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Suicidi in Italia - 1

Una rivisitazione umana

di Giuseppe Brunetta
(sociologo)
    
       

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page Davanti a chi si toglie la vita resta il mistero. Molti si interrogano sulle motivazioni. Le risposte sono vaghe. E ancor più difficile è comprendere che cosa sia il suicidio.

«Si chiama suicidio ogni caso di morte che risulti direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo, compiuto dalla vittima stessa consapevole di produrre questo risultat (1) . Se dobbiamo giudicare dalla constatazione che già a cavallo degli anni ‘60 si registrava solo una decina di definizioni, nessuna delle quali raggiungeva le soglie di una sufficienza superiore a quella citata (2) , si può presumere che non si sia fatto un apprezzabile progresso in questo campo. Neppure, negli ultimi 40 anni circa, possiamo affermare che lo sforzo nell’esplorazione di questo fenomeno, sia nel suo manifestarsi – i tentati suicidi non rappresentano che la sua punta di iceberg – che nella sua esecuzione, pare abbia dato migliori risultati.

Gli indicatori della difficoltà della materia sono diversi: dal 1990 a questa parte su 27 opere ancora in commercio solo una quindicina sono posteriori al 1989 (3); i titoli: "Suicidio e complessità", "Follia o delirio o seduzione di libertà?", "Rifiuto di vivere", "Vuoto esistenziale e ricerca di senso", carenza di valori, risultato delle comunicazioni di massa, masochismo diffuso costituiscono il secondo indicatore. Sociologicamente questo fenomeno ancora presenta le difficoltà d’indagine che presentava e, con ogni probabilità, sempre presenterà. Il problema dell’individuazione e delimitazione del campo d’indagine e della definizione del suo oggetto si complica se si presumesse di considerarlo come esito di un’ipotetica concomitanza con fattori prevedibili e imprevedibili del fenomeno suicidale.

Tra i primi possiamo mettere l’assunzione continuata di alcune sostanze che ingenerano una dipendenza tale da rendere la persona schiava di esse? Possiamo escludere il rischio che comporta per esempio l’Aids? Si devono eliminare in maniera assoluta almeno alcuni degli episodi che ormai sono etichettati come le "stragi del sabato sera"? La depressione, la paura, l’anoressia acuta e irreversibile, la vecchiaia, la malattia terminale dall’esito certamente infausto? Tra quelli imprevedibili eliminiamo il disappunto dei genitori per i risultati scolastici del figlio suicida? La non dichiarata sensazione di non essere compreso? La delusione affettiva preadolescenziale, ritenuta precoce?

Va precisato, in ogni caso, che la complessità del fenomeno interpella non solo tutti gli aspetti che generano (ereditarietà?), formano o deformano la personalità, ma anche tutte le strutture della convivenza umana: la caserma, come la scuola, il gerontocomio come la casa e la discoteca; per tacere delle modalità di esecuzione che variano con la fantasia, lo stato d’animo dei soggetti, il loro equilibrio psichico, nonché la fredda capacità di calcolo che la razionalità loro riserva in quel preciso momento. Lo statistico che ambisce disporre di categorie univoche, il sociologo e l’operatore sociale che vogliano rifletterci per poter con più competenza analizzare e intervenire sul sociale, si sentono a disagio come lo sono gli psicologi e gli psichiatri. Non ci si deve meravigliare quindi se si "rifugiano" nella casistica e su questa base costruire ipotesi di prevenzione e di cura o approntare delle norme, pur largamente effimere, di prevenzione del fenomeno: una prevenzione primaria per scoprire il disagio generico prima del manifestarsi dei sintomi suicidali e una secondaria che abiliti o almeno permetta di decodificarli per poter approntare i relativi interventi e, infine, quella terziaria che dia la possibilità di curare le persone a rischio suicidale.
  

L’andamento del fenomeno

Questo studio, nel contesto della situazione fenomenologica internazionale (Tab. 1), vuole evidenziare quale sia stato l’andamento del fenomeno in Italia dal 1950 al 1995 (Tab. 2), non solo in complesso ma osservando anche la disaggregazione dei dati per sesso; in seconda istanza analizzarne i percorsi a livello delle singole regioni (Tabb. 3 e 4). Infine, constatare quali siano state nel tempo le età più a rischio (Tab. 5) e le modalità di esecuzione (Tab. 6).

È un materiale scottante che mette alla prova le capacità di lettura e di interpretazione dei dati presentati dallo statistico e la conseguente azione degli operatori sociali in genere, in prima fila la famiglia ristretta e/o allargata che sia.

