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EDITORIALE

Insegnare ad amare la vita

La Direzione
   

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page La morte non è per sua natura violenta. Sono gli uomini a renderla tale e per questo la temono. Oggi, soprattutto, si evita di parlarne con i bambini.

Si tende a cancellare e dimenticare la presenza della morte dalla nostra esistenza, e la si ricorda solo quando questa ci appare all’improvviso in quanto tragico e misterioso evento. Di conseguenza si crea, in particolare nell’adolescenza, quell’insano rapporto di fobia e attrazione verso un fenomeno che dovrebbe avvenire per cause naturali o incidentali, ma mai per mano dell’uomo. Non è così, invece, che molti giovani sembrano concepire la morte e in particolare la sua assoluta irreversibilità.

Uccidersi o uccidere finisce per essere una sfida, una prova di forza e di coraggio, forse anche un gioco. Diviene un atto dettato dal disagio nel recepire un fondamentale insegnamento che gli adulti, d’altra parte, faticano a trasmettere: quello riguardante il valore e la bellezza della vita che è un percorso ricco di imprevisti, anche dolorosi, ma che in nessun caso, nemmeno nei più drammatici, possono essere risolti con gesti estremi.

Forse in quest’ottica si potrebbe restituire ai cimiteri il significato di luoghi adibiti al giusto riposo degli uomini. Lì l’ordine esteriore è sintomo del naturale destino di ogni individuo a morire nel "suo momento" e non quando, in un delirio d’onnipotenza, in un’assoluta mancanza di rispetto della vita altrui o in una spasmodica ricerca di misurarsi con il mondo, lui stesso o altra persona decide di porre fine violentemente a una esistenza.

Oggi, tuttavia, non si visitano le tombe dei propri cari, se non sporadicamente durante la recente fase del lutto. Non è più consuetudine normale, tradizione, rito sacrale. Ma soprattutto si va individualmente, non con la famiglia e né vi si conducono i bambini. Probabilmente perché l’adulto ha paura che loro abbiano paura. Il culto dei morti avviene in un luogo dove regna l’ordine e predomina un silenzio che invita ad osservare e a parlare pacatamente. Il suo perenne rinnovarsi, inoltre, è scenario di concreti legami con la natura.

Andare al cimitero insieme e con regolarità è quindi occasione formativa ineguagliabile, perché vi è il passato che attraverso la curiosità naturale dei bambini si riversa nel presente. Nella molteplicità delle storie di chi è stato caro a qualcuno emergono tangibili i legami di affetto e la struttura generazionale. Dentro questo chiedere e avere risposte, i bambini spontaneamente introducono i loro perché esistenziali. Così l’adulto non può sottrarsi al lasciare riemergere i propri perché e al cercarvi le risposte nella continuità della vita scandita dall’alternanza familiare, ma può lasciar fuori da ogni discorso relativo alla morte la brutalità che spesso indebitamente l’accompagna.

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