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I DISAGI DI FAMIGLIA

Storie di figli incompiuti

di Maria Concetta Campana
(psicoterapeuta)

   

Famiglia Oggi n. 3 Marzo 1997 - Home Page Vite sottotono. Destini separati. Realizzazioni mancate. Sono alcuni dei vissuti giovanili, causati spesso dalle rigidità paterne e materne che producono, inoltre, persone ribelli, ingrate, succubi dei desideri degli altri.

Figli curvi sotto il peso del cognome impegnativo. Giovani madri che non riescono ad essere abbastanza madri perché ancora troppo "figlie". Genitori che si sentono traditi da quei figli troppo diversi da loro. Padri e madri tenacemente aggrappati a figli troppo grandi. Secondogeniti cadetti, condannati dall’ordine di genitura a vivere nell’ombra per non offuscare la luce di un meno promettente primogenito, destinato ad essere il delfino. Genitori delusi da quel figlio che sembrava fosse nato per riscattare la famiglia e invece se ne è andato per la sua strada. Figli tenuti in ostaggio da padri e madri nella loro vicendevole guerra quotidiana.

Essere buoni genitori non è una qualità innata ma un’arte che si apprende anzitutto fra le pareti domestiche.
Anche in assenza di veri maestri di vita la coppia può trovare nel proprio buon senso un punto di riferimento.

L’elenco potrebbe continuare a lungo e sarebbe vario. Infatti, la preziosa eredità di risorse e potenzialità che si tramandano ai figli, le molteplici sfaccettature dell’amore genitoriale rischiano a volte, e quasi sempre al di fuori della consapevolezza della volontà dei genitori, di essere inquinati da alcune possibili complicazioni. È facile rilevare quanto spesso sintomi, problemi, disagi esistenziali, mancate realizzazioni dei figli affondino le loro radici nell’humus familiare, fino al punto che in passato si pensava addirittura che essi venissero ereditati geneticamente. Gli studi attuali mettono, invece, in evidenza l’importanza dei fattori emotivi, comunicazionali, educativi, che agiscono nel rapporto genitori-figli nella genesi di questi disagi.

Senza escludere diverse altre influenze (ambientali, socio-culturali), si devono constatare gli effetti della trasmissione alla generazione successiva di svariati tipi di eredità: una famiglia trasmette modelli, valori, uno stile, uno specifico «modo di essere al mondo», che abita tra le pareti di casa e viene respirato da tutti i suoi abitanti, influenzandone in qualche misura la vita, sia che venga adottato, sia che venga criticato o respinto.

Così, per i vari tipi di psicopatologie esistono ipotesi etiopatogenetiche che vedono tra i primi fattori in causa relazioni disturbate tra i componenti di una famiglia e soprattutto tra genitori e figli; anche nell’ambito delle malattie psicosomatiche è possibile constatare la ricorrenza di una determinata sintomatologia all’interno di una famiglia (esistono famiglie cefalalgiche, colitiche, asmatiche), che tende anche a trasmettersi alle altre generazioni. A volte, invece, è la malattia di uno dei componenti a segnalare un disagio che affonda le sue radici in un malessere che è di tutto il sistema familiare e nella sua storia, spesso anche in quella delle generazioni precedenti. Agli effetti della comprensione della malattia, del disagio di un figlio può essere, a volte, particolarmente illuminante la ricostruzione della storia dei genitori, di come, ad esempio, questi ultimi abbiano vissuto il loro ruolo di figli nel loro nucleo originario. In questo modo è possibile scoprire le radici antiche di un problema da essi vissuto in quanto figli, che ha contribuito a generare un certo tipo di condotta genitoriale. In quest’ottica le frettolose colpevolizzazioni nei confronti dei genitori, grandi imputati quando si valutano errori, problemi, fallimenti dei figli, mostrano tutta la loro sterilità e il loro potenziale negativo.

