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Privilegiare i nuclei con minori - 2

La riscoperta della famiglia

di Alessandro Castegnaro
(sociologo, presidente Osservatorio socioreligioso del Triveneto)
    
       

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1998 - Home Page

Orientare le risorse

Piuttosto occorre che tutti gli attori coinvolti, famiglie, servizi, scuola, altre espressioni della società civile, trovino il modo non di scaricare uno sull’altro le responsabilità, ma di scambiarsi le proprie rappresentazioni del problema, di acquisire la capacità di convivere con malesseri sociali nel breve periodo non rimuovibili, di delineare modalità innovative di affrontarli in primo luogo accettandoli, di tessere reti cooperanti. Anche tutto ciò implica modalità diverse di azione da parte dei servizi.

Si intuisce allora che non vi sono soluzioni magiche che possano mutare di un colpo il rapporto famiglie e servizi, ma che si deve pensare piuttosto ad un lavoro costante, radicato in una volontà nuova di affrontare in modo diverso i problemi.

Abbiamo finora parlato di aspetti relativamente soft nel rapporto tra famiglie e politiche pubbliche. Ma naturalmente esistono anche questioni più spinose, di rilevanza pratica più immediatamente comprensibile, dotate di rilievo economico.

La prima riguarda l’accesso stesso ai servizi. Negli ultimi anni, dovendo contenere la spesa, si sono moltiplicati i casi nei quali l’accesso ai servizi, al di là di certe soglie di reddito, avviene dietro pagamento di parte dei costi, sotto forma di tasse di ingresso, tickets o altro. Poiché i servizi non solo vengono erogati da amministrazioni centrali diverse – il ministero della Sanità, della Scuola – ma anche da livelli diversi della pubblica amministrazione – Stato, Regioni, ASL, Comuni –, si è assistito ad una moltiplicazione impressionante di procedure e di criteri.

Oggi non si possiede nemmeno un quadro conoscitivo esauriente della situazione. Per quello che è dato sapere solo in alcuni casi vengono introdotti criteri di carattere familiare, ma assai di rado si tiene organicamente conto della composizione del nucleo. È assolutamente necessario porre ordine in questo caos, fonte di innumerevoli iniquità e francamente irrazionale, introducendo sistematicamente, ove possibile, il criterio dei carichi familiari, attraverso opportune scale di equivalenza. Procedure analoghe potrebbero essere introdotte nelle tariffe pubbliche locali.

La riflessione sulle soglie di accesso permette di introdurre un altro ordine di considerazioni. Il discorso sul rapporto famiglia-welfare è spesso troppo generico. Se dal piano metodologico, già affrontato, si passa a considerare quello delle risorse da trasferire, esso deve diventare più preciso. Non si tratta di trasferire genericamente più risorse alle famiglie. Sarebbe come dare più mezzi all’intera popolazione italiana. Occorre dire più chiaramente verso quale tipo di famiglia occorre convogliare risorse. Val la pena di ricordare allora che, anche a seguito dell’evoluzione demografica, il welfare italiano, come del resto quello di molti altri Paesi, si è progressivamente trasformato in un welfare per le generazioni anziane. Lo si vede anche solo osservando l’aumento, negli ultimi anni, della quota di minori poveri. La questione delle famiglie con prole non è ancora adeguatamente entrata nell’agenda politica, anche se qualche segno di un cambiamento si comincia a notare.

L’indicazione di politiche orientate in favore dei minori può suggerire come l’asse delle politiche dovrebbe essere nel sostegno alle funzioni familiari, per quanto in queste ultime si evidenzia in termini di care intergenerazionale. Le finalità delle politiche familiari dovrebbero essere perciò orientate a frenare e a invertire la tendenza al deterioramento relativo della posizione socioeconomica e nell’uso del tempo della famiglia con figli o con particolari compiti di care rispetto a quella che non ha quel tipo di vincoli o li ha in forma limitata (perché con un figlio solo); ad affermare, in questo senso, un concetto di pari opportunità tra famiglie diverse e donne collocate in contesti familiari differenti. Si deve intendere la politica familiare come un tentativo integrato delle politiche pubbliche di promuovere un fondamentale principio di equivalenza tra la qualità della vita degli individui appartenenti a famiglie diverse sotto il profilo delle risorse disponibili e dei compiti di care che si trovano ad assolvere.

