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Una risposta ai problemi familiari

La morte desiderata

di Eugenio Borgna
(responsabile Servizio di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara)
        

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1998 - Home Page Le ragioni sottese al morire volontariamente non possono essere banalizzate. In quasi tutte è presente una sfida che deriva dal sentirsi immortali. Fra chi si droga e chi si suicida esistono meccanismi similari.
La perdita del senso della vita e l’attrazione della morte sono un’esperienza emblematica per ogni adolescenza in crisi. Spesso rappresentano una delle possibili reazioni ai conflitti familiari e individuali.

Ciascuna età della vita, come ha scritto una volta Romano Guardini in un suo libro (1) struggente e doloroso, è contrassegnata da luci e da ombre, da speranze e da disillusioni, da progetti e da crisi esistenziali; ma nell’adolescenza, nel passaggio difficile e frastagliato dall’adolescenza alla post-adolescenza, queste luci e queste ombre, queste speranze e queste disillusioni si fanno intense e laceranti, trascinando con sé le domande radicali sul senso della vita e della morte, della presenza di Dio e del silenzio di Dio, della solitudine e della comunità.

Ma il passaggio dall’adolescenza alla post-adolescenza è contrassegnato (anche) dalla trasformazione del corpo e del mondo in cui il corpo (il corpo vissuto) è immerso; e questa trasformazione si svolge nel contesto di emozioni radicali e profonde che sconfinano nell’inquietudine e nell’angoscia, nello smarrimento e nell’estraneità, nella dissolvenza e nella crisi della propria identità personale.

Non sempre questa trasformazione si realizza adeguatamente, ma, in taluni casi, essa fallisce: non si riesce, cioè, ad accettare la perdita della problematicità e della slanciata consistenza del corpo adolescenziale, della sua trasparenza e della sua neutralità sessuale. Nei casi in cui la trasformazione del corpo non si svolge adeguatamente, ma si accompagna alle tempeste emozionali che ho indicato, gli orizzonti di vita si oscurano e possono nascere esperienze psicopatologiche molto diverse: dall’ansia alla tristezza, dallo sgomento all’insicurezza radicale, dalla perdita di senso della vita alla fascinazione inarrestabile della morte volontaria, il suicidio, appunto.

Solo ascoltando, solo immergendoci nella vita interiore (nella agostiniana interiorità) degli altri (delle adolescenti e degli adolescenti in particolare), è possibile intravedere quali motivi siano a fondamento del rifiuto della vita e della scelta della morte. Non vorrei, qui, parlare del suicidio che si manifesta talora come il sintomo iniziale di un’esperienza schizofrenica, e che taglia profondamente e drammaticamente il cammino di una adolescenza: risucchiata nel gorgo di una morte volontaria (2) che non è del tutto consapevole e che è una morte involontaria. Vorrei solo ricordare questa possibile causa del suicidio adolescenziale che ci richiama al mistero della morte, certo, ma anche al mistero di un’esperienza, come quella schizofrenica che si può manifestare in età adulta, ma che nella storia della vita adolescenziale e post-adolescenziale (3) ritrova le sue profonde e lontane radici.

Non di questa forma di suicidio intendo, dunque, parlare ma di quello che nasce sulla scia di problematiche e di ragioni che non siano psicotiche e non, in particolare, schizofreniche.

Senza una premessa, come quella che ho delineato ora, non è possibile comprendere come mai, nella stagione più bella e creativa dell’esistenza, possa nascere improvvisa la tentazione (l’impulso inarrestabile) a troncare la propria vita: a bruciarla e a frantumarla. Solo, cioè, riflettendo sulle contraddizioni e sulle angosce che sommergono l’adolescenza ci si può avvicinare alla comprensione del suicidio che nasce in essa.

L’oscillazione fra il timore (la fobia) della morte e la sua fascinazione (l’attrazione) è un’esperienza emblematica di ogni adolescenza.

Come la vertigine dell’altezza induce talora a precipitare giù negli abissi delle profondità perdute, così il timore (lo spavento) della morte si trasforma talora mediante meccanismi psicodinamici fatali (non voglio morire, ho paura della morte, ma posso superare questa paura solo sfidando la morte: solo cercandola e realizzandola) nella scelta della morte.

Sono meccanismi, del resto, che entrano in gioco anche nel nascere e nello svilupparsi di una tossicomania: di questa forma di vita che non è se non una metafora (un’immagine) della morte e del suicidio. Ci si abbandona alla "droga" perché si ha paura del dolore e della sofferenza, ma anche perché nella "droga" si vuole affogare la paura della morte.

Certo, questa è la banalizzazione della morte ma è, soprattutto, la paura della morte che si intende spegnere annientandola.

