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INCONTRI - LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE SCUOTE LA POLITICA

Un successo annunciato

di Claudio Ragaini
    

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 1999 - Home Page La diffusione del fenomeno è da ricercare nella sfiducia della gente verso le grosse organizzazioni. Oggi prevale l’impegno mirato e misurabile. Aiutare chi è meno fortunato risponde a un bisogno di partecipazione.

Luca Jahier, 36 anni, dal 1994 è presidente della Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario, il maggior raggruppamento italiano di associazioni impegnate sul fronte della cooperazione. Delle 55 Ong (Organizzazioni non governative) federate, diverse si occupano specificatamente di adozioni (o del sostegno) a distanza e di forme similari di solidarietà. Con lui parliamo del ruolo crescente che questa forma di partecipazione riveste nel contesto più vasto della collaborazione nord-sud.

  • Dottor Jahier, il fenomeno del "sostegno a distanza", singola o familiare, copre uno spazio sempre più largo della solidarietà tra Paesi sviluppati e Paesi poveri. Come la giudica?

«Il mio è un giudizio bivalente: come per ogni azione umana, dipende se ci si ferma, come dire, ai primi moti del cuore, oppure se si riesce a cogliere questa occasione per andare avanti, crescere e partecipare a quello che sta dietro».

  • Qual è, secondo lei, la ragione del successo?

«L’adozione a distanza, meglio sarebbe chiamarlo "sostegno", non è un fenomeno nuovo: ci sono alcuni gruppi e alcune realtà che lo propongono senza clamori da trenta-quarant’anni, prima ancora che la promuovessero gruppi di base. Per fare un esempio, a Roma c’è un gruppo composto da famiglie legate a un padre gesuita che lavora in India; nessuno lo conosce al di fuori del "giro", eppure questo gruppo raccoglie circa 5 miliardi l’anno che vanno a sostenere famiglie povere indiane. Basti pensare ancora al sostegno dei seminaristi fatto dalle pontificie opere attraverso forme di adozioni. È vero, però, che il fenomeno ha conosciuto uno sviluppo enorme negli ultimi anni grazie al grande coinvolgimento mediatico e alle sposorizzazioni di divi dello spettacolo e dello sport».

  • Questo sviluppo non nasconde, al fondo, un senso di sfiducia verso le grandi forme organizzate della cooperazione?

«Certamente l’origine del successo recente del "sostegno a distanza" o delle forme analoghe di solidarietà è dovuta in parte a una certa sfiducia generalizzata che nel nostro Paese si è manifestata in forma più acuta dopo gli scandali della cooperazione gli anni scorsi e che ha finito, come sempre, per trascinare l’immaginario collettivo a trascurare il buono che c’era, in definitiva. Ancora oggi si valuta che i fenomeni di corruzione non abbiano toccato più del 10-15% di tutta l’attività di cooperazione, ma è rimasta una macchia. Più in generale ha generato nel nostro Paese una sfiducia verso tutto ciò che è grande, che è distante, che non è immediatamente percepibile e misurabile. C’è quindi il prevalere di un impegno sociale in qualcosa di molto piccolo, mirato, diretto che io posso controllare, considerare mio. In questo risiede l’ambivalenza, di cui dicevo, la valenza e il limite».

  • In che senso?

«Da un lato il "sostegno a distanza" rappresenta una grande spinta positiva, un tipo di proposta che nel limite dell’impegno personale che richiede (poche decine di migliaia di lire al mese) è significativa, anche se limitata; dall’altra offre una modalità di intervento a quelle persone che tutto sommato erano sempre rimaste ai margini di un impegno diretto nella cooperazione e nella solidarietà, per farle coinvolgere in un rapporto diretto. Quindi l’aspetto fortemente positivo è il coinvolgimento diretto che questa proposta sta suscitando anche in piccoli gruppi di famiglie e di persone».

  • E il limite?

«Il limite può essere che ci si fermi solo all’aiuto inviato a una famiglia lontana o a un bambino, nella sicurezza che questi soldi arrivino davvero e non finiscano nei mille rivoli di altre istituzioni. Il problema è di non perdere di vista la realtà che sta dietro questo gesto. Non parliamo dei fenomeni più gravi, quali possono essere i bambini schiavi, i bambini lavoratori, i bambini di strada e quant’altro c’è di miserevole. Certamente è importante sostenere alcune famiglie e alcuni bambini perché possano tirarsi fuori dal proprio contesto. Però alcuni problemi sono molto più strutturali: e lì occorre intervenire con progetti di sostegno all’istruzione, con attività formative, sulle condizioni più generali di vita, sulla promozione di attività socio-economiche che generino opportunità di reddito. In certe zone del Sahel, del Bangladesh o dell’America Latina posso sostenere quante famiglie voglio, o fare assistenza per la vita, ma se non creo anche opportunità di sviluppo non risolvo i problemi».

