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L’ADOZIONE A DISTANZA

Una nuova forma di solidarietà

di Maria Gabriella Landuzzi
(dottore di ricerca in Sociologia e Politiche sociali)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1999 - Home Page Tre sono gli attori interessati: chi offre, chi riceve, l’associazione che funge da intermediaria. E il denaro costituisce il veicolo per una specifica relazione. Come ampiamente dimostrato da un’apposita ricerca.

Con il termine "adozione a distanza" non intendiamo riferirci a un vero e proprio tipo di adozione legale quanto piuttosto all’espressione di un nuovo tipo di solidarietà, un modo moderno e diverso di impegno nei confronti di chi si trova in difficoltà. Il concetto di solidarietà si trasforma da servizio rivolto agli "ultimi" a servizio rivolto alla piena realizzazione dei diritti sociali di cittadinanza.

L’adozione a distanza può essere considerata una nuova forma di solidarietà. La novità è data da due elementi, strettamente connessi, che la caratterizzano in maniera peculiare, distinguendola da forme più tradizionali di impegno nel sociale: dal fatto che l’impegno solidale non si limita a una generica, per quanto non casuale, offerta di denaro a favore di chi vive in condizione di bisogno; dal fatto che l’offerta di denaro, anziché risolvere il rapporto tra due soggetti, costituisce veicolo per la nascita di una specifica forma di relazione sociale.

Nel più generale sistema di scambi (beni, servizi e doni), il denaro, come mezzo simbolico generalizzato di circolazione di beni e servizi, se da una parte libera il soggetto (per la soddisfazione dei suoi bisogni) dalla dipendenza da altri, svincolandolo dal meccanismo particolaristico del dono e del debito (secondo la logica del "dare-ricevere-contraccambiare"), dall’altra parte consente di attivare relazioni di scambio anche solidaristico che si esauriscono nel momento in cui avviene il passaggio del denaro da una mano (chi dà) all’altra (chi riceve).

In questo senso il denaro risolve la relazione di scambio solidaristico nel momento in cui entra in circolazione: avvenuta la transazione, i due attori sociali non hanno più alcun vincolo di dipendenza, di debito. Chi dà il denaro non si aspetta alcuna forma di reciproca azione da parte di chi riceve; chi riceve non sente d’avere contratto alcun debito né alcun obbligo a rispondere.

Con l’adozione a distanza, invece, il denaro rappresenta un mezzo attraverso il quale due soggetti (chi adotta e chi è adottato) entrano in una relazione, senz’altro a distanza, ma non casuale. Il rapporto si stabilisce tra quei due soggetti e non con altri: l’offerta di denaro non esime dall’entrare in rapporto, ma anzi obbliga chi dà ad accettare che l’altro (il destinatario del dono) entri nella relazione di scambio attivamente, anche solo testimoniando della sua presenza e dell’uso che viene fatto della somma erogata. Il dono, considerato sia nel suo aspetto individuale sia in quello collettivo, è pertanto una relazione che serve ad alimentare o creare legami sociali tra le persone. Ed è il senso che gli attori danno al gesto di donare che caratterizza il tipo di relazione che lega i soggetti, all’interno della quale si presuppone la mediazione di un terzo attore (associazione o ente che promuove e realizza l’adozione a distanza), il cui livello organizzativo e funzionale non è irrilevante ai fini del tipo di rapporto che si viene a stabilire tra chi fa l’adozione a distanza e il bambino adottato.

Pur avendo radici antiche derivanti dalla carità cristiana, l’adozione a distanza ha assunto una notevole e sempre crescente importanza nella società attuale. La sua caratteristica sta nel fatto che, diversamente dagli altri e già consolidati tipi di aiuto (dono), questo è un dono elargito a persone che non si conoscono.

Non vincolata da norme giuridiche e da rapporti di scambio personali tra le parti, l’adozione a distanza è concepita all’interno della più ampia realizzazione di un progetto di carattere sociale il cui target varia a seconda della zona e delle necessità.

È un atto altruistico che è caratterizzato da alcuni elementi fondamentali: i soggetti implicati nella relazione non si conoscono e quindi non ci può essere personale ringraziamento o contraccambio; non ci sono sanzioni sociali per chi non dona (1).

Esso è uno scambio tra pari ed è vincolato dalla presenza di una terza figura che si innesta nella relazione e che la rende possibile: l’ente o l’associazione che funge da intermediario tra i soggetti coinvolti nel rapporto di dono.