Nella tossicomania, ma anche nella corsa frenetica che, nel cuore della notte, si fa in macchina sfidando ogni volta la morte si può nascondere un sentimento di immortalità: un sentimento di negazione della morte. Ci si affida alla velocità temeraria nella certezza che la morte non possa sfiorarci, e non possa davvero aggredirci: essa, in ogni caso, non ci riguarda e non ci tocca.

Le cose molto belle, che sono state scritte da F. Anibaldi Cantelli a proposito della tossicomania, possono essere ritrascritte nel contesto di molti comportamenti adolescenziali che, temendo la morte, la sfidano continuamente.

«La tossicomania è un sogno d’immortalità, ed è una condizione che rinvia profondamente all’infanzia. Con una differenza: da bambini non vogliamo essere immortali perché, semplicemente, lo siamo. Non ne sanno nulla, i bambini, della morte. Vivono il presente, dimorano nell’evento, ossia nell’eternità. Essi non sanno, sono»; e ancora: «I tossicomani hanno già saputo, e tuttavia vogliono trattenersi nell’infanzia, rifiutano ostinatamente questo sapere che è "il" sapere. E allora si offrono alle droghe come a ciò che li sottrae dal sentimento della mortalità, ciò che riproduce l’effetto dell’infanzia: quel particolare incanto che abbiamo provato quando della vita (e della morte) non ne sapevamo nulla, quando, semplicemente, vivevam.(4)
   

Tabella

Una sfida preoccupante

Sfidare la morte nel timore della morte, ma nella certezza di non-potere-morire perché immortali.

Ma è la fascinazione della morte, la morte desiderata come risposta a uno scacco vitale o a un conflitto familiare o a un insuccesso scolastico, la ragione più frequente della ricerca della morte: del suicidio adolescenziale. Anche se maturato nel contesto rovente delle problematiche adolescenziali, questo è un suicidio che dovrebbe essere intravisto, che potrebbe essere calcolato e previsto se nelle famiglie ci fosse dialogo e attenzione agli aspetti psicologici ed emozionali dei figli, se nelle scuole non si enfatizzasse (non si trionfalizzasse) la riuscita e se si considerassero invece i ruoli della sensibilità e della timidezza che si nascondono molto spesso in uno scacco scolastico.

Questa è Stefania, ad esempio: ha sedici anni ed è di carattere sensibile e riservato. Ingestione di psicofarmaci (di ansiolitici) che induce a una degenza nel servizio di psichiatria di Novara: «Non voglio più vedere nessuno dei miei. Non voglio più tornare in quella casa. Mio padre non riesco a sopportarlo. Mia madre si disinteressa completamente di me. Che io ci sia o non ci sia, non ha alcuna importanza. Non ha alcuna importanza per loro. Quando sarò a casa, lo farò ancora. È inutile che mi facciate mangiare, perché voglio morire».

La friabilità delle motivazioni che trascinano a ricercare il suicidio come risposta immediata ai problemi e ai conflitti della vita (familiare in particolare) si constata del resto in quello che Stefania dice qualche giorno dopo il suo ingresso in ospedale: «L’ho fatto impulsivamente. Non ne potevo più della mia casa, poi il fidanzato non è venuto all’appuntamento e così ho deciso di farla finita. Ma ora non lo farò più»; e, trascorso qualche altro giorno, la metamorfosi emozionale si esprime con queste parole: «Sono la persona più felice del mondo, e tutto è stato chiarito: lui mi ha perdonato».

Cose semplici e banali, certo, e nondimeno questo è uno dei modelli più frequenti, ma anche più rischiosi, con cui nell’adolescenza si cerca di sfuggire ai conflitti andando alla ricerca di una morte: che non è sempre evitata.
   

Il fascino della morte

La distinzione fra tentato suicidio (considerato come finzione e come scenografia allestita per richiamare attenzione da parte dell’ambiente familiare) e suicidio riuscito (considerato come la sola seria e intenzionale ricerca della morte) non è sostenibile: nel senso che, come in Stefania, ci sono suicidi che non si realizzano solo perché intervengono eventi imprevedibilmente salvifici, e ci sono suicidi che si attuano nonostante che non si voglia morire (5) .

Non si può, in ogni caso, pensare che Stefania sia una personalità "malata" e che la sua modalità suicidaria abbia radici patologiche. Il fascino della morte avviene in lei come risposta automatica e irriflessa a modi di essere, ad atteggiamenti del mondo familiare che non sono adeguati e non tengono in conto della fragilità e della precarietà (psicologiche e, direi, ontologiche) di ogni adolescenza in crisi.

Nella fascia di età compresa fra i sedici e i vent’anni si inseriscono altre forme di fascinazione della morte: quelle che nascono da una condizione di taedium vitae, di perdita di ogni senso nella vita e di ogni speranza nella vita, e che confluiscono in sequenze talora ripetute di ricerca della morte: senza le metamorfosi rapide e molto spesso definitive dello stato d’animo emozionale come è avvenuto in Stefania.

