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FARSI CARICO DELL’ALTRO

Il "sostegno a distanza"

di Ivano Zoppi
(responsabile del settore cooperazione internazionale dell’Ai.Bi.)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1999 - Home Page Garantire a un bambino di crescere nella propria famiglia e nel Paese di origine sembra un obiettivo ovvio. Ma non lo è per tutti. Una sintetica panoramica dei supporti normativi che regolano l’aiuto a chi è svantaggiato.

Sostegno, adozione, affidamento, madrinato sono solo alcuni dei termini (più o meno tecnici) utilizzati per definire una forma di impegno, di solidarietà che in questi ultimi anni ha assunto dimensioni davvero significative anche nel nostro Paese.

Alcune stime, infatti, parlano di circa 2 milioni di italiani impegnati in un progetto di "sostegno a distanza" con una delle numerose realtà quali associazioni, Ong che realizzano interventi di questo tipo. Ma che cos’è il "sostegno a distanza"? È un atto di solidarietà nei confronti di un minore e della sua famiglia in difficoltà, al fine di promuovere lo sviluppo umano nel Paese nel quale vivono.

Un atto di solidarietà, non di assistenza; un sostegno e un affiancamento alla famiglia e a chi si prende cura del minore, promosso da alcuni a favore di altri per offrire, a chi è in condizioni di maggiore necessità, la possibilità di riscattarsi autonomamente, utilizzando le risorse proprie del suo ambiente e della sua cultura. È una forma di sostegno economico, dunque, rivolta a garantire a un minore e alla sua famiglia (la maggior parte degli interventi di sostegno a distanza è proprio indirizzata ai minori) i beni primari quali alimenti, medicinali, vestiario, istruzione ed educazione. È questa la logica propria degli interventi di cooperazione internazionale allo sviluppo che si pone oltre all’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della persona, lo scopo altrettanto importante dello sviluppo globale della persona nell’ambiente sociale e culturale in cui vive.

Non è certamente semplice stabilire con esattezza una data di nascita di questa tipologia di intervento.

Possiamo azzardare delle ipotesi di percorso storico: negli anni ’70, alcune realtà religiose (i missionari) impegnate nel cosiddetto "Terzo Mondo" lanciano "pesanti" segnali a gruppi "amici" in Italia per dare una risposta adeguata alle situazioni di estrema indigenza nelle quali erano presenti.

Fenomeno in crescita

In questi anni però l’intervento era poco strutturato e organizzato: si limitava alla raccolta e all’invio dei fondi al missionario (o chi per lui) che si preoccupava di distribuirli o spenderli a seconda dei bisogni. L’idea veniva diffusa tra uno stretto numero di persone e ci si basava essenzialmente sul rapporto di fiducia con chi la proponeva.

Dalla seconda metà degli anni ’80 il fenomeno del "sostegno a distanza" subisce una forte crescita: l’idea è buona e, diciamolo pure, è una forma di solidarietà poco impegnativa.

Nascono attorno a questa realtà tantissimi gruppi, più o meno strutturati, che scoprono nel "sostegno a distanza" la possibilità di realizzare interventi di cooperazione internazionale coinvolgendo anche i cittadini italiani.

Da segnalare che in questo periodo le cosiddette Ong (Organizzazioni non governative) stanno a guardare il "sostegno a distanza", non se ne interessano; probabilmente ciò è dovuto al periodo storico della cooperazione italiana (tanti soldi che circolavano). Il "sostegno a distanza" comincia a diventare più articolato, proprio in relazione alla sua enorme crescita.

Ma è negli anni ’90 che il "sostegno a distanza" conosce una vera e propria esplosione. Milioni di sostenitori, miliardi di lire inviati nei Paesi in via di sviluppo.