  • Questo vuol dire che il "sostegno a distanza" non basta?

«Non basta assolutamente come nessuna delle azioni di solidarietà e cooperazione prese a sé stanti. È un gesto che è utile, che può fare del bene, a certe condizioni che possono generare anche delle opportunità. Dice un vecchio detto che se in tutta la mia vita ho contribuito a salvare soltanto una persona, ho già fatto qualcosa di straordinario. Questa valenza etica del gesto in sé ha un suo significato. Anche per la realtà locale. Di fatto molte delle associazioni che promuovono il "sostegno a distanza" lo ancorano ad attività di missionari che sono presenti in loco e ne fanno uno strumento che si inserisce in una politica complessiva. Oppure sono organismi non governativi di volontariato e di cooperazione che fanno questo, accanto ad una serie di altre azioni».

  • Diciamo chiaramente che è uno degli strumenti della cooperazione.

«Il suo valore aggiunto, in qualche misura, può proprio derivare dal fatto che permette di coinvolgere un numero più elevato di persone. Il punto è che il coinvolgimento di queste persone, al di là della loro buona volontà e della profonda rettitudine del gesto, venga intercettato successivamente dalle associazioni che propongono le cosiddette adozioni a distanza, come prima occasione di un cammino che va oltre. Il rischio, ripeto, è che il tutto si esaurisca nel fatto che avendo aiutato, esaurisco il mio compito».

  • Ma, allora, il privato che cosa può fare per inserirsi maggiormente nella cooperazione? Questo coinvolgimento come può concretamente materializzarsi?

«Ci sono persone che hanno cominciato con il "sostegno a distanza" lasciandosi poi coinvolgere dalla realtà nella quale è inserita: partendo come volontari con la loro famiglia, impegnandosi negli organismi di cooperazione, nel fare un’azione di informazione e sensibilizzazione. Le forme di impegno possono essere tante, nessuna è risolutiva presa a sé, ma tutte concorrono a un coinvolgimento più ampio».

  • Abbiamo parlato di cooperazione internazionale. Com’è attualmente lo stato di salute della nostra?

«Lo stato di salute della cooperazione si potrebbe liquidare con il titolo di quella commedia inglese: "Aspettando Godot"».

  • E voi aspettate fondi…

«Aspettiamo fondi, aspettiamo riconoscimenti per i volontari: sono sempre meno rispetto a quelli dei Paesi europei; quindi non solo fondi, ma anche garanzie, tutele giuridiche, riconoscimenti: i nove decimi dei volontari che partono sono dei fuorilegge; partono senza tutela né garanzie, pur essendo stata l’Italia il primo Paese in Europa, trentadue anni fa, ad approvare una legge sul volontariato, la famosa legge Pedini. Oggi siamo a meno di cento unità riconosciute dallo Stato (in Francia sono 1.900, in Gran Bretagna 2.500, con un aumento del 20% nell’ultimo anno): c’è di che riflettere».

  • Quali sono gli ostacoli?

«Occorre riconoscere che, nella ristrettezza assoluta dei fondi, gli stanziamenti per la cooperazione non sono stati una preoccupazione prevalente dei nostri governi degli ultimi anni, di qualunque colore fossero. I problemi sono sostanzialmente di tre tipi. Il primo è un problema di burocrazie; in questo Paese prima nessuno ha controllato nulla, oggi tutti sono più realisti del re, prevale la presunzione di non innocenza: visto che per definizione qualcuno ruba, bisogna partire dal presupposto che tutti sono potenziali ladri. Quindi si sono moltiplicate burocrazie impossibili, che in alcuni casi costano molto di più dei soldi erogati.

«Il secondo problema è che in questi anni, contro la volontà o le azioni di ministero degli Esteri, ha sempre prevalso il maglio terribile delle esigenze di Cassa determinate dal Tesoro. Anche ritardando il pagamento di dieci miliardi a una Organizzazione non governativa si fa cassa, perché sembra paradossale, ma le grandi economie e i grandi risparmi sono fatti con le mille e una chiusure, facendoti tornare un’infinità di volte per avere i soldi che ti avrei dovuto dare.

