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Mass Media & famiglia

Ribellarsi all’Auditel
NON DANNEGGIARE LA PRODUZIONE CULTURALE

di Cristina Beffa
        

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1998 - Home Page Riepilogando alcune critiche allo strapotere televisivo emerge un quadro che evidenzia i danni del produrre per assecondare. I gusti degli utenti non vanno ignorati. Ma la qualità del prodotto culturale va salvaguardata. Come muoversi in un campo minato dalle esigenze commerciali.

La televisione, nel bene o nel male, resta di grande attualità. E non soltanto perché la nostra Tv di Stato sia in piena crisi bensì perché la televisione nel mondo massmediale è il mezzo che più d’ogni altro è capace di muovere grossi interessi, suscitare ampi dibattiti, provocare aspre polemiche e critiche.

L’ultima di queste è legata all’Auditel, sistema concordato con le principali aziende televisive, per la rilevazione degli ascolti. Il politologo Giovanni Sartori alla fine di gennaio ha sollevato nuovamente il problema con una lettera al Corriere della Sera nella quale invitava a ribellarsi all’Auditel perché esso «pone e impone una concorrenza al ribasso nella quale la merce cattiva scaccia quella buona». L’affondo è di quelli che fanno saltare sulla sedia i diretti interessati: «L’Auditel», afferma perentorio, «è un sistema nefasto e pericoloso perché mette in moto una corsa quotidiana e, quindi, una gara che si deve celebrare ogni ventiquattro ore, il che equivale a danneggiare qualsiasi progettazione e gestione a lungo periodo».

Apriti o cielo! Repliche e smentite non si fanno attendere. Fra le tante scegliamo quella del direttore generale dell’Auditel, Walter Pancini, il quale afferma: «Scopo della rilevazione non è la massificazione ma la selezione, noi non facciamo altro che fotografare i telespettatori. E le scelte del pubblico sono mature». Quindi, da questo punto di vista, l’Auditel è uno strumento che fa bene alla televisione.

Dai difensori dell’Auditel si potrebbe facilmente dissentire. Le loro affermazioni categoriche sono smentite dai troppi programmi televisivi di bassa qualità, ma non è qui il caso di documentare se questo dipenda esclusivamente dal sistema di rilevamento degli ascolti. Infatti, la produzione culturale soggiace a poteri ben più complessi e oltretutto globalizzanti.

Contro l’Auditel si sono pronunciati gli "apocalittici", tornati prepotentemente sulla scena dopo le prese di posizione di qualche anno fa del filosofo tedesco Karl Popper (vedi il saggio: Una patente per la Tv, Reset 1994). Recentemente, il sociologo francese Pierre Bourdieu ha affermato che «attraverso l’Auditel è la logica del commerciale che si impone alle produzioni culturali». Inoltre, poiché anche gli editori di avanguardia e le istituzioni scientifiche si lasciano tentare da «questa mentalità dell’Auditel», il fatto «è molto preoccupante».

L’attuale produzione televisiva è ritenuta da molti la risposta attenta alle richieste degli spettatori (il famoso: «è la gente che vuole questi programmi»). Ma Bourdieu ribadisce, con una certa ironia, che è storicamente accertato che la produzione culturale più importante dell’umanità, da quella matematica a quella scientifica, dalla medicina alla letteratura, dalla poesia alla drammaturgia, alla musica, è stata prodotta contro la logica del commercio, e, quasi sempre, «contraddicendo la gente».

Può sembrare paradossale ma, secondo lo studioso francese, è in nome della democrazia stessa che si deve lottare contro l’Auditel poiché troppo insistentemente quanti lo difendono considerano democratico il «lasciare alla gente la libertà di giudicare, di scegliere».

«L’Auditel», afferma ancora P. Bourdieu, «è la sanzione del mercato, dell’economia, cioè di una legalità esterna, puramente commerciale. La televisione governata dall’Auditel contribuisce a far pesare sul consumatore (presunto libero e illuminato) i veicoli del mercato, che non hanno nulla a che vedere con l’espressione democratica di un’opinione collettiva illuminata».
   

Occultare mostrando

Nonostante tutto, esiste di sicuro una via d’uscita. In questo terreno minato bisogna, però, fare spazio all’opinione pubblica critica, ossia, capace di un confronto razionale: «È indispensabile coltivarla» – scrive Giancarlo Bosetti, direttore di Reset – «se si vuole evitare una forma di barbarie elettronica e soffice che comporta la perdita di contatto con la realtà». Certamente l’audience ha le sue regole, ma la Weltanschauung, che è implicita nella legge dell’Auditel – afferma ancora –, non è la «legge dell’Essere e del Sapere. È solo la legge del "vedere" e non possiamo trattarla come se fosse la legge del conoscere».

Va fino in fondo G. Bosetti quando ribadisce che «un mondo perfettamente Auditel è il mondo dello psicologo "pronto-per-l’uso", un mondo di precotti, pre-masticati, pre-digeriti, un mondo pigro e ripetitivo come piace ai bambini: stesse facce, stessa ora, stesse parole».

