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DALL'ATTESA ALL'ACCOGLIENZA

Il "Prezzo" Dell'adozione

di Donata Nova Micucci e Mario Tortello
(rispettivamente presidente dell’Associazione nazionale famiglie adottive ed esperto in Pedagogia giuridica)

Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1997 - Home Page Ogni creatura ha diritto di essere desiderata, amata, accompagnata verso l’autonomia. Senza differenza fra figli biologici e adottivi. Anche perché adottare un bambino non è mai un’"ultima spiaggia".

«Ogni essere umano, appena entrato in possesso della vita, esige, da chi lo ha chiamato all’esistenza e dalla società di cui diventa parte, tutto ciò di cui la sua particolare dignità di essere umano ha bisogno. Egli non ha chiesto di venire al mondo: ma, una volta che esiste, fino a che non avrà raggiunto l’esercizio responsabile delle sue capacità, ha diritto alla promozione, al graduale sviluppo delle sue potenzialità, alla tutela dei suoi valori»1. Così Giacomo Perico e Francesco Santanera - nel lontano 1968, appena introdotta nell’ordinamento giuridico italiano la "rivoluzione copernicana" della legge sull’adozione speciale - sottolineavano la centralità dell’accoglienza di un minore privo di un ambiente familiare idoneo e stabile per la sua crescita.
I costi dell’accoglienza ai quali siamo chiamati a prestare attenzione sono eminentemente quelli pagati dal bambino in difficoltà, quando -nell’impossibilità di vivere in un ambiente familiare che consenta il suo armonico sviluppo - viene fatalmente lesa una sua qualche capacità d’espressione2.

«Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia», recita il primo comma dell’art. 1 della Legge 4 maggio 1983, n. 184, che ha per titolo "Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori". Prima ancora di parlare di adozione, i costi dell’accoglienza riguardano i genitori biologici e il bambino, ma anche la comunità che è chiamata a dare ín prímis una risposta a sostegno della vita nella famiglia d’origine.
Molto si è insistito sui danni individuali e sociali (e sui costi differiti sul piano umano e collettivo) di una idonea accoglienza di un minore "solo", da parte della comunità e delle sue istituzioni. Oltre ai gravi guasti sul piano individuale, occorre mettere in evidenza anche i danni sociali che possono derivare da un ricovero in istituto assistenziale, individuabili fra l’altro in una deresponsabilizzazione dei parenti e della collettività sociale. Il bisogno assistenziale sorge all’interno di una comunità e da questa va preso in carico; l’allontanamento delle persone più deboli in strutture assistenziali contribuisce ad allentare le capacità di accoglienza e a distruggere ogni atteggiamento di solidarietà.

Visti dalla parte dei diritti dei più deboli, tra i costi dell’adozione vanno messi in conto anche quelli che derivano da una mancata promozione della "cultura dell’accoglienza" da parte della società e delle istituzioni. La fecondità di una persona o di una coppia non è sinonimo di concepimento; si identifica soprattutto con l’espressione dell’accoglienza, dell’amore, del servizio alla vita. Un’accoglienza che si può strutturare poi, nella realtà storica, nel tempo, nella persona, nella singola coppia, in maniera diversa: la procreazione biologica, l’adozione, l’affidamento familiare, il sostegno all’altro in difficoltà... Il modo con cui una vita ha avuto origine diventa un problema secondario. È l’amore per la vita che va considerato essenziale. L’essere genitori non coincide col mettere al mondo un figlio; è l’affetto, non il sangue, che rende genitori in pienezza.
Decidere di diventare genitori di un figlio che non si è procreato è scelta che - come qualunque altra - ha come presupposto la libertà e come componente il rischio; ed è un atto assunto come fondamento della responsabilità individuale e di coppia.

Tra i costi dell’accoglienza di un figlio adottivo vengono richiamati, di norma, la necessità di "rielaborazione del lutto" conseguente alle difficoltà procreative da parte della coppia aspirante all’adozione e le problematiche relative all’incontro con una creatura messa al mondo da altre persone e che ha una sua storia più o meno lunga di sofferenze legate all’abbandono.
Sul primo punto (pur riconoscendo l’importanza di tale "rielaborazione" per le coppie ritenute sterili, come passaggio indispensabile al fine di ritrovare i significati profondi di una genitorialità "vera" di un figlio non procreato fisiologicamente) va detto che la scelta adottiva può essere compiuta da tutte le coppie, non solo da quelle considerate sterili. Un minore in situazione di abbandono morale e materiale può essere definitivamente accolto da due coniugi senza figli, ma anche da una famiglia con altri figli (biologici o adottivi).
In merito al secondo aspetto, molto dipende, fra l’altro, dall’età del minore adottato e dall’esperienza vissuta prima dell’inserimento nella nuova famiglia.