«La terza questione è che c’è la necessità di recuperare una chiara priorità politica e culturale dell’impegno italiano nella cooperazione. Non è pensabile reggere le sfide che ci stanno di fronte senza un serio impegno continuativo; e non è sicuramente tutto confinabile, come certi media o certa opinione pubblica rischiano di pensare, a qualche grande azione umanitaria o a una grande raccolta di fondi miliardari in qualche serata televisiva. Sono necessarie azioni coordinate e prolungate e questo deve diventare anche parte di priorità politica».

  • Anche perché dagli ultimi dati della Fao pare che la fame nel mondo aumenti e che la forbice del benessere tra nord e sud si apra sempre di più.

«Tre o quattro anni fa a Madrid a un vertice della Banca mondiale si disse che c’erano 1,2 miliardi di persone nel sud del mondo, cui se ne aggiungevano 200 milioni nel nord, in stato di completa povertà che non potevano più essere recuperate e che quindi erano condannate. Stiamo parlando di un miliardo e mezzo di persone che sono sotto il livello del limite di sopravvivenza. Il fatto è che continuiamo solo a spendere parole e che tutti i Paesi occidentali stanno diminuendo i fondi per la cooperazione. Un dato della contraddizione della politica: nei giorni in cui stavano riesplodendo sulle nostre coste gli sbarchi di immigrati dai Balcani, a metà novembre, D’Alema in Parlamento disse che l’unica vera risposta nel lungo periodo era quella di aumentare la cooperazione, per creare ricchezza in quei Paesi. Ebbene, in quello stesso giorno la Commissione Bilancio alla Camera dei deputati passava un emendamento che tagliava venti miliardi alla cooperazione».

  • Quindi le prospettive non sono positive.

«Direi che c’è questa grandissima contraddizione a livello internazionale: mai come negli ultimi anni, dal vertice di Copenaghen in poi, tutti i grandi summit internazionali delle Nazioni Unite sono stati la punta più avanzata di teorizzazioni sulla lotta contro la povertà. E mai come in questi anni i governi hanno staccato la spina, i finanziamenti sono diminuiti e in molti casi si sono fatti enormi passi indietro. In alcuni casi si è ritornati a trent’anni fa, quando la cooperazione era intesa per alcuni come affari, per altri come interventi straordinari in casi di guerre o carestie».

  • Un’ultima cosa, per tornare alle forme di collaborazione dirette, come le adozioni. Alcuni enti locali promuovono forme di cooperazione cosiddetta decentrata: gemellaggi o adozioni pubbliche. Che cosa ne pensa?

«Sono sicuramente una delle dimostrazioni che malgrado i governi abbiano tagliato i fondi e ci sia stata una caduta di sensibilità, in questi anni sono aumentati i gruppi, sono cresciuti i movimenti e in Italia in particolare si sono affacciati sulla realtà della cooperazione moltissimi enti locali: regioni, province e comuni. Questo lo giudico un segno sicuramente positivo di una tendenza diversa: le trentamila persone che si sono recate in Bosnia durante i giorni drammatici del conflitto, con la partecipazione di migliaia di enti locali, sono state il più grosso fatto sociale di solidarietà internazionale dopo le marce per il Vietnam. È uno degli elementi che possono dare speranza. Certo, occorre fare attenzione alla tentazione di costruire tanti piccoli ministeri degli Esteri, oppure di dar vita a tante iniziative scoordinate, come se gli enti locali fossero organizzazioni di base e non un ente pubblico che ha per ruolo quello di catalizzare risorse, di muovere il territorio, di coinvolgere le forze locali. Anche qui ci sono esperienze molto positive, ci sono competenze tecniche specifiche che possono essere messe a disposizione per determinate esigenze. Azzardo: la costruzione di una rete fognaria di una grande città del sud del mondo, o la rete idrica o piuttosto un piano per un bilancio comunale. Questi interventi sono la spinta di una sensibilità che c’è e che tuttavia, se non è inquadrata in una politica complessiva, rischia di disperdersi in mille rivoli».

Claudio Ragaini

Copertina del libro: "Un patto d'amore". Un patto d’amore

Canti
per la messa degli sposi centrati sul tema dell’Alleanza.
Parole di
Annamaria Galliano,
musiche di Daniela Ricci.

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