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MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA

La tessera del mosaico solidale

di Gabriele Fantinati
(membro del Consiglio direttivo dell’Opam)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1999 - Home Page Fra le numerose organizzazioni che si preoccupano di aiutare i bambini, l’Opam si distingue per l’opera di scolarizzazione. Qui viene raccontata l’esperienza di una parrocchia del Nordest del Brasile.

Premetto che il mio punto di vista è quello di un missionario che ha vissuto l’esperienza delle adozioni scolastiche a distanza da entrambe le parti, avendone portato avanti un buon numero nel corso degli ultimi anni trascorsi in una vasta parrocchia del Nordest del Brasile; in una zona che si trova proprio al centro del tristemente famoso "poligono della siccità", territorio composto dagli Stati più poveri della Federazione brasiliana, tra i quali Bahia, Cearà, Maranhão e Rio Grande do Norte.

Ora, rientrato in Italia, le promuovo collaborando con l’Opam (Opera di promozione dell’alfabetizzazione nel mondo), che è stata una delle prime associazioni in Italia a interessarsene e ne gestisce già circa millecinquecento.

Nel descrivere a grandi linee la mia duplice esperienza, continuerò a chiamarle adozioni a distanza, anche se un po’ alla volta mi sono persuaso che questo non sia il termine più adatto.

Ho avuto l’impressione che la parola "adozione" includa spesso un sottile e pericoloso significato di appropriazione. Mi spiego con qualche esempio. Una signora italiana mi scrisse in Brasile, diversi anni fa, di essere rimasta sconvolta dopo aver letto sulla scheda di informazioni (che quasi sempre accompagna, oltre alla foto, la nascita di un rap-porto di adozione a distanza) che la bambina da lei aiutata viveva in una casetta di fango. «Caro padre», concludeva la lettera della signora, «poiché economicamente non mi manca nulla e come cristiana un po’ mi vergogno di tanta povertà che esiste nel mondo, vorrei inviarle un assegno di venti milioni perché lei faccia edificare al più presto una casa di mattoni per la mia assistita, togliendola dalla casupola dove vive con la famiglia». A questa missiva, senza pensarci due volte, risposi: «Cara signora, la piccola alunna da lei aiutata negli studi vive in una casa né migliore né peggiore dei suoi amichetti di scuola. Come posso fare una casa bella solo per lei e tralasciare tutti gli altri? Le propongo di darmi la facoltà, con quel dono, che le fa onore, di far ripassare il tetto o di rifare gli intonaci interni di tutte le casette più povere della parrocchia, così tutti potranno vivere un po’ meglio». La signora purtroppo non mandò l’aiuto promesso perché nel suo stile di carità vedeva unicamente la "sua" bambina.

Un’altra persona scrisse al bimbo adottato con termini simili a quelli con cui il genitore si rivolge ai figli, e il bimbo brasiliano, che pure apparteneva a una famiglia bisognosa, mi esprimeva il suo disagio: «Io non cerco un altro padre e un’altra madre, una famiglia ce l’ho già e ci vogliamo molto bene».

Ci può essere, e l’ho notata in qualche caso, anche una certa incomprensione da parte della famiglia del bimbo adottato a distanza. Essa potrebbe anche aspettarsi di ricevere tanti aiuti da risolvere tutti i problemi economici, senza avere più bisogno di andare a lavorare.

Se potessi proporre una parola alternativa, cosciente, però, che introdurre nuovi termini è sempre difficile, soprattutto quando milioni di persone ne fanno uso da anni, indicherei: sostegno a distanza. È un’espressione meno possessiva, più aperta e più significativa di un tratto di strada che si percorre insieme, per un periodo di tempo, sostenendosi e arricchendosi a vicenda. Oserei dire che "sostegno" è un’espressione più cristiana e più rispettosa della realtà; un bimbo e una bimba hanno bisogno di accompagnamento per una importante fase della loro vita: quella dell’istruzione e qualcuno di qui generosamente si offre a star loro vicino.

Durante il mio servizio missionario in Brasile l’iniziativa delle adozioni scolastiche a distanza è giunta provvidenziale proprio una decina di anni fa, quando non aveva ancora né il peso, né la fama, né la diffusione di oggi.

Eravamo alla fine degli anni Ottanta e la situazione economica della nostra gente stava peggiorando a vista d’occhio. In quel periodo di inflazione selvaggia, le autorità centrali avevano tolto il credito agricolo agevolato a chi piantava fagioli, granoturco, grano, riso e manioca e lo avevano aperto a chi piantasse cotone e soia. Perché? Mi pareva di aver capito che quelle erano le direttive degli Organismi economici e mondiali. Si puntava a sussidiare i prodotti per l’esportazione, visto che il debito estero cresceva così tanto che nemmeno si riusciva a pagarne gli interessi.

