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I tanti volti della morte

Voglia di ammazzare

di Vittorino Andreoli
(psichiatra)
  

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page Omicidio e suicidio sono ambedue motivati da una forma di violenza, contro gli altri o contro se stessi. Occorre riportare al centro del dibattito la realtà del morire. Soltanto così potrà venire contrastata la spettacolarità di un evento che è scomparso o quasi dalla società.

Gli omicidi nell’attuale momento storico sono aumentati. Non si tratta dunque di un identico fenomeno oggi più evidenziato attraverso l’eccesso di comunicazione, bensì di un incremento reale rapportato cioè al numero di abitanti. Prendendo in considerazione le differenti sorgenti informative (spesso frammentarie) e tentando un confronto fra il decennio 198696 con il precedente 197585, in Europa e negli Stati Uniti (esempi di culture ad alto sviluppo tecnologico), gli omicidi in generale sono aumentati del 25%. Se si considerano alcuni tipi di omicidio come i serial killer e gli infanticidi, si deve constatare che sono rispettivamente aumentati del 450 e del 42%. Dati di entità tale da neutralizzare ogni atteggiamento fatalistico che tenda ad una accettazione di ciò che accade come se si trattasse di uno scotto che il vivere in gruppi sociali comporta. L’ammazzare dipende anche dalle modalità di esistenza e dalla loro qualità, ideologie civili e religiose incluse.

Un dato altrettanto forte è il contributo della donna all’omicidio. Pur essendo globalmente ridotto nei confronti dell’uomo (nella popolazione carceraria la donna occupa il 15%), non vi sono più aree immuni e quindi la donna si macchia di omicidi in ogni loro espressione: dagli infanticidi fino agli omicidi della criminalità organizzata.

In passato dominava la tendenza a sostenere che la donna non uccidesse mai un bambino e mai il proprio, perché è chiamata a dare la vita, ad accogliere nel grembo un figlio. Quando ciò accadeva, veniva subito messo in rilievo che si trattava di un caso di grave patologia di mente, tale cioè da togliere le caratteristiche propriamente femminili e materne. Insomma, a uccidere un bambino era una non-donna. Oggi sappiamo quanto invece siano frequenti gli infanticidi del proprio figlio da parte di donne prive di patologia psichiatrica e comunque senza disturbi che rientrino in categorie diagnostiche della follia.

Un altro aspetto sorprendente è il contributo che i giovani danno all’uccidere e in particolare all’enorme cambiamento relativo alle motivazioni a compiere un delitto. È fuori dubbio che non vi è mai una proporzionalità accettabile nel provocare la morte, ma altrettanto che le motivazioni possono cambiare profondamente: tra un omicidio per gelosia e uno perpetrato perché si è stati superati in autostrada in modo "offensivo" corre una notevole differenza.

Nel 1991 il caso di Pietro Maso, che, assieme a tre amici, uccide i genitori per poter godere immediatamente dell’eredità, colpì l’opinione pubblica per l’impossibilità di accettare che due genitori "valessero" un miliardo e quattrocento milioni, la consistenza dell’asse ereditario.

Nel 1994 il caso di Nadia Frigerio porta alla cronaca l’omicidio di una madre allo scopo di liberare l’appartamento che occupava in affitto (a cinquecentomilalire al mese) dando così la possibilità alla figlia di subentrarvi con un convivente. Insomma, il "valore" dei genitori si è ulteriormente abbassato e ormai si può uccidere a "prezzi stracciati". È noto del resto che in alcune aree si può ordinare un omicidio dietro pagamento di trecentomilalire. Insomma la vita vale meno di un paio di scarpe.

Ogni omicidio, oltre a riportare a una storia particolare legata da una parte all’omicida, dall’altra alla vittima e infine all’ambiente sociale in cui l’omicidio si realizza, pone sempre una questione generale: «qual è la percezione che l’omicida ha della morte e quale è quella che la società trasmette al mondo giovanile?».

Si tratta di una domanda culturale che sta a fondamento del comportamento omicida: "conoscere" la morte è essenziale per dare un significato all’esistenza. Non è possibile alcun umanesimo se si ignora la morte o se viene distorta rispetto alla sua consistenza esistenziale. Insomma, prima ancora che preoccuparci di quale senso venga dato "alla fine", è opportuno assicurarsi che un senso sia raggiunto attraverso un interrogativo, una meditazione, una convinzione.

Ponendo questa questione di fronte ai tanti omicidi e suicidi giovanili ci si accorge che oggi la società considera la morte un evento spettacolare, persino estetico e transitorio. Ciò corrisponde esattamente alla morte cinematografica, a quella televisiva. Si può vedere un protagonista che muore sul primo canale, mentre è vegeto e vitale sul terzo, dove sta recitando una parte differente. Si tratta sempre di morti immediate che non hanno nulla a che fare con l’agonia, con il dolore: nessun regista potrebbe dedicare un quarto d’ora ad un’agonia, perderebbe tutti gli spettatori! E così nell’immediatezza la morte diventa una soluzione ad alcune difficoltà, una modalità per togliersi da un impaccio, per uscire di scena.

