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Una testimonianza incisiva

Parola di sopravvissuta

di Linda Croci
   
    

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page

Per superare il trauma da incidente stradale, una ragazza si interroga sul disagio dei coetanei. E indaga sulle stragi del fine settimana. La descrizione è plastica. Ma la denuncia terribile: i ragazzi scherzano con la morte.

Il fine settimana continua a essere colpito da quello che ormai è diventato un vero e proprio fenomeno sociale, definito come "Le stragi del sabato sera". Questa è diventata un’espressione giornalistica che riassume il fatto che giovani automobilisti perdono la vita lungo le strade italiane nel week end. Molti giovani bevono con facilità, amano tirare tardi, gareggiare dopo una serata di divertimento con il proprio gruppo di amici, magari con l’auto del padre di grossa cilindrata anche se neopatentati. Ma, soprattutto, ci sono giovani disposti, per il loro sabato sera, a percorrere anche cento chilometri per raggiungere i luoghi preferiti.

Ormai non sono più fatti isolati, di pochi esaltati, bensì sono coinvolti un numero rilevante di giovani per il quale parlare di sicurezza sulla strada è diventato aleatorio. Eccesso di velocità, non rispetto delle precedenze, ebbrezza, stravaganti bravate e guida contromano sono le cause più frequenti di questi incidenti.

I dati Istat, pubblicati nel volume sugli incidenti stradali negli anni, mostrano che il fenomeno è in crescita (quasi raddoppiato in 10 anni): nel l995 circa 15 persone ogni fine settimana hanno perso la vita in un incidente stradale. Un’elevata velocità può essere motivata dalla situazione contingente, sia di emotività che di necessità, soprattutto per spiegare certi comportamenti assurdi e pericolosi, a volte legati alla necessità e a volte legati al puro piacere: «vado al massimo, sto nella corsia di sorpasso...».

Queste e tante altre sono state le ragioni che mi hanno spinta a interrogarmi sul perché molti dei ragazzi di oggi portano la loro vita ai confini continuamente, cercano in ogni modo di sfidarla, di sfidare cioè la vita, e di non seguire le "regole" della loro stessa vita.

Ecco perché ho intitolato il mio libro Scherzando con la morte (Guaraldi, 1996) (1) ; titolo emblematico che riassume la mia tesi di laurea e la mia opinione su questi fatti: e cioè che i giovani non considerano la potenziale pericolosità della strada e del mezzo che si trovano tra le mani così non fanno altro che giocare con le loro vite e con quelle di altri, scherzando, senza pensare ai rischi che corrono.
   

Il malessere dei giovani

Sono chiaramente partita da un’ipotesi di fondo: questo fenomeno per me è la manifestazione di un malessere di molti ragazzi di oggi, che deriva dalla mancanza di alternative di divertimento. In pratica non sanno più come passare il loro tempo libero e inventano dei giochi e delle vere e proprie sfide con la morte.

Moltissime delle persone, dei ragazzi che muoiono al venerdì o sabato sera arrivano a una situazione limite, cioè in realtà molti di questi incidenti si potrebbero identificare come "suicidi mascherati", come se i protagonisti volessero fuggire dalla realtà e cercare di sfidare se stessi.

Il fine settimana diventa spazio di evasione e libertà di trasgressione delle regole e dell’ipocrisia: vivere la notte è una sorta di rituale che consente ogni sfida, che restituisce uno spazio di indipendenza, la possibilità d’essere aggressivi e di lottare contro il tempo e la sua noia mortale.

Anche le sfide in corsie contromano in autostrada o le gare a velocità folle tra automobilisti rappresentano dei riti, comunque tragici, che si potrebbero anch’essi assimilare a un suicidio (non si vuole morire, ma mettere in gioco la vita propria perché disprezzata). Tutte queste sfide contengono un angosciante messaggio di autodistruttività.
   