La prassi ci ha documentato l’importanza di non separare tout court l’analisi dei problemi legati alla genitorialità adottiva da quelli presentati dall’esperienza di genitorialità biologica. É il concetto complessivo di maternità-paternità-filiazione che dev’essere rivisto. "Nato da" non è sinonimo di "figlio di". Osserva Alfredo Carlo Moro: «La semplice generazione fisiologica ha un valore del tutto secondario rispetto alla preminente attività che conduce alla costruzione di una persona»3.

Vero è che, nella maggioranza delle situazioni, la filiazione è la prima conseguenza di un rapporto anche biologico; ma, in tutti i casi, essa si costruisce nella generazione spirituale di un nuovo essere umano, attraverso un rapporto affettivo e formativo di crescita che dev’essere sempre bidirezionale. Ci è di grande aiuto, anche e soprattutto nei rapporti con i genitori non solo adottivi, organizzare le riflessioni intorno ai concetti di maternità-paternità-filiazione rispetto alle cinque fasi in cui si articola l’inserimento e la presenza di un bambino in una famiglia, al di là dei cosiddetti legami di sangue.
Una creatura che viene al mondo ha il diritto di essere desiderata, attesa, accolta, amata, accompagnata nella conquista delle sue autonomie. Ogni fase ha i suoi costi e le sue conseguenze per l’adulto e per il minore. E ogni fase accomuna, pur nella diversità dei vissuti, famiglie e figli biologici a famiglie e figli adottivi.
Per un bambino che ha bisogno di strutturare la sua personalità, integrarsi e vivere nella comunità sociale è fondamentale sapere di essere stato desiderato e atteso (e di continuare ad esserlo). Non, genericamente, da "qualcuno"; ma proprio da quelle persone che, giorno dopo giorno, condividono con lui le piccole e le grandi conquiste della crescita e che, con lui cambiano, alimentandosi del rapporto affettivo e formativo sempre reciproco.

Scrive il poeta: «Una mamma continuando a lavorare guarda la sua piccola, non lontana. La bimba, intenta al gioco e pur sensibile allo sguardo, sarà diversa dopo mezz’ora per effetto di questo sguardo? (...) Diverso è per la bambina se le manca l’attenzione della madre: anche gli sguardi possono alimentare (...). Non solo la bambina: cambia la madre, anche i loro sguardi possono quasi formare un cordone ombelicale»4.
Un figlio biologico è sempre desiderato e atteso? Vero è che ogni creatura ha il diritto di "nascere figlio" e non solo bambino5; ma non sempre, purtroppo, la genitorialità basata sui legami di sangue è sinonimo di capacità degli adulti di "fare famiglia", di gestire un progetto in cui il minore possa appagare il suo bisogno di sicurezza, maturare in un clima di fiducia, acquisire serenità, capacità e libertà di agire, scegliere.
Un figlio adottivo è sempre desiderato e atteso6. Non si può disconoscere che vi siano coppie che giungono alla domanda di adozione con alle spalle un lungo cammino di sofferenze, lutti e frustrazioni legati alla impossibilità di procreare. Ma non ci sono soltanto queste. E sarebbe un grave errore consentire la perpetrazione di un atteggiamento culturale e sociale che considera l’adozione come "ultima spiaggia".

Rapporti bidirezionali

Il periodo dell’attesa è fondamentale per consentire alla coppia di maturare l’idea secondo la quale l’adozione non è soltanto l’intervento ottimale per i minori in situazione di abbandono, ma è anche un notevole arricchimento della personalità dei genitori adottivi. Dice ancora il poeta: «Si è creduto, per molto tempo, che un cordone ombelicale è unidirezionale: ma non è vero. Il cordone ombelicale, come ogni rapporto vivo, è sempre bidirezionale»7. Come ogni rapporto vivo: il figlio del desiderio e dell’attesa (attraverso l’adozione) chiede agli aspiranti genitori un posto "vero" e la disponibilità a un rapporto autentico di filiazione. «Coloro che non sono convinti profondamente di poter diventare genitori a pieno titolo di un bambino non procreato, coloro che credono nella priorità del cosiddetto vincolo di sangue (...) sono assolutamente inidonei ad adottare, poiché mai saranno convinti di essere genitori veri di un figlio vero»8.