Nascono "come funghi" associazioni, gruppi che si occupano di "adottare a distanza". Anche l’utilizzo dello stesso termine comincia a essere "inflazionato". Si "adotta" di tutto: cani, monumenti e quant’altro la fantasia umana possa pensare come "adottabile". Gli interventi cominciano a essere più organizzati, strutturati (vengono realizzati veri e propri progetti di cooperazione allo sviluppo), ma diventa sempre più evidente la necessità di una autoregolamentazione con la definizione delle modalità e delle procedure da seguire, soprattutto per garantire standard di trasparenza nei confronti dei sostenitori.

Le classiche Ong cominciano ad affacciarsi in questo campo anche in ragione delle poche disponibilità messe a disposizione dal ministero degli Affari esteri in concomitanza con la crisi della cooperazione italiana.

In un progetto di "sostegno a distanza" sono coinvolti diversi soggetti: il beneficiario (generalmente un minore, il sostenitore italiano, la Ong, l’associazione) e i suoi volontari, il partner locale (Ong, istituzione pubblica) e i suoi professionisti per il raggiungimento di un unico obiettivo: garantire a un bambino la possibilità di vivere e crescere nella propria famiglia e nel suo Paese.

Nonostante i grossi numeri, non esiste una specifica normativa che regolamenti il sostegno a distanza. Esistono certo dei documenti a cui fare riferimento: ad esempio la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia siglata a New York il 20 novembre 1989 (1).

Redatta dalla Commissione dei diritti dell’uomo dell’Onu, è entrata in vigore nel 1990 e il suo principio fondamentale è l’interesse del bambino. Essa si propone di risolvere diversi problemi legati all’infanzia nel quadro degli impegni internazionali prioritari, tra i quali emergono in primis: i diritti relativi alla sopravvivenza, allo sviluppo, alla protezione, a conservare la propria identità, nazionalità, norme e relazioni familiari.

Inoltre, «al fine di garantire e di promuovere i diritti enunciati nella presente Convenzione, gli Stati parti devono fornire un’assistenza adeguata ai genitori... nell’adempimento delle loro responsabilità in materia di allevamento del fanciullo...»; quindi gli stessi Stati devono «promuovere, nello spirito della cooperazione internazionale, lo scambio di informazioni adeguate nel campo delle strutture sanitarie preventive... allo scopo di migliorare le loro capacità e competenze e di ampliare la loro esperienza in questi settori...».

Per questo, «gli Stati si impegnano a promuovere e a incoraggiare la cooperazione internazionale allo scopo di garantire progressivamente la piena realizzazione del diritto riconosciuto in questo articolo...».

Un progetto questo assai ambizioso all’interno del quale il "sostegno a distanza" assume una notevole importanza, perché contribuisce a risolvere i problemi dell’infanzia in difficoltà.

La Convenzione dell’Onu non rappresenta il solo intervento normativo che coinvolge indirettamente e direttamente il "sostegno a distanza": con la ratifica della Convenzione dell’Onu sui diritti del bambino l’Italia ha previsto iniziative da parte di diversi ministeri volte alla «promozione di progetti e iniziative di cooperazione allo sviluppo a favore dell’infanzia... e di educazione allo sviluppo».

Su alcuni temi fondamentali verranno attivati «programmi mirati al recupero della loro identità culturale e alla tutela dei valori morali fondamentali, come ad esempio del diritto alla famiglia e all’integrazione nelle comunità locali». «Inoltre si impegnerà in particolare a promuovere e sostenere misure alternative, in armonia con le legislazioni locali, all’istituzionalizzazione e all’abbandono dei minori».

Nella Convenzione sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale (L’Aja, 29 maggio 1993) si afferma che «gli Stati firmatari..., riconoscendo che, per lo sviluppo armonioso della sua personalità, il minore deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di benessere, d’amore e di comprensione», ricordano che «ogni Stato dovrebbe adottare, con criterio di priorità, misure appropriate per consentire la permanenza del minore nella famiglia d’origine».