Prima di analizzare i dati è utile richiamare che l’incapacità di definizione del fatto suicidale risulta anche dalle fonti riportate in calce alla Tabella 1; la danno, infatti, per scontata perché riportano, oltre al numero, le modalità di "esecuzione" (Tab. 6): avvelenamento, inalazione di vari tipi di sostanze gassose, impiccagione, annegamento, ferita da arma da fuoco e precipitazione, alle quali dobbiamo aggiungere le ferite da strumenti a punta o a taglio, altre non specificate e, infine, i postumi di autolesioni (4) . È superfluo annotare che si tratta dell’omologazione italiana della classificazione internazionale e dei criteri che vi stanno alla base.

Ciò premesso notiamo che per i 24 Paesi di cui riportiamo i dati di circa 45 anni si possono fare le seguenti riflessioni, tenendo presente che quelli dell’ultimo biennio possono subire, nelle future edizioni delle fonti, generalmente delle maggiorazioni e più raramente delle semplici correzioni e aggiustamenti. La situazione del numero dei suicidi sembra statica, oscilla cioè attorno a tassi contenuti tra 1 e 5 ogni 100.000 abitanti (tra parentesi inseriamo i valori minimi e massimi più frequentemente registrati nel periodo): in Austria (23-28), Cecoslovacchia (17-20), Danimarca (23-27), Germania (15-20), Grecia (34), Inghilterra (8-11), Italia (6-7), Jugoslavia (14-17), Olanda (5-10), Polonia (8-13), Spagna (5-7), Svezia (15-18), Svizzera (20-23), Australia (9-12), Giappone (16-21), Messico (1-2) e Usa (11-12).

I Paesi presi in considerazione possiamo considerarli in una situazione dinamicamente statica: il fenomeno cioè è in lievitazione talmente impercettibile che è difficilmente rilevabile a breve periodo. Il fatto è in parte spiegabile: un "decimo" o qualche unità in più di suicidi ogni 100.000 abitanti all’anno o ogni quinquennio potrebbero essere considerati, dal punto di vista statistico, non significativi; quando poi il fenomeno continua per decenni e più, allora si crea una situazione almeno di preallarme. Il fenomeno suicidale registra forti aumenti invece in Bulgaria (7-17 + 10), Finlandia ( 15-29 + 14), Norvegia (7-16 + 9), Ungheria (25-40 con punte del 45 + 15-20).
   

Tabella 1
Tabella 1

I dati italiani

Si può onestamente affermare che un lieve e diffuso aumento tocca un po’ tutto il campione. È lecito (e anche doveroso) chiederci cosa significhino le punte di iceberg registrate sopra? Quali cause le scatenano? Si potrebbe pensare a qualche elemento di "cultura" suicidale circoscritto a questo o a quel Paese? Il fenomeno nel nostro Paese (Tab. 2) e in un periodo di 45 anni ha un andamento abbastanza chiaro (escluso l’ultimo triennio per le ragioni già dette). Nel ventennio che va dal 1950 al 1970 il fenomeno si può considerare statico con trascurabili ondulazioni: si toglievano la vita, infatti, circa 2.000 maschi all’anno e circa 1.000 femmine, per un totale di circa 3.000 persone; dal 1970 si matura un aumento che tocca il 30% nel 1982 per passare al 50% a cavallo degli anni ‘90; questa punta segna, salvo possibili correzioni, una costante di circa un decennio: siamo a quota media di 4.500 suicidi annui, 1.200 le donne e 3.300 i maschi, con andamento ondulatorio variabile. Chiaramente l’Italia è da ascriversi alla prima classe decodificata come statica con segni decennali di lievitazione.