Qualche flashback dalla storia della vita di Ignazia che ha diciotto anni quando si avvelena con barbiturici, e ne è salvata a stento e imprevedibilmente, e ha vent’anni quando ritenta il suicidio con ossido di carbonio: conseguendone uno stato di coma profondo. Si salva anche questa volta; benché sia tuttora alta la precarietà della sua esistenza.

La condizione familiare, si è sposata giovanissima, è determinante. Ascoltiamola: «Sono considerata e trattata da mio marito come un oggetto: non altro. La mia vita non ha alcun senso, e sono molto dispiaciuta di non essere riuscita a morire. Come vorrei essere libera di scegliere e di decidere, e invece sono stata legata a mio marito. Non so: mi auguro che il Signore non mi lasci in questa vita senza senso».

Come si vede, l’attesa (la fascinazione) della morte ha in Stefania e in Ignazia modalità radicalmente diverse di insorgenza e di elaborazione: impulsive e immediate, istintive e modificabili nella prima e ben determinate e più difficilmente modificabili (tamponabili) nella seconda.
    

L’indifferenza emozionale

Nell’area vitale dell’adolescenza la morte, la tentazione e la ricerca della morte nascono sulla scia delle complesse modificazioni psicologiche e corporee che in essa hanno luogo.

Ci sono nondimeno adolescenze che, anche al di fuori di ogni reale patologia, si confrontano con la morte temendola e desiderandola, banalizzandola e negandola, sfidandola e giocando con essa come a una roulette russa: sulla scia di un’indifferenza emozionale che non può non nascondere, del resto, in sé schegge di angoscia solo apparentemente rimossa.

Ma ci sono, molto più frequentemente, adolescenze che subiscono la fascinazione della morte come risposta a conflitti personali e familiari; e in questo caso è necessario distinguere una modalità autoaggressiva che si svolga come reazione a corto circuito e, cioè, come risposta irriflessa e automatica a una situazione conflittuale da una modalità autoaggressiva, motivata o meno da circostanze ambientali, che si configuri come un’azione finalizzata a desiderare la morte come liberazione da un "peso" insostenibile dalla perdita del senso della vita, e come "salto" in un’altra dimensione (mitizzata e mistificata) dell’esistenza: quella della morte, appunto, intesa come ultima speranza.
   

Isolamento distruttivo

Certo, a fondamento comune delle diverse forme di fascinazione della morte, che si ha nell’adolescenza, sta una condizione di solitudine interiore e di isolamento sociale.

Vivere la propria adolescenza, le difficoltà e i problemi conflittuali della propria età nel deserto delle relazioni interpersonali (familiari e sociali) non può non significare l’esperienza di una disperata condizione di solitudine e di isolamento; e la morte, la ricerca della morte, si può manifestare sia come sfida alla vita (come negazione della vita e come fuga nella morte: ci si inabissa nella vertigine inarrestabile) sia come risposta a una vita svuotata di senso.

Fra questa e quella modalità di immersione fatale nella morte si svolgono le diverse articolazioni del suicidio nella adolescenza.

La confrontazione psicoterapeutica con chiunque abbia tentato il suicidio in questa decisiva età della vita non può limitarsi alla sola dimensione clinica (alla dimensione propria della psichiatria), ma deve estendersi al campo sociale dell’adolescente: al suo contesto familiare e al suo contesto educativo (scolastico).

La psichiatria non può, del resto, non essere consapevole del fatto che il mondo in cui viviamo è ambiguamente contrassegnato da elementi di violenza inumana (6) e di indifferenza glaciale alla fragilità e alla problematicità dell’esistenza che si manifestano nella loro più alta incandescenza proprio nella fascia di età che sta fra i sedici e i vent’anni.

Eugenio Borgna

BIBLIOGRAFIA

  • 1 Guardini R., Die Lebeusalter, WerkbundVerlag, Würzburg 1959. (torna al testo)
  • 2 Borgna E., Come se finisse il mondo. Il senso dell’esperienza schizofrenica, Feltrinelli, Milano 1995. (torna al testo)
  • 3 Borgna E., Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano 1997. (torna al testo)
  • 4 Anibaldi Cantelli F., La quiete sotto la pelle, Frassinelli, Milano 1996. (torna al testo)
  • 5 Finzen A., Suizidprophylaxe bei psychischen Störungen, PsychiatrieVerlag, Bonn 1997. (torna al testo)
  • 6 Scharfetter C., Allgemeine Psychopathologie, Thieme, StuttgartNew York 1991. (torna al testo)

Segue: I tesori di generosità delle nuove generazioni
   

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