La normativa si amplia

In Italia, la «ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, fatta a L’Aja il 29 maggio 1993. Modifiche alla Legge 4 maggio 1983, n. 184, in tema di adozione di minori stranieri», sono state definitivamente approvate dalla Camera il 15 dicembre 1998.

In tale documento la Convenzione lega opportunamente l’attività di adozione internazionale all’attività di cooperazione internazionale, stimolando interventi di sostegno e promozione di migliori condizioni di vita dei bambini..., «al fine di rendere possibile il loro permanere nel proprio naturale ambiente sociale di vita».

Si afferma quindi che «un reale aiuto alle difficoltà dell’infanzia... passa principalmente attraverso forme di seria cooperazione internazionale, attraverso forme di sostegno a distanza che opportunamente si vanno sviluppando pur se impropriamente vengono presentate sotto l’equivoca denominazione di adozioni a distanza».

Va anche ricordata la risoluzione sul miglioramento del diritto e della cooperazione tra gli Stati membri in materia di adozione dei minori (presentata dall’onorevole Carlo Casini e approvata dal Parlamento europeo il 12 dicembre 1996).

In questo documento si afferma che «... il minore ha il diritto di essere allevato dai genitori d’origine e che nei casi in cui essi sono temporaneamente impossibilitati...» si deve operare, «...evitando la sua istituzionalizzazione...», attraverso «...aiuti economici e sociali», ovvero «una forte politica di aiuti economico-sociali alle famiglie in difficoltà e di interventi di sostegno diretti a prevenire l’abbandono dei minori o il loro ricovero in una istituzione».

Inoltre, non va dimenticato il piano d’azione del Governo italiano per l’infanzia e l’adolescenza (2) dell’aprile 1997, che auspica interventi di cooperazione internazionale fra cui: impegnare specifiche risorse finanziarie per la realizzazione della Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia, in particolare per i problemi che sono stati riconosciuti come prioritari anche dalla risoluzione "Omnibus" sui diritti del bambino (votata da 58 Paesi nel corso della 52ª Sessione dell’Onu per i "Diritti dell’uomo" conclusasi a Ginevra il 26 aprile 1996); proteggere i bambini coinvolti nei conflitti armati, con particolare riguardo agli orfani di guerra; tutelare i bambini rifugiati e sfollati; prendere misure internazionali per la prevenzione e lo sradicamento dei fenomeni di vendita dei bambini, di prostituzione infantile e di pornografia che coinvolga i/le minori; eliminare lo sfruttamento del lavoro infantile; condurre alla soluzione della piaga dei bambini/e di strada; promuovere la creazione di una banca dati, a livello internazionale, sul fenomeno dei bambini sfruttati sul lavoro e sessualmente, assicurando in modo particolare il sostegno dell’Italia all’indagine in quei Paesi in via di sviluppo dove ha origine l’immigrazione – specie clandestina – dei bambini/e adolescenti in Italia, e nei Paesi di destinazione del turismo sessuale organizzato, avente per oggetto i minori.

Promuovere e rafforzare, in coordinamento con altri partner, programmi di cooperazione di sviluppo sociale mirati all’infanzia (...) con i Paesi in via di sviluppo, individuati secondo i seguenti criteri e priorità: quelli che originano emigrazione, anche clandestina (...), assicurando il coinvolgimento delle realtà territoriali e degli Enti locali con azioni di cooperazione decentrata (...); quelli vittime dei conflitti armati (...), promuovendo iniziative di prevenzione, di recupero e di educazione, con particolare attenzione alla riabilitazione psicofisica dei bambini che hanno subito violenza e traumi e alla loro reintegrazione sociale, familiare e comunitaria; quelli individuati a livello internazionale come prioritari per l’alto livello di sfruttamento, abbandono e violenza sui minori, assicurando iniziative di tutela e assistenza integrale per i minori in condizioni di particolare difficoltà e di recupero del tessuto sociale e degli ambienti urbani degradati, fondi contro emarginazione, violenza e abbandono dei minori.

