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DAI TEMPI ANTICHI AI NOSTRI GIORNI

L’adozione nella storia

di Massimo Camiolo
(psicologo, giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page Con il passare degli anni, le norme approvate hanno costretto a ridefinire il ruolo genitoriale indifferentemente che si tratti di figli biologici o adottivi. La ratifica della Convenzione dell’Aja assicura protezione ai minori stranieri.

L'adozione, nel suo significato più ampio di ammissione in famiglia di una persona estranea inizia a lasciare le proprie tracce verso l’anno 2000 a.C. nel Codice di Hammurabi (Babilonia), anche se solamente più tardi, all’interno dell’Antico Testamento, vengono descritti alcuni casi in modo esplicito e chiaro: il piccolo Mosè che viene adottato dalla figlia del Faraone (Esodo 2,10); Ester, presa in casa da Mardocheo e «trattata come se fosse stata figlia sua» (Ester 2,7), e la situazione di Manasse ed Efraim presi ed educati da Giacobbe (Genesi 48,5). Ma il suo vero sviluppo avvenne ben più tardi, all’interno dei Paesi nei quali vigeva il Diritto romano, in cui l’originario aspetto religioso, teso alla successione nel culto degli antenati, aveva lasciato il posto all’idea della discendenza e della trasmissione del patrimonio familiare.

È interessante osservare che esisteva però una distinzione tra arrogatio, situazione nella quale venivano assorbiti nella famiglia adottante sia l’arrogato che il nucleo d’origine, compreso l’eventuale patrimonio, e adoptio, nella quale vi era invece un vero e proprio cambiamento della patria potestas, per cui l’adottato portava nella nuova famiglia solo se stesso. È altresì importante il fatto che il sostantivo latino adoptio aveva un ampio uso in botanica con il significato di innesto.

Come già accennato, l’aspetto religioso scomparì per lasciare posto a una adoptio con il compito di procurare un erede al patrimonio e al rango familiare: Tiberio fu adottato da Cesare Augusto nell’anno 4 d.C. con il nome di Tiberio Giulio Cesare, e lo stesso avvenne per Nerone che fu adottato nel 50 d.C. dall’imperatore Claudio, assumendo il nome di Nerone Claudio Cesare.

Con il passare del tempo e grazie alla diffusione del cristianesimo si giunse dapprima all’ampliamento e poi alla trasformazione del concetto di adozione, tanto che, successivamente, questa sarà utilizzata anche per trasformare i plebei in patrizi e gli italici in cittadini romani.

Il cristianesimo lottò anche contro le tradizioni dei popoli barbari che, pur punendo l’aborto e prevedendo l’uccisione dell’eventuale infanticida, proteggevano, in questo modo, la gravidanza illegittima, ma destinavano poi alla schiavitù il "figlio bastardo"; Costantino, primo imperatore cristiano, fu costretto a varare delle leggi contro la compra-vendita di trovatelli e figli illegittimi. Tuttavia, il potere assoluto della Chiesa e i suoi dogmi mal si conciliavano con un atteggiamento che poteva assolvere de facto i peccatori e giustificare la nascita di figli da relazioni "irregolari". Venne perciò deputata a privati caritatevoli (e poco pubblicizzati) l’assistenza ai fanciulli abbandonati.

Con il trascorrere dei secoli avvennero quindi dei mutamenti rilevanti, tanto che mentre precedentemente solo l’uomo poteva adottare, poiché solo lui poteva detenere la patria potestas, anche alla donna venne concessa questa opportunità, purché sprovvista di prole; l’uomo non poteva però più adottare i figli generati con una concubina, i quali erano considerati "impuri" e assimilati ai figli dei plebei: la difesa della famiglia monogamica portò a un cambiamento del contenuto della patria potestas con miglioramenti per le condizioni e i diritti della prole, ma se questo risultò positivo per i figli legittimi, non lo fu altrettanto per quelli illegittimi, che perdevano sia il diritto di ereditare che quello di essere mantenuti.

Seguendo il motto dell’imperatore Giustiniano: adoptio natura imitatur, e dovendo quindi simulare uno stato di famiglia effettiva, vennero sancite alcune norme specifiche tra le quali la differenza minima di 18 anni tra adottante e adottato e il fatto che l’adozione dovesse essere pronunciata da un organo giudiziario; inoltre vennero posti alcuni divieti tra i quali quello di adottare i propri figli naturali oppure di poter adottare essendo evirati.