Esse, infatti, sono un potente deterrente per padri e madri in difficoltà, che sarebbero spinti a chiedere aiuto, ma sono frenati da sentimenti di vergogna nel dichiarare il proprio disagio, il loro fallimento in un compito, quello della cura e dell’educazione dei figli, dai più considerato così privato e insieme cosi naturale da dover essere regolato da una specie di istinto, il quale dovrebbe automaticamente ispirare ai genitori i comportamenti adeguati. Si pensi alla solitudine di padri e madri in difficoltà, che nel chiuso delle nostre famiglie mononucleari non possono nemmeno contare sull’appoggio e sul conforto offerto in passato dal contesto familiare allargato. Questo, con la sua folla di nonne, zii, cugini, ben si prestava ad assorbire eventuali debolezze e inadeguatezze individuali dei genitori, garantendo, comunque, cura, educazione e un’ampia gamma di modelli alle giovani generazioni.

Le facili condanne dovrebbero piuttosto lasciare il posto all’umana pietà e allo sforzo per comprendere e aiutare chi dopo difficili vicissitudini di figlio trova da genitore ulteriori disagi, inadeguatezze, fallimenti. Servirebbe chiedersi se non stia vivendo una specie di coazione a ripetere ciò che ha a sua volta subito dai genitori (basti pensare alla triste catena degli abusi) e a trasmettere queste amare eredità. Al di là di ogni giustificazionismo psicologico, ciò significa semplicemente che questi genitori possono aver bisogno d’aiuto, perché essere buoni genitori non è qualità innata, ma un’arte che si apprende prima di tutto in famiglia e che può anche non essere appresa in mancanza di buoni maestri. E opportuno che le famiglie abbiano dei punti di riferimento su cui poter contare: possono essere parenti, amici, esperti, in grado di supportare genitori e figli nei momenti critici, aiutarli ad uscire dalle situazioni di stallo, offrendo opportunità di confronto, di riflessione, di autocritica. Spesso questo può essere sufficiente ad interrompere circoli viziosi fatti di fallimenti, scoraggiamenti e ripetizioni di copioni familiari già visti. Talvolta è necessario un aiuto psicoterapeutico per intervenire efficacemente non solo su situazioni effettivamente patologiche, ma anche su alcune storie incompiute di figli che non vivono vere e proprie malattie, ma vite sottotono, realizzazioni mancate, destini segnati, che scorrono stancamente su binari tracciati da padri e madri prigionieri a loro volta di identità fisse, rigide, incapaci di cambiamento.

Possono essere ragazzi che vivono ai margini della società o giovani professionisti rampanti: la categoria del rischio attraversa trasversalmente tutte le classi sociali se il rischio è quello dell’identità negata.

Categorie a rischio

Molte famiglie, per svariate ragioni, non facilitano l’individuazione dei propri figli, non li aiutano, cioè, a diventare adulti attraverso la definizione e la scoperta della loro identità personale. L’identità familiare, invece di essere ereditata come prezioso patrimonio di tradizioni, di cultura, di affetti, che il giovane investirà nella propria vita in modo personale e creativo, diventa una specie di zavorra che impedisce al figlio di cercare orizzonti più suoi, imprigionandolo in un progetto preconfezionato. Queste famiglie cercano di trattenere i figli nella loro orbita anche quando i tempi sono maturi perché venga portato a compimento il processo di separazione dalla famiglia, perché acquisiscano una loro autonomia, che prevede anche la messa in discussione di valori e stili di vita della generazione precedente. È come se i genitori non potessero sopportare il travaglio della "ri-nascita" del figlio a una individualità adulta, quasi vivessero la sua differenziazione come un tradimento o un abbandono.

Altre volte, il permesso di diventare adulto è concesso al figlio solo a condizione che riproduca integralmente, quasi per clonazione, il modello genitoriale. In questo caso il messaggio sembrerebbe essere: «O sei come noi o sei contro di noi», possiamo immaginare con quali e quante colpevolizzazioni a carico del figlio che, incomprensibilmente, si discosti dal modello che evidentemente questi genitori considerano il migliore possibile. Tale evenienza può verificarsi più facilmente quanto più i genitori appartengono alla categoria delle persone "di successo".

Padri e madri socialmente e professionalmente affermati corrono più di altri il rischio di vedere nel proprio successo, nel consenso sociale riscosso, la consacrazione di loro stili di vita, valori, scelte. Questi, per il fatto di essere così efficaci rispetto ai canoni socioculturali correnti, potrebbero essere da loro considerati intrinsecamente validi. Dal considerarli in assoluto buoni al desiderare e fare in rnodo che il figlio li adotti il passo può essere molto breve.

