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Consulenza genitoriale

Perché l’ha fatto?

IL SUICIDIO COME RIFIUTO DEL MONDO

di Aristide Tronconi
(psicologo)
        

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page Spesso la morte volontaria di un giovane lascia sgomenti e in preda ai sensi di colpa genitori, amici e tutti coloro che gli erano vicini. Non è comunque possibile comprendere il significato di tale gesto, che, a volte, sembra esprimere il desiderio di allontanare irrimediabilmente da sé gli altri.

Perché l’ha fatto? Non è forse questa la domanda che ci poniamo quando veniamo a sapere che un giovane si è ucciso o ha tentato di farlo? Sembra che le due situazioni abbinate siano prive di coerenza: come può un giovane desiderare la morte quando ha davanti a sé tutta la vita? Quando è nel pieno del suo vigore e delle sue possibilità? Per certi aspetti molto ancora c’è da capire in un gesto che inquieta non solo i familiari e gli amici, ma l’intera comunità.

Diversi sono gli studi e le ricerche che hanno indagato i motivi o ragionato sulle condizioni che favoriscono l’atteggiamento violento del giovane nei propri confronti, pur tuttavia nessun risultato potrà mai da solo costituire una base sicura su cui formulare programmi di prevenzione, in quanto ciò che spinge un adolescente a volersi ammazzare varia col variare della struttura della sua personalità, della sua storia in famiglia e fuori dalla famiglia, delle condizioni fisiche e ambientali; non c’è una motivazione uguale per tutti né un segnale così sicuramente predittivo da far sì che si possa intervenire per tempo.

Un certo grado di probabilità e di incertezza sembra ci accompagni nelle riflessioni, ultimamente assai numerose, che facciamo in relazione a questi giovani, come se anche nella nostra mente entrino, in una qualche misura, l’insicurezza e la fragilità che l’adolescente avverte nel compiere determinate scelte o nel dipanare determinati conflitti tipici della sua età. Forse noi grandi non siamo in grado di collocarci nel giusto posto dove egli possa trovare affidabilità, accettazione, speranza. Il suicidio, in sostanza, è un gesto di disperazione e nello stesso tempo di liberazione; ma c’è da chiederci come mai non può essere riposta in noi quella disperazione o quel desiderio di pace.

Durante una delle abituali riunioni sulla discussione dei casi che gli operatori sociosanitari hanno periodicamente tra di loro, una collega inizia a parlare di un suo paziente che era stato trovato morto verso sera dai genitori, sdraiato sul sedile posteriore della macchina con un biglietto e una biro accanto a sé. Era uscito di casa il mattino dicendo che sarebbe andato in ditta e poi al colloquio con la dottoressa.

Da lei, in realtà, non era mai arrivato e neanche in ditta l’avevano visto per tutto il giorno; aveva avvertito per telefono che, per motivi familiari, si sarebbe preso alcuni giorni di permesso. I genitori al pari della collega non sapevano addurre ragioni di quel gesto, né d’altra parte il medico legale aveva, da una prima ricognizione, individuato la causa della morte; occorreva aspettare l’esito dell’autopsia per esserne certi.
   

Il caso di Gianluca

Negli ultimi tempi Gianluca, così scegliamo di chiamarlo, sembrava stesse abbastanza bene: aveva trovato un lavoro stabile, si era da poco riconciliato con i genitori e pareva fosse determinato ad iniziare una psicoterapia per uscire definitivamente da un uso saltuario, ma pericoloso, di allucinogeni. Aveva due giorni addietro compiuto i diciannove anni: era un bel ragazzo, non aveva problemi economici e con facilità riusciva ad avere successo con le ragazze e gli amici. Che cosa allora lo spingeva ad ingurgitare ogni tanto dosi massicce di ecstasy? E successivamente togliersi la vita? E per giunta in modo così misterioso?

Dopo questi interrogativi, che la collega pone al gruppo con un velato senso di rabbia mista a dolore, nessuno di noi riesce più a intervenire: qualcosa di incombente è calato su tutti quanti. In che cosa si è sbagliato? E chi ha sbagliato? Pare siano queste le domande che i nostri occhi pongono all’altro che ci guarda. Il medico che lo seguiva prende la parola e cerca di togliere agli interrogativi l’inquietudine di un possibile senso di colpa, spiegando che forse potrebbe trattarsi di un malore fisico; il suo corpo, d’altra parte, non portava segni di alcuna violenza.

Per un attimo gli siamo grati nel senso che sentivamo il bisogno di alleggerirci di un peso. Anche se nessuno dei presenti aveva ragione di rimproverarsi, sia come individuo che come professionista, pur tuttavia come adulti, tutti di una certa età e di una certa cultura, ci sentivamo chiamati in causa, sollecitati a dare una risposta alle richieste della nuova generazione di avere da noi qualcosa di rassicurante e di utile per sé, per poter continuare ad andare avanti, a immaginare un futuro.

Tutto sommato credo che la visibilità degli atti suicidari sia anche un’accusa alla comunità di venir meno alla sua funzione di aiuto e tutela. Forse la componente adulta di questa società è troppo tesa e preoccupata a salvaguardare quanto ha acquisito, magari con fatica, sacrificio e impegno, per essere anche attenta a quell’altra componente, quella più vulnerabile, rappresentata dagli adolescenti e dai giovani adulti.

Quanta integrazione o quanta scissione tra le due parti debba esserci nella società in cui viviamo, penso dipenda dal senso di sicurezza e di utilità che uno immagina possa ricavarne. L’adulto che allontana da sé tutta la fragilità dell’adolescente, supponendo così di sentirsi meglio, dimentica in realtà quale solitudine gli comporta tale scelta.

L’adolescente, che si toglie la vita per allontanare da sé coloro che l’hanno generato, si dimentica che in tal modo toglie anche aiuto, collaborazione e solidarietà ai suoi compagni. Non penso che una generazione potrà mai dirsi contenta se andrà a collocarsi al di là dei propri legami, costituiti, da una parte, dall’area dei genitori e, dall’altra, da quella dei figli.

Aristide Tronconi

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