Con la caduta dell’Impero romano d’occidente (476 d.C.), l’influenza di costumi dei popoli vincitori, soprattutto quelli di origine germanica, si fece sentire anche sull’istituto adozionale.

L’aspirazione di un bimbo abbandonato a trovare un papà e una mamma e quella di una famiglia ad avere un figlio si integrano bene nell’adozione, purché fra il bisogno e il desiderio vi sia una visione di fecondità simbolica dell’esistenza.

Presso numerosi di questi popoli, essenzialmente guerrieri, erano in uso delle specie di contratti d’erede, detti affatomie, con effetti più morali che legali, con lo scopo di assicurare la prole continuatrice di glorie e virtù belliche a chi non riusciva ad avere figli: singolare e curiosa era la cerimonia che sanciva il rito iniziatico e che consisteva nel taglio dei capelli e nella consegna solenne delle armi, dopo di che l’adottante prendeva sulle ginocchia il figlio, lo abbracciava e, infine, lo avvolgeva con il proprio mantello da guerriero.

Il Medioevo fu un periodo alquanto difficile anche per l’adozione, visto che venne sancito il principio che filius adoptivus non succedit in feudum e che quindi i bambini soli non avevano più un "mercato"; la Chiesa, pur non contrastando apertamente questa cultura, si fece carico dell’assistenza ai minori e nacquero così i primi istituti per l’infanzia abbandonata, che si diffusero rapidamente a causa delle precarie condizioni di vita di quei tempi.

In un tale contesto decaddero tutti gli strumenti giuridici e l’adozione diventò in sostanza un possibile accordo tra privati, tra chi assisteva il bambino, quindi, e chi intendeva adottarlo. In tutta Europa il periodo oscuro continuò anche durante il Rinascimento e bisogna attendere il 18 gennaio 1792 per trovare in Francia, a seguito degli effetti della Rivoluzione, un decreto di Delive de Saint-Mars che sanciva l’adozione come «espressione di solidarietà verso i più deboli e come strumento di lotta contro la potenza dei casati autoritari».

Ma evidentemente le resistenze nei confronti dell’adozione erano molte, poiché quando si trattò di inserirla definitivamente nel Codice civile, paventando svantaggi per la costituzione di famiglie legittime, se ne propose l’abolizione per motivi «morali e naturali». Solamente l’intervento personale di Napoleone Bonaparte rimise più tardi in discussione il problema: consapevole degli effetti che i caduti nelle innumerevoli battaglie avevano sortito, cercò una soluzione affinché gli orfani di guerra fossero «adottati dalla Francia stessa». Probabilmente a ciò non era estranea la sopravvenuta sterilità dell’imperatrice Giuseppina, ma fatto sta che venne formulato ed emanato il Codice napoleonico che conteneva delle disposizioni specifiche in campo adozionale.

L’imperatore dispose, inoltre, con un provvedimento eccezionale (decreto del 7.12.1805) che tutti gli orfani degli ufficiali e dei soldati caduti ad Austerlitz fossero da considerare suoi figli adottivi.

Nonostante alcune lacune, accadde che il Codice napoleonico venisse assunto come esempio per la stesura dei Codici civili dei vari Paesi d’Europa e così nel 1865 anche in Italia vennero definite delle disposizioni specifiche per l’adozione. Vennero posti dei vincoli che riguardavano i rapporti tra i genitori naturali e quello adottivo e tra l’adottato ed eventuali fratelli adottivi; fu stabilito il reciproco impegno di mantenimento e la possibilità, da parte dell’adottato, di ereditare pariteticamente con eventuali figli naturali.

Tappe legislative

Varie proposte di modificazione a favore dell’adozione non trovarono consenso nel Parlamento italiano fino a che, nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, venne creato l’istituto dell’"Affiliazione", caratterizzato dal fatto che non dava diritti ereditari, non dava stabilità al vincolo e si limitava a una semplice obbligazione alimentare che si esauriva con la maggiore età.

Solo nel 1942, in pieno periodo bellico, scattarono delle parziali nuove disposizioni sull’adozione: almeno 40 anni compiuti per l’adottante, venne sancita l’adozione di minorenni con il cambiamento della patria potestas e si istituì anche la revoca giudiziaria dell’adozione per indegnità dell’adottante.

