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EDITORIALE

Apprezzare concretamente la vita

La Direzione

Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1997 - Home Page Progetti deboli, incertezza per il futuro, ruoli genitoriali e professionali, costi economici. Questi fattori interagiscono sulla scelta di dare corso a nuove nascite.

La crisi della natalità che caratterizza l'Italia è determinata dall'interagire di fattori molto eterogenei. Essi vanno dalla cultura dell'individualismo alla paura verso il futuro, dal "progetto debole" delle persone e delle coppie fino ad elementi più squisitamente economici, quali l'incertezza lavorativa, la difficoltà di rendere compatibili ruolo genitoriale e ruolo professionale, la debolezza delle politiche sociali adottate (o, meglio, non adottate) verso le famiglie con figli. Non ultimo, infine, il costo economico - puntualmente misurabile in termini monetari - di una nuova vita e di una nuova persona che si aggiunge al carico familiare, non solo come «una bocca in più da sfamare», ma soprattutto come una persona cui garantire adeguati livelli di benessere, di sicurezza, di tutela.

La letteratura economica sull'argomento è alquanto scarsa. Non molti economisti si sono sforzati di quantificare quanti soldi ci vogliono per far diventare adulta una persona, garantendo un certo numero di anni di istruzione, l'accesso a specifici beni di consumo, uno standard di vita accettabile. D'altra parte, non ci si può limitare a dire che «la vita umana non ha prezzo», è un valore in quanto tale, e che quindi qualunque valutazione economica nei confronti di un nuovo figlio è inaccettabile perché riduce in termini economici una ricchezza e un bene che per definizione sono eccedenti al loro valore economico propriamente detto: la vita umana.

Spesso, infatti, è proprio la paura di non poter garantire adeguati standard di vita a un figlio in più (o addirittura ad un figlio tout court) a determinare una scelta non procreativa. Ma è proprio in questa obiezione che ritroviamo un termine economico, vale a dire il valore, che è il costo di produzione di un bene oppure «la quantità di altri beni o di monete che si può ottenere in cambio del bene stesso», come si legge nel Dizíonarío del Devoto-Oli.

Ma se è vero che la vita umana, in quanto bene, ossia «valore in sé e per sé», non può essere scambiata con un ammontare definito di beni o di denaro, è però vero che apprezzarla (darle un prezzo) significa anche riconoscere ad ogni vita, e soprattutto alle nuove vite, un suo valore non etereo, spirituale, ma concreto, storico, camale, e quindi sicuramente anche economico.

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