedenza, anche se il divario tra le ripartizioni rimane molto contenuto.

Differenze territoriali

La differenza media tra gli incrementi di costo che si devono sostenere al Nord e Sud, relativamente a tutto il periodo, è nell’ordine dell’11%, per le famiglie con un bambino. Si è osservata tuttavia una notevole variabilità tanto che ci sono punte rispettivamente del 20% e del 25%. Anche in questo caso emergono due periodi ben distinti: gli anni Ottanta e gli anni Novanta, nel secondo periodo si assiste ad una contrazione sensibile della differenza fra Nord e Sud: da 13 punti, negli anni Ottanta, a 9 punti negli anni Novanta per un bambino, mentre con due bambini la distanza tra Nord e Sud passa da 15 a 10 punti. Ancora una volta si può constatare come sia differente l’impatto di un bambino da quello di un ragazzo. Inoltre è utile sottolineare che mentre i bambini, come era lecito attendersi, incidono meno sul profilo delle spese familiari al Sud, per i ragazzi le differenze geografiche si riducono e si invertono.

L’informazione sulle differenziazioni geografiche può essere integrata se si introduce il fattore "dimensione del comune di residenza delle famiglie" (fig. 8).Per questo fattore, si è mantenuta la classificazione Istat tra centri con più e meno di 50.000 abitanti. Il risultato sembra dirci che non sussistono più differenze sostanziali in Italia tra le città e i comuni più piccoli. Infatti il costo per un figlio è leggermente più elevato nelle città. La tendenza generale è quella già vista, ma occorre sottolineare due ulteriori aspetti: vivere in un piccolo centro sembra avere ripercussioni maggiori sul costo di un bambino che su quello di un ragazzo; l’inversione dell’espansione dei consumi che avviene a cavallo del 1989-1990 produce la massima differenziazione di tutto il decennio, almeno per quanto riguarda soprattutto le famiglie con bambini.
Questa ci pare un’indicazione della maggiore difficoltà che le famiglie incontrano a ridurre le spese nei centri maggiori, che quindi appare come un fattore sfavorevole per il mantenimento del tenore di vita.

Cifre eloquenti

Riassumiamo ora, per concludere, alcuni dei risultati finora elencati per trarre alcune considerazioni finali. Pur se in qualche modo le misure calcolate nel nostro lavoro possono essere influenzate dalle scelte fatte e dai dati utilizzati, il quadro d’insieme che emerge è tale da lasciare pochi dubbi riguardo al rilievo con cui i figli incidono sul tenore di vita delle famiglie e sulla necessità di introdurre dei correttivi che consentano di riequilibrare una situazione che crea forti differenze sostanziali fra livelli di reddito familiare apparentemente uguali. I nostri risultati mostrano che gli interventi potrebbero e dovrebbero essere mirati verso alcuni settori particolari delle famiglie.
Nel 1994 una famiglia senza figli con una spesa media mensile di 3.100.000, che volesse mantenere il suo tenore di vita con un bambino, dovrebbe poter disporre di 940.000 in più al mese, se poi si trattasse di un ragazzo di età superiore ai sei anni il fabbisogno aggiuntivo salirebbe a 1.375.000, ben oltre un terzo della spesa iniziale, e la situazione peggiora ancora con l’aumentare dell’età dei figli fino a richiedere un fabbisogno aggiuntivo superiore alla spesa totale di una famiglia senza figli se questi diventano due ragazzi con più di 14 anni. Se poi viene a mancare uno dei genitori, la situazione appare incidere ancora di più sul tenore di vita. I redditi più alti sembrerebbero risentire meno della presenza di figli, ma ciò che assume un rilievo molto importante è l’età del capofamiglia.
Per tutta la seconda metà degli anni Ottanta le famiglie più giovani sono state fortemente penalizzate con livelli di fabbisogno aggiuntivo che hanno superato del 60% e anche del 70% la spesa di una famiglia senza figli. Nel corso degli anni Novanta, le disparità secondo l’età sono diminuite attestandosi ad un livello medio che rimane considerevole. Questi aspetti non valutati tempestivamente hanno certamente contribuito alla grave caduta della natalità in Italia.

Nell’introdurre questo lavoro ci si era preoccupati di sottolineare che una misura strettamente economica del costo dei figli poteva apparire a molti un’operazione riduttiva e di limitata portata euristica, e soprattutto non si pensava certo di collegare la decisione di avere figli con il loro costo economico. Alla luce delle evidenze emerse da questo studio, dobbiamo, tuttavia, ammettere che ci risulta molto difficile continuare a pensare che anche la decisione di avere o meno figli non sia diventato necessariamente un problema di scelta economica.

Bibliografia

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  • De Santis G., Righi A., Il costo dei figli nei bilanci delle famiglie italiane, Atti del Convegno internazionale "Il costo dei figli", Bologna, 27-28 settembre 1996.

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  • Leser C.E.V., Forms of Engel Function, Econometrica, 1963, vol. 55, pp. 694-703.

  • Tassinari G. Viviani A., I consumi delle famiglie italiane: un’analisi mediante sistemi funzioni di Engel, Rapporto di ricerca n. 10, Dipartimento di scienze statistiche "Paolo Fortunati", Università degli studi di Bologna 1992.

Note

1 Per una rassegna, rimandiamo al nostro lavoro: Filippucci, Drudi, Zacchia Rondinini, Il costo dei figlí, presentato al convegno di Bologna (27-28 settembre 1996). (torna all'articolo)

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