Nonostante ciò, in Italia l’adozione sembrò continuare a servire gli interessi degli adulti, sia come mera possibilità di procurarsi una discendenza, sia come strumento per mantenere alla famiglia le proprietà, il ruolo e il prestigio; tendenzialmente, non assolveva ad alcun compito educativo, non si preoccupava dell’incidenza sul bambino delle precedenti esperienze di vita e risultava, insomma, inadeguata alle reali esigenze di completa integrazione del minore nella nuova famiglia.

Il figlio di "ignoti" continuava a essere in posizione discriminata ed era enfatizzata la differenza tra figli legittimi e figli adottivi, tenendo presente che questi potevano coesistere solo se il figlio legittimo nasceva successivamente all’avvenuta adozione: veniva preservato, cioè, un regime giuridico che privilegiava ancora una volta il "legame di sangue", attraverso il mantenimento del rapporto di discendenza e la conservazione del cognome d’origine, tanto è vero che l’adottato manteneva la parentela con la famiglia naturale e poteva, al limite, essere richiesto da questa.

Tabella: Adozioni di minorenni  - 1

Il 20 giugno 1964, l’onorevole Dal Canton presentò alla Camera dei Deputati un progetto di legge che partiva dal presupposto, rivoluzionario per l’epoca, che il minore rimasto solo doveva poter avere la garanzia di una nuova famiglia stabile: siamo alla soglia del nuovo istituto giuridico che successivamente verrà chiamato Adozione speciale.

La proposta prevedeva che il minore in difficoltà dovesse ottenere una dichiarazione di "stato di adottabilità", cioè andava accertata la posizione dei genitori naturali, i quali dovevano risultare sconosciuti, irreperibili, defunti o incorsi nella perdita della patria potestas; in caso che essi fossero rintracciabili, andavano convocati e messi di fronte alle loro responsabilità di assistenza materiale, affettiva ed educativa: se risultavano vane le sollecitazioni nei loro confronti, il Tribunale per i minorenni poteva dichiarare lo stato di adottabilità.

Per ciò che riguarda i figli naturali non riconosciuti, lo stato di adottabilità veniva dichiarato al compimento del quinto mese di età del minore; per adottare erano richiesti dei requisiti di moralità e andava accertata la capacità educativa dei coniugi per dichiararne l’idoneità; non poteva essere presentata la domanda di adozione prima dei 5 anni di matrimonio; la presenza di figli legittimi, legittimati o adottivi, non poneva alcun impedimento alla richiesta.

La "Legittimazione per adozione" (questo era il nome della proposta di legge) doveva essere preceduta da un periodo, definito di "affidamento preadottivo", della durata da tre mesi a un anno, durante il quale cessava ogni rapporto giuridico tra il bambino e la famiglia di origine, consentendo successivamente l’assunzione da parte dell’adottato dello stato di figlio legittimo, anche attraverso la sostituzione del cognome originario con quello dell’adottante e l’acquisizione del diritto di trasmetterlo ai discendenti.

Dopo traversie e modifiche, anche se irrilevanti dal punto di vista sostanziale, il 23 giugno 1967 la Camera dei Deputati approvò la proposta che verrà meglio conosciuta come legge 431/67 dell’Adozione speciale.

Lo spirito dell’Adozione speciale fu quello di dare a ogni minore abbandonato il massimo della protezione giuridica, oltre che dargli la possibilità di affrontare alcuni dei problemi derivanti dalla carenza di cure affettive nei primi mesi o anni di vita; altro obiettivo di questa legge fu quello di limitare nel tempo la permanenza dei minori negli istituti di assistenza all’infanzia abbandonata. Soggetto dell’Adozione speciale erano i minori fino agli 8 anni di età.

Le grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali che hanno investito il mondo negli anni ’60 e ’70, il conseguente modificarsi del modello di vita degli individui, del concetto di famiglia, del significato del rapporto con l’infanzia e l’adolescenza hanno evidentemente cambiato anche la realtà in cui si muoveva l’adozione, rendendo in parte obsoleta anche la legge 431/67, che era sembrata ai più un grande traguardo.

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Aumentano le richieste

Inoltre, una sia pure controversa politica di prevenzione delle nascite, ma, soprattutto, di discreti livelli di assistenza per le ragazze madri e le famiglie disagiate, oltre che la capillarità della distribuzione dei servizi socio-sanitari, portarono a una drastica diminuzione del numero di minori italiani in palese stato di abbandono e istituzionalizzati.