I loro figli possono diventare dei forzati della carriera, spinti con pressioni dirette o indirette a scalare vette in cui i genitori conoscono tutti i segreti, magari con una certa riluttanza iniziale, eppure incapaci di rifiutare opportunità così allettanti. I sentieri spianati dai genitori sono trappole in cui è facile cadere. Per questi genitori il rischio dell’intolleranza per le scelte autonome dei figli è sempre in guato: se il loro modello, il loro stile di vita funziona cosi bene, produce ricchezza, approvazione sociale, perché mai i figli non dovrebbero a tarlo? E inoltre, perché essi stessi nitori dovrebbero rinunciare a quest’ulteriore conferma di successo, che consiste nell’essere genitori di un figlio "di successo"?

Un’altra categoria "a rischio tolleranza" è, paradossalmente, quella dei genitori professionalmente impegnati in campo educativo, gli addetti ai lavori dell’educazione: il rischio che corrono questi genitori è quello di aderire alla propria teoria come ad una fede, di accanirsi nell’applicazione di una tecnica educativa, di affezionarsi al proprio modello pedagogico fino al punto di essere più attenti alla sua stretta osservanza che alle reali esigenze dei figli.

E quando questi figli in carne e ossa non producono i risultati promessi dal modello si sentono doppiamente falliti, come genitori e come professionisti dell’educazione, riversando sui figli la rabbia per la delusione patita. Come hanno potuto i figli ripagare in modo tanto indegno l’impegno così abbondantemente e competentemente profuso per educarli bene? A queste domande si potrebbe rispondere con la rielaborazione di Oscar Wilde del mito di Narciso annegato nel Lago mentre contemplava la propria immagine riflessa.

Infatti, le ninfe chiesero al lago se piangesse la morte di Narciso, avendo perso la possibilità di contemplare la sua bellezza, ma il Lago rispose di non essersi mai accorto che Narciso fosse bello, perché troppo occupato a specchiarsi lui stesso negli occhi di Narciso. Piangeva, perciò, per aver perso il proprio specchio. Questa rielaborazione vista dalla parte del Lago esprime efficacemente il complesso gioco di specchi che spesso imbriglia i figli, ostacolando il loro cammino verso l’individuazione e la realizzazione di personali e autonomi progetti di vita.

Il gioco degli specchi

Mentre accompagna i propri giovani pazienti nell’esplorazione dei percorsi esistenziali attraverso cui sono approdati ai loro problemi, lo psicoterapeuta spesso assiste alla scena di un figlio Narciso perso nella contemplazione di se stesso e di un genitore Lago che, più che compiacersi della bellezza di Narciso, si specchia nei suoi occhi alla ricerca della propria, senza così riuscire a vedere il figlio per quello che è realmente, ma solo come il proprio specchio.

Non è solo la contemplazione di se stesso che può ritardare al figlio il cammino della costruzione della sua individualità adulta. Anche l’ingrato compito di fungere da specchio per genitori a loro volta persi nella contemplazione di se stessi può incatenare il figlio al proprio ruolo di specchio e distoglierlo dal compito di occuparsi della propria vita.

Sono molte le varianti di questo gioco perverso, che impedisce lo svincolo e la crescita del figlio. Proviamo ad elencarne alcune: il figlio che vorrebbe spiccare il volo e avventurarsi nel mondo, consapevole di essere prigioniero, che perciò si ribella, ma viene mantenuto con forza tra le pareti di casa (è spesso il ribelle, l’insoddisfatto, l’ingrato); il figlio intrappolato nell’inganno, che costruisce se stesso nel modo più consono a rispecchiare l’immagine più lusinghiera per i genitori della loro creatura, a dar loro soddisfazioni, senza possedere una reale consapevolezza dei propri veri obiettivi e scopi, sviluppando così un falso sé (molti figli modello appartengono a questa categoria); il figlio consapevole, che ha formulato un proprio progetto di vita, che vorrebbe andare per la propria strada alla ricerca di realizzazioni autonome, ma teme gli effetti della propria emancipazione sui genitori, di cui conosce la fragilità e così si sacrifica per la famiglia (è spesso il cavalier servente o la dama di compagnia, di una madre infelice o, in qualche modo, sofferente), essendogli intollerabile il pensiero di poter vivere felicemente, avendo abbandonato alla propria sorte i genitori o il genitore che ha bisogno di lui (in questo caso incorrendo nel cosiddetto «senso di colpa del sopravvissuto»).

