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Suicidi in Italia - 2

Una rivisitazione umana

di Giuseppe Brunetta
(sociologo)
    
       

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page

Le modalità codificate

Non esistendo definizioni di suicidio soddisfacenti ci si limita a considerare che le modalità con cui viene messo in atto – a nostro modesto avviso – sono tante quanti sono i suicidi stessi. Ci limitiamo a quelle che sono ora statisticamente codificate. Escludiamo, quindi, quelle attribuibili all’assunzione di droghe, all’Aids e, in genere, quelle che hanno per "contenitore" quel complesso di fattori che provocano, a più o meno lunga durata, il certo e tragicamente piacevole (inconscio e irresponsabile) esito letale, ma che non vengono statisticamente considerate come suicidio. Inoltre, per le ragioni ripetute più volte, escludiamo da questo sintetico commento i dati dell’ultimo triennio e quelli mancanti denunciati dalle modalità omesse come rivela la somma delle percentuali (Tabella 6, col. 7).

Tabella 6
Tabella n. 6

L’impiccagione (col. 3) si mantiene su un abbondante 35% con una lieve tendenza alla diminuzione; segue il "gettarsi giù" (la precipitazione: col. 6) che registra una quota media di un nutrito 20%. Pare che sia a questo livello che maturano i tentati suicidi soprattutto nei casi in cui chi tenta il suicidio non "sceglie" non solo l’altezza del punto di lancio ma anche la natura del suolo di impatto. L’arma da fuoco (col. 5) occupa il terzo posto con una costanza di circa il 14%. Per quanto riguarda l’avvelenamento (col. 1), l’inalazione di sostanze gassose (col. 2) e l’annegamento (col. 4), i dati, essendo pressoché costanti a dispetto dell’aumento della popolazione, riflettono una tendenza statica e quindi se non proprio numericamente in diminuzione con aumenti proporzionali alle percentuali e demografiche e del fenomeno suicidale nel suo complesso.
   

Che cos’è il suicidio?

Allo stato attuale degli studi l’unica cosa che sembra certa è che il suicidio è l‘azione individuale di concludere personalmente la propria vita; le modalità sono quelle analizzate; novità in materia non sembrano meritare un’apprezzabile attenzione a meno che non rivelino elementi veramente originali per la prevenzione.

Ciò premesso enumeriamo alcune delle principali teorie in materia per riassumere almeno i termini di una riflessione meno superficiale di quanto comporti l’analisi dei dati appena conclusa. La scansione storica non ci aiuta molto; per questo abbiamo preferito quella teorico-culturale.

Secondo Durkheim ci sarebbero tre tipi di suicidio: l’egoistico, tipico dell’individuo che si isola dal resto del convivere civile e diventa autonomo a tal punto da diventare legge a se stesso; al lato opposto ci sarebbe quello altruistico, tipico di colui che, coinvolto eccessivamente nella società, si sente talmente incapace di assolvere tutti i suoi doveri da autoeliminarsi; infine il suicidio anomico, proprio di chi è carente di qualunque norma sociale.

La scuola statunitense, inoltre, parla di suicidio come di una forma di aggressività correlata con una sensazione di frustrazione, associata, a sua volta, a fattori sociali di varia natura; per alcuni seguaci di Freud sarebbe una ritorsione aggressiva contro il proprio io; verso gli anni ‘80 si è parlato di suicidio come vendetta su di sé, per disfarsi di un nemico (individuato nel proprio io) e come il desiderio del nulla (la morte), che non è definibile e sperimentabile.Una pubblicazione del 1879 sul Suicidio

Se la ricerca si limita a riflettere sul suicidio degli adolescenti, allora le elucubrazioni diventano una "marea" travolgente, i cui principali filoni dipendono dalle sottodistinzioni in cui si articola soprattutto la psicanalisi, come punto di riferimento (ideologico o metodologico di analisi?) dominante. Nel caso del suicidio dei bambini la riflessione, relativamente recente, fa emergere, tra le altre, la tipologia seguente: il suicidio si potrebbe considerare una esternazione di conflittualità intrapsichica, un desiderio di essere vittima passiva o un’espressione di vari elementi dinamici (6) .

Consci che l’enumerazione delle tipologie suicidali possa sia semplificarsi (la triplice distinzione durkheimiana del suicidio egoistico, altruistico, anomico) sia aumentare e complessificarsi con l’aggiunta di considerazioni filosofiche, filantropiche, giuridiche (il diritto di vivere e morire: eutanasia), psicologiche (prolungamento dell’attesa della conclusione a seconda delle sostanze o delle modalità impiegate: dall’istante della revolverata alla conclusione di una vita di dipendenza dalla droga). Quindi e comunque la classificazione tipologica potrebbe assomigliare ad una classifica sportiva ancora aperta perché il "campionato" dura tutta la vita dell’individuo e dell’umanità nel suo complesso. Concludiamo, quindi, questa sintetica analisi con alcune riflessioni.
   