I costi del desiderio e dell’attesa vanno ricercati, anzitutto, intorno alle possibilità e ai modi di rielaborazione del concetto che "diventare genitori" non è sinonimo di "concepimento", "gravidanza", "parto"; che il rapporto procreativo non si esaurisce nella dimensione fisiologica, ma si costruisce nel quotidiano e riguarda entrambi i genitori, non la sola madre9; che tale "verità" («Siamo tuo padre e tua madre, anche se non sei nato fisicamente da noi») deve essere comunicata al bambino, non una sola volta; infine, che tale informazione non può essere "veritiera" se i primi a esserne convinti non sono proprio gli adulti aspiranti genitori adottivi10.
É una rielaborazione del concetto di genitorialità che comprende, fra l’altro, il tema dell’influenza che ereditarietà e ambiente hanno sullo sviluppo e sulla educazione del figlio adottivo. Nessuno vuole negare il peso dei fattori ereditari; ma occorre escludere che esista una ereditarietà negativa sul piano morale.

Il timore irragionevole di una ereditarietà nefasta non può essere elencato tra i costi dell’adozione se non nella misura in cui è necessario ricordare che una quota non indifferente di fallimenti adottivi va addebitata proprio alla presunzione che esista una ereditarietà morale negativa: tale presunzione finisce, prima o poi, col condizionare, in modo anche ossessivo, gli adottanti e pregiudica un valido rapporto educativo.
Tra i costi del desiderio e dell’attesa vanno computati anche quelli relativi ai tempi in cui si articola l’iter che prepara l’eventuale adozione. Molti si chiedono perché la scelta di una coppia che intende adottare un bambino debba essere sottoposta a una valutazione. «In fondo, chi decide di procreare un figlio non deve sottoporsi a tutti questi esami e colloqui....». Giungere alla scelta di adottare un bambino non significa di per sé manifestazione di capacità di essere genitori adottivi, cioè di saper allevare, educare e amare una creatura nata da altri.

La preoccupazione del legislatore di indicare alcuni criteri vincolati per la scelta degli adottanti non può non essere condivisa: un bambino che ha già sofferto non ha bisogno di una qualunque altra famiglia, ma di genitori in grado di rispondere alle sue peculiari esigenze. Moltissimi minori dichiarati adottabili hanno alle loro spalle esperienze drammatiche, le quali hanno già lasciato un segno, a volte indelebile. Non è giusto preoccuparsi di scegliere i genitori ritenuti più idonei al singolo caso?

I dati statistici confermano che per ogni minore italiano adottabile ci sono moltissime coppie in attesa di adozione11. Da un lato, questo è un elemento di garanzia per il buon successo delle adozioni, perché consente un’ampia possibilità di scelta fra le famiglie disponibili.
Dall’altro, pone in evidenza il problema di come organizzare ed effettuare la valutazione delle coppie aspiranti senza sottoporle a un’attesa troppo lunga, seguita spesso da gravi frustrazioni per quei coniugi ai quali non vengono affidati minori, sia perché ritenuti non idonei, sia per la mancanza di bambini italiani adottabili.

Chi opera nel campo della valutazione delle aspiranti famiglie adottive si vede costretto a non esaudire moltissime domande. Ma, in ogni caso, l’archiviazione deve essere decisa e comunicata in modo da non ledere la dignità delle persone. La dichiarazione di non idoneità di un adulto ad accogliere un minore facendolo diventare proprio figlio, o l’archiviazione della pratica per mancanza di bambini in situazione di abbandono, non deve rappresentare un giudizio negativo più generale sulla Personalità dei coniugi e tradursi in atteggiamenti che possano compromettere la loro realizzazione personale e di coppia in altri campi.

Prepararsi alle difficoltà

L’accoglienza di un bambino attraverso l’adozione va preparata e sostenuta. La consulenza per l’adozione e l’assistenza dopo l’inserimento del minore nella sua nuova famiglia debbono essere seguite dai servizi e dalla comunità. Non si vuole con ciò intendere che la famiglia adottiva deve essere presa in carico perché "patologica", ma per diventare buoni genitori adottivi, soprattutto nel caso di adozioni "difficili", è necessario un percorso di preparazione e di maturazione personale, anche nei momenti successivi all’inserimento.
L’incontro tra un bambino e una nuova famiglia è sempre l’incrocio tra due o più storie che debbono trovare punti di incontro comuni e rispetto per le tante diversità.