L’adozione a distanza offre l’opportunità a individui lontani territorialmente e socialmente di entrare in contatto, in relazione con l’altro sconosciuto nella più ampia concezione del dono gratuito senza garanzia di restituzione, anche se è possibile che il dono fatto nel rapporto di adozione a distanza sia già di per sé gratificante. Infatti, nel rapporto di adozione a distanza, mentre l’adottato si mantiene in una perenne posizione di debito verso l’adottante, un debito che non potrà mai essere risolto, d’altra parte, l’adottante sarà comunque grato all’adottato perché soddisfa la sua necessità di offrire amore.

Non vincolato da norme giuridiche né da rapporti di scambio tra le parti, questo tipo di impegno solidale rientra in un progetto tra pari che, pur lontani territorialmente, entrano in contatto per un dono senza garanzia di ritorno.

Il rapporto che si crea tra i soggetti interessati dalla relazione ovvero adottante e adottato è, se avviene, un rapporto di tipo epistolare all’interno del quale l’adottato o l’associazione per esso si impegna a ringraziare e a dare notizie all’adottante, anche se nessuno dei due è vincolato alla risposta. Più spesso accade che non vi sia alcun riscontro tra adottante e adottato se non saltuari report informativi stesi dall’associazione che si occupa della gestione del rapporto.

Il denaro in questo caso non è altro che il mezzo che permette lo scambio e offre l’opportunità ai soggetti di mettersi in relazione tra loro: così esso perde la sua natura di puro strumento legato alla logica mercantile e acquista un’importanza strategica nell’attivare relazioni di solidarietà che vanno ben oltre il puro gesto di generosità e beneficenza.

Si tratta di solidarietà e di cooperazione tra i popoli in quanto il dono nell’adozione a distanza, con le sue implicazioni morali e sociali, contribuisce ai processi di integrazione della società, favorisce l’uguaglianza e la partecipazione e aiuta il processo di educazione alla mondialità, favorendo la pace.

Considerare l’adozione a distanza nell’ambito del più ampio tema della cooperazione internazionale e all’interno di una logica di sviluppo significa innanzitutto considerare di risolvere i problemi dell’infanzia in modo diverso da come si è agito finora. Ciò significa non operare attraverso meccanismi di distribuzione di denaro e di beni in modo assistenzialistico, quanto piuttosto operare in modo da rendere capaci i soggetti bisognosi di agire da soli utilizzando le proprie risorse. Aiutarli a essere indipendenti e a progredire con le loro stesse risorse e forze.

L’adozione a distanza è un tipo di aiuto sostanzialmente legato a due grandi filoni di intervento sociale: il primo si identifica nei progetti di sviluppo, caratterizzati da una certa stabilità nel tempo, all’interno dei quali essa non è mai un intervento di tipo isolato, ma sempre inserito in un contesto di sviluppo in campo sociale, sanitario. L’altro filone è quello dei progetti relativi all’emergenza come ad esempio l’esplosione e la gestione della popolazione in un conflitto armato. In tale caso l’adozione a distanza acquista un elemento di temporaneità ed è per lo più legato alla risoluzione immediata dei problemi che affliggono le popolazioni interessate.

Per chi adotta è quindi fondamentale comprendere che l’adozione a distanza non può essere solo un gesto di risposta a un bisogno di sentirsi utili, di aiuto verso l’altro in difficoltà, quanto piuttosto un gesto di matura e umana solidarietà sociale che permette a chi la riceve di crescere autonomamente.

La centralità del bambino

La solidarietà nasce allo scopo di evitare ai soggetti coinvolti attraverso un aiuto concreto e non burocratizzato lo sradicamento dal loro ambiente, nell’ottica di offrire opportunità di uscire dalla condizione di sottosviluppo o di difficoltà nelle quali essi si trovano. Evitare lo sradicamento significa permettere loro di non subire traumi, di continuare a parlare la loro lingua offrendo al tempo stesso sicurezza e speranza per il futuro.

A fronte di una sempre maggiore diffusione di questo nuovo intervento assistenziale anche sul territorio nazionale, promosso da campagne informative sempre più frequenti e mirate, è aumentato l’interesse nei confronti delle persone che adottano a distanza. Se si intende l’adozione a distanza innanzitutto come una nuova forma di assistenza e di volontariato di tipo relazionale, un nuovo modo di essere solidali con l’altro, in particolare con un bambino sconosciuto, si viene a sottolineare di conseguenza l’importanza e la centralità della figura del bambino rispetto al suo coinvolgimento in situazioni cariche di difficoltà.