Interrogativi senza risposta

Questa nostra rivisitazione del fenomeno – la prima è avvenuta nella prima metà degli anni ‘80 – ha fatto maturare in noi due convinzioni che ovviamente implicano una sintesi tra due ruoli ambedue acquisiti: quello del prete (con una riflessione metasociologica) e quello dell’apprendista sociologo. Come prete ci siamo ancora più profondamente convinti che l’uomo è un irrepetibile e individuale mistero. E perché Dio creatore, anche e forse proprio perché usa strumenti umani di "pro-creazione" (qui traduciamo quel "pro" in "al posto di"), è assolutamente infinito in immaginazione e in progettazione e quindi in attuazione dei suoi progetti. Schegge dell’infinito, ciascuno di noi ritorna a lui per "infinite" vie; ovviamente comprese quelle che non piacciono a noi umani. Da questo punto di vista ci spieghiamo – almeno in parte – perché l’uscita personale dalla scena del mondo operata attraverso l’azione suicidale meriti tutta l’attenzione della casistica, cioè dello studio interdisciplinare e complementare del caso per caso.

Come apprendista sociologo ripeto ai miei alunni che la comprensione del microcosmo implica quella del macrocosmo e viceversa. La difficoltà di comprendere che cos’è il suicidio, la sua natura, continuerà ad accompagnare le scienze umane nella misura in cui continueranno a ripetersi i progetti umani e le loro attuazioni. Il suicidio come "macrocosmo", cioè come l’universo suicidale umano, si comprenderà forse con l’esaurirsi dei microcosmi, cioè dei singoli suicidi e tentati suicidi.

Di fronte all’incapacità – starei per dire: l’impotenza intellettuale – di definire il suicidio sia in sé sia nel suo divenire (i tentati suicidi in genere, i tossicodipendenti, chi consapevolmente si espone all’infezione dell’Aids, le "stragi" del sabato sera, chi programma l’eutanasia) è proprio fuori luogo chiedersi se sia un fenomeno (o anche "il fenomeno") che ci avvicina al misterioso se non proprio al mistero? Se la risposta fosse o diventasse sempre più sicuramente positiva, si potrebbe pensare che l’azione suicidale in sé acquisirebbe connotati molto umani, perché spesso umanitari se non addirittura religiosi?

A chi contestasse questi interrogativi affermiamo che su questa pista ci ha condotto il Codice di diritto canonico. Per quanto strano possa sembrare, così è successo (7).

Giuseppe Brunetta

  

NOTE

1 Durkheim E., Il suicidio. Studio di sociologia, Rizzoli, Milano 1987. Apparso per la prima volta nel 1987, è ritenuto da tutti un classico in materia; analizzare un fenomeno tra i più ostici da indagare, ora come allora, non fu e non è impresa facile. (torna al testo)

2 Cfr. Encyclopedia of the social Sciences, vol. 15, pp. 375 ss., McMillanFree Press, New York, N.Y. 1968. (torna al testo)

3 Cfr. Ate, Catalogo dei libri in commercio soggetti, La Bibliografica, Milano 1995. (torna al testo)

4 L’enumerazione riportata non è che il reticolo di contenimento di almeno 28 modalità di suicidio riportate da Istat, Classificazione delle malattie, traumatismi e cause di morte, 9ª revisione del 1975, voll. 1 e 2, Istat, Roma 1996, ristampa dell’originale del 1984; evidentemente si tratta di un processo di omologazione della classificazione Onu riportata dal Demographic Yearbook, cit. (torna al testo)

5 Al Censimento del 1951 la popolazione di queste classi, rispetto al totale nazionale, rappresentava l’8,2% di 47.515.537 e a quello del 1991 il 15,3% di 56.778.01 di residenti in Italia. (torna al testo)

6 Cfr., tra gli altri, Festini Cucco W. Cipollone L., Suicidio e complessità: punti di vista a confronto, Giuffré, Milano 1992. (torna al testo)

7 Il Codice di diritto canonico del 1918 considerava il suicidio un delitto (c. 985) che impediva al suicida di essere soggetto passivo di sepoltura ecclesiastica, della messa esequiale e addirittura di quella di anniversario (cc. 124041); era automaticamente scomunicato chi avesse celebrato tali funzioni (c. 2339). Per i soggetti di tentati suicidi: in genere erano "impediti" di fare atti ecclesiastici legittimi; se chierici erano sospesi e rimossi dalla cura d’anime (c. 1350). Nel nuovo Codice (1983) non esiste neppure il termine. (torna al testo)

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