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Incontri

Uscire e ritornare alla vita

L’ESPERIENZA DI XAVIER POMMEREAU

di Paolo Romani
(giornalista)

  

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page

È in costante aumento in Francia il numero degli adolescenti che tentano di uccidersi. A Bordeaux uno psichiatra ha fondato il Centre Jean Abadie per accoglierli e curarli. È un percorso lungo e difficile, costellato di insuccessi. Importante è, comunque, prevenire e aiutare le famiglie a cogliere i campanelli d’allarme nel comportamento dei giovani.

Una grande parete bianca, liscia come una lavagna, piena zeppa, dal pavimento su fino al soffitto, di frasi scarabocchiate coi pennarelli colorati. Un’immensa pagina che racconta la vita, i tentativi di suicidio e qualche volta la morte dei ragazzi e delle ragazze che, un giorno, non si sa bene perché, decidono di "farla finita". Si leggono cose insostenibili, che fanno l’effetto di un pugno nello stomaco («La morte si avvicina, mi balla intorno. Aiuto! Non so più dove nascondermi». Oppure: «Avrei preferito vivere, ma ho deciso: vado a morire domani»), ma anche, qua e là, messaggi di speranza («Io ho voluto uscire dalla vita, ma sono ritornata»).

Quella parete, che si trova in una vasta sala comune adibita a biblioteca, dove si può anche guardare la Tv, giocare a carte o a scacchi, scambiare due chiacchiere con gli altri e sulla quale ognuno può sbizzarrirsi a scrivere quello che gli passa per la testa, è il punto di riferimento del Centre Jean Abadie di Bordeaux. Un centro ospedaliero fino a poco tempo fa unico in Francia e in Europa (ma il modello ha fatto scuola e da qualche mese ce ne sono due simili in Belgio e in Svizzera), creato nel 1992 dal dottor Xavier Pommereau, un medico psichiatra di 46 anni, alto e biondo. «C’era bisogno», spiega, «di una struttura speciale solo per gli adolescenti e i giovani fino a 25 anni, per tutti coloro che sono ossessionati dal desiderio di morire e fanno fatica a vivere».

La gravità del problema non ha bisogno d’essere sottolineata. Basti sapere che i suicidi sono paurosamente cresciuti, in Francia, negli ultimi anni (8 mila morti nel 1975, più di 13 mila nel 1996) e che la fascia d’età più colpita è proprio quella dei 15-25 anni. Le statistiche fanno rabbrividire: più di 40 mila gli adolescenti francesi che tentano di uccidersi ogni anno e più di mille ci lasciano la vita: un tentativo ogni 13 minuti, un morto ogni 9 ore in questa fascia d’età, dove il suicidio è il secondo fattore di mortalità dopo gli incidenti stradali. L’idea di Xavier Pommereau è accogliere, curare, assistere i ragazzi e le ragazze che hanno tentato di uccidersi e sono stati salvati in extremis; aiutarli a recuperare il gusto della vita, e soprattutto impedire che ricomincino.

La ricetta sembra funzionare: fra i giovani che passano per il Centre Jean Abadie, più della metà accetta di seguire una terapia psicologica e non ritenta il suicidio. Ma il dottore si guarda bene dal cantare vittoria. Anzi, secondo lui la situazione è destinata ad aggravarsi: la crisi economica, la disoccupazione, la disgregazione delle famiglie, l’esodo rurale, la violenza che sconvolge le banlieues, la pedofilia, la moltiplicazione dei casi di violenza sessuale nell’ambiente familiare, sono i fattori che rischiano di far aumentare la percentuale dei suicidi. Di qui il grido d’allarme lanciato nei saggi: L’adolescent suicidaire (edizioni Dunod) e Quand l’adolescent va mal (edizioni Lattès), che ha dedicato a questo tragico problema e che presto saranno tradotti anche in Italia.

  • Dottor Pommereau, è possibile prevenire il suicidio degli adolescenti? E se sì, come?

«Bisogna sapere, prima di tutto, che il suicidio è raramente un atto isolato. È accompagnato, e quasi sempre preceduto, da altre turbe del comportamento, che, quale che sia la forma che assumono, hanno tutte qualcosa in comune: sono atti di rottura. Il più sintomatico è la fuga: quando un adolescente scappa di casa, vuol dire che la situazione è già molto grave. Piuttosto che pensare a una prevenzione un po’ utopistica (non si vede bene come si potrebbe impedire che un giovane tenti di uccidersi), è molto più utile sorvegliare il comportamento. Ci possono essere tanti segnali: l’adolescente che si ripiega su se stesso rifiuta di frequentare i compagni, non vuole più vedere nessuno, scappa da casa, si mette a bere superalcolici, a fumare spinelli, a prendere dei tranquillanti, oppure commette atti di vandalismo. Quando tendono a moltiplicarsi, a ripetersi sempre più frequentemente, questi atti sono altrettanti campanelli d’allarme. Fra i ragazzi che vedo passare nel Centre Jean Abadie, più della metà ha fatto una o più fughe da casa.