L’eredità familiare fa spesso sentire più pesantemente i suoi effetti in una età della vita che è quella delle realizzazioni concrete dei figli giovani adulti. Al momento dell’attuazione delle scelte di vita, delle decisioni importanti, dell’"uscita" dal nucleo familiare il cerchio si stringe intorno ai figli. Le sollecitazioni a essere in un certo modo, a soddisfare le aspettative genitoriali, che magari durante l’infanzia e l’adolescenza erano state discrete, larvate, possono farsi più dirette, più stringenti, finendo per mettere in ombra la loro individualità. Come mai nella stagione del raccolto quel figlio non sta ancora dando i frutti che abbiamo seminato? Come mai i suoi frutti, che pure sembrano buoni, sono diversi da quelli che avevamo seminato e desideravamo raccogliere?

Forse bisogna intervenire drasticamente sulla pianta con tagli e potature perché si decida a produrre ciò per cui è stata seminata! Così, alcuni genitori giocano le ultime carte per caricare sul dorso dei figli, più recalcitranti, cesti pieni di mete da raggiungere, realizzazioni da conseguire, obiettivi da centrare, su cui non ci sarebbe nulla da ridire, se non fosse che tali obiettivi, mete e realizzazioni non appartengono affatto al figlio.

Fase critica della coppia

La giovane età adulta del figlio, inoltre, coincide con una fase del ciclo vitale familiare, caratterizzata, per i genitori, dalla funzione di consentire e facilitare l’uscita dei figli dalla famiglia e il loro inserimento nel contesto sociale più allargato, la creazione di un nuovo nucleo familiare ("famiglia-trampolino", con funzione di "lancio" dei figli fuori dal nucleo familiare).

Questa fase è particolarmente critica per la coppia genitoriale, che deve assestarsi su nuovi equilibri, ritrovare una dimensione di coppia, essere pronta per elaborare e superare la dimensione depressiva legata al "nido vuoto". Tutto questo in un momento in cui anche i singoli individui stanno facendo i conti con problemi legati alla maturità, all’invecchiamento.

Questa fase difficile, ma gravida di potenzialità evolutive, per la coppia ricca di risorse, il cui equilibrio sia dinamico, capace di inventare nuovi obiettivi e nuove realizzazioni, può complicarsi quando l’equilibrio è rigido, quando ci sono problemi preesistenti. Se la coppia genitoriale si blocca in questa fase del proprio ciclo vitale, se non riesce a crescere, non è raro che anche il figlio vada ad arenarsi in questa fase del proprio ciclo vitale, restando a sua volta invischiato nelle dinamiche conflittuali dei genitori, col risultato di ritardare il momento delle proprie realizzazioni concrete, di non potersi occupare serenamente dei propri compiti evolutivi.

Pedaggi costosi

I "figli d’arte", personaggi del mondo dello spettacolo, della politica, ma anche persone che raggiungono posizioni prestigiose nell’ambito di svariate professioni, pervenendo attraverso percorsi personali e autonomi a ricalcare le orme dei loro genitori, devono frequentemente pagare un pedaggio particolarmente costoso per proseguire per la loro strada. È facile, infatti, che i loro meriti e le loro acquisizioni siano visti da colleghi e rivali come frutto di meccanismi clientelari e nepotistici messi in moto dai genitori.

Con analoghi problemi, spesso già nel periodo scolastico, devono confrontarsi i figli di genitori importanti. Questi sono non di rado costretti a spendere una quota maggiore di impegno per dimostrare di meritare il loro successo, di averlo guadagnato con le loro qualità e la loro fatica, sapendo di dover fare i conti anche con i pregiudizi dei propri coetanei. A questa categoria di figli serve una solida autostima e una buona capacità di sopportare le frustrazioni per non incorrere nel rischio di gettare la spugna, cominciare a dubitare essi stessi delle proprie effettive capacità, o instaurare con gli altri stili di rapporto fondati sull’"essere in guerra" o sulI’"essere in fuga". Enrico ha ventinove anni, è figlio unico, è laureato. È l’ultimo discendente di una prestigiosa famiglia di professionisti, destinato dalla nascita a seguire le orme paterne, succedendo al padre nell’avviatissimo studio professionale. Lamenta un generale senso di inadeguatezza in vari settori della sua vita e una strisciante sensazione di infelicità. Non esercita la professione di famiglia, ma svolge saltuariamente occupazioni al di sotto delle sue possibilità e del suo titolo di studio.

