Periodici San Paolo - Home page

Privilegiare i nuclei con minori - 1

La riscoperta della famiglia

di Alessandro Castegnaro
(sociologo, presidente Osservatorio socioreligioso del Triveneto)
    
       

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1998 - Home Page Un riordino dei servizi è divenuto ormai urgente. Anche se non risolverà tutte le ambiguità del sistema. La politica sociale deve salvaguardare le reti primarie. Promuoverle e integrarle. Per una migliore qualità della vita.

Considerare il rapporto famiglia-protezione sociale implica preliminarmente affrontare un problema metodologico; problema in realtà non solo teorico, ma anche operativo dato che la protezione sociale e i servizi pubblici, se vogliono operare, devono in ogni modo darne una soluzione e di fatto, come vedremo, l’hanno data.

Da una prima angolatura si può affermare che il welfare nel nostro Paese, dal momento in cui non ha seriamente elaborato un programma organico di politiche della famiglia, è portato a non relazionarsi con famiglie, ma con individui.

Negli anni ’50, ad esempio, l’assistenza sociale si occupava essenzialmente di povertà ed emarginazione. Erano i "senza famiglia", quelli di cui essa si prendeva cura. Le famiglie stesse consideravano poco favorevolmente l’ipotesi di un’intromissione dei servizi nella loro vita. Era il modello dell’autosufficienza familiare, a sua volta saldamente radicato in un contesto culturale di tipo familistico.

Successivamente, sul finire degli anni ’60, l’esplosione di domande sociali salta a piè pari la famiglia. Al centro è il gruppo sociale, la categoria, il collettivo. Il welfare ne darà una lettura aggregata per categorie di bisogno. L’individuazione del bisogno specifico connota il titolare – povero, anziano, portatore di handicap –, a prescindere dal contesto familiare in cui è collocato. La famiglia deve stare fuori dalla porta dei servizi. In tempi più recenti, alle famiglie si ricomincia a prestare attenzione, in quanto luogo di condivisione dello stato di bisogno e della sofferenza, di produzione del bisogno, in quanto risorsa per affrontarlo.

Ma fino a che punto questa nuova sensibilità si limita alla riflessione culturale o, invece, informa di sé il concreto operare dei servizi, l’atteggiamento di fondo del sistema di protezione sociale? Fino a che punto cioè la famiglia viene concettualizzata in quanto tale nell’orizzonte culturale e operativo del welfare?

Da un secondo punto di vista si può osservare che tutto questo, tuttavia, non impedisce che l’evoluzione del sistema di welfare abbia ripercussioni di grande rilievo sulle famiglie; ciò con tanta maggior evidenza dal momento in cui è in atto una revisione di fondo, nel nostro come in altri Paesi, degli schemi consolidati di protezione sociale. Negli ultimi tempi si è assistito a una riscoperta dell’importanza della famiglia per i sistemi di welfare.

I punti caratterizzanti tale riscoperta possono essere così riassunti: riconoscimento della centralità sociale della famiglia, e dell’importanza per la riproduzione sociale delle funzioni da essa svolte. I fallimenti denunciati dalle sperimentazioni alternative alla famiglia, la considerazione degli effetti devastanti sul tessuto sociale che in alcuni Paesi si evidenziano a seguito dell’estendersi di fenomeni di crisi, oltre che la considerazione del rilievo economico delle funzioni di cura da essa svolte, sono stati da questo punto di vista decisivi; riconoscimento che le famiglie, e più in generale le reti sociali primarie, debbono essere salvaguardate sia dai processi disgregativi indotti dal procedere della modernizzazione, sia da un’eccessiva colonizzazione statuale, che rischia a sua volta di depotenziarne l’autonomia rendendole vieppiù subalterne ai servizi; orientamento favorevole verso interventi di promozione, supporto e integrazione, più che di sostituzione, in applicazione, implicita o esplicita, del principio di sussidiarietà.

La famiglia viene in definitiva vista come un luogo che può contribuire con la sua soggettività a fronteggiare la crisi dei sistemi di welfare. Da ciò la sua rinnovata considerazione come una delle strutture portanti di forme di organizzazione sociale nelle quali la presa in cura (care) dei soggetti avviene da parte della comunità e i servizi sociali sono il prodotto di un mix integrato di produttori: stato, privato sociale, famiglia, reti di relazioni comunitarie e mercato.
  

Strategie diverse

Tale riscoperta assume tuttavia forme ambigue ed è passibile di sviluppi profondamente diversi. In essa, infatti, giuste considerazioni, che si inseriscono in una prospettiva evolutiva del welfare, si saldano a necessità derivanti puramente dalla crisi di quest’ultimo. Nel primo caso si tratta di giuste considerazioni sui limiti qualitativi che ineriscono l’offerta pubblica di servizi quando si sostituisce al care comunitario, soprattutto dal momento in cui l’evoluzione sociale induce una radicale diversificazione delle domande e richiede una tendenziale personalizzazione degli interventi. Nel secondo la riscoperta della famiglia nasce dalla considerazione dei limiti quantitativi dell’offerta pubblica, e ha origine in motivazioni di carattere finanziario.

È evidente come dai due ordini di motivazioni possano derivare strategie di azione profondamente diverse. Mentre infatti il primo tipo di considerazioni induce a ragionare in termini di riordino del sistema di protezione sociale, il secondo induce semplicemente a scaricare sulle famiglie costi che lo Stato non è più in grado di sopportare.

Poiché i vincoli di natura finanziaria non possono puramente essere rimossi, solamente con un sussulto di volontà, è probabile che il futuro ci riservi una miscela di queste due logiche di azione, come del resto sembra essere avvenuto negli ultimi tempi.

