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Consulenza genitoriale

Quando manca il respiro
CASA, FAMIGLIA E AGIATEZZA ECONOMICA

di Aristide Tronconi
(psicologo)

  

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1998 - Home Page

È difficile capire cosa occorre realmente a una persona per raggiungere il benessere. Troppi sono gli stimoli e i condizionamenti esterni. In tal senso i genitori sbagliano quando credono di interpretare correttamente i bisogni e i desideri dei figli.

Che cosa occorre a una persona perché possa raggiungere un discreto stato di benessere? La risposta non è uguale per tutti in quanto c’è chi dà più importanza alla salute, chi agli affetti, chi al lavoro e chi alle comodità. Ognuno di noi, poi, è influenzato dalla cultura del suo tempo e dall’ambiente in cui risiede. Inevitabilmente questi concorrono a farci sentire che potremmo aver bisogno di qualcosa d’altro, qualcosa che magari pensiamo abbia la maggior parte della gente che sta bene e vive nell’agiatezza.

L’abitare, ad esempio, in una casa riscaldata con acqua corrente e l’impianto elettrico è oggi, per i Paesi più civilizzati, la base di partenza per poter sostenere che una persona ha un tetto. Forse la stessa opportunità può ritenersi un lusso in un Paese del Terzo Mondo. Eppure in entrambi i casi si tratta sempre di esseri umani. Si può dire, allora, che il sentirsi soddisfatti possa essere dovuto, nella più parte dei casi, sia allo stato di salute fisico e psichico del soggetto sia all’ambiente culturale e sociale in cui vive, con tutti gli stimoli e i condizionamenti che da questi provengono.

Un ulteriore esempio lo posso trarre dal mio lavoro di psicologo e psicoterapeuta. Non molto tempo fa vidi in consultazione una coppia di genitori che portarono con sé la figlia ventenne. La loro richiesta formale era che io mi occupassi di quest’ultima perché spesso le capitava di sentirsi soffocare, in modo particolare quando si trovavano insieme a discutere del futuro della ragazza. Il loro intento era che parlasse con me da sola perché io capissi e le dessi i consigli del caso; dopo un’oretta sarebbero venuti a riprendersela.

Erano già sulla porta per accomiatarsi, quando riuscii a fermarli e chiedere loro se la soluzione migliore non fosse quella di fermarsi con me ad ascoltare le ragioni del soffocamento della figlia, d’altra parte la richiesta di consultazione proveniva da loro e quindi mi sembrava prematuro ritenere che chi dovesse aver bisogno dello psicologo fosse solo la figlia. I genitori decisero allora di rimanere anche se non molto convinti che quella fosse effettivamente la scelta più corretta, ma spinti forse da una certa soggezione e dal desiderio di non mostrarsi refrattari alla collaborazione richiesta.

Una volta accomodati, diedi la parola alla figlia che a fatica riuscì a parlare: veniva continuamente interrotta, in particolare dal padre, che sentiva di dover giustificare ogni atto che la ragazza descriveva e annotava come fonte per lei di disagio.
   

Desiderio di libertà

A quel punto non mi fu difficile capire che il soffocamento doveva intendersi più in senso metaforico che fisico, in quanto non era tanto l’ossigeno che mancava nella stanza, quanto lo spazio comunicativo che veniva preso d’assalto dai genitori. Per poter ascoltare un discorso compiuto della ragazza, dovetti proporre una tregua rassicurando i genitori che nessuno dei presenti era lì per ritenere loro l’unica causa del malessere della figlia.

Venni così a sapere che da quando aveva raggiunto la maggior età e aveva fatto presente in famiglia l’esigenza sua di avere, come figlia, più autonomia di scelta e più libertà di movimento, i genitori aumentarono i loro interventi critici e le loro esigenze di controllo.

Il sabato e la domenica, giorni in cui poteva uscire con gli amici, erano diventati per mamma e papà i giorni peggiori della settimana. Nessuno dei due riusciva ad andare a letto fino a quando non tornava la figlia, la quale, peraltro, rispettava fedelmente gli orari convenuti di rientro. Spesso il padre voleva di persona andarla a prendere in macchina all’uscita della discoteca. Questo creava non poca ansia nella ragazza che doveva continuamente guardare l’orologio onde evitare la possibilità di trovarsi lì il padre.

Ultimamente aveva programmato di andare una settimana in Inghilterra con alcuni amici di famiglia con l’intento di trovare una sistemazione per l’estate. L’ipotesi di organizzarsi così le vacanze estive racchiudeva in sé sia il desiderio di staccarsi dai genitori, sia quello di migliorare il suo inglese in vista di una nuova occupazione lavorativa.

Quando comunicò in famiglia questi suoi pensieri, fu come avesse dichiarato lo stato di guerra. Nessuna ragione veniva accolta dai genitori, che vedevano in quel gesto il volersi mettere nei guai, il non tener conto dei pericoli e, per farla breve, un «essere andata completamente fuori di testa».

Riportando questo pezzetto di storia alla premessa iniziale, possiamo dire che i giovani d’oggi, e la ragazza del racconto in un certo senso li può ben rappresentare, non avvertono benessere solo nell’avere una casa, una famiglia, un’agiatezza economica, il telefonino, ma vogliono costituirsi una loro identità passando attraverso esperienze personali in cui possono fare da soli, in cui possono usare la loro testa senza che vi entrino i consigli abituali di chi li ha allevati o istruiti, magari anche in modo ottimale.

Forse una volta questo non sempre era necessario: poteva accadere che i figli rimanessero con i genitori oppure che vi abitassero vicino, poteva anche accadere che qualcuno continuasse il lavoro del padre. Oggi il modo di crescere e di crescere bene prevede altre tappe e lo sperimentarsi di differenti soluzioni.

Anche se può essere doloroso per la generazione precedente, il non riconoscere più se stessi nei propri figli, dovrebbe ricordare che la loro ricerca di separarsi e di differenziarsi non è una sciocchezza o, peggio ancora, un fare dispetto, ma bensì come l’aria da respirare.

Aristide Tronconi

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