Sostenere iniziative per accelerare la scolarizzazione elementare universale e la riduzione dell’analfabetismo nei Paesi in via di sviluppo, eliminando ogni forma di discriminazione con particolare riguardo alle madri adolescenti e ai bambini portatori di handicap, assicurando per questi ultimi l’integrazione nelle scuole normali.

Mantenere gli aiuti diretti alla salute materno-infantile mediante azioni integrate, dirette alla riduzione della morbosità e mortalità materna e infantile e di lotta alla malnutrizione.

Promuovere e sostenere misure alternative, in armonia con le legislazioni locali, all’istituzionalizzazione e all’abbandono dei minori.

È allo studio, inoltre, una proposta di legge predisposta da alcuni senatori che prevede «l’istituzione di una agenzia nazionale di controllo e di sorveglianza sugli organismi che esercitano l’attività di sensibilizzazione e raccolta di fondi e di invio diretto o indiretto degli aiuti ai beneficiari».

Il "sostegno a distanza" rappresenta dunque una forma di solidarietà propria dei progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo e, come tale, deve avere specifici principi a cui tutti i soggetti che lo attuano dovrebbero attenersi.

Per quanto riguarda l’Ai.Bi. (Associazione amici dei bambini), che da 15 anni attua interventi di "sostegno a distanza", uno dei principi dai quali non può prescindere è la centralità del bambino: l’interesse del minore è fondamentale e superiore a qualsiasi altro interesse. In tale prospettiva l’interesse del bambino a vivere in una famiglia, sia essa intesa nella forma più tradizionale, sia di tipo allargato a seconda della cultura locale, è fondamentale e superiore a qualsiasi altro interesse di razza, di etnia, di nazione, di cultura. Ogni bambino ha diritto a vivere nella sua famiglia: gli interventi di sostegno a distanza devono garantire e assicurare questo diritto.

Sembrerebbero cose scontate queste, se non fosse che ancora oggi, alle soglie del terzo millennio, sentiamo, leggiamo e vediamo storie di bambini sfruttati, uccisi; e se il "sostegno a distanza" può essere uno strumento per combattere e prevenire queste situazioni, allora è lecito aspettarsi che ogni cittadino italiano si faccia carico dell’"altro suo figlio".

Ivano Zoppi

     
NOTE

1 Ndr: vedi Famiglia Oggi, marzo-aprile 1990, pagg. 98-110. (torna al testo)

2 Ndr: nell’ambito dell’accordo di programma denominato "Piano di azione del governo per l’infanzia e l’adolescenza" va inquadrata la legge 285/’97 recante "Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza"(vedi pagg. 66-71). (torna al testo)

    

LINEE GUIDA DELLA COOPERAZIONE

Volendo dare seguito alle priorità programmatiche del ministero degli Affari esteri già definite nell’ambito del "Piano d’azione governativo per l’infanzia e l’adolescenza" del ’97 (piano che si inquadra nella legge 176/91 attuativa della Convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia), la direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) ha inteso pervenire alla definizione di Linee guida della cooperazione italiana per la difesa e lo sviluppo dell’infanzia e l’adolescenza. Per giungere a tale risultato, la Dgcs ha organizzato nel maggio 1998 un seminario di studio per la discussione delle priorità già individuate e per l’indicazione delle opportune strategie di intervento in applicazione della Convenzione Onu sui diritti del bambino e in armonia con gli indirizzi adottati in sede di Unione europea e degli organismi internazionali specializzati in materia. Le linee guida della cooperazione italiana sulla tematica minorile, approvate dal Comitato direzionale per la cooperazione allo sviluppo il 26 novembre 1998, richiamano, tra le strategie di intervento contro la tratta e il mercato dei minori, le attività di prevenzione in coordinamento con programmi di "sostegno a distanza".

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