Le cose da mangiare, si diceva alla gente, le comprerete da altri Paesi con i soldi dei prodotti che venderete. Così i contadini, attratti da questi prestiti a basso interesse, avevano smesso di piantare ciò che alimentava le loro famiglie, e di cui si vendeva solo la parte che eccedeva il fabbisogno del villaggio, per piantare, appunto la soia e il cotone. Ciò ha comportato subito un’infinità di svantaggi: sono cambiati i cicli di semina e raccolto dei prodotti sconvolgendo la vita dei villaggi; sono entrati nell’aria e nell’acqua nuovi pesticidi cui gli organismi delle persone non erano preparati; sono mancati i prodotti alimentari che la gente trovava quasi nel cortile di casa senza spendere soldi e senza correre al mercato.

Cambiare terminologia è sempre difficile, ma in questo caso è divenuto necessario per evitare complicazioni e confusioni nel garantire ai bambini in disagio l’accompagnamento che prelude a migliori condizioni esistenziali.

Voi direte: «Quando hanno venduto i loro raccolti avevano, però, i soldi per comprarsi il cibo». Certo, solo che quando si è riversato sul mercato un quantitativo assolutamente imprevisto di soia e cotone, i prezzi sono andati a picco e, peggio ancora, quando i contadini si sono visti tra le mani, in un giorno solo, una somma abbastanza consistente, molti di loro non sono andati a comprare cibo per la famiglia, ma hanno preferito acquistare una moto, magari di seconda mano, o un televisore nuovo.

Il risultato è stato che con più soldi in circolazione, la povertà delle famiglie è cresciuta, la fame è aumentata e, di conseguenza, la salute è peggiorata. Chi ci ha rimesso di più? I bambini e, soprattutto, quelli delle famiglie a basso reddito. Primo, perché dovendo andare, due mesi dopo l’apertura delle scuole, con i genitori, nei loro campi o nei campi dei vicini o in quelli dei fazendeiros a raccogliere il cotone, lasciavano la scuola. Secondo, perché i più poveri tra i poveri hanno cominciato a togliere i bambini anche negli altri periodi scolastici per andare a mendicare alle porte delle famiglie benestanti il cibo per mangiare.

Così, nel giro di pochi mesi, il municipio di ventimila persone dove abitavo si era riempito di gruppuscoli di bimbi e adolescenti che vagavano di porta in porta con un pentolino in mano e una bisaccia alla spalla. In questa situazione sono, poi, aumentati i furti nelle case e nei negozi e, anche, la prostituzione minorile.

La parrocchia di Caculé

Urgeva una soluzione rapida, coinvolgente e stabile. Così, grazie all’aiuto di tante persone dal cuore generoso, è nato nella nostra parrocchia di Caculé, nello Stato di Bahia, il Proam (Progetto di assistenza al minore). Sommando le forze religiose e laiche della comunità, si è dato vita a un consorzio morale cui hanno aderito: la parrocchia, il municipio, il club delle mamme della città, i medici del piccolo ospedale locale e la Scuola famiglia agricola della comunità.

Il municipio ha messo a disposizione il personale; la parrocchia, grazie agli aiuti dall’Italia, ha sistemato i locali e garantito una parte del cibo e il materiale didattico; il club delle mamme l’assistenza a titolo di volontariato, l’ospedaletto della città ha offerto il sostegno sanitario e gli insegnanti della Scuola famiglia agricola hanno avviato corsi di formazione per la nascita e il mantenimento di orti, curati dai piccoli ospiti, che fornissero una parte della loro alimentazione. Passate le titubanze iniziali da parte delle famiglie siamo giunti, in poche settimane, a oltre cento ospiti.

I bimbi arrivavano da casa alle sette del mattino: facevano colazione, andavano tutti alla scuola comunale, tornavano per il pranzo, giocavano un poco, facevano i compiti, ricevevano una merenda, che per molti era la cena, e alle cinque del pomeriggio tornavano a casa.

Sono così stati aiutati a distanza una cinquantina di bimbi e ciò ci ha garantito la loro istruzione di base. Infatti, una volta0299fo29.jpg (12814 byte) sollevati dalle spese per la scuola (libri, quaderni, penne, colori, divisa, scarpe da ginnastica), molti genitori si sono convinti a lasciare tornare i figli in classe.