Si possono manifestare difficoltà nel primo inserimento in famiglia o a scuola; esse richiedono interventi esperti che non nascono dall’improvvisazione e dall’ansia di fare comunque qualcosa. Quella di avere strumenti per prepararsi e formarsi (anche sul campo) è esigenza sentita da molti coniugi che lamentano di sentirsi prima giudicati più che sostenuti e orientati nel corso del procedimento valutativo dell’idoneità, poi abbandonati a loro stessi dopo l’abbinamento col bambino.
L’esperienza ci ha dimostrato la validità di percorsi formativi realizzati attraverso gruppi guidati da operatori competenti e composti da genitori adottivi e da coniugi aspiranti all’adozione. A tali attività di preparazione e sostegno possono collaborare attivamente le associazioni che si occupano di adozione e quegli enti come i consultori del privato sociale che hanno le competenze per aiutare anche le famiglie adottive12.

Tra i costi dell’accoglienza vanno richiamati anche quelli relativi a una corretta e tempestiva informazione al figlio adottivo sulla sua nascita e sulla sua reale situazione familiare. Il silenzio non significa solo celare la verità, ma averne paura o ritenerla negativa sia per il figlio che per se stessi. Perché un figlio adottivo possa strutturare un adeguato senso di identità e giungere a una effettiva autonomia, è necessario che non rifiuti il suo passato, che ne possa parlare, che si senta autorizzato a fare delle domande e a cercare delle risposte.
A fronte di una grande disponibilità di coppie per l’adozione di bambini italiani piccoli e sani e di una forte richiesta di adozioni internazionali, rimane spesso insoddisfatto il bisogno di famiglia di minori in situazione di handicap o malati, oppure già grandicelli.

Ci sembra importante, anzitutto, richiamare il senso autentico dell’adozione da parte di due coniugi italiani di un bambino nato magari agli antipodi del mondo, che è quello di una reale apertura degli orizzonti e di una testimonianza di solidarietà senza confini. È innegabile, comunque, che in molti casi tale disponibilità venga manifestata in seguito alla difficoltà di adottare un bambino del nostro Paese. Nessuno chiede agli aspiranti genitori adottivi gesti estremi di eroismo; ma si cerca di sottolineare la necessità che l’adozione internazionale non sia presentata e/o vissuta come soluzione di ripiego, come esigenza di accontentarsi di un figlio di "serie C", visto che non se ne può avere uno biologico di "serie A" e uno adottivo italiano di "serie B".

L’adozione internazionale deve diventare, sempre e in ogni caso, una scelta significativa (da concretizzare attraverso gli enti autorizzati dal governo a svolgere le pratiche necessarie; vedi scheda), che comporta l’identificazione e la piena accettazione di "un" bambino, qualunque sia la sua origine, il suo colore, il suo volto. Nulla di meglio di un’adozione internazionale può essere utile per capire come la maternità e la paternità non si identificano con un fatto biologico. Ma nulla di meglio dell’adozione internazionale può spiegare in modo esauriente come all’origine di certe disponibilità all’adozione vi possa essere, alla radice, il bisogno di appagare il desiderio frustrato di maternità e di paternità biologica. Il problema centrale è di vedere come tale desiderio viene incoraggiato a evolversi e a risolversi.

Infine, rispetto ai già richiamati casi di bambini con handicap o grandicelli, per i quali resta insoddisfatto il bisogno di famiglia, va ricordato che, rassegnarsi alla loro istituzionalizzazione o al loro ricovero in comunità, determina costi pesanti a livello individuale e sociale per la mancata accoglienza da parte di una famiglia.
Anche questi minori hanno un diritto pieno di avere, attraverso l’adozione, una famiglia propria. Tali adozioni sono realizzabili, come dimostrano moltissime esperienze in atto, che hanno portato anche alla messa a punto di metodologie specifiche.
I costi dell’accoglienza rispetto alle "nuove frontiere" dell’adozione investono, però, anzitutto, un progetto politico-sociale che inizi col creare una cultura dell’accettazione del diverso e che si proponga di sollecitare periodicamente nuove positive disponibilità, reperendole anche al di fuori delle coppie che hanno presentato domanda di adozione.
È necessario, inoltre, costituire delle reti di famiglie con accentuato carattere solidaristico e offrire alle coppie che accolgono questi minori i supporti sociali ed economici necessari per far fronte alle maggiori difficoltà.