Ha perso preziose e allettanti possibilità di lavoro per essersi defilato alla vigilia di prove importanti. Da cui era presumibile attendersi ottimi risultati, ritenendo di non essere "abbastanza"... Allo stesso modo Enrico, non si decide mai a sposare Giovanna, con cui ha un rapporto stabile e appagante, temendo per le sorti del matrimonio, perché, non essendo "abbastanza"..., teme di non poter conservare a lungo l’amore di Giovanna. Analogo timore di essere rifiutato o abbandonato è presente nei rapporti d’amicizia.

Per quanto sia intuibile che l’"abbastanza" in questione sia riferito a qualità positive che egli ritiene di non avere, è estremamente difficile ottenere da Enrico una loro chiara definizione, rendere espliciti i connotati del suo Sé ideale: sembra che per lui sia più chiaro come non "deve" essere che non come "vuole" essere. Enrico non sa rispondere alla domanda: «abbastanza, come?». Non sa correlare a quest’entità quantitativa, peraltro indefinita, un corrispettivo qualitativo. Egli non si chiede chi voglia essere e cosa voglia fare, ma cerca, di volta in volta, la risposta a queste domande negli occhi dei suoi interlocutori cercando di modellarsi secondo le loro aspettative.

«Come facevo da piccolo - spiega - quando guardavo l’espressione severa di mio padre, cercando un indizio da cui comprendere come dovessi essere per piacergli, un segnale di approvazione che non arrivava mai, nemmeno quando tornavo a casa con un buon voto. Ogni volta mi diceva che dovevo fare ancora meglio! Ero terrorizzato dall’idea di deluderlo, di essere privato del suo amore e sapevo bene che per ottenerlo dovevo seguire un copione già scritto da lui. Qualsiasi cosa facesse per me mi sembrava finalizzato alla perfetta formazione del futuro dottor B».

Enrico comincia a sentirsi intrappolato dai propri stessi successi: «Ogni prova di bravura, di capacità, qualsiasi qualità positiva dimostrassi da un lato lo incoraggiava a vedermi come il futuro dottor B, dall’altro a farmi nuove, più elevate richieste, senza mai domandarsi cosa io potessi veramente desiderare». Per tutta l’infanzia e l’adolescenza e anche oltre, Enrico cerca inutilmente di adeguarsi alle altissime aspettative paterne, ma un giorno riesce, finalmente, a trovare il modo per dire basta, ponendo fine alla catena dei suoi successi coatti. Comincia, così, ad investire tutto il suo impegno e la sua energia nella costruzione della sua attuale mediocrità, attraverso una serie di autoboicottaggi, di fallimenti attivamente ricercati: smessi i panni del futuro brillante professionista, comincia a seguire un copione di scacco.

A dispetto della sua intelligenza vivace e creativa, che, insieme alla sua precocità, aveva contribuito fin dalla sua più tenera età ad alimentare le speranze paterne di trovare in quel figlio così brillante un degno erede, egli è ora finalmente un perdente, dal quale suo padre si è rassegnato a non aspettarsi più nulla.

Vive tristemente aggrappato alla propria lucida mediocrità e il suo stile di vita è fondato sulla rinuncia: non essendo sicuro di ottenere l’approvazione degli altri, Enrico preferisce non fare, non esporsi, non rischiare. Il sacrificio è servito a seppellire per sempre le ambizioni paterne, ma non a trovare la strada per essere se stesso. Enrico, infatti, seppellisce insieme ad esse lo scrigno mai aperto dei propri sogni e delle proprie reali potenzialità, forse a tratti intravisti, ma mai fatti assurgere a vera dignità di progetto personale.