Non c’è bisogno di sottolineare che cosa significhi essere analfabeta in una società agricola alle soglie del Duemila. A quali schiavitù sia sottoposto colui che non sa leggere e scrivere. Dobbiamo credere fermamente che nessuna volontà politica, nessuna adesione totale a un progetto di società, nessun dialogo può esistere se una popolazione è mantenuta nell’ignoranza. Il potere dei poveri è, prima di tutto, il loro sapere. C’è chi è arrivato persino a giustificare la coercizione con la scusa dell’ignoranza della popolazione. È vero che se non viene compiuto nessuno sforzo di educazione, la partecipazione è difficile da ottenere, ma guai ad acquisire ciò come un dato che non possa o non debba essere rovesciato.

Il diritto all’educazione, alla formazione è un bisogno essenziale almeno allo stesso titolo di tutti gli altri diritti fondamentali (casa, lavoro, alimentazione, salute) e questo lo ha sottolineato anche papa Giovanni Paolo II a più riprese e soprattutto nel suo messaggio per la Quaresima del 1995 (Osservatore Romano, 17 marzo 1995).

Se si ammette, secondo i famosi economisti americani Schultz e Galbraith, che «in nessuna parte del mondo esistono dei contadini analfabeti che siano favorevoli al progresso, né dei contadini istruiti che non vi siano favorevoli», l’istruzione diventa allora altamente produttiva, a condizione che le venga assegnato un ruolo fondamentale, quello di permettere l’aumento della dignità, delle capacità generali e del valore degli individui.

È chiaro che non tutti i bimbi della cittadina dove vivevo sono tornati a scuola. Alcuni genitori, purtroppo, hanno detto che se mandavano i figli al Progetto di assistenza al minore, mangiavano sì, ma solo loro, mentre se i piccoli andavano a chiedere l’elemosina poteva mangiare tutta la famiglia. In certi casi gravi, allora, si è presa in carico tutta la situazione della famiglia e le cose sono veramente migliorate.

I più grandicelli, che terminate le elementari non volevano proseguire la scuola, potevano continuare a partecipare al progetto, però, finché i più piccoli erano a scuola, loro dovevano lavorare o costruendo piccoli oggetti di artigianato locale, da vendersi al sabato al mercato, o svolgendo qualche mansione socialmente utile per la comunità, ad esempio aiutando il vigile urbano nel regolamentare l’assegnazione delle piazze per le bancherelle e orientando il traffico dei giorni di mercato.

Il loro guadagno era rigorosamente diviso in due parti: metà a loro e metà al Proam per collaborare alle spese per la loro refezione.

Non abbiamo mai voluto aprire una scuola interna al progetto, dove magari gli alunni avrebbero studiato di più e meglio, perché ci pareva importante non aprire una scuola dei poveri, separata da quella dei coetanei benestanti. La scuola deve essere fonte di integrazione tra le varie classi sociali e i rapporti creati in aula maturano meglio le persone quando riflettono la società come realmente è. Quindi, tutti alla scuola comunale e poi i più bisognosi di sostegno vanno al doposcuola corroborato da una buona refezione perché quando la fame assedia il corpo le nozioni non entrano in testa.

L’alfabetizzazione nel mondo

Il Progetto di assistenza al minore continua, si sviluppa ed è stato di esempio ad altre comunità. Ma da tre anni io sono rientrato in diocesi (Adria-Rovigo) e incentivo il sostegno a distanza nel nostro Paese. Ci sono vari tipi di "adozione" a distanza. I principali sono comunque due: l’"adozione familiare" e l’"adozione scolastica". Nel primo caso la cifra da versare è più alta e si aiuta una intera famiglia segnalata come bisognosa da un fiduciario (persona o ente) che vive sul posto e fa da garante.

Basandomi sull’esperienza vissuta mi spaventa anche la fedeltà all’impegno e di conseguenza l’impatto sulla famiglia che riceve l’aiuto. Se è un aiuto di emergenza (sistemare una casa o provvedere a un urgente problema di salute), non è giusto chiamarla adozione. Se è un aiuto continuato, è difficile stabilire il valore dell’importo ed evitare il rischio di una comoda assuefazione ad essere assistiti dall’estero.

L’Opam, con sede centrale a Roma e con la quale collaboro, accetta solo "adozioni" scolastiche a distanza. Se ne conosce l’importo: il valore del materiale scolastico (comprese le scarpe da ginnastica, la divisa e le piccole tasse scolastiche di un anno di istruzione) e se ne conosce la durata: gli anni della scuola di base (le classi elementari e, laddove possibile, le medie).