L’evoluzione in corso nel sistema previdenziale implica importanti conseguenze sulle famiglie la cui natura sarà evidente solo nel lungo periodo. Sappiamo che l’importo delle future pensioni in rapporto alle retribuzioni si è già ridotto. La situazione demografica del nostro Paese è tale da non escludere in futuro ulteriori aggiustamenti. Ciò obbligherà coloro che entrano adesso nel mercato del lavoro a provvedere accantonando risorse con forme di previdenza integrativa. In altre parole: la protezione sociale si sta evolvendo verso schemi maggiormente assicurativi. In seguito a ciò si può supporre che in futuro il livello di reddito delle coppie pensionate sarà assai più diversificato di quanto non accada ora a seconda che nell’età di mezzo abbiano lavorato entrambi o uno solo.
   

Fiscalizzare i costi

Consideriamo, per esemplificare, una famiglia in cui uno solo dei coniugi è occupato, con un reddito piuttosto modesto. In presenza di carichi familiari rilevanti, difficilmente essa riuscirà ad accantonare risorse previdenziali aggiuntive in quantità abbastanza significativa. La pensione sarà dunque una sola e ridotta rispetto a quelle attuali. La medesima famiglia, nel caso entrambi i coniugi siano occupati, potrà invece permettersi l’accantonamento necessario fino a poter disporre di quattro pensioni, di cui due integrative.

Le condizioni di vita degli anziani saranno dunque assai più polarizzate di quanto ora non accada.

Il problema riguarderà solo una minoranza della popolazione dato che da esso sono escluse le famiglie monoreddito benestanti e quella parte, ormai largamente maggioritaria e destinata ad allargarsi in seguito alla crescita della scolarità femminile, di coppie in cui entrambi i coniugi sono occupati. Ma ciò non significa che non sia un problema rilevante.

Il legislatore ha cioè operato implicitamente avendo come riferimento una famiglia a doppia carriera. Il problema della previdenza per le casalinghe nelle famiglie monoreddito di condizioni economiche medio-basse si porrà con forza in futuro. E già oggi costituisce un potente incentivo a non operare la scelta di restare nella condizione di casalinga.

L’invecchiamento della popolazione è destinato a progredire, nel nostro Paese più che altrove, data la scarsità delle nascite e la speranza di vita molto alta. I costi sociali e familiari dell’assistenza ad anziani nella quarta età in condizione di non autosufficienza, che già oggi sono diventati una delle principali voci di spesa delle politiche locali, sono destinati ad accrescersi vistosamente. Non è pensabile che le singole famiglie vi facciano fronte singolarmente e del resto non sarebbe nemmeno equo, dato che tale disagio grava su di esse con intensità diversificate.

Le vie per affrontarlo sono due. La prima è di fiscalizzare i costi derivanti mediante la costituzione di un fondo per la non autosufficienza; ipotesi non facile da percorrere in questa fase, dato il contesto di rivolta fiscale strisciante da un lato e la necessità di trasferire risorse verso le giovani generazioni dall’altro. La seconda è di procedere per via assicurativa. Anche questa strada pone però numerosi problemi. Se l’assicurazione è facoltativa non è facile immaginare quanti vi aderiranno, considerato che oggi molti devono cominciare a pensare anche alla previdenza integrativa, e se la si rende obbligatoria si deve contrastare l’obiezione che, per questa via, si aumenta un costo del lavoro dal canto suo già ritenuto troppo alto per consentire una crescita dell’occupazione. Una soluzione dovrà essere trovata, ma i problemi attuali del welfare non prevedono facili bacchette magiche.

Alessandro Castegnaro

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