Contemporaneamente a questo fenomeno, incominciò ad aumentare il numero dei minori divenuti adottabili non più nei primissimi anni di vita, e il vincolo degli 8 anni posto dalla legge 431/67 risultò sempre più inadeguato; l’Adozione speciale aveva contribuito a trovare una soluzione per migliaia di minori senza genitori, aveva in parte svuotato gli istituti, aveva attenuato i pregiudizi presenti nella cultura italiana rispetto all’adozione e ai figli adottivi, ma non era stata in grado di prevedere che, di fronte a una sempre maggiore richiesta di bambini, si sarebbe sviluppato un fenomeno nuovo che, se non controllato, avrebbe potuto provocare ampie ripercussioni, legali, sociali e culturali: l’adozione di minori stranieri.

La legge 184/83 si collocò in termini ideali di continuità con quella precedente, muovendo anch’essa dal preminente interesse del minore e ponendosi decisamente a sua protezione.

Modificati i requisiti necessari per aspirare all’adozione, con l’abbassamento del periodo di matrimonio da 5 a 3 anni e la contrazione delle differenze di età previste tra adottante e adottato (differenza minima da 20 a 18 anni e massima da 45 a 40), furono inseriti degli articoli che specificavano meglio l’iter per giungere all’eventuale dichiarazione dello stato di abbandono e dello stato di adottabilità, oltre all’elezione a istituto giuridico dell’affidamento familiare, precedentemente considerato solo un servizio, e dell’adozione internazionale, prima non prevista.

Il bambino "oggetto"

La legge 184/83 contiene dei continui rimandi a tutto quanto previsto per l’adozione di un minore italiano, ma non è stato possibile per molto tempo dare effettiva dignità operativa a quella tutela del bambino straniero che i più, magistrati, psicologi, religiosi e la normativa stessa propugnavano. I vincoli giuridici, posti esclusivamente nell’interesse del minore, tesi a garantire perlomeno uguale dignità al bimbo italiano e a quello straniero, sono stati spesso aggirati, nella difficoltà oggettiva di produrre un sistema di verifiche internazionali sulle procedure adozionali.

Con l’adozione internazionale si entra spesso in rapporto con delle realtà in cui il controllo istituzionale e/o sociale non è particolarmente rigido, o addirittura non esiste e questo sembra ispirare la rivincita dell’improvvisazione, della discrezionalità, dell’arroganza "predatoria", che si manifesta attraverso dei comportamenti pilotati dall’onnipotenza individuale e dall’apparente disprezzo verso i reali bisogni altrui.

Alcune voci rappresentano l’adozione come un atto d’amore, ma l’impressione è che, dietro a una certa retorica, alberghino poi delle istanze più propriamente distruttive che annullano, nei fatti, l’affermazione di principio; l’adozione può rappresentare l’integrazione tra spinte solidaristiche ed esigenze compensatorie (bambino senza famiglia-famiglia senza bambino) che si traducono in amore verso un bimbo e desiderio di un figlio, ma troppo spesso si manifesta come conferma di una cultura del bambino-oggetto, da possedere e manipolare a proprio piacimento.

Il bambino-oggetto è un individuo che vale poco, che serve da risposta a bisogni altrui e che tendenzialmente ha difficoltà a vedere riconosciuti i propri, che vengono affermati e sostenuti nella teoria, ma che successivamente vengono negati nei fatti; è un bambino senza storia e senza sentimenti che può vivere solo della luce riflessa degli adulti, che mascherano, dietro alla roboanza delle affermazioni, il loro bisogno strumentale e manipolatorio.

Spesso, con l’adozione internazionale, o con "qualche pratica" che a essa si richiama, si giunge all’appropriazione del bambino-oggetto e all’espropriazione dell’individuo: chi vuole rapirlo lo rapisce, chi lo vuole comperare lo compera, chi vuole adottarlo lo adotta, ma in ogni caso la scelta sembra essere discrezionale all’adulto.

Tabella: In Italia 2.000 adozioni all'anno.