Questa nuova forma di solidarietà evidenzia tale centralità e in particolare il diritto del bambino a vivere in una famiglia, nella sua famiglia, nel suo ambiente. I protagonisti di questa realtà sottolineano questa come esigenza prioritaria e attraverso l’adozione a distanza si adoperano per garantire questo diritto.

L’adozione a distanza risulta pertanto un atto di solidarietà molto diverso dalla beneficenza o dalla carità. Non è un aiuto semplicemente volto all’eliminazione del disagio; essa è un modo per sostenere i soggetti tramite una relazione di dono, affinché siano capaci di creare, riconoscere e attivare le risorse necessarie alla crescita e allo sviluppo completo della persona.

È quindi un intervento che favorisce la nascita di una relazione di dono e di scambio tra soggetti diversi, diversamente coinvolti: il sostenitore, che offre il suo contributo come dono per essere solidale con una persona che si trova in difficoltà; il beneficiario dell’aiuto ovvero il bambino adottato a distanza; l’ente mediatore, che si occupa di gestire l’organizzazione dell’aiuto e, nella maggior parte dei casi, la relazione stessa tra adottante e adottato.

Relazione resa possibile dalla presenza dell’ente che si pone come cuscinetto tra i soggetti coinvolti e che le permette di essere di fatto una relazione positiva, riconosciuta dagli stessi intervistati come un aiuto concreto verso chi è in difficoltà e come un impegno di tipo sociale piuttosto che come un semplice atto benefico.

Si evidenziano (2) caratteristiche e motivazioni diverse nei confronti dell’adozione a distanza, tra chi ha iniziato un rapporto di adozione a distanza, chi lo ha concluso e i potenziali adottanti. Tali differenze riguardano innanzitutto variabili oggettive, quindi le motivazioni e gli atteggiamenti che sottostanno al processo di adozione a distanza.

L’interesse nei confronti dell’adozione a distanza va oltre la curiosità e il desiderio di conoscere e avere informazioni su una realtà nuova: chi fa il gesto di telefonare ha chiaro in mente che il suo gesto non sarà senza implicazioni, sia dal punto di vista sociale sia personale. Chi telefona, non vede solo un bambino da aiutare (seppure lo definisce nel proprio immaginario), ma anche un contesto, e la telefonata rappresenta un primo passo verso la consapevolezza di un impegno sociale che potrà anche non essere accettato.

Ci si preoccupa che il bambino che si aiuta possa essere favorito nel suo ambiente e nella sua famiglia, quindi si accetta di aiutare anche la famiglia stessa oppure se si aiuta in modo finalizzato (attraverso progetti), si aiuta una intera comunità di bambini o di soggetti che necessitano un insieme di materiali o cure o altro ancora.

La consapevolezza di aiutare concretamente (si sceglie di offrire denaro finalizzato) in modo responsabile (l’impegno sociale verso chi soffre) un bambino senza manifestare il desiderio di "possederlo" come figlio rientra in una logica completamente diversa da quella dell’adozione "vera" ed è emblematica di un cambiamento di tendenza e di concezione dell’aiuto verso chi è in difficoltà. La logica della cooperazione allo sviluppo è infatti legata ad un concetto di aiuto diametralmente opposto a quello di beneficenza. Il termine beneficenza è di uso comune per definire in modo generico un qualsiasi aiuto in denaro che offro ad un’altra persona senza desiderare un contraccambio. Il gesto di beneficenza, se legato al motivo fondamentale di non staccare il bambino che ha necessità di essere aiutato dal suo ambiente anche familiare, sottolinea che non si tratta di beneficenza o carità cristiana, bensì assume un valore sociale di intervento volto a garantire che quel soggetto che si aiuta abbia le opportunità di crescere nel suo ambiente in modo dignitoso.

Il gesto di beneficenza si trasforma in un gesto di cooperazione, non più nella logica pietistica che solleva dal disagio ma non elimina il problema. Attraverso l’adozione a distanza si opera nella logica dell’intervento diretto per rimuovere le cause del problema: «insegnare a coltivare il grano per fare il pane, piuttosto che regalare direttamente il pane».