I risultati sono davvero confortanti e li riassumo con un esempio. Ogni giorno il postino riversa sul nostro tavolo un bel po’ di letterine di ragazzi e giovani che, da tanti Paesi del mondo, ringraziano per l’aiuto che ricevono per i loro studi tramite l’adozione a distanza. L’Opam le traduce in italiano e le smista a tanti rivoli di buona volontà, persone singole, famiglie, scuole, gruppi e associazioni sparsi un po’ in tutta Italia.

Tra i messaggi che abbiamo ricevuto, qualche mese fa, e che è toccato a me tradurre, ce n’era uno che mi ha colpito in modo particolare per la sua sincerità e immediatezza. È stato scritto da un’alunna di un Paese del sud del pianeta, che ha poi adornato la sua missiva con tanti piccoli disegni multicolori. Ve ne offro la parte finale: «Gentile signora, ora che le ho parlato dei miei studi, sento il bisogno di ringraziarla per avermi offerto la possibilità di andare a scuola. I miei genitori non avrebbero mai potuto sostenere le spese per la mia istruzione. Mi piacerebbe tanto conoscerla di persona ma capisco che forse non sarà mai possibile. Sono anche cosciente che non troverò mai il modo di ricambiare tutto il bene che mi ha fatto, ma una cosa è sicura, però: il giorno in cui avrò tra le mani la mia professione e sarò qualcuno nella vita, io sarò orgogliosa di poter dire a tutti che lei è stata il mio angelo custode. Ora mi sono iscritta, con una certa emozione, alla Scuola superiore. Il traguardo è vicino. Grazie ancora. La saluto di cuore e le auguro ogni bene. Sheyla».

Dalle statistiche ufficiali sembra che oltre il 90% dei bambini dei Paesi in via di sviluppo, naturalmente quelli sopravvissuti alle guerre, alle stragi, ai maltrattamenti, al peso del lavoro minorile e ai vari tipi di sfruttamento, inizi la scuola, ma nella maggior parte di queste nazioni la metà di loro l’abbandona senza aver raggiunto l’alfabetizzazione.

In ogni caso sono stimati ufficialmente dall’Unesco (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) in circa duecento milioni i bimbi e le bimbe, in età scolare, che non frequentano nessuna scuola. Sheyla appartiene, quindi, ai più fortunati, sostenuti da associazioni in tutta Italia.

Si tratta di congregazioni religiose, di centri missionari diocesani, di associazioni di volontariato, di gruppi di amici dell’uno e dell’altro missionario che svolgono questo servizio di intermediazione per il sostegno a distanza con cifre mensili che si collocano su una media che varia da 30.000 a 70.000 lire.

Non saprei come dare un giudizio sull’affidabilità di un gruppo o di un’associazione che operi in questo campo. Consiglierei di fidarsi di chi ha già usufruito dei servizi di una di esse e ne sia rimasto soddisfatto. Mi preoccupa, in ogni caso, il come possano essere seguiti adeguatamente i bambini da parte di quegli enti che, si dice, abbiano superato le diecimila adozioni.

Un dono moltiplicatore

L'iniziativa delle "adozioni" scolastiche a distanza, quando condotta avanti con impegno e con amore, mentre esprime chiara solidarietà è capace anche di accendere nel mondo un ulteriore barlume di speranza. Collaborando all’istruzione non si trasmette un dono morto, che si riceve passivamente, forse con vergogna, e si consuma in silenzio, ma un dono moltiplicatore. Inoltre, offrendo un aiuto sul posto, si rispetta la cultura delle persone evitando loro di lasciare i loro affetti, la loro lingua e le loro tradizioni.

L’"adozione" scolastica a distanza coinvolge la famiglia adottante con un interesse continuativo verso il bimbo e la sua famiglia e ciò produrrà quell’amore che può nascere solo da una conoscenza approfondita e partecipativa. Questo tipo di "adozione", infine, sarà valido nella misura in cui cambierà qualcosa anche da noi, in Italia.

Il versamento mensile della quota dev’essere vissuto come un gesto di solidarietà con quel bimbo che non è conosciuto solo attraverso la foto, messa in vista in casa o mostrata con simpatia agli amici, ma anche attraverso un contatto con la sua famiglia che viene possibilmente seguita attraverso un rapporto, magari solo epistolare, costante.