Comunque sia il cambiamento rispetto al passato non potrà che essere abbastanza netto. Se infatti fino a qualche tempo fa ci si attendeva che le famiglie avrebbero finito per assegnare un numero crescente di compiti ai servizi pubblici, ciò è avvenuto molto meno di quanto ci si aspettava. È probabile che finora le famiglie abbiano sperimentato più gli aspetti negativi che quelli positivi, ma, di fatto, il rapporto che esse intrattengono con il sistema di welfare appare per molti aspetti sotto tensione.

I servizi pubblici hanno manifestato limiti sostanziali, sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo. Il nostro Paese sembra denotare una minore estensione sia dell’assistenza domiciliare integrata che dell’offerta di luoghi di cura adatti a persone non autosufficienti. I servizi hanno spesso tacitamente supposto che le loro inefficienze fossero supplite dalle famiglie e queste ultime, avendo nel contempo elevato il livello qualitativo della domanda rivolta ai servizi, si sono ben presto dimostrate deluse da ciò che il "pubblico" poteva offrire. Alle famiglie si chiedono sempre più spesso forme di compartecipazione economica.

Entrambe le parti in causa – Stato e società – hanno così finito per convergere nel riassegnare funzioni di servizio alle famiglie. Ciò è avvenuto in materia di anziani non autosufficienti, di malati terminali, di malattie mentali, di portatori di handicap.

Quando, d’altra parte, c'è un’integrazione tra servizi e famiglie, oggi non ci si attende più che il rapporto sia puramente di delega, come avveniva negli "oratòri" di una volta. Le famiglie sono dunque sollecitate contemporaneamente da molti soggetti a partecipare, a farsi coinvolgere, a non delegare: dalla scuola all’associazionismo educativo e a quello sportivo; dai servizi di cura all’associazionismo assistenziale.

Tutto questo è avvenuto per lo più senza un’adeguata considerazione delle trasformazioni incorse nel frattempo all’interno delle famiglie: l’invecchiamento della popolazione, il diffondersi del modello coniugale a doppia carriera, il tramonto delle tradizionali solidarietà di genere per cui le donne erano comunque disponibili a farsi carico dei compiti di cura, il permanere – e sotto certi profili l’estendersi – degli impegni domestici derivanti dalla crescita nella qualità ricercata nei servizi familiari.
   

La logica dei servizi

Una prima direzione in cui ci si attende una sterzata nelle modalità di porsi dei servizi riguarda la necessità che essi tengano programmaticamente conto dei contesti familiari nei quali i soggetti vivono. Non si tratta tanto di sostituire la famiglia all’individuo nell’attenzione dei servizi, ma di affiancare a esso un interesse per la prima che in genere manca. In alcuni ambiti ciò già avviene, come in quella parte, peraltro minoritaria, dei servizi consultoriali che si occupa di famiglie, o nei servizi per contrastare la tossicodipendenza e in quelli per promuovere l’affido. Ma per lo più si tratta di situazioni particolari, con disagi pronunciati e patologie evidentemente familiari.

Occorre che diventi un’attenzione costante, generalizzata, a cominciare dal momento in cui si prende il primo contatto con l’utente e ci si informa su di lui. In che misura la famiglia è l’origine del problema, in che misura ne viene coinvolta, in che misura può essere una risorsa per affrontarlo?

Un orientamento così strutturato porterebbe assai più facilmente a considerare le differenze grandissime esistenti tra le famiglie quanto a risorse a disposizione, non solo in termini di reddito – aspetto anch’esso troppo spesso trascurato – , ma anche in termini di tempo disponibile, di necessità di cura, di disponibilità di reti parentali su cui poter contare o che viceversa necessitano di sostegno.

Il discorso sulla "famiglia come risorsa" uscirebbe dall’astratto e ci si interrogherebbe più concretamente su quali condizioni e da che punto di vista le famiglie possano porsi come partners dei servizi e delle altre famiglie. Se le risorse, anche finanziarie, scarseggiano e ci si deve avvalere di risorse comunitarie prima trascurate, ciò non può essere fatto scaricando i problemi in modo indifferenziato, ma si tratta di individuare dove esistono risorse inutilizzate.

E si tratta di mobilitare queste risorse; poi di mantenerle in gioco. Porsi in relazione con le famiglie, pensarle come partners dei servizi, implica sviluppare nel lavoro sociale una modalità d’azione di tipo nuovo, che comincia a essere sperimentata, ma che richiede un diverso impegno e un profondo cambiamento di mentalità.

Si tratta di un tipo di azione volta non ad erogare prestazioni, bensì orientata alla promozione di risorse comunitarie. Essa può realizzarsi in varie forme, orientate a valorizzare chi pensa (sbagliando) di non poter essere risorsa; a informare delle possibilità che esistono; a offrire la possibilità di sperimentarsi in ambiti limitati, che esigono un impegno contenuto; a rimuovere resistenze culturali; a supportare inoltre con aiuti monetari, logistici e professionali (counseling), per indurre circuiti virtuosi di attivazione di disponibilità; a considerare le famiglie come interlocutrici nella realizzazione di programmi di salute.

Molti problemi sociali attuali, inoltre, hanno natura complessa ed esigono approcci altrettanto complessi. Basterebbe pensare alla questione del disagio giovanile: si tratta di problemi che non possono essere radicalmente risolti una volta per tutti, in quanto sono il sintomo di difficoltà più ampie nei legami sociali. Nei loro confronti l’approccio "terapeutico" con cui ci si approssima può risultare sostanzialmente inefficace e motivo di frustrazione per tutti. Può mancare la "somatostatina" e le "competenze" realmente decisive.

Segue: La riscoperta della famiglia - 2        

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1998 - Home Page