È poi importante in questa logica di sviluppo, che il/i soggetto/i goda/no effettivamente dell’aiuto che viene offerto: sembra di capire che le persone percepiscono una maggiore sicurezza in questo genere di aiuto perché possono avere materialmente un riscontro del loro contributo in termini molto diversi da quelli tipici della beneficenza. Infatti, se poteva bastare una ricevuta, a fronte di un aiuto generico o anche genericamente finalizzato, oggi ciò non basta, e i soggetti o le famiglie preferiscono avere la possibilità di osservare direttamente i cambiamenti che il loro contributo mette in atto. È un modo disinteressato di offrire aiuto, che però sta nella logica del mercato: offro con la certezza che arrivi veramente al destinatario.

L’adozione a distanza rappresenta in ogni suo aspetto una nuova forma di scambio con una forte valenza educativa che ha allargato il "vecchio" concetto di carità e di beneficenza ad ambiti che riguardano direttamente i meccanismi della vita sociale.

Proprio per questi motivi, dall’analisi svolta finora sembra emergere un’immagine del fenomeno "adozione a distanza" come una nuova forma di solidarietà quasi "elitaria": essa infatti, pur offrendo una immediata comprensione del problema, presuppone, per essere accettata e per mantenersi come impegno duraturo nel tempo, la consapevolezza di essere "diversa" dagli altri tipi di aiuto e di solidarietà. Tale diversità si manifesta non solo nella forma e nella presentazione, ma nella sostanza. Il salto tra beneficenza e solidarietà presuppone infatti una consapevolezza dell’obiettivo dell’aiuto: per gli adottanti, fare adozione a distanza significa sostenere un bambino nel suo processo di crescita e di sviluppo senza allontanarlo dal suo ambiente e quindi impegnarsi nel tempo in una relazione che li coinvolge. Essi fanno presente la necessità di "ricevere più notizie" (3) dal bambino lontano, e "ringraziano l’ente" di sostenerli in questa iniziativa.

La stessa scelta di adottare a distanza un bambino piuttosto che un altro avviene perlopiù in base ai suoi bisogni e non sulla base dei costi o delle caratteristiche del bambino stesso, che risultano assai poco rilevanti, a sottolineare ancora una volta che l’elemento fondamentale in un rapporto di questo genere non è tanto il fatto personale, quanto piuttosto il senso di solidarietà verso un "altro" che si trova nel bisogno.

Tale consapevolezza presuppone così un discreto livello di preparazione e di istruzione e un certo livello di status occupazionale che permettono alle persone non solo di essere informate e di conoscere la realtà dell’adozione a distanza, ma che favoriscono l’accettazione della relazione sottoforma di impegno non episodico e discontinuo come altre forme di aiuto.

Le persone solidali

I soggetti adottanti mostrano di trovarsi nella condizione "ottimale " per comprendere la peculiarità dell’adozione a distanza – sono persone mature, con un livello di istruzione alto e un medesimo status occupazionale, con una certa stabilità familiare qualificata anche dalla presenza di figli –; gli ex adottanti, pur trovandosi in una fase di ciclo vitale simile a quella del gruppo degli adottanti –, sono coniugati e molti di loro hanno figli; sono caratterizzati da un livello di istruzione più basso rispetto all’altro gruppo e maggiore presenza di non occupati e in particolare di pensionati. Verosimilmente tali caratteristiche stanno alla base delle difficoltà di queste persone nel mantenere un rapporto di adozione a distanza in modo duraturo nel tempo (4).

Chi fa adozione a distanza? Dai dati osservati (5) potremmo ricavare una sorta di identikit del soggetto che si avvicina all’adozione a distanza, senza entrare nel merito delle motivazioni che spingono ad agire e senza sottolineare le diversità che emergono dall’osservazione dei gruppi di intervistati a seconda che abbiano o meno iniziato un rapporto di adozione.

Potremmo pertanto dire che chi si avvicina all’adozione a distanza sono in generale le donne, residenti al nord, tra i 40 e i 50 anni d’età, coniugate, appartenenti a famiglie di tipo nucleare, caratterizzate dalla presenza di uno o due figli, con un livello di scolarizzazione medio e un uguale livello di occupazione.