Attraverso la bimba o il bimbo che aiutiamo, veniamo coinvolti a pensare a tutti i bambini del mondo, un mondo che non dobbiamo vedere solo come carente di soldi ma del quale dobbiamo impegnarci a cogliere le ricchezze culturali che ci sono rimaste finora sconosciute. La pace, il rispetto dei diritti umani, la democrazia e il rifiuto di ogni discriminazione possono crescere solo mediante una cultura della solidarietà.

La lunga esperienza in questo campo mi conferma sempre più che l’"adozione" scolastica a distanza (o, meglio, il sostegno a distanza, come dicevamo all’inizio) sia una strada buona, abbastanza facile da percorrere e un incentivo alla possibilità che tante famiglie italiane conoscano da vicino la realtà dei Paesi economicamente più poveri.

Sostenere l’educazione di un bimbo o di una bimba è un passo decisivo verso la libertà della persona perché pone le basi della sua completa realizzazione, è un gradino in direzione dello sviluppo del suo Paese, è una tessera nel mosaico della pace in tutto il mondo.

Gabriele Fantinati

    

I PROGETTI DI "MANI TESE"

Rohan non ha ancora dieci anni, ma ha già le mani rovinate dall’acido con cui deve lucidare le pentole prodotte nella piccola fonderia dove lavora tutto il giorno. È analfabeta, guadagna meno di cinquecento lire al giorno e non ha prospettive migliori per il futuro. È uno dei 250 milioni di bambini lavoratori a cui è stata rubata l’infanzia, la possibilità di giocare e di imparare.

In molti Paesi del sud del mondo – ma spesso anche qui da noi –, quando i genitori non guadagnano abbastanza per mantenere la loro famiglia, mandano anche i figli più piccoli in fabbrica, per strada o in casa d’altri in cambio di pochi soldi.

Contro la piaga del lavoro infantile Mani Tese è impegnata da anni, promuovendo numerose campagne di sensibilizzazione come la Global March (Marcia globale contro lo sfruttamento del lavoro infantile) e soprattutto realizzando progetti di sviluppo nelle aree più colpite da questo drammatico fenomeno. Si tratta di interventi integrati che mirano a rimuovere le cause sociali ed economiche dello sfruttamento dei bambini. I nostri progetti, realizzati attraverso un’attiva cooperazione con i beneficiari, sono finalizzati alla creazione di posti di lavoro degnamente retribuiti per i genitori e alla realizzazione di programmi di reinserimento dei bambini volti a restituirgli concretamente i loro diritti.

Tra le tante iniziative, Mani Tese ha in corso tre progetti dedicati ai bambini e alle loro famiglie. Il primo ha luogo nella regione indiana del Tamil Nadu ed è portato avanti insieme a un’associazione locale. L’intervento è articolato su due fronti: da un lato si garantirà alle famiglie dei bambini lavoratori la possibilità di accedere a prestiti a tassi agevolati con cui intraprendere piccole attività redditizie; dall’altro si offrirà ai bambini l’occasione di frequentare dei corsi di recupero gratuiti gestiti da assistenti sociali ed educatori.

Il problema dell’educazione scolastica è molto forte anche in Africa, dove è in fase di realizzazione il secondo progetto. Mani Tese prevede la costruzione di due scuole nella zona rurale di Materi, una delle regioni più povere del Benin, dove l’analfabetismo tocca il 90% della popolazione. I genitori, consapevoli che solo l’istruzione garantirà un futuro migliore ai loro figli, hanno sollecitato questo tipo di intervento e presteranno gratuitamente la manodopera necessaria.

In Brasile invece, dove si trova il terzo progetto, si cerca di recuperare i bambini di strada, i cosiddetti "meninos de rua", che vivono di accattonaggio, piccoli furti e prostituzione nelle grandi città. Un’associazione brasiliana si è impegnata da un lato a sensibilizzare i cittadini su questo fenomeno che sta assumendo delle dimensioni molto preoccupanti, attraverso mostre, pubblicazioni e mercatini, dall’altro realizzando interventi concreti volti a offrire attività formative ai ragazzini.

Questi sono soltanto tre dei numerosi progetti che Mani Tese promuove su questo fronte. La filosofia alla base dei nostri interventi è quella di cercare di incidere sulle cause che producono il fenomeno e di creare le condizioni affinché i genitori siano in grado di mantenere i propri figli.

Per promuovere le sue iniziative Mani Tese invierà, dietro richiesta, un Cd Rom didattico sui problemi dell’immigrazione. Per ulteriori informazioni chiamare tel. 02/48.00.86.17; e-mail manitese@planet.it c.c.p. 291278. Oppure inviare a Mani Tese, Via Cavenaghi 4 - 20149 Milano.

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