Per spiccare il volo

La terapia in corso vede ora Enrico impegnato a dissotterrare quello scrigno, per riappropriarsi delle proprie risorse e metterle finalmente al servizio dei propri scopi, a riformulare il proprio progetto di vita e proseguire il proprio cammino senza seguire itinerari tracciati da altri. Egli comincia ad esplorare territori sconosciuti, in quanto non presenti nelle mappe paterne, scoprendo di esserne capace. Sta pian piano imparando a sostenere il rischio di non piacere agli altri per qualche sua caratteristica o comportamento, di poter essere disapprovato da loro senza necessariamente perdere il loro affetto, di poter sbagliare e imparare dai propri errori.

Demolita la categoria dell’"abbastanza", attraverso il suo riferimento ai messaggi paterni e finalmente identificata come un mostro terrificante, ma fatto di nebbia, dai contorni indefiniti e dalla consistenza immateriale, comincia ad avventurarsi alla ricerca di se stesso, senza cercare negli occhi degli altri le coordinate della propria collocazione nel mondo. Enrico sta, così, scoprendo la propria ricchezza man mano che si allontana dalla propria eredità. Via via che questo lavoro procede, 1a figura paterna perde i suoi connotati terrifici per delinearsi come quella di un pover’uomo che non è mai riuscito a liberarsi della sua eredità e che forse un giorno sarà possibile amare. Un figlio che sta per spiccare il volo ha bisogno di poche cose, ma essenziali: un bagaglio leggero, il permesso di partire, la sicurezza che, comunque vadano le cose, i genitori faranno il tifo per lui, augurandosi che lui raggiunga le sue mete, approdando dove lui desidera approdare.

Il permesso di partire è una specie di lasciapassare per la vita adulta e noi sappiamo bene che i lasciapassare vengono concessi facilmente in tempo di pace e meno in tempo guerra. Per rilasciarlo i genitori devono essere in pace tra di loro, aver fatto pace con la propria età matura, con la propria condizione di coppia adulta, che vivrà in un nido vuoto, ma non per questo triste freddo e sterile.

Un’eredità leggera

Rilasciare un lasciapassare presuppone sempre un atto di fiducia: per concederlo occorre fidarsi, o per lo meno attendersi che ne venga fatto un buon uso. Rilasciarlo a un figlio significa aspettarsi che sia capace di andare per la propria strada senza perdersi, o concedergli anche di non esserlo pienamente, ma di poter imparare dai propri errori, dopo aver fatto le sue esperienze.

Significa, inoltre, ritenere se stessi capaci di poter vivere senza specchiarsi in quel figlio per trovare la propria identità, di proseguire la propria crescita verso la maturità senza attendersi da lui le proprie gratificazioni, il proprio riscatto, le proprie realizzazioni mancate o la prosecuzione nel tempo dei propri successi, senza, cioè, ipotecare il suo futuro. Perché lui si possa muovere agevolmente per il mondo occorre che il suo bagaglio sia leggero: non carichiamolo di inutili pesi.

Diamogli pure le nostre mappe: la nostra visione del mondo, il nostro modello, i nostri valori gli serviranno perché possa orientarsi. Ma lasciamogli la libertà di costruirsene di proprie, come risultato della sua esperienza, delle sue esplorazioni personali. Nell’affidargli le nostre mappe, diciamogli chiaramente che sono le nostre, che forse non sono le migliori possibili, ma sono quelle che abbiamo costruito nel corso della nostra vita con le nostre esperienze, che le consideriamo buone, che ci sono state utili nel nostro cammino, che lui può utilizzarle, può adottarle, se vuole, ma è libero di modificarle, di perfezionarle con le sue esperienze, di adattarle all’uso che desidera farne e di crearsene delle proprie.

Facciamo in modo che la nostra eredità sia leggera perché una eredità pesante limita i movimenti, non si può trasportare in giro per il mondo. Potrebbe essere buttata via appena svoltato l’angolo di casa, col risultato che lui prosegua il suo cammino sprovvisto di un prezioso equipaggiamento.

Oppure potrebbe essere sotterrata in un campo, come dei talenti che non daranno frutto, costringendo l'erede a sprecare la propria vita inchiodato a quel campo a guardia del proprio passato, senza poter proseguire verso il proprio futuro che potrebbe invece essere colmo di frutti.

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