Il vero nodo da sciogliere, però, è "anche" altrove, ossia là dove gli operatori dell’informazione sembrano soggiogati dalla spettacolarità più che dalla verità, tanto da fornire allo spettatore un prodotto tale per cui «la televisione, che pretende di essere strumento di registrazione, diviene strumento di creazione di realtà».

Paradossalmente la televisione può «occultare mostrando, mostrando altro da ciò che dovrebbe mostrare se si facesse ciò che si è chiamati a fare, cioè informare», stigmatizza Pierre Bourdieu nel suo saggio pubblicato da Feltrinelli: Sulla televisione. La denuncia più dura del sociologo francese è contro il giornalismo televisivo totalmente dominato, a suo dire, dalla logica del mercato. «La televisione tende ormai a prendere il sopravvento economico e simbolico nel campo giornalistico». Del resto, ammette, «i giornalisti devono la propria importanza nel mondo sociale al fatto che detengono un monopolio effettivo sugli strumenti di produzione e di diffusione dell’informazione».

Non solo. «I giornalisti possono imporre all’insieme della società i loro principi di visione del mondo, la loro problematica, il loro punto di vista». Nemmeno Paul Virilio, urbanista e filosofo nato a Parigi, è tenero con lo strapotere della televisione e dei media in genere. «Più che di apocalissi io vedo una vera follia perché i media producono fenomeni di amplificazione e moltiplicazione esasperate». Basti ricordare il caso di Lady Diana. È preoccupato Virilio perché l’effetto moltiplicatore dei media «è una vera e propria bomba, un’arma minacciosa». Infatti, ci sono differenze nette tra l’informazione che viene dal sapere e quella che viene dal vedere. «Voler sapere tutto è democrazia. Voler vedere tutto è tirannia perché porta alla spettacolarizzazione dei rapporti sociali», conclude Virilio.

Gli fa nuovamente eco Bourdieu: «La televisione è un universo in cui si ha l’impressione che gli agenti sociali, pur assumendo tutte le sembianze della libertà, dell’importanza, dell’autonomia, e persino un’aura straordinaria, siano marionette di una necessità che occorre descrivere, di una struttura da individuare e da svelare».

Ma verrà il tempo in cui gli spettatori saranno saturi di banalità. Allora torneranno a valutare il sapere più che il vedere. Qualche accenno lo si evince già dal fatto che siano aumentati gli ascolti della radio, sorella negletta della Tv, Cenerentola alla riscossa che vede non soltanto in crescita il fatturato ma sempre più frequentemente serve da traino alla grande sorella.

Sceneggiati radiofonici come Matilde, infatti, che diventano fiction televisive (Una donna, nel caso specifico), possono imporre un prodotto molto più vicino alla nostra cultura di quanto non lo siano quelle serie interminabili di saghe familiari che sono le melense telenovelas americane.

Buone notizie, dunque, sul fronte televisivo? Auguriamocelo!

Cristina Beffa

LA CRISI DEL MERCATO DEL LIBRO
   

Il mercato del libro attraversa una fase di incertezza. In Italia resta basso l’incremento (+0,4%) del fatturato (1996), e gli utili, quando ci sono, risultano dimezzati. «Se non ci si lascia fuorviare dal successo di poche decine di best seller e dal numero crescente di editori (3.383 – settembre 1997 – con un ritmo di 35-40 nuove case editrici al mese), e di libri messi in circolazione (oltre 50.000 titoli all’anno fra novità e ristampe), e si guarda invece all’andamento complessivo dell’editoria», lo scenario librario non è confortante.

L’avvertimento viene da Giuliano Vigini, direttore dell’Editrice Bibliografica, che sulla rivista dei gesuiti, Aggiornamenti sociali, di gennaio proprone un’ampia panoramica del sistema editoriale. Dati alla mano, Vigini rileva i bassi livelli di lettura (dall’inchiesta Doxa-Il Sole 24 Ore del 1995, il 51,9% degli intervistati non aveva letto un libro negli ultimi tre mesi), la scarsa efficienza della distribuzione, la carente formazione professionale dei redattori. Vigini ricorda inoltre che per individuare gli interventi istituzionali utili al rilancio del libro è sorta una Commissione nazionale istituita presso il ministero dei Beni culturali.

Va anche ricordato che la Commissione europea ha invitato i Paesi dell’unione a liberalizzare il prezzo del libro. Nel convegno internazionale dei librai, organizzato a Venezia il 29-31 gennaio ’98, molti responsabili del settore si sono, però, dichiarati contrari: la liberalizzazione distruggerebbe il precario equilibrio del mercato. Prezzi liberi si attuano in Belgio, Finlandia, Grecia, Irlanda, Svezia, Regno Unito. In Italia e in Germania, invece, il prezzo è imposto dall’editore.

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