A volte, si costruisce anche una sorta di imbuto che contribuisce a discriminare a seconda del sesso di preferenza, dell’età, del Paese di origine, del colore della pelle, degli occhi e dei capelli; ma il bambino italiano non può essere scelto al momento dell’adozione, non si può discriminarlo per razza, sesso o provenienza, poiché sono state attivate delle procedure che mirano a difenderlo da questi rischi e poi... non si fa..., mentre il bambino straniero sembra essere oggetto di conquista, sembra dover avere meno diritti e meno bisogni.

Certo, esiste il bambino-oggetto anche in Italia, ma la scoperta di eventuali episodi di illegalità o abuso produce immediatamente esecrazione e protesta, mentre per il bambino straniero l’indignazione è sicuramente inferiore, tanto «forse moriva di fame», «era destinato a diventare una prostituta o un delinquente», anzi, abbiamo assistito non raramente alla nascita di comitati di solidarietà a favore di chi ha commesso l’illecito.

La possibilità di privatizzare la procedura adozionale, cioè di attivarsi direttamente per il reperimento del bambino, di accedere all’adozione tramite associazioni o gruppi non appositamente autorizzati e controllati, di adottare a seguito di rapporto diretto con il/i genitore/i del minore, integrata con lo scarso controllo da parte delle autorità dei Paesi di origine dei bambini nei confronti delle procedure e della gestione degli istituti di accoglimento per minori, sono tutti elementi che hanno consentito, a volte, lo svuotamento dell’adozione internazionale dei suoi tratti più nobili (emotivi, antropologici, solidaristici, compensativi) per trasformarla in un vergognoso traffico di bambini.

Distinzioni necessarie

Con il termine "traffico" non si deve intendere esclusivamente la compra-vendita di un bambino, poiché gli interessi in gioco, spesso, non sono stati strettamente economici, tuttavia, alla fine, vi è stato, da parte dei trafficanti, da incassare un lucro, che si traduceva in denaro e/o in potere e/o in proselitismo e/o in imposizione ideologica.

Con l’emanazione della legge di ratifica della Convenzione dell’Aja, che prevede l’applicazione di accordi bilaterali tra Stati, con conseguenti rapporti diretti tra magistrature e istituzioni di diversi Paesi, oltre che l’obbligatorietà dell’intervento dell’associazione e/o agenzia d’adozione, autorizzata e controllata da organismi specifici, sembrano rivalutarsi i significati più profondi dell’atto adozionale che coinvolge un minore straniero.

Una vecchia e ormai desueta abitudine della Calabria e di alcune altre zone del meridione d’Italia consisteva nel mettere sotto la testa del neonato due piccole federe, una riempita di farina e l’altra di zucchero. Quest’umile gesto affettuoso aveva come significato quello di auspicio che nulla mancasse al nuovo piccolo che era venuto al mondo, né per ciò che concerneva il bisogno, come il pane che lo avrebbe alimentato, né per quanto riguardava il desiderio, come lo zucchero tanto piacevole al gusto.

Questo riferimento serve per introdurre un argomento non nuovo, ma sicuramente molto affascinante e al quale non viene data la giusta dignità quando si parla di madri, padri e figli: la distinzione tra "bisogno" e "desiderio", sulla quale spesso si fa confusione.

Sinteticamente, il "bisogno" può essere definito come «la mancanza di un oggetto reale e sensibile e/o come l’eccitazione o lo stimolo a colmare questa mancanza attraverso un’azione specifica». L’area dei nostri bisogni si estende in prevalenza, quindi, a tutto ciò che genericamente rimanda a una dipendenza dal mondo esterno, sia naturale che storico, che ci costituisce come esseri finiti.

L’area del "desiderio", invece, è più propriamente riflessa nel nostro mondo interno. Il "desiderio" non è perciò solo augurio o aspettativa, altrimenti coinciderebbe con il "bisogno" tranne che per il fatto di non essere implicato nella conservazione della vita, bensì è egli stesso piacere, energia vitale, volontà di vivere. In sostanza, nella sua accezione primaria, il desiderio tende a rappresentare «la capacità del mondo degli affetti di valorizzare ulteriormente la vita, cioè, più globalmente, l’essere».

Il sostantivo "bisogno" deriva dal latino bisonium dove a bi, prefisso pleonastico, segue somnium, che significa "sogno", ma ancor più propriamente "cura", "attenzione", cioè ciò che ci spinge a cercare quel che ci manca. Il termine "desiderare" viene da de siderare e, a seconda di come si valuta la particella de, può tradursi letteralmente: "fissare attentamente le stelle" oppure: "togliere lo sguardo dalle stelle" per mancanza di auguri, in sostanza, volgersi (o non) con l’affetto verso cosa che non si possiede e che piace.