In generale, entrano in contatto con l’esistenza dell’adozione a distanza soprattutto attraverso i media e sono spinte ad avvicinarsi a questa "realtà" (e nella maggior parte dei casi ad iniziare un rapporto) dal desiderio di darsi da fare concretamente per gli altri, attraverso un impegno economico che si trasforma in un impegno di tipo "civile", senza aspettative di riconoscenza, che va oltre il semplice gesto di beneficenza. Essa rappresenta un modo positivo di aiutare l’altro in difficoltà attraverso un rapporto nel quale riconoscono l’importanza e la necessità della mediazione da parte dell’ente.

Come si arriva a conoscere la realtà dell’adozione a distanza? È il canale dei mass-media (sia attraverso i giornali sia attraverso la televisione) che avvicina a questa realtà, anche se un canale interessante è rappresentato dal gruppo degli amici e dei conoscenti.

Se parlare con la rete di riferimento e/o essere informati rappresentano un primo livello di contatto con il fenomeno "adottivo", il motivo per cui si decide di attivarsi direttamente e prendere informazioni precise è il desiderio di fare «un gesto di beneficenza che risolve un problema concreto (6)». Ciò implica una consapevolezza dell’obiettivo di fondo: aiutare, essere solidali con coloro che soffrono. Si viene a conoscenza di una realtà che "sembra" possa essere alleviata da un nostro intervento, per questo ci si attiva per concretizzare tale desiderio che risulta prioritario rispetto a quello di "adottare un bambino".

Per questo si fa attenzione che il denaro sia finalizzato a qualche progetto o bambino particolare, lo si vuole aiutare senza sradicarlo dal suo ambiente, si valuta anche l’ente a cui si invia il denaro e lo si fa anche per educare ad essere solidali con gli altri e a non sottovalutare il fatto che esistono persone che hanno maggiori difficoltà.

La consapevolezza di aiutare concretamente (si sceglie di offrire denaro finalizzato), in modo responsabile, (l’impegno sociale verso chi soffre), un bambino senza manifestare il desiderio di "possederlo" come figlio rientra in una logica completamente diversa da quella dell’adozione "vera". A conferma di ciò, si sottolinea che nel momento in cui le persone decidono di iniziare un rapporto di adozione a distanza, la scelta del bambino al quale offrire aiuto avviene nella maggior parte dei casi (7) in base alla scelta del Paese di origine e in base ai bisogni del bambino, presentati dall’associazione o dall’intermediario che si occupa di loro.

In Italia, molte sono le associazioni, le organizzazioni e i gruppi religiosi che si interessano di adozione a distanza (8). Nata come manifestazione di solidarietà tipica del mondo cattolico, in risposta al discorso che papa Giovanni Paolo II fece in occasione del viaggio in Brasile nel 1991, contro lo sfruttamento, l’abbandono e il maltrattamento dei minori, col tempo si è legata ad associazioni umanitarie o comunque occupate nel sociale e sta assumendo dimensioni sempre più significative sia in Italia sia all’estero, dove è abbastanza diffusa come forma di sostegno soprattutto nei confronti di progetti attuati da Organizzazioni non governative (Ong) (9).

Iniziative di sviluppo

Nel confronto tra la realtà dell’adozione a distanza in Italia e all’estero si possono evidenziare similitudini e differenze. Si può osservare che il primo punto che differenzia le due realtà territoriali è il nome: mentre le associazioni estere chiamano con molta chiarezza l’adozione a distanza come sponsorizzazione (sponsorship), senza creare la confusione che invece spesso accompagna le campagne di adozione a distanza in Italia.

In entrambi i casi sono iniziative sia di sviluppo sia legate all’emergenza, e i Paesi aiutati sono dislocati nei vari continenti senza differenziazioni tra le due realtà.

Così come le associazioni italiane, anche quelle estere si occupano prevalentemente di bambini e famiglie, comunità e anche bambini in istituti, senza grandi differenziazioni e, in entrambi i casi, il tempo minimo richiesto per un rapporto di adozione a distanza è un anno. Questo periodo di tempo minimo è caratterizzato, in entrambe le realtà, da rapporti di corrispondenza e da report che l’associazione (che si occupa di fare da mediatore tra l’adottante e l’adottato) invia al benefattore a cadenza temporale. Nel caso soprattutto delle associazioni estere emerge la tendenza a valutare positivamente anche le visite personali all’adottato.