La mia esperienza

Queste affermazioni sono frutto di uno studio sulla condizione giovanile che conduco ormai da 5 anni: per me tutto questo è diventato come una crociata quasi ossessionante e in pratica una ricerca di ragioni, ma soprattutto una ricerca di altri me stessa. La mia tesi non è stata pensata perché l’argomento è di stringente attualità, bensì nasce da un’esperienza vissuta sulla mia pelle: all’età di vent’anni e mezzo un sabato sera del 1992 ebbi un incidente stradale, all’uscita da un disco-pub. L’incidente mi ha portata al coma per alcuni giorni, senza nessuna rottura: in auto ero sola al momento dell’incidente, perché avevo accompagnato a casa tutti gli amici con cui avevo trascorso la serata.

Non ricordo nulla di quanto è accaduto, ho solo un vago ricordo del pub e di quello che ho consumato: un bicchiere di latte macchiato. Sono, infatti, completamente astemia: quella sera ero stanca e avevo sonno, perché avevo fatto mattina in una discoteca di Riccione il venerdì precedente. Avevo poi studiato tutto il sabato in quanto il lunedì successivo avrei dovuto sostenere l’esame di francese all’università alla quale ero iscritta al secondo anno.

Ero una ragazza tranquilla, forse un po’ superficiale, ma con l’incidente mi è scattato qualcosa per cui ho cambiato modo di affrontare la vita. Mi sentivo soffocata da un’ansia e paura della morte, entrando così nel circolo vizioso della depressione. Mi sono chiusa completamente in me stessa, nella mia "sfortuna" di essere viva, non volevo uscire e neppure vedere i miei amici. L’unico modo per combattere questo malessere interiore fu quello di smettere di mangiare: l’anoressia mi portò a pesare trentanove chilogrammi. Quando però si tocca il fondo o si capisce come ci si è ridotti si comincia a pensare a un modo per uscirne; o se si è raggiunto il punto del non ritorno, allora forse si guarisce e si decide di farsi aiutare.

Ho toccato il fondo quando ho sostenuto per due volte un esame universitario, e ho capito che non avevo più le forze di ricordare quello che studiavo: mi sono resa conto che mi stavo portando verso la morte mentale e poi fisica. Il modo per uscire da tutto ciò, per esorcizzare quella che per me era diventata una paura di vivere, è stato proprio quello di mettere a confronto la mia esperienza con quella di tanti altri giovani «scampati a una strage del sabato sera».

Ho raggiunto ragazzi dai venti ai trent’anni che hanno avuto almeno un incidente stradale nelle notti del venerdì e del sabato. Tranne un paio di loro, che sono studenti universitari, gli altri lavorano alle dipendenze. Hanno, quindi, una discreta disponibilità di denaro, vivono in famiglia, possiedono un’auto di grossa cilindrata e in una sera possono spendere per divertirsi anche 200 mila lire. Non si realizzano però nel loro lavoro, dove non hanno la possibilità di emergere per differenziarsi.

Ecco che la serata passata magari in discoteca può diventare un momento per recitare la propria parte di eroe. Poi la strada è un luogo per misurare e mostrare il proprio coraggio e bravura. Tanto si crede di essere invincibili e onnipotenti: la cosiddetta filosofia del «tanto a me non capita».
   

Velocità, alcol e droga

C'è un paio di testimonianze che fanno pensare per la naturalità con cui raccontano, per esempio, di avere avuto ben quattro incidenti stradali come se niente fosse successo: «mi andrà bene una quarta volta..». Qualcuno poi ha raccontato che si "ingarriva" se l’amico davanti spingeva l’acceleratore..., non pensava che stava viaggiando già ai 180/190 chilometri all’ora, ovviamente in autostrada, alle sette della domenica mattina. Avevano trascorso la serata in un locale di Riccione.

Infatti il 94% degli incidenti stradali del sabato sera avviene per eccesso di velocità e il 98% circa per non aver rispettato le regole. Questo sta a dimostrare che al di là dei controlli, chi guida va responsabilizzato di più e dev’essere più consapevole delle proprie condizioni psicofisiche nel momento in cui si mette al volante.

Esiste anche un’alta percentuale di ragazzi che beve prima di entrare in un locale: ecco perché molti di questi incidenti stradali sono collegati all’assunzione di alcol. Infatti quando si esce da un locale dopo 3-4 ore le distanze e la velocità dei veicoli provenienti in senso opposto non sono più esattamente valutabili.