La fuga è un segnale di sofferenza, il segnale più inquietante di rottura, prima della decisione di rompere con la vita. Occorre dunque essere vigilanti e non esitare, non appena il comportamento dell’adolescente desta qualche preoccupazione, a domandargli, senza falsi pudori e con la massima franchezza, se l’idea del suicidio gli passa per la testa. Bisogna, insomma, che i genitori (o i nonni, o altri parenti, o gli insegnanti) abbiano il coraggio di spezzare un tabù, dal momento che il suicidio è un argomento che i ragazzi non osano abbordare spontaneamente. Se si ha il coraggio di parlargliene, allora si sentiranno meno "incompresi" e si confideranno più facilmente. E sarà meno difficile fargli accettare una visita dal medico, dallo psichiatra, dall’assistente sociale. Riassumiamo. Primo grado della prevenzione: la vigilanza, in modo da individuare i segnali d’allarme. Secondo grado: il dialogo. Terzo grado: l’intervento dello specialista».

  • Ma se i genitori sono incapaci di dialogare con i figli?

«È vero che molti genitori, quando capiscono che l’adolescente non sta bene o è in crisi, non sanno fare altro che chiedere: "Che cosa ti succede?". È la domanda peggiore, perché non rimette in questione niente, e fa sì che il ragazzo (o la ragazza) si senta aggredito, obbligato a giustificarsi. La domanda giusta è: "Abbiamo l’impressione che ci sia qualcosa che non va: che cosa ci succede?" Insisto su quel ci, che fa la differenza tra i genitori capaci di rimettersi in questione, perché in realtà anche loro soffrono come l’adolescente. Il dialogo non deve essere un interrogatorio, ma un vero scambio: se vogliono sapere che cosa c’è nella testa del ragazzo, i genitori devono parlare, con la massima franchezza, anche di se stessi. La comunicazione non deve essere a senso unico, un padre o una madre non è un inquisitore né un commissario di polizia».

  • Dunque le cause del "mal di vivere" degli adolescenti vanno ricercate anzitutto nell’ambiente familiare...

«Sì, ma non esclusivamente. È vero che fra le ragazze che arrivano al Centre Jean Abadie in seguito a un tentativo di suicidio, una su tre è stata vittima di violenze sessuali in famiglia. Ma non bisogna pensare che ci siano sempre necessariamente dei colpevoli, e occorre evitare anche di "colpevolizzare" sistematicamente i genitori. Dialogare non significa celebrare un processo penale, non debbono esserci né giudici né imputati, ma semplicemente la volontà di analizzare insieme una situazione e individuare le cause di un malessere, di una sofferenza che può spingere l’adolescente a compiere un gesto estremo».

  • Quando un ragazzo arriva al Centre Jean Abadie dopo un tentativo di suicidio, vuol dire che la prevenzione non ha funzionato. A questo punto, che cosa fare per impedire che il gesto si ripeta?

«Bisogna evitare, in primo luogo, di banalizzare un atto che è sempre drammatico, anche se non è riuscito. L’ideale è rispondere al desiderio di "rottura" con una "rottura istituzionale". L’adolescente che ha voluto uccidersi deve essere condotto al pronto soccorso e ospedalizzato anche se si è limitato a ingoiare poche pastiglie di barbiturici. Poi deve essere messo in contatto con uno psichiatra o uno psicologo, con qualcuno che sia capace di dialogare con lui e scoprire cosa si nasconde dietro la sofferenza. Di qui l’utilità di un soggiorno (una, due, tre settimane) in una struttura come il nostro centro, che dispone di personale qualificato: con me vi lavorano altri tre psichiatri, otto infermiere e due assistenti sociali. Si tratta di proporre agli adolescenti, dopo le prime cure al pronto soccorso, un universo dove possano trovare un’identità e un posto, senza essere assillati dalla famiglia.

Dove non si limitino a lasciarsi curare passivamente, ma si sentano coinvolti e possano partecipare alla vita comunitaria, alle attività collettive, ai lavori domestici. Tutto questo, naturalmente, deve essere liberamente consentito e accettato, non bisogna imporre o comandare. Insomma, il nostro centro non è una mamma che coccola i figli, ma un papà che tratta l’adolescente come un individuo responsabile. Purtroppo, le strutture come questa sono ancora scarsissime, anche se ora qualcosa si muove: diversi centri ospedalieri, in varie città francesi ed europee, si preparano a seguire il nostro esempio».

Paolo Romani

GRIDO ALLARMANTE
   

«Un suicidio ogni quaranta minuti», è questo il grido d’allarme lanciato durante la prima Giornata nazionale per la prevenzione del suicidio svoltasi a Nantes il 5 febbraio 1997. Il bilancio è sconfortante e riporta dati relativi ad un costante aumento di questi tragici gesti in Francia. Più di 150.000 i tentativi e 12.000 i morti nel ’96, mentre erano "solo" 8.000 nel ’76. Anche se sul totale quasi un suicida su due ha più di 55 anni, dal 1991 al 1994, il suicidio è divenuto la prima causa di mortalità tra i 25-35 anni e la seconda tra i 15-24 anni e per il 70% si tratta di uomini. Un’accusa è stata lanciata ai servizi che, pochi e impreparati, non sono in grado di far fronte al problema. Infatti circa il 30-40% dei tentativi di suicidio sono destinati, nell’anno che segue, a venir ripetuti.

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