Al di fuori dello spettacolo, se un giovane conosce una morte diretta, è quasi sempre immediata: un amico che è finito con un incidente stradale oppure che è morto di overdose. La causa più frequente di decesso nel mondo giovanile attuale è data dagli incidenti stradali e dai suicidi. Un evento così rapido da togliere la possibilità di una mediazione e più ancora di una partecipazione.

E la morte viene aggregata alla partenza, come per chi abbia deciso di vivere in India o in uno dei monasteri del Tibet. Una scomparsa che non sembra aver nulla a che fare con la morte. Si aggiunga che una delle attività più attraenti per il mondo giovanile è data dai videogiochi e che esistono a questo proposito sale che attraggono quanto la "Bengodi" del passato. Tra i videogiochi esiste la specie murder fondata sull’abilità che il giocatore realizza uccidendo il numero più alto possibile di uomini in un determinato tempo, corrispondente alla durata della partita. Se uno ha realizzato 920 punti, significa che ha eliminato 920 sagome umane, e chi lo sostituirà al video dovrà tentare di fare meglio e quindi di ucciderne di più. La morte diventa un gioco e l’abilità si riduce all’uccidere.

Ci sono ragazzi che trascorrono così ore e ore della giornata e per entrare bastano 14 anni di età, senza contare che esistono videogiochi tascabili o inseribili nel proprio computer. Certo, vi è una differenza tra una sagoma umana e un uomo in carne e ossa, se si considera però quanto difficile sia tenere distinto il mondo della virtualità da quello della concretezza, non è difficile immaginare che un ragazzo addestrato ad ammazzare con freddezza e precisione sul video possa, quasi automaticamente, mettere in atto le stesse abilità quando passi al mondo della cronaca, quando si trovi sul cavalcavia di un’autostrada.

Insomma, mentre la morte esistenziale è scomparsa da questa società, nascosta nei luoghi di morte, dagli ospedali alle case di riposo, sta imperando una percezione della morte spettacolo che arrischia di dilagare. E allora si uccide senza che vi sia alcuna motivazione: per gioco o per occupare un tempo piuttosto monotono, se non addirittura noioso.
   

Come e perché parlarne oggi

Una delle mie convinzioni più profonde negli ultimi anni, quasi un’"ossessione", è la necessità di insegnare la morte. A questo tema ho dedicato il mio Voglia di ammazzare (Rizzoli, 1996) e anche un lungo racconto, E la luna darà ancora luce (Rizzoli, 1997). Bisogna interrompere lo spostamento della morte dall’esistenza allo spettacolo e i gesti scaramantici di fronte a chiunque accenni a questo problema, come si trattasse di cattivo gusto. Potrà sembrare strano, ma persino i sacerdoti e i religiosi sono molto cauti a parlarne o per lo più lo fanno con metafore e simbolizzazioni.

Occorre riportare questo tema al centro del dibattito culturale, attingendo alle esperienze e non agli arzigogoli accademici che servono soltanto a imbellettare qualche intellettuale di turno. Quando mi sono trovato ad affrontare questo tema nelle scuole, mi sono reso conto dell’impreparazione e dunque di un atteggiamento nei confronti della morte privo di qualsiasi senso e di un’elaborazione che necessariamente comprende anche la vita.

Per lo più i giovani si limitano a vedere nella morte un gesto eroico, una possibilità di riscattare la vita piuttosto spenta. Come l’eroe greco ha un appuntamento obbligato con la morte: diventa eroe solo con la morte, così gli attuali pseudoeroi giocano con la morte senza tuttavia che il "gioco" acquisti un significato eccezionale per un popolo, tanto da fare dell’eroe un evento straordinario. Qui l’eroe è dentro il quotidiano, nel sabato sera, allo stadio e il suo gesto è privo di qualsiasi significato sociale: a meno di non includervi la spettacolarità. Occorre che questa società riporti la morte tra i grandi temi della propria meditazione. Ancora una volta è necessario partire da significati terreni, da una dimensione umana, prima ancora di arrivare alle teologie e ai contenuti propri delle grandi religioni.

Esiste anche un ammazzarsi lento, come la droga, come quando si è consapevoli di «sballare», di «andar fuori di testa», di «perdere la propria identità». C’è poi il suicidio che è un vero e proprio ammazzarsi. Classicamente si sono fatti due capitoli tra loro diversi per l’omicidio e il suicidio, ma ora c’è la tendenza a uniformarli se non altro perché si tratta sempre di violenza verso la vita dell’altro oppure a se stesso. Sempre di più si rilevano suicidi spettacolarizzati e privi di motivazioni. Lontani, comunque, dal "suicidio lucido" alla Ardigò, e dal "suicidio disperato" alla Pavese. L’interpretazione corrente è che l’ammazzarsi si inserisca sempre in un momento ludico o titanico, di chi si sostituisce al fato o agli dèi e quindi decide il momento per uscire di scena. Riappare, dunque, l’eroe anche se nella veste di chi elimina il nemico è dentro di sé.

Vittorino Andreoli

Segue: La tenerezza dell'infanzia
       

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