L’assunzione di alcol, anche se solo occasionalmente in quantità elevata, è sinonimo di ricerca dell’alterazione momentanea per superare così le proprie inibizioni e imitare gli amici. I superalcolici soprattutto sono consumati solo con gli amici prima di arrivare al locale prescelto.

Alcol, ma anche droga per alcuni dei ragazzi che ho intervistato: almeno un terzo di loro mi ha rivelato d’aver provato sostanze stupefacenti, perché sono considerate da loro "non pericolose", prima fra tutte lo spinello, anche se qualcuno accenna alla cocaina. Le motivazioni? Stare meglio con gli amici, vivere meglio la serata, allontanarsi per un po’ di tempo dalla realtà terrena e sentirsi al di sopra di tutto e tutti.

L’ecstasy è (tra i ragazzi intervistati) la droga più diffusa tra le nuove droghe; si trasforma in sostanza "da prestazione" e l’atmosfera collegata a essa diventa la vera padrona della situazione. Questo però non succede in tutti i locali da ballo, perché si calcola che su oltre cinquemila discoteche in Italia, la droga circoli in percentuale del 7-8%, dove quasi la metà dei giovani consuma droghe.

Nel mio libro ho riportato le parole dei ragazzi che rivelano di aver provato l’ecstasy e la descrizione delle loro sensazioni: «mezz’ora dopo che hai calato, ti senti in grado di fare qualsiasi cosa». Raccontano di avere ballato e sudato molto, ma senza sentirsi stanchi: «è proprio una bella sensazione», mi è stato detto. Un ragazzo, che ha provato un paio di volte la cocaina, dice che questo tipo di droga non va più perché non ci si vuole più appartare da soli ma si preferisce rimanere con gli altri.

Il vero pericolo arriva quando cominciano a mescolare alcol, pasticche e anfetamine: il senso di onnipotenza prodotto dall’ecstasy porta a mettere in pratica comportamenti ad alto rischio. Se un ragazzo sotto l’effetto dell’ecstasy si mettesse alla guida, si sentirebbe in grado di controllare ogni situazione imprevista: va veloce, compie manovre azzardate e poi succedono gli incidenti, quando l’effetto euforizzante crolla velocemente 4-6 ore dopo l’assunzione. Allora subentrano stanchezza, depressione e incapacità di concentrazione.

Il problema oggi credo sia solo lo stile di vita dei giovani che ha il loro baricentro nel gruppo dei pari e che si proietta verso l’estremo, vale a dire sul tutto e subito. Io spero che quello che mi è capitato possa essere preso in considerazione dai ragazzi al fine di poter trarre un senso di aiuto e che il mio libro possa diventare un vademecum della notte.

Linda Croci

NOTE

1 Il libro è tratto dalla mia tesi di laurea in Scienze politiche, indirizzo sociologico, in cui ho portato avanti una ricerca sperimentale sugli incidenti stradali del sabato sera, intervistando le vittime. (torna al testo)

   

UNA RICERCA EUROPEA
     

La Federazione europea delle vittime della strada (casella postale 2080 - CH1211 Genève, 2 Depot - Suisse) ha realizzato una ricerca sull’impatto della morte e dell’infortunio su strada che in Europa ogni anno registra più di 48.000 morti, 150.000 invalidi, oltre un milione e mezzo di ospedalizzati. I risultati dell’ultima ricerca (attuata tramite questionari) evidenziano che il 91% delle famiglie dei morti e il 78% di quelle degli invalidi lamentano la scarsa informazione ricevuta sui loro diritti; la maggior parte delle vittime ha bisogno di aiuto psicologico e legale; le famiglie (89% dei morti, 68% di quelle degli invalidi) si dichiarano insoddisfatte dei sistemi di giustizia civile e penale; non esiste alcun riconoscimento legale del danno causato dal trauma cranico; la sofferenza psicologica è di lunga durata e può causare malattie serie. Delle organizzazioni componenti la Federazione su citata StradaAmica ha sede a Catania (via Monserrato 110) tel. 095/43.81.13.

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