Tabella 2

Delineato sinteticamente il contesto nazionale, cerchiamo di individuare come si sia andato articolando il fenomeno a livello regionale sostanzialmente nello stesso periodo (Tab. 3), mettendo a confronto le percentuali della popolazione, da un lato, e dei suicidi avvenuti nello stesso anno, dall’altro. Disaggregando i dati per grandi aree geografiche si rileva: che a una costante del 44% della popolazione del Nord, i suicidi (ambedue le percentuali sono calcolate sempre sui rispettivi totali annuali) oscillano tra il 59% e il 55%, con tendenza ad una marcata costanza. La differenza tra le due percentuali si può fissare sul 10% a favore dei suicidi; al Centro la popolazione si può considerare stabilizzata sul 19% e i suicidi sul 18%: sono due percentuali che, in un grafico immaginario, corrono pressoché parallele; al Sud vive da quasi un quarantennio un quarto della popolazione italiana mentre i suicidi oscillano tra il 14 e il 17% circa; anche qui le tendenze sono pressoché parallele con un vantaggio della popolazione rispetto ai suicidi che oscilla attorno al 10%; nelle Isole i due fenomeni sono anch’essi a percorso parallelo a una distanza pressoché costante che si aggira attorno al 2% a favore della popolazione. In sintesi: in rapporto alla popolazione ci si toglie la vita più nel Nord del Paese che nelle rimanenti zone geografiche. Se si volesse appagare la curiosità di sapere in quale regione siano stati più frequenti i suicidi nel 1992 rispetto alla relativa popolazione della regione (Tabb. 3 e 4), allora si costatano due fatti ad andamento pressoché costante nel periodo di osservazione (1955-1992): la graduatoria della popolazione vede in testa la Lombardia (15,6%), seguita dalla Campania (10,1%), fino alle piccole regioni del Molise (0,5%) e della Valle d’Aosta (0,2%); la graduatoria invece del fenomeno suicidale registra che l’Emilia-Romagna ha un surplus di suicidi rispetto alla popolazione del 4,4% a cui fanno seguito il Piemonte (3,4%), la Toscana il 2,0%; valori inferiori registrano gli Abruzzi (0,7%), la Liguria e il Trentino-Alto Adige (0,6%), 0,3% la Sardegna, 0,2% l’Umbria e 0,1% la Lombardia e la Valle d’Aosta. Invece le regioni che registrano il maggior tasso di popolazione rispetto ai suicidi sono, nell’ordine, la Campania (4,2%), il Lazio (2,6%), la Puglia (2,4%) e le rimanenti che si possono chiaramente individuare nella Tabella 3.

POPOLAZIONE E SUICIDI DISAGGREGATI PER REGIONI:
RAFFRONTI DELLE PERCENTUALI

Tabella 3

Si potrebbe giustamente obiettare che tali calcoli sono datati al 1992; però ci sembra lecito registrare che i dati di tale anno sostanzialmente sono il risultato di costanti che perdurano da circa 40 anni. È arduo individuare le cause di questa differenziazione; l’area da esplorare troppo vasta; la pura individuazione potrebbe diventare ipotesi per ricerche ulteriori.

Tabella 4

La Tabella 5 ci presenta l’andamento percentuale sui totali dei suicidi degli anni rispettivi disaggregati per classi d’età (1955-1995). Osserviamo inoltre come per i primi 30 anni le percentuali sono a scansione decennale, mentre per il rimanente periodo (1986-1995) le percentuali sono annuali. Inoltre: tutte le classi d’età sono ad ampiezza decennale salvo la prima (fino ai 14 anni) e l’ultima (oltre i 74 anni); per quanto riguarda l’ultimo triennio si ricordi l’osservazione in calce alla Tabella 2 riguardante l’incompletezza dei dati dell’ultimo triennio contrassegnati dall’asterisco. Si tenga presente infine che, come risulta dalla Tabella 1, il fenomeno è numericamente in aumento; per cui percentuali uguali non significano quantità uguali semplicemente perché l’1% di 100 è evidentemente 1, mentre l’1% di 1.000 è 10.

Tabella 5

Premesse queste osservazioni metodologiche si osserva quanto segue: per la prima classe (Tab. 5, col. 1 fino ai 14 anni, cioè i suicidi di preadolescenti e adolescenti) non si notano lievitazioni percentuali apprezzabili; per la seconda (15-24) e la terza (25-34) classe, nonostante l’incompletezza dei dati, le lievitazioni percentuali sono evidenti a partire dalla metà degli anni ‘80.

In ambedue i casi si deve sottolineare che l’aumento della frequenza è più significativo perché nel 1964 le nascite ammontavano a 1.016.120 mentre nel 1995 sono state 526.064, con una diminuzione del 48,2%. Stando così le cose il numero dei suicidi di queste due classi è progressivamente aumentato a proporzione che la popolazione delle classi relative è diminuita. Le percentuali dei suicidi a cavallo degli anni ’40 (col. 4) sono pressoché statiche, mentre quelle della classe seguente (col. 5) tendono chiaramente alla diminuzione come del resto quelle di coloro che si trovano a cavallo degli anni ‘60 (col. 6). Le coll. 78 (anni 65-74 e oltre) non sono di facile interpretazione soprattutto se teniamo conto di due fattori: la tendenza dell’ultimo triennio conferma l’aumento che ha piantato le radici tra gli anni ‘60 e ‘70; l’aumento della vita media: alla data dei censimenti del 1951 e del 1991, il numero delle persone incluse in queste classi d’età è passato da 3.895.184 e a 8.700.185, con un aumento del 65,2% (5) .Tutto considerato si può concludere che il tasso dei suicidi non è lievitato in misura proporzionale a quello delle rispettive classi d’età ora in questione.

Segue: Una rivisitazione umana - 2
        

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