La distinzione fra "bisogni" e "desideri" può rappresentare uno dei contenitori all’interno del quale attribuire o recuperare significato alla genitorialità, nelle sue varie forme.

Diventare genitori

Il diventare genitori può essere percepito in assoluto non solo nel senso di ideale precursore della famiglia ma come fase di questa, cioè come momento di cambiamento e ride-finizione di relazioni tra le persone in una famiglia.

Vi è infatti la tendenza a concepire la famiglia unicamente come quello spazio fisico e affettivo composto da genitori e figli, quasi che senza prole non si abbia diritto alla "familiarità"; e ciò allo stesso modo con cui un altro sbrigativo assioma, che spesso condiziona la percezione del mondo infantile, tende a riconoscere il bambino e i suoi diritti solo in quanto parte di un nucleo familiare, dal che si potrebbe quindi desumere che chi è senza famiglia non può che essere privato anche della sua infanzia, diciamo della sua "bambinità".

Il significato di "famiglia" è invece più ampio e diverso. Un vecchio ma sempre autorevole vocabolario di latino, il D’Arbela-Annaratone-Cammelli, dà una mano a circostanziare l’argomento: -familia, ae, il complesso dei servi, la servitù; in senso più largo, i conviventi sotto lo stesso tetto (cfr. Fedro, Catone, Cesare, Cicerone). Solo nei secoli tale significato venne parzialmente modificato, con l’aggiunta anche dei membri della casa uniti da legame di sangue, ma è evidente dalla quotidianità quanto la consanguineità spesso non comporti la familiarità e, viceversa, quanto, anche in sua assenza, si possano sviluppare legami parentali significativi (caso dell’adozione). Ciò detto sulla famiglia, come si pone in essa la genitorialità? Se si recupera la riflessione iniziale, come si integrano "bisogni" e "desideri"?

Non si può certo negare che la tendenza alla riproduzione faccia parte della condizione umana (e non solo). Ma su questo fenomeno della genitorialità pesa sicuramente una serie di fattori, tutti ugualmente significativi e importanti, che, integrati tra loro, aiutano alla definizione della vita: quello biologico (riproduzione della specie); quello sociale (organizzazione della società); quello psicologico (prolungamento di sé e necessità degli affetti). Con queste osservazioni si sta entrando nel mondo dei "bisogni", che in questo caso possono essere così schematizzati: sopravvivere, vivere, riprodursi.

Sopravvivere non è legato solo alla continuazione più generale della specie, ma anche alla necessità individuale di nascere e permanere nella vita, cioè vivere, nel senso anche di poter attivare e consolidare una rete di relazioni, al fine di riprodursi, cioè procreare, ma, attenzione, anche dando un senso alla vita.

La sintesi estrema di questo ragionamento potrebbe essere che il concetto di fertilità umana non ha una connotazione esclusivamente biologica, ma si esprime anche attraverso la ricerca e la produzione di significati.

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Nascere in salita

Un figlio rappresenta una parte dei genitori, è un prolungamento nel futuro, è la possibilità di esorcizzare l’angoscia di morte reiterandosi all’infinito (discendenza), superando il tempo e lo spazio; è la rappresentazione dello sforzo inconsapevole degli individui di acquisire quelle qualità che vengono attribuite a un Dio, l’eternità e l’onnipresenza; è la concretizzazione del "bisogno" onnipotente di sconfiggere la "finitezza umana".

Contemporaneamente, la genitorialità rappresenta anche la verifica della capacità adulta di accoglimento, di superamento della dipendenza dai propri fantasmi infantili; è la certificazione della crescita e dell’emancipazione psicologica e sociale, è la conferma del cambio di ruolo, da assistito ad assistente; è l’espressione di un’aspettativa accuditiva che sottolinea il "desiderio" di affettività e controllo.

Quindi, il divenire genitori è il risultato di un processo evolutivo, individuale e di coppia, all’interno del quale l’integrazione dei bisogni, biologici, sociali e personali (sopravvivere, vivere e riprodursi) con i desideri accuditivo-affettivi produce l’acquisizione di nuovi ruoli e la rivivificazione attraverso la produzione di significati.