L’ADOZIONE INTERNAZIONALE

Quando una coppia ottiene l’idoneità all’adozione internazionale può percorrere strade diverse: rivolgersi a uno degli enti riconosciuti e autorizzati dal nostro governo a svolgere le pratiche di mediazione con i Paesi stranieri; prendere direttamente contatti (di persona, o attraverso terzi) con Paesi stranieri. Il primo percorso offre maggiori garanzie alle famiglie che aspirano all’adozione e ai minori stessi, mentre il secondo continua a essere indicato come una delle principali fonti per il "traffico dei bambini". Pur registrando una ripresa dell’intervento del ricorso agli enti autorizzati (nel 1988, ha interessato solamente 9 coppie su cento; nel 1992, 18 su cento), va segnalato che, complessivamente, dal 1984 al 1992, 86 coppie su cento hanno optato per altri mediatori. Sottolinea il ministero di Grazia e Giustizia: «Fra le adozioni effettuate senza il tramite degli enti autorizzati si rintracciano casi di reperimento improprio di bambini, giacché l’attività del privato all’estero per la ricerca e l’appropriazione del bambino non è controllata». Quanto costa un’adozione internazionale attraverso enti autorizzati dal governo italiano? Il coordinamento recentemente costituito (con sede presso il Ciai di Milano, tel. 02/55.10.407) ci dice che «in considerazione della diversa struttura organizzativa, del diverso livello di servizi che caratterizza ogni ente, dei diversi Paesi in cui si opera con disparità di procedure, di modalità, di tempi di permanenza, di spese di soggiorno e di struttura di accoglienza, i costi variano da 12 a 22 milioni» (cfr. M. Tortello, Non di solo parto: la fecondità dell’accoglienza, in G. Chiosso (a cura di), Nascere figlio, Utet-Libreria, Torino 1994).

NOTE

1 G. Perico, F. Santanera, Adozione e prassi adozionale, Centro studi sociali, Milano 1968, p. 83. Cfr. inoltre: F. Tonizzo, D. Micucci, Adozione: come e perché, Utet-Libreria, Torino 1994. (torna all'articolo)

2 J. Bowlby, Cure materne e igiene mentale del fanciullo, Giunti Barbera Universitaria, Firenze 1962. (torna all'articolo)

3 Cit. in: M. Pavone, F. Tonizzo, M. Tortello, Dalla parte dei bambiní, Rosenberg & Sellier, Torino 1985, pp. 37-38. (torna all'articolo)

4 D. Dolci, Palpitare di nessi, Armando, Roma 1985, p. 217. (torna all'articolo)

5 G. Chiosso (a cura di), Nascere figlio, Utet-Libreria, Torino 1994. (torna all'articolo)

6 M. Farri Monaco, P. Peila Castellani, Ilfiglío del desiderio, Bollati Boringhieri, 1994, p. XIV. (torna all'articolo)

7 D. Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988, p. 15. (torna all'articolo)

8 F. Santanera, Diventare genitori a pieno titolo di un figlio non procreato, in L. Alloero, M. Pavone, A. Rosati, Siamo tutti figli adottivi, Rosenberg & Sellier, Torino 19963, p. 166. (torna all'articolo)

9 Si rilegga, fra l’altro, il discorso di Giovanni Paolo Il all’udienza generale di mercoledì 4 dicembre 1996: «...la maternità di Maria non si è limitata soltanto al generare, ma, al pari di quanto avviene per ogni altra madre, ha donato anche un contributo essenziale alla crescita e allo sviluppo del figlio. Madre non è solo la donna che dà alla luce un bambino, ma colei che lo alleva e lo educa; anzi, possiamo ben dire che il compito educativo è, secondo il piano divino, il prolungamento naturale della procreazione. Maria è Theotokos (Madre di Dio, ndr) non solo perché ha generato e partorito il Figlio di Dio, ma anche perché lo ha accompagnato nella sua crescita umana» (cfr. Osservatore Romano, 5 dicembre 1996, p. 4). (torna all'articolo)

10 "Sull’informazione al figlio adottivo, si veda: F.M. Netto, Ti racconto l’adozione, illustrazione di P. Violi, Utet-Libreria, Torino 1995. (torna all'articolo)

11 Secondo i dati forniti dal ministero di Grazia e Giustizia - Ufficio centrale della giustizia minorile, le richieste presentate negli anni 1993-94-95 per l’adozione di bambini italiani sono state complessivamente 22.705. Negli stessi anni i decreti di affidamento preadottivo sono stati 2.188. Le domande presentate nel medesimo periodo per l’adozione internazionale sono state 18.165, contro 6.629 affidamenti preadottivi di minori stranieri. (torna all'articolo)

12 Le considerazioni esposte in questi ultimi due paragrafi si ispirano al resoconto del seminario di studio "Nuove frontiere dell’adozione: esigenze e diritti dei bambini italiani e stranieri in stato di abbandono", promosso dal Cisf e dall’Anfaa e svoltosi a Milano il 4 giugno 1996. (torna all'articolo)

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