L’ente o l’associazione che media il rapporto di adozione a distanza è spesso composto da volontari, ma è anche caratterizzato dalla presenza di personale occupato.

In Italia, i costi di ogni singola adozione vanno dalle 30 alle 120 mila lire al mese, mentre per le associazioni estere la quota mensile parte dai 10 fino ad arrivare ai 125 dollari americani, e in entrambe le realtà il contributo per l’adozione a distanza è deducibile dalle tasse.

Come si viene a conoscenza dell’adozione a distanza? Sia in Italia che all’estero, i canali pubblicitari sono perlopiù rappresentati dai mass-media con grandi campagne, da incontri annuali a tema e da "speaker" viaggianti che, soprattutto nelle realtà estere, fanno conoscere l’adozione a distanza in modo molto particolareggiato.

È interessante osservare che se in Italia la matrice religiosa dell’adozione a distanza è presente ma non sempre vincolante rispetto a chi vuole iniziare un rapporto, per molte associazioni estere, soprattutto di stampo americano, attraverso l’adozione a distanza si attua un forte processo di evangelizzazione delle masse. Per questo si utilizzano spesso gli "speaker" ovvero i missionari, che si spostano e fanno conoscere l’adozione a distanza quale strumento di redenzione. Una curiosità: spesso in queste realtà, oltre al contributo in denaro, si chiede al benefattore un contributo in preghiere!

L’adozione a distanza, diversamente da quanto si potrebbe intendere, è una manifestazione di solidarietà che muove su binari diversi e che coinvolge soggetti diversi, da famiglie con figli, a single, a gruppi, a coppie. Essa differisce dall’adozione legale innanzitutto perché, mentre con la relazione adottiva, tra i soggetti coinvolti si avvia un legame sancito legalmente, con l’adozione a distanza nessuno dei soggetti coinvolti nella relazione è sottoposto a tali vincoli.

Inoltre, l’adozione legale è principalmente una relazione di tipo individuale, che coinvolge la sfera affettiva e che comporta l’attivazione di una relazione diretta e personale tra i soggetti coinvolti. Al contrario, il rapporto di adozione a distanza presuppone una relazione non personale e diretta, ma piuttosto legata ad una dimensione comunitaria.

Essa, infatti, rappresenta un gesto di solidarietà atto a favorire lo sviluppo della persona all’interno della comunità, al fine di ottenerne una crescita come soggetto attivo e consapevole attraverso un gesto mirato a offrire opportunità autonome di sviluppo, da sfruttare e utilizzare per il benessere di tutti.

Maria Gabriella Landuzzi

    
    NOTE

1 Titmuss, The gift relationship, Pelican Harondsworth,1973; J. Godbout, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993. (torna al testo)

2 I dati cui si fa cenno si riferiscono ad una indagine che l’associazione "Baby nel cuore" ha promosso, grazie al contributo della Telecom Italia e con la consulenza scientifica del Ceposs (Centro studi di politica sociale e sanitaria) del dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna. La ricerca mira alla valutazione del fenomeno in Italia e alla definizione delle caratteristiche dei soggetti che entrano nella sfera dell’adozione a distanza. La ricerca, basata su un campione rappresentativo di soggetti che si erano rivolti nel periodo compreso tra gennaio del 1994 e il dicembre del 1996 telefonando da tutta Italia all’associazione per avere informazioni, si prefiggeva di ricostruire il percorso seguito da coloro che si sono attivati per avere informazioni, e, in seguito a motivazioni e valutazioni personali, hanno deciso o non deciso di iniziare un’adozione a distanza. (torna al testo)

3 Cfr. M.G. Landuzzi, Adozione a distanza: per una nuova forma di solidarietà, Rapporto di ricerca, "Baby nel cuore", Telecom Italia, 1997. (torna al testo)

4 Cfr. M.G. Landuzzi, Adozione a distanza..., op. cit. (torna al testo)

5 Cfr. Ibidem. (torna al testo)

6 Cfr. M.G. Landuzzi, Adozione a distanza..., op. cit. (torna al testo)

7 Cfr. Ibidem. (torna al testo)

8 Tra le più conosciute: Caritas italiana, Azione Aiuto, Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini), Baby nel cuore, Assefa, Salaam (Ragazzi dell’olivo), Mani Tese, Intersos, Mlal. (torna al testo)

9 Tra le quali: Action Aid, Reach International, Terre des Hommes. (torna al testo)

 

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