La diversificazione fra concepimento naturale e adozione quindi avviene prevalentemente sul piano del metodo mentre la complementarità fra le forme di genitorialità è data dalla possibilità di rispondere agli stessi "bisogni" e "desideri" e dall’attribuzione dello stesso significato simbolico. Non sembra quindi errato porsi nella prospettiva di dare uguale dignità ai differenti modi di "riproduzione" se si accerta che rispondono a identici e arcaici stimoli e mirano a un identico e comprensibile obiettivo.

Per evitare l’eccessiva semplificazione, vanno sottolineati alcuni aspetti che non si possono ignorare: l’attribuzione all’adozione dello stesso significato simbolico dell’altra forma di genitorialità è il risultato anche di un processo di elaborazione del lutto dell’eventuale sterilità, senza il quale le differenze assumono un mero carattere compensativo, funzionale esclusivamente a lenire la sofferenza per la ferita narcisistica; nell’adozione il superamento del pregiudizio è più facile in coloro che vengono inibiti nella procreazione spontanea; l’accanimento nei confronti di ognuna delle due opzioni di genitorialità, cioè la determinazione di giungervi a ogni costo e con qualunque modalità, comprese quelle eticamente più deboli se non addirittura illegali, rappresenta la patologizzazione del rapporto tra bisogno, desiderio e attribuzione di significati.

Inoltre, la percezione che genitori e figli raggiungono del significato della loro relazione è condizionata dall’immagine di sé e ciò influenza direttamente il tipo di risposta che sono in grado di darsi reciprocamente così come l’interpretazione che essi possono dare del ruolo che personalmente si attribuiscono; con l’adozione si diventa genitori di un bambino "nato in salita", cioè precocemente provato da privazioni e lacerazioni, abbandoni, che possono essere adeguatamente affrontati solo se un padre e una madre hanno effettivamente superato i limiti imposti dalle loro componenti infantili.

La trasformazione da famiglia senza prole a famiglia con prole rappresenta quindi una risposta a una richiesta biologica, sociale e psico-affettiva che prevede la necessità di una ridefinizione del rapporto tra bisogni, desideri e significati per una concreta ed efficace capacità di assunzione di responsabilità davanti alle aspettative delle parti, al di là del percorso e delle modalità utilizzate per giungervi.

Massimo Camiolo

    
BIBLIOGRAFIA

  1. Bosi S., Guidi D., Guida all’adozione, Mondadori, Milano 1992.
  2. Bramanti D., Rosnati R., Il patto adottivo, Franco Angeli, Milano 1998.
  3. Callari Galli M., I primi passi nella famiglia multietnica, in "Adozione internazionale e famiglia multietnica", Giuffrè, Milano 1997.
  4. Camiolo M., Istanze predatorie e idoneità all’adozione, in Atti del Convegno "Adozione internazionale tra norma e cultura", Unicopli, Milano 1991.
  5. Camiolo M., Continuità biologica e simbolica tra i tipi di famiglia, in "Minori giustizia", 2-97, Franco Angeli, Milano 1997.
  6. Prini P., Il paradosso di Icaro, Armando, Roma 1983.
  7. Scaparro F., Talis Pater: padri, figli e altro ancora, Rizzoli, Milano 1996.
  8. Vitolo M., Il concetto di identità nel processo evolutivo, in "Minori giustizia", 4-96, Franco Angeli, Milano 1996.

 

OGGI NEL MONDO

I Paesi che hanno già provveduto alla ratifica della Convenzione dell’Aja sono:

  • 1994: Messico (14 settembre) e Romania (28 dicembre).
  • 1995: Sri Lanka (23 gennaio), Cipro (20 febbraio), Polonia (12 giugno), Spagna (11 luglio), Ecuador (7 settembre), Perù (14 settembre), Costa Rica (30 ottobre).
  • 1996: Burkina Faso (11 gennaio), Filippine (2 luglio), Canada (19 dicembre).
  • 1997: Venezuela (10 gennaio), Finlandia (27 marzo), Svezia (28 maggio), Danimarca (2 luglio), Norvegia (25 settembre).
  • 1998: Olanda (26 giugno), Francia (30 giugno), Colombia (13 luglio), Australia (25 agosto), El Salvador (17 novembre), Italia (15 dicembre). (Torna al testo)
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